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Capalbio - 27 Marzo 2017, ore 17:20

Da Ornellaia a Monteverro, dal biologico alla sostenibilità, dai territori emergenti alla diatriba tra barrique e botte grande: a tu per tu con Michel Rolland, l’enologo che ha attraversato 40 anni di viticultura. “Il vino deve essere buono, sempre”

A WineNews, MichelRolland: passato, presente e futuro enologo protagonista di 50 anni di storia del vinoMichel Rolland sta per compiere 70 anni (è nato a Libourne il 24 dicembre 1947, ndr), ma non smette di essere un protagonista assoluto del panorama enologico mondiale. In Italia “firma” il Masseto, Ornellaia, Biserno by Lodovico Antinori, è super consulente, da poco, della griffe umbra Caprai (con il Sagrantino di Montefalco), ma anche quelli di Tolaini in Chianti Classico e Monteverro a Capalbio nella splendida Maremma Toscana, dove WineNews lo ha incontrato ed intervistato, in un’interessante digressione sugli ultimi quarant’anni di storia del vino, da Pomerol all’Argentina, affrontando tutti i temi caldi dell’attualità enoica, dal biologico alla sostenibilità, dalla diatriba tra barrique e botte grande al dualismo tra piccola e grande azienda, dai cambiamenti climatici ai progetti per il futuro.
“Sono venuto in Italia quasi trent’anni fa - ricorda Rolland - approdando in Ornellaia invitato allora da Lodovico Antinori e sono rimasto enologo consulente dell’azienda bolgherese anche quando è passata di mano. Credo che i primi incontri siano estremamente importanti nella vita”. Michel Rolland non nasconde il suo “debole” per Bolgheri: “è il mio primo amore, come terroir ha dato molto ai vini italiani ed è un luogo fantastico. Mi sono convinto che nel sud della Toscana, dove si stanno producendo vini con vigne relativamente giovani, si fanno prodotti estremamente interessanti. Credo che il terroir sia l’espressione di un luogo ed in Italia c’è una bella ricchezza di grandi territori, da cui si producono ottimi vini”.
Un uomo di grande esperienza, che ha vissuto una parte non marginale della storia enoica recente, da un punto di vista privilegiato e internazionale.“Penso, dopo 44 vendemmie, di aver praticamente vissuto tutte le vicissitudini del vino di quest’ultimo mezzo secolo - afferma l’enologo francese - con in mezzo un po’ di tutto, sia degli errore che delle cose buone. Il mio problema è stato sempre uno solo: cercare di fare il vino sempre più buono, che è la cosa che mi si chiede. Il vino ha bisogno di essere buono, e non sopporto che con il pretesto della viticultura sostenibile si facciano prodotti cattivi. Sono una persona di una certa età, in 40 anni di lavoro ho conosciuto momenti difficili, momenti belli, a cavallo degli anni Novanta e Duemila, in cui sono stati prodotti dei vini ottimi con interventi un po’ troppo invasivi anche in cantina, è senz’altro vero. Oggi siamo in un’epoca in cui la tendenza va verso il biologico ed il biodinamico - continua Rolland - e su questo sono d’accordo al cento per cento. Ho una proprietà in Argentina, dove faccio biologico da 10 anni, ma non lo dico perché non ne faccio un argomento di marketing, voglio servirmene solo perché rispecchia la mia filosofia. Ed è tutto.”
Un tema, quello della viticoltura sostenibile e del biologico nel vino, che certamente sta dominando qualsiasi discussione enoica a partire dall’inizio del nuovo millennio.“Credo che siamo assolutamente tutti d’accordo sul fatto che il futuro sia biologico - afferma Rolland - meno prodotti nocivi per l’ambiente e per gli esseri umani, mi sembra un fatto evidente. Ma dobbiamo capire che non si cambia dall’oggi al domani un processo come l’attuale processo produttivo del vino. Io discendo da una famiglia di viticoltori, i miei genitori ed i miei nonni possedevano delle vigne. Se mio nonno, che ha vissuto gli anni Trenta in Francia, tornasse in vita, ci direbbe che ha rischiato la rovina per colpa della peronospora, assolutamente devastante in quell’epoca, e se gli proponessimo di passare al biologico, lui ci direbbe: “ma siete pazzi? volete portarmi a rischio rovina di nuovo”. Questo solo per dire che occorre andarci piano. Bisogna fare la viticoltura che occorre, certamente usare il minimo indispensabile di chimica, su questo siamo tutti d’accordo, ma - conclude Rolland - occorre riflettere e farlo con intelligenza per non rovinare produzione e qualità, perché se bisogna fare del biologico a scapito della qualità, questo non rientra nella mia filosofia”.
Poi c’è anche il clima che cambia. “Si può dire che non c’è un’evoluzione velocissima - osserva l’enologo francese - ciò nonostante, io che ho la fortuna di viaggiare molto tra Francia, Italia, Argentina, Cile, Stati Uniti, noto che negli ultimi 15 anni siano intercorse delle variazioni climatiche considerevoli. Si dice che la situazione in Francia è un po’ migliorata, come del resto in Italia, perché negli ultimi 15 anni ci sono state ottime annate. E questo grazie al clima. In Argentina, mi ricordo che quando ho iniziato a lavorarci, c’era sempre un clima secco e caldo, oggi bisogna lottare contro le malattie a causa dell’aumento dell’umidità. In California, è caduta più acqua quest’anno di quanta non ne sia mai caduta nella storia. Non esiste più il clima tipico, zona per zona, che si aveva vent’anni fa. Che succederà in futuro? Non lo so, ma penso che il nostro ruolo sia quello di provare ad adattarsi e controllare. In questi casi - continua Rolland - mi piace fare un parallelo con la Formula Uno: quando una grande scuderia, Ferrari o Mercedes, va su un circuito dove ad inizio prove fa bel tempo, ma al momento della gara piove, oppure passa dai quasi 50 gradi delle piste asiatiche al freddo del Gran Premio di Germania, bisogna adattare il motore, gli pneumatici, lo stile di guida: credo che chi lavora in vigna sia un po’ in questa situazione”.
