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Verona - 16 Aprile 2018, ore 17:06

In Italia cambia il consumo di vino, ma il suo futuro sarà green, con la sostenibilità driver sempre più importante. E all’export si cresce, soprattutto se si va a braccetto con il cibo. Le ricerche di Nomisma Wine Monitor, ed il “caso” Marche

Il vino e il cibo funzionano meglio insieme anche nelle esportazioni In Italia si consuma meno vino ma si beve tutti, o quasi. Un elemento base della tavola tricolore che però è sempre più protagonista degli aperitivi (49% contro 45% di 3 anni fa) grazie ai millennials, che trainano anche l’irresistibile tendenza dei vini mixati e scelti da quasi 7 giovani su 10 e dal 61% del totale dei consumatori. E se i baby boomers (over 55 anni, 88%) si confermano in testa ai consumi assieme ai maschi (88%), la febbre da sparkling (74%) supera quella di bianchi e rossi fermi (72%) e dei rosé, in risalita al 59% grazie ai soliti millennials. Tra i vini che fanno tendenza, il campione è il Prosecco, che aumenta in notorietà e consumi: la bollicina più famosa d’Italia è conosciuta dal 98% (e consumata dal 71%) dei wine lover, contro il 97% del Chianti, il 94% del Pinot grigio e l’88% del marchigiano Verdicchio.
A dirlo l’indagine sui vini di tendenza realizzata per il Consorzio vini Piceni da Nomisma Wine Monitor e presentata oggi al Vinitaly, che ha coinvolto un campione rappresentativo di 1.200 consumatori sul territorio nazionale, e fotografa un modo nuovo di apprezzare il vino, che rimane bevanda nazionale consumata dall’85% degli italiani (18-65 anni).

Il futuro, secondo i consumatori italiani sarà invece green (biologici al 20% come prima risposta, sostenibili al 9%) e autoctono (25%), con trend molto positivi anche per i vini facili e leggeri, adatti a mix (15%) e quelli regionali (14%). Una tendenza bio, anch’essa fotografata nell’indagine, che vede il Piceno tra le aree più vocate d’Italia: Ascoli, che detiene il 53% di tutta la vigna biologica marchigiana, ha infatti un’incidenza green sulla vite da vino del 41%, quasi il triplo della media nazionale (15,8%).

“Dato questo che si alza sensibilmente fino a raggiungere i 2/3 del vigneto nelle aree a denominazione di origine. E la quota è destinata ad aumentare ulteriormente”, ha detto il presidente del Consorzio vini piceni, Giorgio Savini. Nel complesso - con 5.000 ettari - le Marche sono al terzo posto tra le regioni d’Italia (con superfici di vite bio superiori ai 2.000 ettari). E le Marche del vino, unica regione al plurale d’Italia, con tante anime enoiche, è protagonista nella Gdo, con la Passerina, che è il vino che come notorietà è cresciuto di più negli ultimi 5 anni, mentre il Pecorino è il prodotto considerato più innovativo del panel (13 vini) proposto da Nomisma. E questo si riflette sui valori, con un prezzo medio quasi doppio rispetto al complesso dei vini bianchi in Gdo (5,2 e 5,5 euro/litro i prezzi di Passerina e Pecorino, contro la media-bianchi a 3 euro/litro).
Ma anche nelle esportazioni il vino italiano funziona bene, soprattutto se viaggia insieme al cibo. Secondo le elaborazioni di Nomisma Wine Monitor, infatti, tra il 2007 e il 2017 le esportazioni delle due categorie merceologiche hanno registrato andamenti pressoché paralleli, con valori delle vendite che sono aumentati nel decennio rispettivamente del 68% (agroalimentare) e del 69% (vino), ed è proprio dove c’è cibo italiano che trova più fertile mercato anche il vino tricolore. Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia, che assorbono complessivamente il 56% delle esportazioni di vino, sono anche le 4 principali destinazioni dell’agroalimentare, con quasi la metà della quota export (45%, per un valore complessivo di 18 miliardi di euro) e circa il 30% dei ristoranti italiani fuori dai confini.
Caso paradigmatico gli Usa, dove i nostri prodotti hanno trovato la collocazione ideale proprio a tavola, in un matrimonio “cibo e vino” capace di parlare autenticamente italiano ai consumatori americani. E a dimostrarlo sono i numeri, che incoronano gli Stati Uniti il primo mercato per il vino (23% la quota export a stelle e strisce, 1,6 miliardi di euro) e per la ristorazione italiana all’estero (17% dei ristoranti), e il secondo per l’agroalimentare (11%), ma con un potenziale che rimane ancora inespresso.
E le Marche, ancora una volta, sono una delle Regioni del vino che, nel decennio, è cresciuta di più, con un +41%, a fronte di un aumento del 56% dell’agroalimentare, di cui rappresenta il prodotto trainante con un quinto del valore dell’export. Ma il binomio food&wine è sempre più una variabile decisiva anche per il turismo, in particolare quello del Belpaese. Più della metà dei turisti italiani (52%), infatti, riconosce nell’offerta enogastronomica marchigiana uno dei maggiori punti di forza della regione, al secondo posto dopo i borghi e le città d’arte, e con un impatto economico pari a 355 milioni di euro (dato 2016).
“Tra i vini - ha spiegato Alberto Mazzoni, alla guida dell’Istituto Marchigiano Tutela Vino - è sicuramente il Verdicchio dei Castelli di Jesi il prodotto trainante, conosciuto dal 64% dei visitatori, che in 4 casi su 10 finiscono anche per acquistarlo”. Campione di qualità per le principali guide enologiche del Paese, con 107 vini premiati nel 2017 e ben 255 etichette con i massimi punteggi tra il 2014 e il 2018, il Verdicchio è anche uno dei prodotti più amati e versatili nel matrimonio con la cucina. Un’indagine Imt infatti ne conferma la presenza nel 67% dei ristoranti (l’83% nell’alta ristorazione) con in media 3 o 4 etichette, scelto in più della metà dei casi anche per la versatilità nell’abbinamento delle pietanze. Sul lato consumer, sono il 38% quelli che lo bevono, per lo più al ristorante o durante i pasti a casa.

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