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Roma - 27 Novembre 2017, ore 12:37

Dal Veneto all’Oltrepò, dalla Toscana alla Puglia, fino alla Basilicata: Tommasi Family Estates, un polo del vino italiano di qualità da 562 ettari. Con tre “fuoriserie” dai territori top: Amarone, Brunello di Montalcino e Aglianico del Vulture

I vigneti a Brunello di Casisano, una delle griffe di punta della galassia Tommasi Nel mondo sempre più globalizzato, anche nel vino, le aggregazioni di imprese, che danno vita a fenomeni di concentrazione aziendale, sono all’ordine del giorno e il fenomeno ha decisamente interessato anche il mondo enoico tricolore. Tipiche sono quelle derivanti da acquisizioni, da parte di aziende o cantine già esistenti, del controllo totale di altre aziende, mediante le quali, si dà vita ad un gruppo. E se quelle con gli azionisti di maggioranza che arrivano da fuori confine continuano a spaventare (e non a torto), quelle che invece nascono dentro i nostri confini indicano una vivacità imprenditoriale, capace di portare nuova linfa ad un comparto che, per molti motivi, ha bisogno di svecchiarsi.

Gli esempi, specie nel recente passato sono molti, ma a colpire negli ultimi tempi è quello offerto da Tommasi Family Estate, sia per l’accelerazione impressa alle sue nuove acquisizioni, praticamente 5 in altrettanti anni, sia per l’entità in termini di immagine e il peso, anche in ettari vitati, delle cantine assorbite. Oggi, la galassia della famiglia del vino veneta comprende le storiche tenute in Veneto, tra Valpolicella, Lago di Garda e Soave, Tenuta Caseo nell’Oltrepò Pavese, Casisano (Brunello) e Poggio al Tufo (Maremma) in Toscana, Masseria Surani (Manduria) in Puglia e Paternoster (Vulture) in Basilicata, per una piramide produttiva che, al vertice, mette tre grandi rossi: il Tommasi Amarone della Valpolicella, il Casisano Brunello di Montalcino ed il Paternoster Aglianico del Vulture, protagonisti a Roma il 27 novembre, prima tappa di un vero e proprio tour delle fuoriserie enoiche firmate Tommasi Family Estates, una “Trilogia” che, chissà, potrebbe ance diventare una nuova linea commerciale (www.tommasi.com) ...
Non stiamo tuttavia parlando di un fulmine a ciel sereno. Era, infatti, il 1902 quando Giacomo Tommasi cominciò con un piccolo vigneto l’attività di viticultore a Pedemonte, nel cuore della Valpolicella Classica, ed in quattro generazioni i Tommasi sono diventati una delle realtà più solide del panorama enoico veronese. Con l’arrivo in azienda della quarta generazione, nel 1997, si è cominciato a delineare l’obbiettivo che oggi è diventato realtà: costruire un articolato mosaico aziendale che va da Nord a Sud Italia, passando per alcune delle zone più vocate alla viticoltura.
La Famiglia Tommasi, a capo di un polo del vino italiano di qualità Nel 1997, quindi, viene acquisito il primo “pezzo” di Toscana, con il progetto maremmano di Poggio al Tufo (170 ettari a vigneto divisi tra le Tenute di Rompicollo a Pitigliano e Albore a Scansano). “Cominciava a prendere forma - spiega a WineNews Giancarlo Tommasi, enologo e direttore della produzione di Tommasi Family Estate - il nostro “sogno toscano”, se così si può dire, cioè quello di possedere una cantina proprio nella Regione del Chianti Classico e del Brunello, quest’ultimo, peraltro, il nostro vero obbiettivo anche allora, che da poco siamo finalmente riusciti a centrare, con Podere Casisano”.
Oggi, Tommasi Viticoltori, conta su 562 ettari complessivi disseminati tra Veneto, Oltrepò, Toscana, Puglia e Basilicata. Possiede in Veneto 205 ettari di vigneto, 105 nella Valpolicella Classica e il restante nelle altre denominazioni regionali di rilievo, con 40 ettari in Lugana, che è una zona “su cui puntiamo molto - continua l’enologo veneto - con una crescita importante soprattutto in termini d’immagine”.
