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Bordeaux - 18 Giugno 2017, ore 19:12

Il mondo del vino sfida i cambiamenti climatici: a Vinexpo John P. Holdren, ex consigliere scientifico di Obama, Miguel Torres, il più grande produttore di Spagna, Gaia Gaja, a capo della griffe del Barbaresco, e Kathryn Hall, vignaiola in California

John P. Holdren, Miguel A. Torres, Gaia Gaja e Kathryn Hall L’impatto dei cambiamenti climatici sulla viticultura è una delle grandi sfide con cui la comunità internazionale del vino deve fare i conti, sia singolarmente, attraverso le strategie e le scelte delle aziende, che collettivamente, di concerto con i Governi e sulla scia degli accordi di Parigi, nella consapevolezza che il mondo enoico, da solo, non può dare una risposta esauriente, ma unito ha la possibilità, e la responsabilità, di giocare un ruolo fondamentale. Un tema “caldo”, affrontato a Vinexpo, il salone internazionale del vino di scena a Bordeaux fino al 21 giugno (www.vinexpo.com), dalla conferenza “Le secteur du vin face aux défis et enjeux du changement climatique”, organizzata dal magazine Usa “Wine Spectator” con John P. Holdren, consigliere scientifico dell’ex Presidente Usa Barack Obama dal 2009 al 2017, Miguel A. Torres, a capo della più grande azienda enoica di Spagna, Gaia Gaja, quinta generazione della griffe del Barbaresco (con proprietà anche a Bolgheri e Montalcino), e Kathryn Hall, vignaiola in Napa Valley con Hall Wines.
“Ciò che sta accadendo in questi anni è che la temperatura media della terra sta crescendo, a causa principalmente delle emissioni di gas di cui è responsabile l’uomo - dice a WineNews John P. Holdren - principalmente bruciando energia di natura fossile, ma anche attraverso la deforestazione. A causa di ciò, gli eventi più estremi legati al clima stanno cambiando persino più velocemente: ci troviamo di fronte a tempeste sempre più potenti, ad incendi devastanti, fenomeni eccezionali come tempeste di grandine, ma anche una crescita di patogeni e parassiti, inclusi quelli che attaccano la vite. Quando pensiamo alle prospettive dell’industria enoica, non dobbiamo limitarci all’aumento delle temperature, che potrebbe persino essere un beneficio per certe varietà e certe regioni, oltre che un danno per altre varietà ed altre regioni, ma dobbiamo pensare appunto a questo genere di fenomeni estremi, sempre più frequenti, che sono pericolosi per i vigneti di qualsiasi parte del mondo”.
Uno scenario apocalittico, di fronte al quale le aziende possono “fare due cose: la prima - riprende l’ex consigliere scientifico di Barack Obama - è dare il loro contributo alla riduzione delle emissioni tagliando il carbon footprint delle proprie aziende, puntando su pratiche in vigna ed in cantina più sostenibili. La seconda, probabilmente più importante, visto che il settore enoico dà solo un piccolo contributo alla produzione globale di Co2, è quello di farsi sentire, dire come i cambiamenti climatici siano dannosi per l’industria del vino, e come potrebbero rivelarsi devastanti se il mondo non decidesse di lavorare insieme per ridurre le emissioni. Credo che la voce dei produttori di vino, così come quella dei wine lovers, potrebbe rivelarsi molto importante nella discussione globale su quanto c’è bisogno di fare per vincere la sfida del cambiamento climatico”.
Certo, in tal senso, almeno negli Stati Uniti, non aiuta la scelta del presidente Trump di abbandonare gli accordi di Parigi, una decisione che, secondo Holdren, “non cambia la percezione del problema che si ha nel Paese: prima di questa sua dichiarazione il 75% degli americani dichiaravano di voler restare dentro gli accordi di Parigi, a partire dalla stragrande maggioranza del mondo economico, ma anche uomini di primo piano del Governo americano. Trump non è una persona che si fa convincere dalle opinioni altrui, e nemmeno dall’evidenza dei fatti, ma penso anche che il Congresso alla fine respingerà la proposta di Trump di tagliare i fondi governativi alla ricerca ed allo sviluppo di energie pulite ed alternative. E poi - continua Holdren - una grande mano la stanno dando le scelte dei singoli Stati, come California e New York, che sul tema dei cambiamenti climatici hanno preso in mano la leadership, ma anche le città stanno facendo la loro parte, senza dimenticare ciò che possono fare i singoli imprenditori. E lo vediamo proprio tra i produttori di vino, sempre più rivolti verso pratiche sostenibili, sia in vigneto che in cantina, con l’impegno costante alla riduzione di emissioni. Sta anche a loro, come in tanti hanno fatto, chiedere a gran voce alla leadership politica di rimettere al centro dell’agenda la lotta ai cambiamenti climatici: fanno male agli affari, e questo è un messaggio davvero importante”.
