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Roma - 23 Ottobre 2017, ore 10:53

Ci sono cantine che hanno la ricerca nel loro Dna, e che, leader dei loro territori, sono anche vere e proprie enciclopedie ampelografiche, grazie ad investimenti in recupero di varietà autoctone pressochè scomparse. La storia di Librandi in Calabria

Le cantine con ricerca nel Dna, vere enciclopedie ampelografiche dei territori: la storia di Librandi in CalabriaCi sono cantine che hanno la ricerca nel loro Dna, e che, oltre ad essere leader dei loro territori, sono delle vere e proprie enciclopedie storiche ed ampelografiche, grazie ad investimenti importanti nella ricerca e nel recupero di varietà autoctone pressochè scomparse, e dunque salvate dall’estinzione, anche grazie ai fruttuosi investimenti sulle varietà internazionali portate nel territorio. Uno degli esempi più clamorosi, in questi senso è Librandi, storica realtà del vino di Calabria, che in poco più di mezzo secolo, forte di un successo commerciale in Italia e all’estero che rappresenta una rarità nel panorama regionale, ha messo insieme 200 varietà autoctone autoctone calabresi recuperate - grazie alle peregrinazioni dal Nord al Sud della Calabria di Nicodemo Librandi e Davide De Santis, agronomo dell’azienda - che, dal 2003, sono nel “giardino varietale” a Rosaneti, un vigneto dalla caratteristica forma a spirale, diventato il simbolo dell’Azienda Librandi. Sono 12 i vigneti sperimentali attualmente presenti nelle Tenute. Sono 10 i cloni iscritti al Catalogo Nazionale, frutto di un programma di miglioramento genetico, di cui 4 per Gaglioppo e Magliocco dolce, rispettivamente, e 2 per il Pecorello. Un risultato che pone le basi per il miglioramento della qualità dei vini e del loro legame con il territorio. Infine, ben 20 sono i diversi portinnesti su è stato innestato un clone di Gaglioppo per valutarne l’effetto sulle caratteristiche quanti-qualitative del vitigno nell’ambiente caldo arido Cirotano. Insomma sono stati ottenuti risultati ragguardevoli su cui si stanno costruendo il presente e il futuro dei vini di Calabria e non solo di quelli dell’Azienda Librandi.
Il “giardino varietale” a Rosaneti, un vigneto dalla caratteristica forma a spirale, diventato il simbolo dell’azienda LibrandiUna storia, quella della Librandi, che è iniziata dai 6 ettari del nonno Raffaele, con vini imbottigliati dal 1953, ed è oggi arrivata ai 350 vitati in sei Tenute, a cui si aggiungono 120 ettari condotti da vignaioli conferitori, l’azienda ha mantenuto un assetto esclusivamente familiare dalla gestione dei vigneti alla commercializzazione dei suoi 2 milioni e mezzo di bottiglie per un fatturato di 7,9 milioni di euro nel 2016, 25 dipendenti in cantina, 80 nelle aziende agricole e un notevole indotto economico sull’area per l’acquisto di tutti i mezzi di produzione.
Guidata fino al 2012 dai fratelli Antonio e Nicodemo Librandi, oggi, dopo la scomparsa di Antonio, l’azienda è condotta da Nicodemo, Raffaele, Paolo, Francesco e Teresa Librandi. Un percorso di espansione ponderato, fatto di acquisti di terreni, della costruzione di una grande cantina, di una importante ricerca viticolo-enologica e segnato dal lancio di etichette che ben rappresentano la strategia aziendale negli anni. Dal primo vino, diventato simbolo dell’azienda, il Duca Sanfelice Cirò Rosso Riserva 1983, uscito nel 1985 a valorizzare le uve Gaglioppo, alla svolta “internazionale” che ha permesso l’affermazione all’estero, segnata da Gravello (Gaglioppo 60% e Cabernet Sauvignon 40%), Critone (Chardonnay 90% e Sauvignon blanc 10%) e Terre Lontane (rosato da uve Gaglioppo 70% e Cabenet franc 30%). Poi sul finire degli anni 90 l’idea di investire sugli autoctoni, condivisa da Donato Lanati, a cui viene affidata la conduzione tecnica della cantina. Nel 1998 esce la prima annata di Magno Megonio (la 1995 e solo in magnum) da uve Magliocco, nel 2003 esce la prima di Efeso (2011) da uve Mantonico. Nel 2005 entrano in commercio i Melissa Doc con il marchio Asylia (il rosso da uve Gaglioppo e il bianco da uve Greco bianco). Nel 2007 esce Rosaneti, il metodo classico da uve Gaglioppo.
“Piantando vitigni internazionali inediti per la Calabria - ricorda Nicodemo Librandi - che si sono perfettamente adattati ai terreni e al clima, siamo riusciti a produrre vini innovativi e ambiziosi. Questo ci ha permesso di affermarci commercialmente e ci ha dato la possibilità di investire per approfondire le conoscenze su Gaglioppo e Greco Bianco, varietà più diffuse nel Cirotano, e di recuperare altre varietà autoctone storiche, diffuse in tutta la regione e presenti in piccole quantità nella nostra area di produzione, come per esempio, tra le altre, il Mantonico, a bacca bianca, e il Magliocco, a bacca rossa. È del 1993 il primo campo sperimentale che accoglie Magliocco, Arvino, Mantonico e Pecorello e con questa vigna prende il via l’intero percorso di sperimentazione.
Nel 1997, con l’acquisto della Tenuta Rosaneti, abbiamo allargato la ricerca progressivamente in parallelo al recupero del patrimonio varietale viticolo”.
