ITALIA OGGI
Brunello, il consorzio denuncia Soldera ... Il Consorzio dei Brunello di Montalcino ha denunciato Gianfranco Soldera per diffamazione. La querela riguarda la vicenda legata alta proposta dei Consorzio di donare al proprietario di Case Basse il “vino della solidarietà” (una percentuale di vino fornita. dagli altri produttori) dopo l’atto vandalico di dicembre quando finì nelle fogne buona parte della produzione di vino di Soldera. Sui giornali il produttore di Montalcino giudicò come “irricevibile e offensiva, una truffa al consumatore”, la proposta del Consorzio. Da qui la quercia che, come evidenzia il presidente del Consorzio Fabrizio Bindocci è “un atto dovuto per tutelare l’immagine dei produttori del Brunello cdi tutto il territorio. Ci riteniamo profondamente offesi e danneggiati da queste e altre affermazioni negative sul Consorzio e sui produttori fatte da Soldera a margine della vicenda che lo ha visto coinvolto. La nostra è un’azione presa dopo che i produttori hanno chiesto un gesto forte nei confronti di chi offende l’onorabilità e il lavoro di ognuno di loro”. A seguito della quercia il consiglio del Consorzio ha deciso anche cli espellere in via immediata Gianfranco Soldera.
Autore: Andrea Settefonti
CORRIERE DELLA SERA
La grande onda italiana dei sommelier da primato ... Tre fra i migliori del mondo. “Sanno raccontare” ... Pochi tecnicismi e più consigli sugli abbinamenti da fare con i cibi … L’Italia produce ottimi vini e lancia sommelier da record mondiale. E una tendenza che si consolida. Nel campionato per il migliore del 2013, organizzato dalla Worldwide Sommelier Association, l’Associazione dei sommelier nel mondo, ecco piazzarsi al primo posto il trentatreenne aretino Luca Martini. La finalissima a tre si è disputata nei saloni del Park Lane Sheraton di Londra. E, dopo il toscano, il secondo posto se l’è aggiudicato - a pari merito con il francese Jonathan Pillion - il triestino Dennis Metz, 35 anni, miglior sommelier d’Italia in carica Subito sotto il podio, dopo i tre finalisti, l’altro toscano in gara, il pistoiese Andrea Balleri. I partecipanti alla terza edizione del concorso Miglior sommelier del mondo 2013 provenivano da 21 Paesi. “Sfida planetaria, ma i nostri sono davvero bravi - commenta, soddisfatto, Antonello Maietta, presidente nazionale dell’Associazione italiana sommelier, con 35 mila iscritti -. 01- tretutto, rispetto al passato, oggi la selezione è più severa. Occorre un punteggio-soglia per entrare nelle semifinali. A differenza di quando ogni nazione presentava il suo unico candidato”. E italiano, di stanza in Svizzera, è anche Paolo Basso, incoronato a marzo miglior sommelier del mondo dall’Association de la sommellerie internationale. Ma che cosa hanno gli italiani di speciale, oltre alla bravura? “Penso che esprimano uno stile di narrazione del vino, originale - nota Maietta -. Non si limitano a raccontare gli aspetti tecnici di un vino ma parlano anche di cibo, di abbinamenti ideali tra bottiglie e piatto. Non bisogna, infatti, dimenticare il fattore piacevolezza. D’accordo l’analisi sensoriale ma, alla fine, il vino va bevuto esaltando il cibo”. In alto la bandiera tricolore, dunque. Sommelier all’Osteria “Da Giovanna” di Arezzo, il neocampione del mondo Luca Martini ha al suo attivo un curriculum importante: miglior sommelier d’Italia 2009, miglior sommelier toscano nel 2007, più altri riconoscimenti. “Sono emozionato - dice -. E il coronamento della mia lunga preparazione. Il vino è la mia passione, mi piace conoscere ogni cosa di questo prodotto della natura: la sua storia, le sue caratteristiche. Ma per innalzare le proprie competenze occorre