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Verona - 02 Febbraio 2018, ore 20:43

Tra etica e mercato la “sostenibilità” del vino è una questione mondiale: a Verona contributi dal mondo, dalla California all’Australia, dall’Austria alla Svezia alla Valpolicella, con il Sustainable Winegrowing Summit, che lancia “Anteprima Amarone”

Produrre in modo sostenibile è sicuramente scritto nel futuro del vino. A pretenderlo sono le emergenze del Pianeta, ma anche e soprattutto la natura stessa del vino, non più alimento ma bevanda che si consuma per piacere, un piacere che deve essere a tutto tondo. Vino prodotto nel rispetto dell’ambiente e dei paesaggi, dell’etica sociale, facendo quadrare - proprio grazie ai primi due requisiti - anche il terzo pilastro della sostenibilità, quello economico. Tuttavia siamo ancora lontani dal definire in modo univoco la sostenibilità della filiera vitivinicola e per farlo ci vogliono degli sforzi e delle iniziative come il primo Sustainable Winegrowing Summit (SWS), il convegno internazionale dedicato alla sostenibilità organizzato dal Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella che ha anticipato oggi l’Anteprima Amarone (3-5 febbraio, www.anteprimaamarone.it) nell’anno in cui si festeggiano i 50 anni della denominazione.
L’obiettivo di Sws è di lavorare per costituire una rete internazionale tra tutte le aree del mondo coinvolte in progetti di viticoltura sostenibile e condividere progettualità ed esperienze, confrontare ricerche, tecniche e lavorare insieme, con un appuntamento che ogni anno si svolgerà in un Paese diverso, ha raccolto in un Manifesto i dieci punti programmatici e continuerà a lavorare nel corso di tutto l’anno.
A discutere al tavolo assieme a Olga Bussinello, direttore del Consorzio che è al terzo anno di applicazione in Valpolicella del protocollo “RRR-Riduci, Risparmia, Rispetta” – un parterre internazionale - Willi Klinger (Austrian Wine Marketing Board), Steve Lohr (California Sustainable Winegrowing Alliance), Beth Vukmanic Lopez (SIP Certified), James Hook (DJ’s Grower Service) e Stephanie L. Bolton (LODI Sustainable Winegrowing Commission) - per raccontare le diverse certificazioni.
Tutti d’accordo sui tre aspetti che definiscono la sostenibilità: ambientale, sociale ed economica e anche sulla necessità di stabilire dei protocolli a cui attenersi, il cui rispetto sia verificabile attraverso misurazioni e certificabile da parte di enti terzi.
Certo, in particolare per quanto riguarda la sostenibilità ambientale in vigneto, ogni area ha le sue peculiarità e questo spiega il perché esistano nel mondo molti protocolli e marchi di certificazione di sostenibilità, e l’Italia non fa eccezione.