Dall’altra parte dell’Oceano, chi ha ben chiara la portata della sfida è il più grande produttore di Spagna, Miguel A. Torres, che a WineNews spiega come la cosa più importante da fare sia “ridurre le emissioni, quindi ogni altro elemento di ecologia applicata, a partire dal riciclaggio e dal risparmio di acqua ha una sua rilevanza ma ripeto, quello che dobbiamo fare, tutti quanti, è diminuire le emissioni, riducendo ad esempio gli spostamenti aerei, tra i maggiori responsabili delle emissioni di Co2. La cosa più facile, oggigiorno, è installare pannelli fotovoltaici, ad esempio, produrre elettricità e risparmiare sull’acquisto dell’elettricità stessa, sostituendo così il petrolio con l’energia solare, che è la risorsa più abbondante che abbiamo. In secondo luogo, le biomasse: si può usare qualsiasi tipo di scarto, dai tralci della potatura alle piante espiantate, ma anche gli scarti della fermentazione, che si possono seccare ed utilizzare come biomassa. Sono tagli importanti alle emissioni, ma sono tante le cose che si possono fare”.
Quello che colpisce, però, è che in Europa il tema dei cambiamenti climatici sembrano riguardarci in maniera secondaria, specie in Spagna, come sottolinea Torres, dove “la gente non sembra ancora particolarmente preoccupata. Fortunatamente, grazie al signor Trump, la stampa è tornata a parlarne molto, e la gente ha inizia a capire la portata e la gravità del fenomeno. Questo è quello che vedo nella stampa spagnola, ma fino a poche settimane fa non c’era lo stesso tipo di preoccupazione nella società, e questo si riflette in un disinteresse da parte della politica, perché i politici ascoltano la società, naturalmente. E allora, vediamo se le cose finalmente iniziano a cambiare, se la politica avrà il coraggio di fare scelte importanti, come ad esempio imporre tasse maggiori all’energia di natura fossile: sarebbe fattibile alzare le tasse sulla benzina, magari di un euro al litro, all’inizio sarebbe durissima, forse la ripresa economica si arresterebbe, ma lo Stato, con quei soldi, potrebbe aiutare ad esempio le industrie estrattive che smettono di estrarre carbone, o le imprese che decidono di modernizzarsi, si potrebbero fare tantissime cose con un euro al litro. Io non sono un politico, ma è una rivoluzione che va fatta”.
In Italia, un’esperienza significativa è quella di Gaia Gaja, quinta generazione della griffe del Barbaresco, che ricorda come “negli ultimi trent’anni si sono prese troppe decisioni sbagliate, e la vite ce l’ha fatto ben presente, perché a differenza di altre colture è una sorta di termometro, che registra tutto. Ed a pagare, in questo senso, rischiano di essere principalmente i fine wine, perché se non si interviene nel modo giusto in vigna poi si rischia di doverlo fare in cantina, uniformando e banalizzando anche le grandi produzioni di qualità”. Così, tra i filari delle tre tenute di Piemonte e Toscana, si è deciso di puntare su metodi alternativi alla chimica, garantendo la biodiversità, perché “per migliorare la vita de nostri vigneti dobbiamo prenderci cura della vita nel vigneto e non solamente del vigneto in sé. Le aziende possono fare molto, e chi fa qualità deve anche dare l’esempio, anche se è fondamentale che la stessa strada venga percorsa anche dalle grandi aziende, che rappresentano il 75% del tessuto produttivo del vino”.
Tornando negli Stati Uniti, la Napa Valley è una di quelle regioni vinicole che rischiano di pagare lo scotto maggiore.“Dal 1931 - ricorda Kathryn Hall, vignaiola con Hall Wines - le temperature medie sono cresciute di 2,9 gradi, ed in pochi anni quasi il 50% del vigneto della regione rischia di sparire. Dal 1980, inoltre, le temperature notturne sono aumentate mediamente di un grado. Ecco perché negli ultimi 15 anni si è assistito ad una vera e propria svolta green, con il dibattito sui cambiamenti climatici all’ordine del giorno. La messa a sistema di tecniche sostenibili, così. ha dato vita ad un protocollo certificato, , il “Certified California Suistanable Wnegrowing”, e le aziende certificate - conclude la produttrice californiana - sono già il 45%”.

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