In Basilicata, con la griffe del Vulture Paternoster, l’ultimo investimento di Tommasi Sempre a Nord, ma in Lombardia, e precisamente nell’Oltrepò Pavese, i Tommasi hanno acquisito, nel 2013, la Tenuta Caseo (90 ettari a vigneto), dove hanno concentrato la loro produzione di spumanti. “Siamo pronti a fare il grande balzo verso il Metodo Classico - continua Giancarlo Tommasi - che diventerà il nostro vino di punta, affiancando la produzione con metodo Charmat che già abbiamo ben sviluppato. Produrre bollicine in Oltrepò è stata una scelta ben ponderata, benché gestiamo anche una piccola realtà produttiva a Valdobbiadene, ma si tratta di una produzione minima, 6.000 bottiglie che offriamo soprattutto ai nostri ospiti”.
Già perché Tommasi non è solo vigne e vini. La famiglia ha intrapreso anche un altrettanto articolato lavoro di ospitalità che per adesso comprende Villa Quaranta Wine Hotel & Spa in Valpolicella, l’Albergo Mazzanti a Verona, il ristorante Antico Caffè Dante e Bottega Vini, sempre a Verona, e l’agriturismo Poggio al Tufo a Pitigliano in Maremma. Solo? “Stiamo pensando a Montalcino per sviluppare la nostra ospitalità. Non prima del 2019 però, perché nel 2018 partiamo con l’ampliamento della cantina di Casisano e con la costruzione di una nuova cantina a Pitigliano. È ancora senza tempistica - aggiunge Tommasi - ma faremo qualcosa sempre inerente all’ospitality anche nel Vulture”.
Nel 2012 arriva l’acquisizione della prima azienda nel Sud: Masseria Surani, nel cuore di Manduria, in Puglia (55 ettari a vigneto) e, dopo il ritorno al Nord con l’acquisto in Oltrepò, nel 2015 i Tommasi sbarcano finalmente a Montalcino, comprando Casisano (22 ettari a vigneto), trasformando finalmente il loro sogno in realtà. Nel 2016, ancora verso Sud, con l’acquisizione di Paternoster, marchio storico dell’Aglianico del Vulture.
“Abbiamo completato un cerchio - afferma Giancarlo Tommasi - e quindi non abbiamo all’orizzonte nuove acquisizioni aziendali. Certo teniamo d’occhio ciò che accade nei vigneti vicini alle tenute che già abbiamo e, se qualcosa si muove, saremo ben presenti per allargare il patrimonio di vigneti in nostro possesso. Parliamoci chiaro - confessa Tommasi - comprare un’azienda all’anno è facile a dirsi ma, evidentemente, pone una serie di problemi che dobbiamo in parte ancora affrontare. Siamo stati molto concentrati, tra il 1997 e il 2012, nell’organizzazione delle due realtà produttive del Veneto e della Toscana, poi siamo passati ad una pianificazione strategica guardando a Sud per poi tornare al centro per coronare il nostro “sogno toscano” e completare l’articolazione aziendale e di offerta con la tenuta dell’Oltrepò. Adesso - conclude l’enologo - dobbiamo coordinare questo patrimonio e farlo rendere il più possibile, perché abbiamo la responsabilità di 230 dipendenti”.
E i dati del 2016 sono incoraggianti: il fatturato supera i 26 milioni di euro, per oltre 3 milioni di bottiglie vendute, con l’export che fa da padrone, assorbendo il 90% della produzione. “Per il 2017, benché ancora non siamo in grado di dare una cifra definitiva - sottolinea l’enologo veneto - ci aspettiamo con buona ragionevolezza una crescita tra il 7 e il 9% sull’anno passato”. Anche dal punto di vista dell’organizzazione tecnica i Tommasi non hanno lasciato nulla al caso: “Io sono il direttore generale della produzione, concentrando il mio lavoro sul Nord - spiega Tommasi - con in Toscana, da un anno, un consulente ad hoc, Emiliano Falsini, mentre al Sud abbiamo mantenuto Fabio Mecca alla guida tecnica di Paternoster, con l’intenzione di espandere la sua esperienza anche in Puglia”.
Un mosaico produttivo di rilievo, dunque, che pone Tommasi Family Estate tra i gruppi del vino più dinamici e tra i big player del vino italiano. “Nel 1997 non ci immaginavamo di crescere così - conclude Giancarlo Tommasi - ma la nostra generazione, la quarta in azienda, doveva prendere dei rischi e lo abbiamo fatto serenamente anche grazie alla complicità dei nostri genitori. Per noi, per la famiglia, non esiste una fine, per così dire. Dopo la quarta ci sarà la quinta generazione e così via. Non siamo presuntuosi, ma siamo orgogliosi di muoverci con questo convincimento comune”.

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