Il recupero e lo studio approfondito delle varietà autoctone calabresi è stato portato avanti da un team di eccezione che ha coinvolto importanti ricercatori italiani, come Attilio Scienza dell’Università di Milano e Mario Fregoni della Cattolica di Piacenza, Stella Grando della Fondazione Mach di San Michele all’Adige, Anna Schneider e Franco Mannini dell’Istituto di Virologia Vegetale del Cnr di Torino e Donato Lanati con il Centro Enosis Meraviglia di Cuccaro Monferrato.
“La ricerca - sottolinea Paolo Librandi - è stata sostenuta da finanziamenti pubblici e da risorse aziendali, coinvolgendo studiosi molto importanti che per lavorare hanno messo la condizione, del tutto condivisa da noi, di mettere i risultati a disposizione di tutti in quanto patrimonio naturale da condividere. In Calabria non esisteva letteratura scientifica per capire cosa avevamo tra le mani! Da una parte la ricerca e dall’altra il miglioramento della gestione agronomica del vigneto, non smettiamo di lavorare sulla qualità. La zonazione aziendale fatta a suo tempo ci permette di intervenire con precisione sui vigneti, anche per gestire lo stress idrico con impianti irrigui a goccia alimentati da un articolato parco di invasi. Stiamo lavorando sulle forme di allevamento, come l’alberello a candelabro che garantisce un miglioramento dell’equilibrio della pianta. L’ultima sperimentazione sui portinnesti ci sta aprendo importanti prospettive in particolare sulla qualità dei tannini e sulla stabilità del colore del Gaglioppo. La prossima tappa sarà la valorizzazione di 5 cru di 5 varietà individuati negli anni come qualitativamente superiori e che teniamo sotto osservazione da tempo vinificandoli separatamente”.
Si tratta di cru di Greco Bianco, Mantonico, Gaglioppo, Magliocco e Castiglione che - molto promettenti all’assaggio da vasca della vendemmia 2017 - potrebbero diventare le nuove referenze di punta come singoli cru o come blend. “Siamo abituati a ponderare bene le nostre scelte - dice a questo proposito Paolo - perché sbagliare è costoso a tutti i livelli e perché puntiamo a etichette “durevoli””.
Ma ora, per crescere davvero, come in ogni territorio del vino, è fondamentale fare squadra.
“Noi molto a lungo - spiega Raffaele Librandi - siamo stati praticamente da soli sui mercati e abbiamo conquistato le nostre posizioni con il buon rapporto qualità/prezzo.
Vendiamo il 55% circa della nostra produzione in Italia e il resto all’estero in oltre 40 Paesi, tra cui la Cina, con una distribuzione rivolta essenzialmente a ristoranti, enoteche e locali specializzati. Tuttavia il 60% delle vendite è concentrato in Calabria e in Germania, quindi la prima nostra sfida è il consolidamento su altri mercati, in primis quello nazionale che è il più difficile per il Cirò, percepito come vino forte e di vecchio stile. Negli anni abbiamo puntato a garantire ai nostri conferitori un prezzo costante ed elevato delle uve rispetto al prezzo del vino. Sono vignaioli con cui abbiamo instaurato un rapporto di collaborazione che ha portato a un innalzamento della qualità e confidiamo che nel prossimo futuro questo circolo virtuoso si riverberi sul prezzo del vino a beneficio di tutta la filiera”.
Il riferimento è all’istituzione dell’associazione “I Vignaioli del Cirò”, che oggi riunisce 42 viticoltori conferitori dell’Azienda, nel 2008 con la funzione di condivisione scopi, conoscenze e strategie per raggiungere insieme gli obiettivi comuni, anche grazie a incontri con esperti e viaggi di aggiornamento in Italia e all’estero.
“Abbiamo stretto un rapporto fiduciario in luogo di un associazionismo che da noi non c’è mai stato - racconta Francesco Porti, presidente dell’Associazione e proprietario di Vigna Feudo, situata davanti al mare, ripetutamente vincitore del Premio “Viticoltore d’eccellenza del Cirò”. Senza un’azienda di riferimento che ci ha guidati con un protocollo di coltivazione, dalla potatura alla raccolta, e ha fatto ricerca e sperimentazione di cui ci ha reso partecipi, non avremmo potuto migliorare”.

“Dopo anni di stasi - commenta Raffaele Librandi, nella sua veste presidente del Consorzio Vini Cirò e Melissa - sul territorio di Cirò le cose si stanno muovendo. La superficie rivendicata per la denominazione è diminuita, per uno spostamento sulle Igt e per l’abbandono di produzioni destinate alla vendita di uve ai privati che si fanno il vino da sé. Al contempo sono aumentate le aziende, soprattutto piccole, diverse in biologico e biodinamico, che chiudono la filiera e che vendono a prezzi più alti. Spesso sono condotte da giovani preparati, come pure nelle aziende storiche per ricambio generazionale sono subentrati giovani. Questo ha favorito il diffondersi della consapevolezza che bisogna presentare il territorio tutti insieme e si lavora per questo obiettivo. Finalmente c’è la percezione della complementarietà tra aziende grandi e piccole e si è abbandonata la contrapposizione”.

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