Vero - 05-12-2017

“Il futuro del vino non è più quello di una volta”: tra cambiamenti climatici, mercati un tempo impensabili e consolidamenti a ogni livello, da “Wine2Wine”, l’eterno divenire dei trend del nettare di Bacco, col solo filo conduttore della distruption

Robert JospehPredire il futuro, come sanno bene gli appassionati di science fiction, significa sempre e comunque descrivere il presente, perché è sulla base di quello che conosciamo oggi che, giocoforza, si basano le supposizioni sul domani: un meccanismo che vale per ogni sfaccettatura dell’agire umano, e quindi anche per il mondo del vino, anch’esso orfano di quel “bel futuro all’antica” che l’accumularsi dei fatti quotidiani in un mondo globalizzato e sempre più veloce rende quasi rassicurante. Di certo, in buona sostanza, c’è solo l’incerto? A rispondere, dal forum b2b “Wine2Wine” di Veronafiere, è Robert Joseph, che al futuro del vino ha dedicato un volume di prossima uscita, e la sua risposta è, in sintesi “Non esattamente” - posto che si comprendano il volume e la portata delle tendenze che stanno cambiando volto al mercato globale del vino e alla sua percezione da parte dei consumatori.
Dal punto di vista della viticoltura, la parola d’ordine è, comprensibilmente, climate change: un fenomeno che se da un lato ci sta dando una vivace produzione di sparkling britannici e Pinot nero olandesi, dall’altro sta costringendo ad una rincorsa ad altitudini più elevate e a una riscoperta di varietà ancestrali, anche per nomi importanti di denominazioni di primo piano. D’altro canto, la digitalizzazione e il mondo dei big data consentono, accoppiati all’automazione di massa, un’ottimizzazione rilevante delle risorse necessarie per il conseguimento dei risultati desiderati, con droni che monitorano costantemente i vigneti e robot tra i filari che non solo sono capaci di svolgere compiti, ma di imparare facendo. Dal punto di vista della distribuzione, la parola chiave è consolidamento, a tutti i livelli, perché se da un lato le economie di scala, e l’eterno mangiare del più piccolo da parte del grande, stanno lasciando il campo a pochi ed enormi soggetti aziendali, con tutto il potere negoziale che ne consegue, il trend si sta facendo sentire anche dal punto di vista aziendale: negli anni ‘80, ad esempio, c’erano più di 20.000 chateau bordolesi, un numero che oggi è inferiore a 7.000. Dal versante del consumatore, infine, il futuro del vino si snoderà, secondo Joseph, su due direttrici, una “attiva” e una, per così dire, “passiva”: la prima vede all’opera, e sempre più dominante, un consumatore che conscio della vastità dell’offerta, si fa esigente e predilige blend e brand, specialmente se con un packaging adatto ai propri bisogni (fino ad arrivare - perché no - all’iconoclastica lattina e ai formati su misura) e che sia disposto a comunicare abbandonando i canoni consolidati, venendo incontro a una curiosità che c’è, ma che va soddisfatta senza pretendere conoscenze specifiche da parte di un cliente indifferenziato. Infine, la componente “passiva”, ma comunque determinante a livello planetario: i colossi della rete come Google, Facebook, Apple e così via, hanno in un modo o nell’altro una panoramica sterminata sulle abitudini di consumo, di comportamento e di scelta di miliardi di persone, fornita dagli utenti stessi su base quotidiana. E’ solo quindi questione di tempo, conclude Joseph, prima che entrino nel retail, dato che hanno già quello che è necessario per effettuare una profilazione ad alta granularità del consumatore di vino - e che sempre più player dell’industria stanno cercando, un modo o nell’altro, di ottenere, proprio perché l’offerta indifferenziata a un pubblico indifferenziato ha decisamente le ore contate.


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