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Barolo - 20 Luglio 2017, ore 17:30

“Bene gli investimenti sul territorio, ma oggi spesso sono più di natura finanziaria che per progetti di impresa”. E le quotazioni dei vigneti vanno fuori mercato. A WineNews Orlando Pecchenino, presidente del Consorzio di Tutela del Barolo

Orlando Pecchenino, presidente del Consorzio di Tutela del BaroloQuando un territorio del vino attira capitali e investimenti da altri territori e da altri settori, è sicuramente un segnale positivo ed importante: vuol dire che l’economia legata al vino va bene, che c’è remuneratività e notorietà internazionale. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, soprattutto quando chi investe non lo fa dichiaratamente con un progetto di impresa legato al vino, ma magari perchè si trova a disposizione una grande liquidità finanziaria da investire ed immobilizzare, magari spendendo più per diletto e passione che per fare economia, con il pericolo di “drogare”, in qualche modo, il mercato reale. È la riflessione che, tra le righe, si legge nelle parole di Orlando Pecchenino, presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. Un fenomeno che ha investito molto, negli ultimi mesi, proprio i territori piemontesi patrimonio Unesco, ma anche altre realtà prestigiose, come Bolgheri o Montalcino, tra le altre.
“L’arrivo di imprenditori stranieri o da altri settori produttivi, che negli ultimi anni si sono avvicinati al mondo del Barolo - spiega Pecchenino - è un ottimo biglietto da visita, dimostra la sua capacità di attrarre interesse. Il territorio non ha grosse difficoltà a rapportarsi con la novità, sono imprenditori, sono convinto bravi, che possono portare un contributo. Sicuramente la visione imprenditoriale americana è diversa dalla nostra, noi siamo ancora, per lo più, a gestione familiare, e mi piacerebbe che comunque questo aspetto venisse preservato, ma è chiaro che qualcosa cambierà, le nostre aziende stanno crescendo, il management si va diversificando all’interno delle stesse aziende. Era un passaggio, probabilmente, necessario, per questo ben visto”. Però i valori delle compravendite sono schizzati a livelli tali che i vigneti sono accessibili, di fatto, solo a chi ha grandissima liquidità finanziaria e grandi margini di denari e di tempi per rientrare dagli investimenti, in misura decisamente maggiore a quella della gran parte delle imprese vitivinicole italiane.
“I numeri precisi delle compravendite in Langa, probabilmente, nessuno li conosce davvero - osserva il presidente e produttore - ma siamo comunque sopra al milione di euro ad ettaro, in alcuni cru eccellenti ci avviciniamo al doppio. Anche se sarebbe meglio parlare di menzioni geografiche, alcune delle quali particolarmente blasonate ed appetibili sul mercato dei vigneti, perché legate a vini particolarmente amati. Sicuramente ci sono prezzi fuori misura rispetto ad un progetto produttivo, e quindi oggi chi investe ha prima di tutto disponibilità finanziaria, che non gli arriva soltanto dal settore produttivo del vino ma da altri settori. Non è uno scandalo, è già successo altrove, a partire dalla Francia, siamo rimasti indenni da questo meccanismo per anni, ma adesso ci riguarda direttamente”.
E, come già detto nei giorni scorsi anche da Kerin O’Keefe di “Wine Enthusiast”, (https://goo.gl/HdWN1V) viene da chiedersi cosa ne sarà del futuro delle aziende stesse dal momento che spesso i nuovi proprietari non solo legati all’agricoltura.
In ogni caso, se un territorio attira anche certi tipi di investimento, vuol dire che le cose non vanno male, in generale. E infatti “l’economia del distretto del Barolo sta andando molto bene - sottolinea Pecchenino - c’è grande attenzione ai vini piemontesi, come probabilmente in passato non c’è mai stata, che porta persino ad un po’ di euforia, ma siamo consapevoli che c’è ancora tanto lavoro da fare, ci sono le premesse per crescere ancora, bene, puntando sulla qualità, perché a certi livelli bisogna fare ancora di meglio. I prezzi sono assolutamente interessanti, ma sulle fasce più basse dobbiamo consolidarci”. E poi c’è il grande tema dell’Unesco, che negli ultimi tempi ha generato qualche discussione importante nelle Langhe.
“Il riconoscimento Unesco è una grande opportunità, sottovalutata da tutti. Nessun sapeva cosa potesse significare un risultato di quel tipo - dice Pecchenino - nessuno poteva immaginare cosa volesse dire, che ha fatto sì che la conoscenza di questo territorio sia diventata internazionale. Si traduce sicuramente in qualche difficoltà, ma questa è la direzione corretta. Non si potrà più fare tutto, specie a livello immobiliare, i Comuni hanno degli organismi di controllo e quindi questo è un aspetto positivo. A livello turistico, invece, le presenza crescono in doppia cifra, un risultato di immagine che si ripercuote, ovviamente, sul vino”.
Come, del resto, ha fatto anche il Festival Agrirock “Collisioni”, dove abbiamo incontrato Pecchenino. “Collisioni, dal punto di vista dei produttori, non è visto in maniera univoca. C’è chi lo ama molto, chi meno. Da una parte . spiega il presidente - c’è un momento di enorme notorietà per tutto il territorio, e quindi non solo per il paese di Barolo, con ricadute per tutti, dal vino all’indotto del turismo, muove davvero delle masse. D’altro canto, però, qualcuno fa notare come Collisioni sia un po’ troppo, troppe cose messe insieme, per un percorso turistico del Barolo che non ha comunque bisogno di questi numeri. Sono due prese di posizione altrettanto legittime, concrete e realistiche, che vanno rispettate entrambe. Il Consorzio, comunque, è parte attiva ed in causa, perché a Collisioni si parla anche di vino, e noi vogliamo esserci, come è giusto che sia”.

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