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Montalcino - 28 Dicembre 2017, ore 11:02

Ancora bolle, possibilmente autoctone, più vini di nicchia e bio … il tutto unito a tante informazioni e clienti sempre più giovani: ecco i trend del vino 2018 per i distributori Meregalli, Proposta Vini, Les Caves de Pyrene, Sarzi Amadè e Cuzziol

Sempre più bollicine, vini di nicchia, bio e da vitigni autoctoni, i trend del vino 2018 in Italia secondo distributori top come Meregalli, Proposta Vini, Les Caves de Pyrene, Sarzi Amadè e CuzziolAncora bolle, possibilmente autoctone, più vini ricercati di piccoli vignaioli (ma sotto i 25 euro allo scaffale), e consumatori sempre più giovani. In ogni caso consumatori sempre più informati e consapevoli, che prediligono le etichette biologiche e le degustazioni al bicchiere, pratica sempre più diffusa ed apprezzata anche dai ristoratori. Ecco in sintesi cosa si aspettano i più significativi distributori di vino in Italia, sentiti da WineNews, per l’anno che arriva: nessuna grossa novità, secondo Meregalli, Proposta Vini, Les Caves de Pyrene, Sarzi Amadè e Cuzziol, ma una certa continuità con i trend che si sono sviluppati gradualmente negli scorsi anni. Ad eccezione di una, il rosato, che potrebbe nel 2018 finalmente appropriarsi anche in Italia di quel successo che sta vivendo all’estero, qui in patria ad oggi solamente accennato.

La riscoperta dei vitigni tradizionali da parte del consumatore è un fatto acclarato ormai da qualche anno: complice l’immenso patrimonio di specie autoctone italiane e una diffusa attenzione verso ciò che ingeriamo, con una conseguente predilezione verso i prodotti locali (più controllabili), sempre più persone che si approcceranno al vino da ora, lo farà guardandosi intorno, curioso di scoprire cos’altro ha da offrire il “Vigneto Italia” localmente, a parte i soliti noti vitigni internazionali. “L’Italia e i suoi vini regionali stanno guadagnando terreno e grazie alla Franciacorta si è aperto in Italia anche il mercato delle bolle autoctone - precisa Marcello Meregalli, a capo del Gruppo Meregalli, leader italiano nella distribuzione di brand top del vino, fra cui Tenuta San Guido (Sassicaia), Argiolas, Ciacci Piccolomini D’Aragona e Bollinger - come quelle dall’Etna: stanno andando benissimo, anche se eravamo titubanti”. È d’accordo anche Luca Cuzziol, che guida coi fratelli l’azienda distributrice di vini di pregio Cuzziol, che sta vedendo aumentare le richieste di vini fortemente legati alla storia del territorio.
“La straordinaria varietà regionale, persino “comunale”, che caratterizza l’Italia, la sta scoprendo anche il turista. Più facile che siano quelli europei - racconta Giampaolo Girardi di Proposta Vini, distributore trentino particolarmente attento alla peculiarità dei diversi territori - come i tedeschi, mentre gli americani, i canadesi e i russi scelgono ancora i soliti noti, come Brunello, Barolo e Amarone. Questo cambiamento di richiesta e attenzione sta però cogliendo impreparati molti ristoranti che si ritrovano con carte dei vini insufficienti. Anche le scuole alberghiere non formano a sufficienza. Manca ancora la cultura, la capacità di essere veri ambasciatori del vino e dei suoi cambianti”. Anche Christian Bucci di Les Caves de Pyrene, distributore specializzato in piccoli vignaioli e vini naturali, nota un deciso aumento di interesse verso i vitigni tradizionali e un calo nei tagli bordolesi, e Alessandro Sarzi Amadè si spinge anche oltre: “su 10 vini, 9 richieste sono di autoctoni, per ricerca di autenticità e particolarità. I vitigni internazionali sono quasi banditi per presa di posizione”.
Continuerà l’interesse sempre maggiore verso i vini biologici, spinto da questa aumentata consapevolezza verso la sana alimentazione: “un cambio di paradigma” a tutti gli effetti, secondo Girardi, “che si trasforma in sentire comune, come col fumo, anche col vino”. “Meno chimica di sintesi nei processi di produzione. Meno solfiti. Ma già i vini biodinamici sono troppo particolari” è il commento di Meregalli. Per Les Caves il problema non si pone, dato che il 98% dei vini a catalogo sono naturali, biodinamici o biologici. Cuzziol conferma il trend positivo, che non si ferma al vino “ma si spinge fino alla ricerca di aziende sostenibili anche in campagna”, mentre Sarzi Amadè avverte che spesso “il bollino verde non basta più, perché di fronte a certe truffe il consumatore è diventato scettico ed oggi compra solo dopo aver realmente approfondito l’azienda”.
