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Bologna - 30 Gennaio 2018, ore 17:50

Fico o non fico? Questo è (ancora) il dilemma: se Eataly World, con i suoi numeri già da record, non può che render ancor più ottimista Oscar Farinetti, per gli architetti italiani (su “Il Giornale dell’Architettura”) è “un duty-free senza aeroporto”

Se dal taglio del nastro del 15 novembre, alla presenza di mezzo e anche più Governo italiano, dal Premier Paolo Gentiloni a parecchi Ministri, dalle Politiche Agricole al Lavoro, dai Beni Culturali all’Ambiente, con i suoi oltre 500.000 visitatori e un fatturato di 9 milioni di euro al 31 dicembre 2017 (secondo i dati resi noti ad inizio anno, ndr), Fico Eataly World non può che render ancor più ottimista il suo patron Oscar Farinetti - e l’Emilia Romagna tutta, visto che il “New York Times” l’ha inserita tra le 52 mete del mondo da non perdere del 2018 grazie anche al Parco agroalimentare sorto a Bologna - eppure se sia fico o non fico continua ad essere un dilemma. Già definito “cattedrale nel deserto” industriale della città, ora a dir la loro ci si sono messi pure gli architetti italiani, da “Il Giornale dell’Architettura” (http://bit.ly/2nqu6P1, nell’articolo a firma di Luigi Bartolomei) ai quali, dopo averlo visto, è sembrato senza mezzi termini “un duty-free senza aeroporto”. E alla mente tornan le parole di Gentiloni: “Fico è l’Italia”.
Ma partiamo dall’inizio, come hanno fatto gli “architetti” (l’autore dell’articolo, ovviamente, ma suvvia un po’ di ironia non fa mai male ...), in “un giorno feriale, dalla Stazione di Bologna su un autobus doppio e vuoto ma verde-green economy, messo a disposizione dal Trasporto passeggeri Emilia-Romagna (7 euro andata e ritorno)”, o in alternativa in bicicletta da Piazza Maggiore, lasciandosi via via alle spalle “la scia degli odori che la prossimità tra le botteghe offre come una vetrina all’olfatto del paesaggio locale”, per immergersi, nel paesaggio agrario della Pianura Padana che si perde all’orizzonte, tra l’inurbamento post-bellico, il quartiere fieristico, l’intreccio di edilizia popolare e aggiornamento agli anni Sessanta delle speculazioni del Pilastro, ultimo quartiere di Bologna, e la città degli anni 2000 “senza contesto e senza architettura, che presuppone un popolo anonimo a cui offrire una serie di capannoni per la sfilata dei soliti brand del mercato globale”.
E dopo tutta questa bella pedalata, arrivati alla Fabbrica Italiana Contadina la bici dove la metto? “Niente rastrelliere e via ciclabile d’accesso, salvo per i famosi tricicli dedicati al Parco”. A parte questo, Fico “si apre oltre un portale-casello autostradale, isola in un mare d’asfalto, un parcheggio deserto, pianificato forse per i 6 milioni di visitatori annui che il progetto prevedeva al momento del suo lancio (2013) o per i 4 milioni a cui la quota è stata prudenzialmente ridotta”. Ma “ciò che lascia basiti è la discrepanza tra quanto si vede e l’esaltazione del “primo e più importante parco agroalimentare al mondo”, “ambasciatore dell’eccellenza italiana”, luogo in cui la filiera avrebbe dovuto trovare esibizione e, naturalmente, commercio. Di questi due propositi abbiamo trovato solo il secondo”.
In una “festa di padiglioni, banchetti e ristoranti, stile Expo 2015, l’eccellenza del Bel Paese è così rappresentata da un centro commerciale affollato di molti brand”, che “smerciano un prodotto che ospiti potranno trovare anche nei malls dei propri Paesi”. La sua tipologia “è dunque quella dei duty-free aeroportuali: qui però le tasse si pagano ed il conto pare salato”. Ma ciò “che rende questo spazio insopportabile, fino a spegnere ogni ironia, è che questo centro commerciale si propone anche come luogo per l’educazione e la didattica, aperto anche alle scolaresche nel beneplacito del Comune, della Regione, e persino dal Governo”. Da cui, il vero dilemma: “ma se il prodotto alimentare italiano è un’opera d’arte, com’è possibile promuoverlo sradicandolo dai propri contesti, invece di condurre i turisti nei distretti ove le eccellenze italiane sbocciano come sintesi e concentrazione di un paesaggio” unico al mondo, frutto del lavoro “di artigiani e filiere corte che faticosamente conquistano prodotti di eccellenza nel percorso ad ostacoli di normative e burocrazia”, che invece il Governo dovrebbe aiutare e premiare? Se è quanto l’Italia ha di più sacro, non v’è dubbio: Fico allora è simonia”.

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