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Soave - 19 Maggio 2017, ore 14:51

“Soave Preview 2017” - Valorizzare gli oltre 60 “cru” storicizzati, presto in etichetta, e la tipicità della pergola, per raccontare al mondo una complessità e una qualità ancora meno conosciuta di come potrebbe: il futuro del Soave e del territorio

Raccontare una complessità ed una varietà territoriale e vinicola, certificata dalla storia, fatta da oltre 60 “cru” che presto saranno inseriti nel disciplinare di produzione, ma anche una tipicità rappresentata non solo dal vitigno Garganega (protagonista del territorio insieme al Trebbiano), ma anche dalla forma di allevamento a pergola, tutti elementi costitutivi di quel “Sistema Soave”, le cui “colline vitate” sono state il primo “Paesaggio rurale di interesse storico” legato al vino riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, e che oggi è un motore economico con i piedi in 7.000 ettari di vigneto, 3.000 aziende tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori, con una produzione tra Soave Superiore Docg, Soave Classico Doc e Soave Doc, che supera i 40 milioni di bottiglie, per un valore di filiera superiore ai 250 milioni di euro, ed un mercato che per più dell’80% è fatto di export, soprattutto in Germania, Inghilterra, Nord Europa e Stati Uniti. Questi gli atout di Soave Preview 2017, a Soave, firmata dal Consorzio del Soave (www.ilsoave.com), dove a professionisti del settore da tutto il mondo (Stati Uniti, Inghilterra, Cina, Norvegia, Lituania, Polonia, Estonia, Danimarca, Canada e Giappone) è stata presentata l’annata 2016 e, soprattutto, sono state raccontate le peculiarità del territorio, che guideranno il loro sviluppo.

