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Napoli - 11 Luglio 2017, ore 12:20

Luigi Moio: “la risposta in vigna al riscaldamento globale c’è già, dobbiamo riscoprire il giusto binomio tra contesto pedoclimatico e varietà, puntando sugli autoctoni. A fare davvero paura sono gli eccessi climatici, dalle piogge alle gelate”

Il professor Luigi Moio, ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II e presidente della Commissione Enologia OIVSplende il sole sull’Italia. Da almeno quattro mesi, quasi senza sosta. Per la gioia di villeggianti e turisti, e la preoccupazione del mondo agricolo, a partire dalla sua punta di diamante, il vino, che si trova a fare i conti con quella che, con ogni probabilità, si rivelerà come una delle estati più calde di sempre: dopo un giugno bollente, infatti, adesso si aspetta Caronte a peggiorare, se possibile, le cose. Un’estate che ricorda quella del 2007, ma in cui a fare paura davvero, non è tanto il caldo, quanto, come ricorda a WineNews il professore Luigi Moio, ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II e presidente della Commissione Enologia OIV, “la mancanza di acqua: in certe zone non piove da più di quattro mesi”. Diventa quasi automatico, allora, pensare ad una situazione di stress idrico che, realisticamente, potrebbe colpire diverse zone d’Italia.
“Ma è importante fare una distinzione, tra uve a bacca bianca, destinate a subire danni maggiori, in termini di surmaturazioni, perdita di freschezza e minori acidità, ed uve a bacca nera. L’altra distinzione, fondamentale, è tra vitigni precoci e vitigni tardivi. Nella prima categoria - sottolinea Moio - ci sono praticamente tutte le più popolari varietà francesi, dal Cabernet Sauvignon al Merlot, dal Syrah al Grenache, dallo Chardonnay al Sauvignon che soffriranno anticipi eccessivi e l’impossibilità, per alcune caratteristiche, di svilupparsi appieno. Nella seconda, invece, rientrano quasi tutti gli autoctoni d’Italia, e quelli a bacca nera, potrebbero persino essere avvantaggiati, almeno in certi casi, da queste condizioni, raggiungendo con facilità una maturazione completa, tannini meno verdi e qualcosa in più anche in termini di colore”.
Una situazione, quella con cui dobbiamo fare i conti, in cui si “rischia”, realmente, di “vendemmiare lo Chardonnay a fine luglio - ammonisce Moio - a causa di un’evoluzione climatica che pone un problema storico importante, di cui forse non abbiamo tenuto conto negli ultimi anni, quando abbiamo smesso di chiederci: qual è il miglior binomio tra contesto pedoclimatico e varietà? Questo è l’unico modo che abbiamo per difenderci, individuare le varietà giuste, che è poi il principio base della viticoltura di qualità da sempre”. In una dinamica di lungo respiro, così, a trarne vantaggio potrebbero essere proprio “i vitigni autoctoni, dal Sangiovese al Montepulciano, dal Grillo al Nerello Mascalese, dal Greco all’Aglianico e cosi via: un binomio che esiste già, perché se storicamente in una certa zona si coltiva un determinato vitigno, non è certo una casualità. Il problema, allora, non è solamente il caldo, ma anche l’aver coltivato, in luoghi diversi dai loro Paesi d’origine, varietà non particolarmente adatte”.
Ma i grandi cambiamenti climatici in corso non riguardano solo l’innalzamento delle temperature medie, contro cui, come abbiamo visto, abbiamo gli strumenti per difenderci. “Mi preoccupano di più - riprende Luigi Moio - i fenomeni tropicali che, negli ultimi tempi, si sono abbattuti su tutta l’Italia, in maniera sempre più frequente. Penso ad eccessi come grandinate, acquazzoni, tempeste, problemi seri, di fronte ai quali siamo assolutamente impotenti, capaci di distruggere i vigneti e mettere in pericolo i raccolti. Per non parlare delle gelate, tra gli aspetti più preoccupanti. Il riscaldamento si prevede e si risolve, non tanto con soluzioni come l’irrigazione, che tra l’altro depotenzia l’“effetto terroir”, quello che amo chiamare “terra liquida”, ossia l’esaltazione del rapporto con la terra di cui un vino deve essere espressione, quanto individuando le varietà meglio adatte per ogni contesto. Eppure - ricorda Moio - contro la siccità troviamo soluzioni, per esempio nei portinnesti, grazie allo straordinario lavoro fatto nei decenni passati da tanti bravi ricercatori, come riportato nei libri di viticoltura”.
Per capire meglio, “pensiamo ad un vitigno a me particolarmente caro - prosegue Moio - come l’Aglianico: un leggero stress idrico è utile, porta ad un anticipo di maturazione, capace di anticipare i tempi della vendemmia nella prima metà di ottobre, con uve mature, più sane ed integre e con tannini migliori. E poi pensiamo allo Chardonnay, oppure al Merlot, che in certe zone, particolarmente calde, sono una forzatura da un punto di vista enologico. I buoni vini si possono fare più o meno dappertutto, ma i grandi vini si fanno solo quando c’è una perfetta sintonia tra pianta, suolo e clima, è in quel momento che l’enologo assume un ruolo diverso, diventando assistente di un processo che va da sé. Il problema, storico, è che tutti hanno deciso di puntare, anche e soprattutto per logiche di mercato, sulle varietà più conosciute e bevute, su vini facili da descrivere, dal Cabernet, con i suoi sentori di peperone, al Syrah, con le sue note di pepe, mentre i nostri autoctoni, un patrimonio enorme, non sono così semplici da definire, hanno una complessità del tutto diversa, penso al Sangiovese, al Nebbiolo, al Montepulciano, all’Aglianico, al Nerello Mascalese e tantissimi altri, praticamente irriproducibili lontano dal loro “habitat””.
Al centro, allora, torna la viticoltura, intesa come l’insieme delle tecniche “che deve essere finalizzata al vino che voglio fare. La separazione dei ruoli tra chi fa le uve e chi fa il vino non è più sostenibile, è uno scollamento che non va bene: ci vogliono solide basi di scienze agrarie per affrontare e tentare di risolvere le problematiche descritte fin qui, da mettere al servizio di quelle enologiche. In fondo - conclude Moio - l’uomo ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella produzione del vino, in Italia più che in qualsiasi altra parte del mondo, pensiamo ai diversi sistemi di allevamento, dal tendone alla pergola, all’alberello, non si può pensare di fare tutto e la stessa cosa dappertutto, ma dobbiamo ritrovare la capacità di esaltare le nostre peculiarità e la nostra ricchezza varietale e tecnica. Siamo in potenza superiori persino alla Francia, dove la viticoltura appartiene solo a certe regioni, e riguarda al massimo 10 varietà diverse, ne sono certo”.

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