“Il nostro Paese ha una viticoltura variegata per cultivar, condizioni pedoclimatiche e regole - ha sottolineato Bussinello - questo spiega perché i protocolli nascano ‘dal basso’, dalle esigenze dei territori, come è stato il caso del nostro RRR. Ad oggi sono coinvolte 114 imprese per un totale di 915 ettari, ma il nostro obiettivo è ottenere la certificazione del 60% dell’intera superficie vitata della più grande doc italiana. Il passo successivo sarà quello di trovare i comuni denominatori con altri territori”.
La flessibilità, il continuo superamento delle regole che ci si impone di rispettare nei protocolli per adeguarle alle nuove acquisizioni tecnico-scientifiche, sono il cuore di questo processo. E il livello su cui si deve ragionare è globale, perché - come ha sottolineato l’australiano James Hook - “facciamo parte tutti della stessa filiera di esportazione e quindi, in particolare per i fitofarmaci, dobbiamo attenerci alle stesse regole”. Così per tutto ciò che riguarda la riduzione dell’uso delle risorse non rinnovabili del Pianeta. Definire in modo univoco e condiviso quando un vino possa dirsi “sostenibile”, comunicarlo e farlo comprendere ai consumatori è una sfida da porsi subito. La linea da perseguire l’ha suggerita l’austriaco Willi Klinger: “partendo da un’armonizzazione dei protocolli a livello nazionale, per passare all’Unione Europea e infine andare a dialogare con i Paesi produttori degli altri Continenti”. Il consumatore di fronte a tanti marchi e definizioni del vino non sa cosa pensare. Il vino biologico - normato nel 2012 in Europa - è oggi riconosciuto e, anche preferito dai consumatori, a parità di qualità in tutto il mondo. Poi ci sono tutti gli “altri vini” - i biodinamici, i naturali, i vegani, ecc. – di cui i contorni sono un poco sfumati. Ma tutti questi possono essere o non essere sostenibili, anche se logicamente queste tipologia hanno molta probabilità di esserlo. “Credo nella sostenibilità e sono convinto che non possa che essere sviluppata lungo tutta la filiera - ha sottolineato Andrea Sartori, presidente del Consorzio - e negli ambiti etico ed economico. Per questo serve un cambiamento culturale da cui discendono tutti gli altri effetti che ricadono sul territorio. Proprio questi aspetti stiamo valutando con le Università di Verona e Padova. Il nostro progetto punta a coinvolgere tutta la filiera, è molto ambizioso, ma credo sia una via obbligata. Come pure ritengo necessario arrivare in qualche modo a un marchio ombrello di sostenibilità nazionale”.
Sugli aspetti etici c’è da lavorare in ogni Paese in base a delle regole nazionali che, tuttavia, sono destinate ad allinearsi sulla spinta dei mercati più avanzati e, dove esistono, dei monopoli che selezionano i vini in base alle tendenze della domanda. Domanda che tra i Millennial si polarizza sempre di più verso prodotti “socialmente corretti”. A imporsi sarà la sensibilità di questa generazione di consumatori.
“Sono molti gli indicatori - ha continuato Sartori - che dimostrano come l’aspetto eco-responsabile sia sempre più apprezzato nel mondo, Millennials in primis, sui mercati internazionali, dove l’Amarone vanta una crescita in valore del 10% nel 2017, con il 68% dei volumi complessivi di produzione esportati. Luce verde su tutti i principali mercati di destinazione: Germania +30% (che con quasi ¼ delle vendite rappresenta il principale sbocco per l’Amarone), Usa +10%, Svizzera e Regno Unito +5%. Tra gli sbocchi secondari è inoltre alto il gradimento nei mercati asiatici, con Cina e Giappone che crescono del 15%”.
Sulla centralità della sostenibilità per la filiera vitivinicola hanno concordato le ospiti della seconda parte del Summit incentrata su tematiche più strettamente economiche. “In Svezia - ha avvertito Kajsa Nylander del Systembolaget, 430 negozi e circa 500 agenti che servono comunità più piccole - se non mostrate di produrre in modo etico e sostenibile non avrete possibilità”. “La sostenibilità - ha affermato Carolin O’Grady-Gold, vice presidente dell’LCBO-Liquor Control Board dell’Ontario (Canada) - è l’unica strada per essere presenti sui mercati nel futuro. Le nuove generazioni hanno le istanze ambientaliste nel Dna. Vogliono conoscere l’origine di quello che comprano e come è stato prodotto. Puntate sulla sostenibilità ancor prima che i consumatori di tutto il mondo abbiano capito di volerlo”. Secondo un’indagine effettuata qualche mese fa da Nomisma-Wine Monitor su un campione di millennials statunitensi e italiani, “sostenibilità” e “bio” sono infatti le parole chiave dei futuri consumi per quasi la metà degli intervistati. Nel dettaglio, i ‘vini sostenibili’ sono indicati dai millennials americani in testa ai nuovi trend di consumo nel 29% dei casi, seguiti dagli ‘autoctoni’ (17%) e dai ‘vini biologici’ (15%). Più o meno lo stesso giudizio espresso dai pari età italiani: tra questi il 26% sceglie i vini sostenibili e il 18% i biologici. Non solo giovani, il minor impatto ambientale è apprezzato anche dalle altre generazioni. Se infatti il vigneto bio del Belpaese ha visto crescere nel 2016 le proprie esportazioni del 40% (+30% il mercato interno), il 43% dei consumatori Usa ritiene che il vino sostenibile sia di qualità mediamente più elevata, (per il 3% è invece più bassa) con la metà del campione disposto a spendere dal 10 al 20% in più per le etichette realizzate con il minimo uso di pesticidi e fertilizzanti (88%), di acqua (85%), nel rispetto dell’ecosistema e della biodiversità (83%).

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