Conegliano - 23 Gennaio 2012, ore 18:30
È vero: il vino buono, ormai, si fa in tutto il mondo. “Ma quasi tutto ruota intorno a pochi vitigni molto diffusi. Ecco perché le zone vinicole con la più antica tradizione hanno “l’obbligo” di puntare sulla differenziazione, guardandosi dal pericolo dell’omologazione”. Parola di Denis Dubourdieu, docente di viticoltura dell’Università di Bordeaux e tra i massimi esperti al mondo, nel convegno dei “Preparatori d’Uva”, i tecnici friulani Marco Simonit e Pier Paolo Sirch, che hanno chiamato a raccolta a Conegliano Valdobbiadene nomi autorevoli per fare il punto sul presente e futuro della viticoltura. Insomma, per Dubourdieu è fondamentale esprimere la vera anima del terroir, che “in certi casi è più una condanna che una benedizione, perché obbliga a viticolture di grande sacrificio. E che però possono creare vini straordinari. Ed ecco perché Paesi di grande tradizione come l’Italia, la Francia o la Spagna, devono creare valore, e non produrre vino”. E il valore si crea già da vigneti che, in molti casi, hanno bisogno di una revisione concettuale.
A partire da una zonazione che tenga anche conto del rapporto tra un determinato tipo di vite e un certo terreno. Già, perché la vite, considerata una pianta arborea, “in realtà nasce come una liana - ha spiegato il professor Attilio Scienza - e come tale tende a ramificare verso l’alto e ad avere molta parte aerea per attrarre la luce del sole”.
“Ma negli ultimi decenni, anche se con la volontà di fare bene, troppo spesso è stata “costretta” in fittezze eccessive - aggiunge Marco Simonit - perché volendo produrre meno uva per ceppo ma in una quantità sufficiente, si è puntato soprattutto sull’intensificazione dell’impianto. Ma questo, a lungo termine, fa male al vigneto. Così come potature eccessivamente invasive, soprattutto nelle parti grosse della pianta, che favoriscono anche l’insorgere di patologie gravi”. E la via del “rinascimento” della viticoltura, secondo gli esperti, passa proprio da una potatura più “gentile”, fatta solo sulle parti più “tenere” della pianta, come i tralci, dove le “ferite” risarciscono meglio e più in fretta, e comunque con tagli obliqui, che permettano ad ogni vite di svilupparsi di più e in maniera più sana, ma anche da una riflessione sui futuri impianti: i metodi di allevamento non devono seguire le mode, ma zonazioni precise che vanno fatte per capire che il guyot tanto diffuso, per esempio in certe zone, dà risultati peggiori della pergola o dell’alberello.
C’è anche un motivo meramente economico: su 30 ettari di vigneto “fitto”, si calcola che ogni anno a causa di malattie della vite e cattivo sviluppo della pianta dovuto a troppa fittezza o a potature eccessive se ne debba “sostituire” un buon 5%, con un investimento monetario importante e difficile spesso da ammortizzare. E, inoltre, capire quale tipo di allevamento e di potatura sia migliore in un determinato territorio per un certo vitigno è in perfetta sintonia con quel concetto di “armonia con la natura” che il consumatore ricerca sempre più spesso anche nel vino, al di là dei concetti di “biologico o biodinamico”, come ha ricordato François Murisier, vice presidente dell’Organisation International de la Vigne et du Vin (Oiv). Insomma, ad ogni territorio la sua viticoltura.
Info: www.simonitesirch.it
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