mettersi continuamente in discussione. Contano il confronto e la squadra”. Il secondo classificato, invece, non nasconde una punta di delusione. “Sono sincero - confida Metz -, speravo di. arrivare al primo posto”. Non ha convinto del tutto la giuria? “No comment”, taglia corto. Comunque sia, il triestino, che ora fa consulenze, ha lavorato in locali prestigiosi, fra cui il ristorante del Grand Hotel Cristallo di Cortina e da “Cracco”, nel 2011. E nel 2012 ha ottenuto il massimo titolo nazionale: miglior sommelier italiano in carica, fino al dicembre di quest’anno. Che dire, poi, del pirotecnico Luca Gardini, oggi consulente di punta di aziende agricole e grande divulgatore del vino? Conquistò il titolo di campione del mondo, nel 2010, a Santo Domingo e, da allora, la sua fama è via via cresciuta Dopo aver lavorato da “Cracco” (fucina di talenti ai fornelli e in sala), Luca si è messo in proprio, spaziando tra eventi e cantine. L’autentico enfant prodige è sicuramente Enrico Bernardo. Che ottenne il titolo sommelier del mondo nel 2004. Aveva 27 anni, e da tempo era sulla cresta dell’onda: migliore d’Europa (2002), d’Italia (1996/97), Lombardia (1996). Bernardo oggi è una firma della ristorazione a Parigi dove ha continuato sulla via del successo. Ha aperto “Il vino” (una stella Michelin), replicato a Courchevel sulle Alpi francesi. Tre mesi fa, ha inaugurato “Goust”, a place Vendome. “Qui il cliente sceglie il piatto; il vino da abbinare arriva a sorpresa - racconta -. L’inverso, negli altri due ristoranti: scelto il vino, il cibo è top secret fino alla tavola”. Bernardo, sommelier di razza, governa i suoi locali, decide gli abbinamenti. E intrattiene i commensali, ora qua, ora là.
Autore: Marisa Fumagalli
CORRIERE DELLA SERA
E Gucci acquista Richard Ginori ... “Ora tuteli i posti” ... Richard Ginori è di Gucci. La conferma ufficiale, anche se l’operazione sarà formalmente chiusa il 22 maggio, è arrivata un minuto dopo mezzogiorno di ieri, termine ultimo per presentare nuove offerte. Nessun altro acquirente si è fatto vivo e dunque nelle carte del curatore fallimentare è rimasta l’unica proposta irrevocabile d’acquisto da 13 milioni presentata il 26 marzo dalla “maison del doppio giglio”, quello fiorentino e quello francese visto che Gucci (sede a Firenze, 1300 dipendenti e un indotto di 45 mila addetti) fa parte del gruppo Ppr guidato da Franois-Henry Pinault. In una nota il ministero dello Sviluppo economico, dopo aver espresso grande soddisfazione per l’esito dell’asta ha sottolineato che “adesso attende in tempi brevi la messa a punto del necessario piano industriale e un celere avvio della procedura di cessione”. Stamani a Milano, in una conferenza stampa, il management di Gucci illustrerà nei dettagli l’operazione e probabilmente fornirà qualche anticipazione sul piano industriale che punta al rilancio della Richard Ginori grazie a sinergie molto strette con Gucci. Un’operazione commerciale con un precedente: negli anni Settanta, l’allora Gucci (apparteneva all’omonima famiglia) aveva avviato una collaborazione con la Ginori producendo alcune porcellane oggi considerate belle e rare. Probabilmente il passato è destinato a ripetersi con la spinta propulsiva del gruppo francese. Non mancano le criticità. Lo scoglio più insidioso sembra essere quello sindacale. Gucci si è impegnata a riassorbire 230 dei 308 lavoratori oggi in cassa integrazione. “E il difficile arriva proprio ora - avverte Giovanni Nencini, sindacalista dei Cobas - perché se l’acquisto è indubbiamente un importantissimo passo in
avanti adesso si apre la trattativa complicata e insidiosa per garantire la massima occupazione dei lavoratori”.
LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
Povera Terra, che compleanno amaro ... Earth Day: secondo i bilanci dell’Onu popolazione e inquinamento in crescita ... Oggi è il giorno della Terra, quell’Earth Day nato il 22 aprile del 1970 che ha cercato nella mobilitazione dei cittadini la chiave per la soluzione dei problemi ambientali che interessano il nostro pianeta. Nonostante parole chiave come risparmio energetico, riciclaggio, green economy siano ormai diventate patrimonio comune, l’impatto umano sulle risorse del pianeta è crescente peri! combinato disposto dell’aumento della popolazione e dei nuovi stili di vita, a partire dall’urbanizzazione. I dati sono chiari, i trend anche. Secondo la Population Division dell’Onu, tra il 2011 e il 2050, la popolazione mondiale aumenterà di 2,3 miliardi, portando la popolazione totale a 9,3 miliardi. In un rapporto uscito lo scorso dicembre il Worldwatch Institute ha previsto che tra il 2011 e il 2050 la popolazione urbana mondiale sarà destinata a crescere di 2,6 miliardi, portando il numero totale di abitanti delle città a 6,3 miliardi. L’imponente urbanizzazione pone grossi problemi per i Paesi in via di sviluppo, che devono trovare mezzi e politiche per fornire servizi essenziali alle loro crescenti popolazioni. Ma anche il mondo industrializzato ha poco spazio per una ulteriore urbanizzazione visto che nel 2011 la sua popolazione era già urbana al 78% e nel 2050 dovrebbe arrivare all’86%. È anche il caso del nostro Paese. L’Italia, denuncia la Coldiretti, ha perso negli ultimi 20 anni il 15% della terra coltivata per effetto della cementificazione e dell’abbandono provocato da un modello di sviluppo sbagliato che ha costretto a chiudere 1,2 milioni di aziende agricole nello stesso arco di due decenni. “Ogni giorno - sottolinea l’associazione - viene sottratta terra agricola per un’area equivalente a circa 400 campi da calcio (288 ettari), con il risultato che in Italia oltre 5 milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni che riguardano ben il 9,8 per cento dell’intero territorio nazionale”. Gli indicatori che la pressione è troppo alta sono molteplici. Basti pensare all’allarme sull’aumento dei pesticidi in fiumi, laghi, torrenti e nel sottosuolo recentemente lanciato dall’Ispra, l’Istituto per la protezione ambientale. I residui di pesticidi sono stati trovati nel 55,1% dei 1.297 punti in cui sono stati fatti prelievi di acque superficiali e nel 28,2% dei 2.324 punti di quelle sotterranee, per un totale di 166 tipi di pesticidi individuati nella rete delle acque italiane. Nel 2007-2008 erano “solo” 118. Non deve quindi sorprendere che nel 34,4% dei punti delle nostre acque superficiali e nel 12,3% dei punti di quelle sotterranee i livelli siano risultati oltre i limiti consentiti delle acque potabili e che per altri inquinanti si verifichino situazioni come quella del viterbese, dove gli acquedotti sono storicamente sopra i limiti per inquinati come l’arsenico. I dati relativi alle emissioni inquinanti poi non confortano, soprattutto se si guarda a quelle responsabili dell’effetto serra. Nonostante la crisi economica abbia ti- dotto le emissioni di Co2, le misurazioni relative al 2012 hanno mostrato una crescita di 2.57 parti per milione (ppm), con un nuovo record in atmosfera a 395 ppm. L’apparente contraddizione è dovuta al fatto che le emissioni dei paesi in via di sviluppo - Cina in primis - continuano e continueranno a crescere. Forte nella consapevolezza e nei buoni propositi, il mondo manca ancora di azioni su scala globale adeguate alla sfida di consegnare alle prossime generazioni un ambiente ancora vivibile.
Autore: Alessandro Farruggia
LA STAMPA
