Roma - 09 Gennaio 2012, ore 18:53
Che la burocrazia monstre sia uno dei punti da risolvere per tutto il vino italiano è un fatto. Che pesi meno sulle “aziende con logiche industriali che spalmano i costi della segretaria su milioni di bottiglie o prodotti mediocri” che sui piccoli viticoltori che hanno meno risorse, è l’opinione del fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, che chiede alla politica “liberalizzazioni” e semplificazioni. È questo, in parte, il senso di un intervento di Petrini su “La Repubblica”, dove auspica una riforma più generale della burocrazia enoica, soprattutto in difesa dei “vignaioli veri” per cui “diventa la spada di Damocle della costante irregolarità formale, sulla testa dei vignaioli veri”. Petrini invoca una vera e propria deregulation burocratica, perché secondo il leader della “chiocciolina” tanti controlli oggi sono addirittura da ripensare nella loro essenza. “È giunto il tempo di chiederci cosa è giusto - scrive Petrini - non solo cosa è legale. E in un contesto globale, con sistemi economici che mettono in competizione il mondo intero, è doveroso riflettere: con quale faccia imponiamo ai nostri viticoltori di competere con chi ha a che fare con meno della metà dei controlli e dei controllori (come in Francia) e con chi non ha nemmeno un decimo dei suoi adempimenti (come nel Nuovo Mondo, in Australia o in Cina)”. Per Petrini, la distinzione tra grandi e piccoli produttori è netta nel valore del prodotto, e tale può essere anche nella legge: “bisogna distinguere per non commettere le peggiori ingiustizie: se i grandi produttori industriali possono continuare come oggi, ai piccoli, ai vignaioli che trasformano le proprie uve o poco più, non deve restare, degli adempimenti attuali, che il dovere di una dichiarazione delle uve vendemmiate e del vino prodotto, corredato dell’indicazione dei trattamenti enologici che i regolamenti europei prevedono siano registrati”. Posto che sia più o meno condivisibile (ad ognuno, come sempre, il suo pensiero), nella visione di Petrini è proprio la politica che dovrebbe sistemare la situazione: “il potere politico ha l’opportunità di fare questa liberalizzazione e, a mio avviso, ha il dovere di concentrare tutte le funzioni di controllo in un unico organo cui fare riferimento. Sì perché, oggi, gli interlocutori della cantina sono Comune, Provincia, Regione, Asl, Icq (ex repressione frodi), Camera di Commercio, Valoritalia, senza contare le forze di polizia (che sono comunque quattro, a loro volta). E alcune di queste istituzioni interagiscono con le cantine attraverso uffici diversi, che spesso comunicano assai poco fra loro. Si camminano più i corridoi che le vigne, prendendo a prestito un’espressione di Veronelli. Tutto questo stato di cose si traduce in una difficoltà iniqua, per chi voglia condurre un’attività a misura d’uomo e di ambiente, perché aggiunge pensieri e costi alla fatica, agli incerti atmosferici, al mercato sempre più affollato. lise penso che tanti ostacoli diventano un deterrente ulteriore, per un giovane che voglia iniziare l’attività agricola, sostengo con ancor maggior forza che il mondo del vino non solo non può più permettersi questo stato di cose, ma, quel che è peggio, rischia di non sopravvivergli”.
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