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Roma - 14 Marzo 2017, ore 18:05

Indicazioni di calorie ed ingredienti nelle etichette del vino, a WineNews le reazioni della filiera italiana alla richiesta della Commissione Europea: parlano Federvini, Unione Italiana Vini e la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti

Le reazioni della filiera italiana alla richiesta della Commissione Ue di  indicazioni di calorie ed ingredienti nelle etichette del vinoLa presa di coscienza che la strada sia segnata e una soluzione vada trovata, la voglia di avere un ruolo attivo e propositivo in questo, la consapevolezza che, se concertare è già difficilissimo a livello nazionale e settoriale, lo è senza dubbio di più a livello europeo e intersettoriale. È questo il sentiment comune che emerge dai pareri raccolti da WineNews, dopo la notizia di ieri che la Commissione Europea ha invitato le imprese delle bevande alcoliche, vino incluso, a presentare una proposta di regolamento per l’inserimento di informazioni nutrizionali, ingredienti e calorie sulle etichette delle bottiglie, come già avviene per i prodotti del cibo. Dando un anno di tempo al termine del quale, se non ci fosse concordia o la proposta non venisse considerata soddisfacente ed in linea che regolamenti comunitari e obiettivi fissati, sarà la stessa Commissione a legiferare in autonomia. La prima reazione, a livello Ue, come già riportato da WineNews (https://goo.gl/s8ZKGS) è stata quella della Ceev - Comité Européen des Entreprises Vins, che rappresenta oltre 7.000 imprese europee del settore (ed il 90% dell’export) che, in estrema sintesi, si è detta favorevole e disponibile al riguardo, purché si tenga conto di certe specificità del vino, per il quale “contrariamente ad altri prodotti industriali, non c’è una ricetta prestabilita”, e chiede di tenere conto della caratteristiche strutturali del settore, “composto in larga parte da piccole e medie imprese”.

Una posizione che, per sommi capi, coincide con quella delle rappresentanze italiane della filiera. Federvini, per esempio con il dg Ottavio Cagiano, ha sottolineato “l’atteggiamento costruttivo di un invito al confronto, da parte della Commissione, per evitare al necessità di normare nei dettagli applicativi”, ma sottolinea anche come “l’idea è quella di moltiplicare gli sforzi per informare sui processi di prodotti che sono di filiera e che sono già iper-regolamentati e controllati in ambito Ue”. Tenendo conto che “il consumatore fa un acquisto consapevole se ne conosce qualità, prezzo, tracciabilità, tradizione di una produzione alcolica o vinicola, e limitare la comunicazione in etichetta a dieci righe di ingredienti può generare mostri e disinformazione. O siamo tutti i medici o rischiamo di inseguire nozioni chimiche decontestualizzate e fake news. Il settore produttivo italiano non ha paura di mettere in etichetta informazioni - ha concluso - anzi siamo il Paese che già negli anni Trenta ha scelto di indicare il grado alcolico mentre gli altri lo hanno fatto solo negli anni Novanta, ma vuole dimostrare l’atteggiamento responsabili dei produttori che agiscono a norma di legge. Indicare additivi presenti entro la soglia sarebbe ridondante, meglio informare sulle corrette modalità di consumo degli alcolici”.
“Su questo tema dobbiamo avere una posizione non di retroguardia - spiega a WineNews il dg Unione Italiana Vini Paolo Castelletti - ma proattiva ed intelligente. Sulle indicazioni delle calorie, per esempio, possiamo essere d’accorto, purchè siano espresse attraverso un pittogramma, perchè altrimenti come è noto le lingue ufficiali dell’Ue sono tutte le lingue dei 28 Paesi membri, e un simbolo, come succede per gli alimenti risolverebbe questo problema. Per la questione degli ingredienti - continua Castelletti - pensiamo che l’etichetta non sia lo strumento più efficace, perchè si rischia di avere un effetto bugiardino come per i medicinali, o qualcosa che assomiglia all’etichetta delle acque. Riteniamo che le eventuali info sugli ingredienti vadano messe a disposizione del consumatore ma “off-label”, sui siti aziendali, magari anche con un richiamo via Qr code. Ma c’è una questione di fondo: nel caso specifico del vino non c’è una grande chiarezza su cosa è propriamente ingrediente o cosa è coadiuvante di processo (come per esempio può essere inteso un lievito selezionato, ndr). Quindi vanno definiti prima bene gli ingredienti, magari raggruppati per categorie, conservanti, acidificanti e così via, ma va fatta chiarezza. E visto che è in fase di revisione anche il regolamento 607 che regola e disciplina designazione e presentazione dei vini, potrebbe essere un’occasione da cogliere per una posizione proattiva per definire tutto questo all’interno del regolamento, in modo che quello che viene fissato diventi anche una sorta di principio giuridico”.
Sul tema di fornire le informazioni sugli ingrediente via web, o comunque non sull’etichetta fisica della bottiglia, concorda anche la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, come spiega la presidente Matilde Poggi: “da sempre come Fivi abbiamo spinto per non avere le etichette nutrizionali nel vino, per le pmi di Fivi è un ulteriore aggravio, un obbligo che ci impone dei costi aggiuntivi che per noi sono importanti. Se però come mi pare di capire dovremo arrivare a dare queste informazioni, proporremmo una soluzione “off-label”, ovvero che ci siano non le informazioni scritte in etichetta, ma un richiamo ad un sito web e altri strumenti. E, tra l’altro, da quello che ho capito sembra che possa essere una via percorribile e accettabili. In ogni caso, chiederemo che almeno per il contenuto calorico, sia adoperato lo stesso metodo che si applica al volume di alcol, visto che è questo l’unica fonte di calorie del vino. Ovvero, che ci sia una certa tolleranza, nel senso che se su una bottiglia scrivo che c’è il 12% di volume alcolometrico, il vino può andare da 11,51 a 12,49, e così proporremo che sia fatto per le calorie. Quello che è evidente - sottolinea la Poggi - è che anche come Fivi dovremo impegnarci per trovare una soluzione condivisa con gli altri stakeholder, perchè se ognuno va per la propria strada e non si trova un percorso comune, sarà la Commissione Europea a decidere per noi. Quello che temo, ogni volta che mi affaccio a Bruxelles, è che escano provvedimenti che mettono fuori mercato le piccole aziende. Noi abbiamo un ruolo importante e vogliamo mantenerlo. Questi sono come degli stress test. Ho capito che in questo caso non si può dire di no, e che non si possono chiedere deroghe particolari per i piccoli produttori. Quindi dobbiamo lavorare con la filiera per una proposta organica e condivisa”.

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