Innanzitutto, come detto, la “scommessa” sui cru, tema di cui in Italia si parla da molto ed in tanti territori, ma che pochissimi (come Barolo e Barbaresco, in Piemonte, hanno messo nero su bianco in maniera strutturale), e su cui il Soave punta forte, con un percorso che, nel giro di un anno, porterà i 64 areali di produzione (realtà come Castelcerino, Costeggiola, Fittà, Tremenalto, Costalunga, Calvarino, Menini, Carbonare, Sengialta, Foscarino, Carniga, Mondello, Pigno, Casotti, Monte Tenda, Salvarenza, Fontana e così via, le cosiddette “vigne storiche” nel disciplinare di produzione, (formalmente saranno Menzioni Geografiche Aggiuntiva), “in forza della storicità che li contraddistingue, delle specifiche caratteristiche produttive, come l’esposizione, la giacitura, l’origine geologica”.
“Ci è sembrato quasi un percorso obbligato per un territorio che ha una grande storia vinicola alla spalle, come non ce ne sono molti in Italia - ha detto il dg del Consorzio, Aldo Lorenzoni - e che vuole raccontare le sue diversità al mondo, convinto della propria forza, per fare quell’ulteriore salto di qualità che merita”. “Il progetto dei “Cru del Soave” lo abbiamo già presentato a Londra - ha detto la Master of Wine inglese, Sarah Abbott - e la risposta è stata fortissima, agli appassionati in vini e la loro diversità sono piaciuti tantissimo. E soprattutto, questi cru, hanno fatto capire che il Soave non è quel vino poco complesso e “cheap” che molti pensano, ma che ha anche grande complessità e qualità. Questi cru sono già capaci di competere con i migliori vini bianchi del mondo, e per esempio molti ristornati londinesi li hanno messi in carta anche a 50/60 sterline a bottiglia”.
Altro elemento tipico della viticoltura del Soave, è l’allavamento a pergola, testimonianza storica una evoluzione della vite che parte da oltre 90 milioni di anni fa, ha raccontato il professor Attilio Scienza. “La vite è una liana, a volte ce lo dimentichiamo, e si è sviluppata sempre su piante arboree che l’hanno sostenuta. Al punto che i primi selezionatori “inconsapevoli” sono stati gli uccelli, che mangiavano gli acini più belli dei grappoli più belli che trovavano in cima alle chiome degli alberi, e poi defecando vicino, di fatto, seminavano nuove piante da semi in qualche modo selezionati. Ne sono testimonianza le tante forme di vite selvatica che ancora si trovano in Italia, “dalla Sardegna, dove i pastori che scendono dal Gennargentu la vendemmiano per fare vino di autoconsumo per l’inverno, alla Toscana, con la “labrusca maremmana”, dove c’è ancora una comunità nel grossetano che raccoglie l’uva e la vinifica quando nasce un bambino, e poi quel vino viene bevuto quando questo si sposa”, racconta Scienza, fino al caso oggi forse più celebre, quello dell’Asprino d’Aversa. Tutti esempi che raccontano di come la vite, di fatto fino all’arrivo della fillosera che nell’Ottocento ha costretto l’Europa ha ricostruire e ripensare la sua viticoltura, è stata una pianta coltivata non in maniera specializzata ed intensiva come oggi, dove domina la spalliera, spiega ancora Scienza, “si stata da sempre in simbiosi con altre piante, come ci racconta la letteratura latina, con Virgilio che nelle Georgiche la definisce “Labrusca”, ma anche con Columella, Varrone e Plinio il Vecchio, ma anche come ci raccontano gli emblemi nobiliari del Rinascimento, dove la vite è sempre legata ad un’altra pianta”. Poi, come detto, nell’Ottocento, la ricostruzione e il nuovo dominio della spalliera, con il lavoro di Jules Guyot, “una forma di allevamento che - dice Scienza - si diffonde perchè permetteva di rispondere anche a peronospora e oidio in maniera più semplice, e che poi si è affermata sempre di più perchè consente la meccanizzazione, e quindi anche di produrre a costi più bassi”. Ma nel Soave, come in altri territori del Belpaese, dall’Alto Adige all’Abruzzo, la pergola, “che la storia ci racconta essere arrivata dall’Egitto a Roma, e poi diffusa nel nostro Paese”, dice ancora Scienza, è rimasta, e non è solo una testimonianza storica. “Abbiamo condotto uno studio decennale sul territorio mettendo a confronto Guyot e pergola” ha raccontato Federica Gaiotti del Cra di Conegliano. “La pergola, rispetto al Guyot, ha come noto una migliore capacità di proteggere i grappoli dalle alte temperature, soprattutto in pianura. E se a livello di acidità, per esempio, tra i due sistemi di allevamento, non abbiamo riscontrato grandi differenze, ed in entrambi casi si riescono ad ottenere vini di grande qualità, sul profilo aromatico, che per un vino come il Soave è particolarmente importanti, abbiamo notato che la pergola ha dato risultati migliori in termini di ricchezza e intensità”.
D’altra parte, ha sottolineato l’agronomo Maurizio Gily, “la viticoltura sfugge dalla semplificazione, non c’è una ricetta che funziona ovunque, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, anche lo stesso vitigno risponde in modo diverso anche a seconda della forma di allevamento. Forma di allevamento che si storicizza nei territori non per caso, è il frutto del lavoro di anni e anni dei viticoltori, che sono in grado di capire quale può dare i risultati migliori nel loro territorio con certe uve”.
Inoltre, ha aggiunto Walter Speller (www.jancisrobinson.com), “in molti pensano che alla pergola sia associata una produzione che difficilmente è di qualità, ma non è vero. E poi, devo dire che secondo me la pergola disegna il paesaggio in maniera molto diversa dal Guyot, lo rende meno “industriale”. Guyot che spesso associato ad una migliore “efficienza” della viticoltura, ma se si cambia tutto in nome di questa presunta efficienza, che non può essere solo economica, si perde un patrimonio antico e storico ed irrecuperabile. Molti dei vini da vitigni autoctoni italiani, sui quali c’è tanto interesse, derivano dall’allevamento a pergola”. Come il Soave, che per il futuro punta sempre di più sulla sua storia e sulle sue tipicità.

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