Perché salvare la Terra è un buon affare ... Sostenibilità ecologica e bilanci in utile: sostenibilità possibile anche in tempi di crisi ... La Terra, all’inizio del terzo millennio della storia degli uomini moderni, è sempre più nell’era dell’Antropocene e sempre meno capace di ospitare nuovi individui della specie Homo. Che però inevitabilmente ci saranno e, anzi, arriveranno presto a otto o nove miliardi. E avranno certo esigenze sempre maggiori, con il dubbio che non tutti potranno raggiungere il livello di benessere dei Paesi più ricchi. Anzi, con la certezza che, se i più ricchi sono sempre più ricchi, è solo perché i più poveri sono sempre più poveri. Questo vale, per esempio, nell’alimentazione: se tutti i cinesi volessero mangiare il pesce che mangiano i giapponesi ci vorrebbero oggi 100 milioni di tonnellate di pescato all’anno, cioè quasi tutto il pesce estratto dai mari del mondo (110 milioni di tonnellate). E vale nell’energia, questione cruciale di un pianeta preso dentro un “ecological crunch” come mai se ne erano visti prima. Se tutti i cinesi volessero guidare un’automobile (e perché non due, poi?), ci vorrebbero oltre 60 milioni di barili di petrolio al giorno: e oggi se ne estraggono, nel mondo intero, poco più di 80. Come a dire che noi occidentali ricchi e benestanti possiamo possedere due auto a testa perché, per ciascuno di noi, ci sono ancora venti cinesi che vanno in bicicletta. Celebrare l’ennesima giornata della Terra oggi equivale a prendere ancora una volta atto cli questo contesto, ma se vogliamo rendere quest’occasione finalmente diversa, bisogna chiederci se siamo in grado di cambiare lo scenario e se tutto questo comporterà cambiamenti epocali o catastrofici. Gli economisti ragionano a malincuore su questi temi, ma dovranno rassegnarsi al fatto che l’economia è un sottosistema della biosfera, e, se quest’ultima non è sana, nemmeno l’economia può esserlo a lungo. Il capitale che si ricava dall’ambiente naturale è per definizione immutabile e la sostituzione tecnologica è un’illusione. E in questo contesto non ci si può nemmeno più affidare alla crescita del Pil, visto che si tratta di un parametro fuorviante perché non tiene conto del deterioramento del contesto: il Pil cinese cresce anche grazie a una nuova centrale a carbone al mese, ma il carbone è l’esempio primo di una crescita per definizione limitata. D’altro canto oggi il volume d’affari generato dalle tecnologie pulite per produrre energia è più che raddoppiato rispetto al 2008 (200 miliardi di euro). E la Cina vende, da sola, tecnologie di questo tipo per circa 60 miliardi di euro: una gran parte del mercato (poi Usa, Germania, Danimarca e Brasile). Le “clean technologies” cinesi rappresentano oggi I’1,7% del Pil nazionale: in Europa solo lo 0,4 e ciò basta a rendersi conto della differenza, anche in prospettiva. Nel campo delle Ict, le Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, HP Dell, Nokia, ma anche Apple, Panasonic, Philips, Sony sono fra le prime 10 aziende del mondo per sostenibilità ecologica senza avere fatturati in perdita. Nord Stream garantisce l’approvvigionamento di 100 milioni di europei (55 miliardi di metri cubi/anno) ottimizzando i percorsi e monitorandoli costantemente: così sono più efficienti, evitano al Vecchio Continente di tornare al nucleare, garantiscono la transizione attraverso il gas alle rinnovabili e guadagnano più dei concorrenti. Perfino i più grandi inquinatori di tutti, i colossi chimici come Du Pont, hanno rinunciato ai solventi e utilizzano vernici ad acqua risparmiando 7000 tonnellate di emissioni nocive all’anno. E non sembra si tratti di aziende in crisi. L’attuale crisi economica è sostanzialmente anche una crisi ecologica, ma quello di cui non abbiamo davvero bisogno è che le nazioni del mondo si facciano prendere dal panico, rinuncino a combattere il cambiamento climatico e non pongano argine alla fine delle risorse. Quello di cui non abbiamo bisogno è di una classe imprenditrice (duole dirlo, soprattutto italica) che non è capace del coraggio di investire nell’innovazione veramente utile e nella ricerca. Quello di cui, infine, non abbiamo bisogno è di cittadini che nascondano la testa sotto la sabbia sperando che la crisi passi come è arrivata. Non sarà così: la crisi delle risorse e delle fonti di energia nasce dalle condizioni fisiche del pianeta Terra in presenza di una moltitudine di umani come mal prima. Queste condizioni non possono essere mutate se non con una diminuzione, naturale e sul lungo termine, dei numeri della massa umana e delle esigenze sprecone di una sua parte. Nel frattempo si possono coniugare i buoni propositi ecologici con un guadagno che, finalmente, sia quasi privo di sensi di colpa. Almeno di quelli verso il pianeta.