Ma addentrandosi di più nel bicchiere, quale sarà la tipologia di vino più richiesta di altri? Questa riscoperta di rosati che sta conquistando il mercato mondiale, coinvolge anche l’Italia? La risposta è no, per lo meno non riguarda grandezze significative, ma nel 2018 la situazione potrebbe cambiare: leader del mercato enoico italiano resteranno le bolle, sempre più autoctone: “una spinta sperimentale (quella autoctona) che parte dal mercato, più che dal produttore”, afferma Bucci, trainata dal successo che i metodi classici stanno avendo nel Belpaese. “Trento Doc meglio di Franciacorta”, sostiene Meregalli, che vede un certo movimento nei rosati, “del 30-40%, ma su numeri infinitesimali: partiamo da un 1% che diventa 1,5%”. Secondo Cuzziol in generale i vini bianchi stanno spodestando i vini rossi, sia in vigna che nel bicchiere, anche a causa dell’aumento delle temperature: per questo motivo ritiene che il mercato dei “rosati potrebbe in futuro svilupparsi molto, essendo considerato una giusta via di mezzo”. Anche Proposta Vini identifica nel clima il posizionamento sul mercato dei rosati: sono consumati prevalentemente d’estate, a differenza delle bollicine, comprese, appunto, quelle da “vitigni tradizionali italiani, che hanno tutte le qualità - secondo Girardi - per essere delle buone base spumante: acidità e struttura”.
Dopo gli spumanti da uve autoctone, c’è un’altra piccola rivoluzione che si sta affermando, e riguarda l’attenzione che gradualmente si sta spostando dai grandi classici ai piccoli vignaioli La causa, per Sarzi Amadè, è duplice: “l’aumento dei prezzi e l’inflazione di certi vini e zone hanno scatenato la ricerca di prodotti alternativi”. D’accordo Cuzziol, che specifica: “il mercato era prima molto omogeneo, mentre adesso si sta spaccando in due: i grandi nomi vanno ancora, sono una garanzia, ma le carte dei vini più dinamiche cercano sempre più piccoli produttori”. Piccoli produttori “che stanno diventando a loro volta i nuovi brand, come Walter Massa o Marisa Cuomo”, sostiene Girardi. “I grandi brand coprono circa il 50% del mercato. Il resto è ricerca - commenta Meregalli - dove torna utile l’enoteca che dà consigli all’appassionato. Se le etichette migliori vogliono restare sui numeri, devono investire su Gdo e mercato online”. Les Caves in questo caso, si trova nel suo elemento: “siamo un distributore che non rincorre le tendenze o i grandi nomi del vino: abbiamo sempre proposto vini che piacciono a noi e ai nostri clienti, che ci seguono proprio per questo motivo”. Una scelta che spesso premia vignaioli piccoli e giovani.
Se stanno cambiando i gusti, come cambieranno i clienti? Secondo Cuzziol: “i consumatori saranno sempre più giovani e più informati. I millennials in particolare sono più consapevoli e indipendenti nelle scelte, interpretano il prodotto personalmente senza seguire troppo le tendenze”. “C’è maggior curiosità soprattutto fra i giovani - concorda Cuzziol - perché prima i clienti erano più conservatori. 10-15 anni fa, quando scoppiò la moda del vino, se ne parlava in modo quasi forzato. Oggi chi se ne interessa è più consapevole ed informato ed attento. Aiuta internet ma anche una maggiore educazione e formazione sull’alimentazione”. Nel caso di Les Caves, è la filosofia stessa del distributore ad attrarre le giovani generazioni: “condividiamo una visione senza quelle sovrastrutture culturali che hanno allontanato tante persone dal vino con un “Non ne capisco niente”. Abbiamo tanti produttori sotto i 45 anni, ma anche i ristoratori sono giovani. Probabilmente lo stile di vino che proponiamo è diverso ed è apprezzato più dai giovani che dalle vecchie generazioni, che fanno più fatica”. Ma non stanno cambiando solo gli approcci dei millennials: pure le vecchie generazioni stanno subendo una metamorfosi interessante. “Sui top spender si sta imponendo una sorta di “limite morale”. Ci sono sicuramente ancora le occasioni in cui si bevono etichette di alto pregio - racconta Meregalli - ma ora si punta alle particolarità: il vanto non è più solo la bottiglia di lusso ma anche le bottiglie più ricercata, anche sotto i 25 euro”.