In cantina, invece, domina ancora la questione barrique vs legno grande. “Non ho niente a favore della barrique o contro la barrique, non ho niente a favore del legno grande o contro il legno grande. Il risultato - sostiene Rolland - è nel bicchiere, e dal bicchiere il committente mi dice questo mi piace e questo un po’ di meno. Il mio ruolo consiste nel trovare un equilibrio, non consiste nel dettare un comportamento, il mio ruolo è quello di trovare una dimensione del vino che soddisfi il committente e un po’ anche i giornalisti, anzi molto i giornalisti. Bisogna trovare un punto d’incontro - sottolinea Rolland - tra il consumatore, il critico, ed il proprietario: questo è il mio compito. E posso dirvi che non è facile”.
Non si spegne neppure la contrapposizione tra grande industria e artigianato enologico. “Penso che non si debbano confondere le questioni. La cultura produttiva di nicchia ha permesso un’evoluzione della viticultura e dell’enologia. Se avessimo detto vent’anni fa che avremmo fatto 10.000 casse attraverso un lavoro in vigna e in cantina assolutamente certosino, ci avrebbero detto “ma voi siete pazzi, è impossibile”. Abbiamo fatto delle cose sia in vigna che in cantina per piccole quantità - osserva Rolland - che hanno dato dei risultati eccezionali, e poi questi processi artigianali molto precisi sono stati riadattati per volumi molto più importanti. C’era bisogno di utilizzare questa cultura produttiva di nicchia per arrivare a sviluppare il processo su volumi più importanti, ed è quello che succede oggi. Quindi direi - prosegue Rolland - che esistono entrambe le realtà, accomunate dalla ricerca di un livello qualitativo sempre più elevato”.
E se Michel Rolland guarda al suo futuro? “Michel Rolland ha molti problemi, perché compie 70 anni quest’anno, quindi il mio futuro è dietro di me, sono più gli anni che ho passato ad esercitare la professione di quelli che vivrò ancora. Sono a favore della viticultura sostenibile e per i vini da invecchiamento, per tutto ciò che è il rispetto della natura ma nel segno della qualità. Penso di essere riuscito nella mia vita con l’attività di consulente e quindi ho guadagnato un po’ di soldi. E sapete dove li ho spesi? Nelle vigne, perché sono diventato un grande produttore di vino, in cinque diversi Paesi del mono con 200 ettari di vigneto. Non ho guadagnato ancora con il mio lavoro di produttore, ma ho sempre fatto i vini che amavo, che già non è male”.
Un percorso da cui, inevitabilmente, esce anche una “gerarchia”. “Sono nato nel Pomerol, mi piace il Pomerol, ne amo il gusto, non so nemmeno se è buono o cattivo e non cerco di saperlo, ma lo amo perché è la mia terra. Detto questo - aggiunge l’enologo - ci sono dei progetti che mi hanno fatto crescere o che io ho fatto crescere, parliamo di Ornellaia, dove vado da 30 anni. Non passi 30 anni della tua vita in un posto senza avere delle affinità. In Cile a Casa Lapostol lavoro da 26 anni, ad Harlan Estate, negli Stati Uniti, da 32 anni. Non ne ho uno preferito in particolare, ma tutti questi vini per i quali ho speso energie, o almeno ho provato, e dell’intelligenza, sono vini con i quali sono legato da tantissimi anni, e li amo, molto semplicemente”.
E quale sarà il futuro della professione del wine maker internazionale “Penso che l’espressione Flying wine maker sia stata coniata a proposito della mia figura professionale circa 30 anni fa. Oggi ce ne sono molti che fanno questo mestiere. È una conseguenza dell’aumento delle cantine che fanno buoni vini in tutto il mondo, che ha aumentato la domanda di professionisti specializzati. Ma, proprio per questo, i futuri consulenti enologi non potranno essere multi-dimensionali come quelli dei miei tempi, che si occupavano di produzione dall’impianto della vigna in poi. Questo aspetto tendenzialmente limiterà il numero dei Flying winemakers. Quello che però voglio difendere di questa professione - afferma Rolland - e che un po’ mi appartiene, è la fase degustativa per la preparazione degli assemblaggi, dove ci vuole intuizione, che non è una dote così diffusa. Quindi, nonostante il grande numero di professionisti che gireranno il mondo per fare vigne e vini, rimarrà un numero ristretto di grandi assemblatori, cioè persone che hanno quel non so che in più che dà ai vini una personalità unica”.
Infine, Rolland tocca il suo rapporto con la politica, quando ha a che fare con il vino. “Nella mia vita ho di solito diffidato dei politici, adesso sono un po’ invecchiato e sono più ragionevole. So che non è facile adottare delle regole, ma trovo che ci sia troppa burocrazia, troppa regolamentazione. Non si è mai fatto del vino buono come adesso, la viticultura mondiale, non quella francese, non quella italiana né quella spagnola, ma la viticultura mondiale non ha mai fatto dei vini buoni come adesso. Sarebbe il momento buono per provare ad essere tutti un po’ più intelligenti in materia di regolamentazione e burocrazia, ma domandare ai politici di essere intelligenti, beh, non so se sia possibile”.

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