E a proposito di prezzi, la tendenza è al ribasso: le bottiglie più richieste si aggirano intorno ai 10 euro per tre distributori su cinque (prezzo senza Iva, a cui va aggiunto il ricarico dei ristoranti e delle enoteche) “Le bottiglie che si vendono maggiormente si attestano ad un prezzo che supera i 10 euro di qualche centesimo - sostiene Cuzziol - sia per ristoranti che per wine bar. Le bottiglie dai 30 euro in su vanno solamente nei ristoranti ad alta fascia (che sono comunque sempre meno) o nei ristoranti regionalizzati dove si rivolgono i turisti che chiedono vini locali, anche a costo anche più alto”. Sono aumentate le richieste mondiali di Langa e Barolo, secondo Sarzi Amadè, “e di conseguenza i loro prezzi. Ma il consumo, nonostante questo, è aumentato, insieme all’interesse per zone meno conosciute e messe da parte. La fascia di prezzo che trattiamo con più successo è quella fra 15 e 20 euro, che diventano 25-30 euro sullo scaffale. I movimenti di vini più importanti, si calcolano invece col contagocce”. Meregalli si aspetta lo stesso trend del 2016: “i prezzi ho.re.ca. che andranno bene sono quelli sotto 10 euro. Soffrirà il range di medio-lusso da 25 a 50 euro, mentre il lusso vero funzionerà sempre bene”. Bucci di Les Caves conta invece su una stabilità di prezzi che lo accompagna da bene 6 anni: 11 euro a bottiglia, esclusa la Borgogna i cui prezzi sono decuplicati e che il distributore sostituisce con i vini dello Jura “zona limitrofa con ottime produzioni giovani ma senza i prezzi improponibili che hanno i loro noti vicini di casa”.
Dopo il “chi” e il “cosa”, passiamo ai trend del “come”: consumo al bicchiere? Verticali? Grandi formati? C’è unanimità di opinione sul fatto che ormai i vini al bicchiere non solo si sono sdoganati, ma sono diventati una risorsa per entrambi gli attori della degustazione, dietro e davanti al bancone. “Un passo inevitabile visto il calo dei consumi” secondo Sarzi Amadè, “reso possibile grazie agli strumenti che abbiamo a disposizione oggi, come il Coravin”, aggiunge Meregalli. Non dover più scendere a compromessi fra commensali e poter accedere ad abbinamenti diversi, da una parte, e l’aumento di margine e lo svecchiamento della cantina, dall’altra, sono gli aspetti più positivi per i consumatori e i ristoratori rispettivamente, secondo Les Caves. E mentre Cuzziol nota una certa “incoerenza fra la carta dei vini e i vini al bicchiere”, c’è chi auspica un certo miglioramento per l’anno nuovo: “purtroppo il 60% del vino che si beve viene servito senza bottiglia, a conferma della poca competenza ancora in campo”, è infatti l’esperienza di Proposta Vini.
La richiesta di grandi formati e di verticali sono invece tematiche che sortiscono opinioni opposte. Le magnum stanno aumentando la loro fetta di mercato, sia per Meregalli (per cui “si acquistano per praticità ed efficacia, più che per chauvinismo”), che per Girardi di Proposta Vini. Negative invece le considerazioni degli altri distributori: secondo Les Caves, infatti, continua una sorta di blocco mentale, che al contrario, secondo Cuzziol, all’estero non c’è, tanto che si stanno espandendo. Anche Sarzi Amadè conferma che “resta un mercato di nicchia, scelto più come idea regalo che per autoconsumo”. Anche la richiesta di verticali sta vivendo due sviluppi contrapposti: da una parte c’è un settore professionale che continua ad investirci (“soprattutto le enoteche che organizzano degustazioni e i ristoranti di certi livelli”, sostiene Sarzi Amadè) e un settore enoturistico in espansione che trova sbocco anche in questo senso (“soprattutto nelle grandi regioni del vino, come Toscana, Veneto e Piemonte”, spiega Cuzziol). Dall’altra parte sta, invece, incontrando una certa difficoltà, dovute soprattutto all’ingente investimento che richiede. “Il problema - per Les Caves - è a monte, da parte del ristorante, più che da una mancanza di richiesta da parte del consumatore”. Analisi che Meregalli conferma totalmente, essendo le verticali “un indice della potenza economica di una cantina: sono interessanti per quanto riguarda il prodotto locale e le enoteche, ma si fanno sempre meno proprio perché il magazzino comunque costa e le cantine dei ristoranti sono sempre meno ricche. Questo per noi distributori significa che dovremo lavorare sempre di più su 1-2 bottiglie, anziché sulle casse: un ritorno agli anni ‘80, quando vigeva il “tutto per tutti””.

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