Autore: Mario Tozzi
CORRIERE DELLA SERA
L’ex broker e il Verdicchio anti-pop ... C’è il vino pop. E poi c’è Pasolini. Corrado Dottori, ex ragazzo milanese di 41 anni, finito nelle Marche inseguendo un’idea del mondo (e del Verdicchio) ha scritto uno dei più bei libri sul vino degli ultimi anni. Contrapponendo lo scrittore anti-pop di Casarsa del Friuli alla cultura pop. Il libro si chiama “Non è il vino dell’enologo” (DeriveApprodi, 13 euro, un piccolo successo editoriale racconta il vignaiolo nel suo blog). Come scrive nella prefazione il regista di “Mondovino”, Jonathan Nossiter, “non è nemmeno un libro sul vino”. È il racconto di un percorso interiore all’ombra della figura del padre. Il vino di Dottori è biologico, ma il sottotitolo del libro, “Lessico di un vignaiolo che dissente”, indica che è più importante l’aspetto politico (la scelta di riappropriarsi della terra) di quello produttivo. Anche perché, ricorda Nossiter, nell’ambiente deturpato “la panacea ironica del Candido di Voltaire - “Il faut cultiver notre jardin” - non è mai sembrata tanto urgente”. Nella vita precedente Dottori è un ex venditore milanese di prodotti finanziari, uno di quei giovani passati dall’università (Bocconi) a una grande banca internazionale. Come quelli che, dopo essersi arricchiti, sono sfilati con gli scatoloni dei licenziati nel 2008, per il crac della Lehman Brothers (“Potevo esserci anch’io tra loro”, pensa ora il vignaiolo). Nel Capodanno del 1999, bevendo Champagne in Costa Azzurra, Dottori decide di appendere il gessato al chiodo e di trasferirsi con la sua compagna Valeria a Cupramontana, il paese del padre. Come in un romanzo di Andrea De Carlo, riparte da zero. C’è una vita da reinventare, in un casolare senz’acqua, telefono, tv. Arriva il padre, silenzioso, nel paese da cui “era leopardianamente fuggito” e che riscopre dopo la pensione. C’è una piccola vigna. “Un ettaro? - gli chiede il primo enologo che consulta - ma allora è solo un hobby”. Corrado ignora le nozioni base di viticoltura, ma vuole cercare l’essenza del vino del posto, il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Evita scorciatoie, bicchieri facili e profumi omologati. Ha in testa il concetto della complessità. “I vini - pensa - sono come le persone. Ci sono quelli puntuali e quelli perennemente in ritardo. Ci sono quelli timidi e introversi e quelli solari e simpaticoni. Vini permalosi, orgogliosi, superbi, eleganti, raffinati, ieratici, spirituali. Vini tragici e vini comici”. “Ama i vini irrequieti e i vini classici - sintetizza Giampaolo Gravina nella seconda prefazione -: embè? Forse che la passione per Monk pregiudica l’ascolto di Bach?”. Dopo la prima vendemmia Dottori scopre Luigi Veronelli (“La rivoluzione non è nelle fabbriche, è nei campi”) e la fiera con i vini naturali al Leoncavallo di Milano. La sua azienda, La Distesa, fatica. Il mercato chiede vini morbidi, colorati e potenti. I suoi sono minerali, sapidi, poco limpidi. “Siamo all’estrema rappresentazione della cultura pop - riflette Dottori -. Non c’è alcuna differenza tra il disco costruito dal produttore hip-hop di Los Angeles, grazie a veri e propri algoritmi del successo, e il vino costruito da agronomi ed enologi consulenti, già a partire dalla concimazione del vigneto”. Così il gusto viene manipolato, sostiene Dottori, e cita il Pasolini che “40 anni fa aveva suggerito che il consumismo ha avuto successo laddove nemmeno il Fascismo era riuscito: la totale alterazione delle coscienze”. Cinque anni fa scoppia la bolla finanziaria, i pochi clienti di Dottori pagano tardi o non pagano. Ma piano piano il Verdicchio si fa notare, arrivano gli elogi dei critici e i primi ordini importanti. Intanto il padre muore (la pagina migliore del libro è quella iniziale, sul silenzio dell’obitorio e il desiderio delle note di Miles Davis). Ed è già tempo di cambiare ancora, di “superare il marketing del vino naturale”. La ribellione iniziale (“non una fuga”) diventa quindi la ricerca di una nuova ruralità, di un futuro con una visione concreta della terra. Con un po’ di Don Chisciotte, scrive Nossiter, ma “anche un pizzico di Rabelais e almeno una goccia di Montaigne”. E una sorsata di Pasolini.
Autore: Luciano Ferraro
CORRIERE DELLA SERA
Terredora, l’eredità di Lucio Mastroberardino ... Lucio Mastroberardino aveva 45 anni quando, il 29 gennaio scorso, è stato vinto dalla malattia. Era l’uomo simbolo dell’Irpinia migliore. Era il presidente dell’Unione italiana Vini. A meno di tre mesi dall’addio, la sua azienda, Terredora, si rialza in piedi. Con un premio, l’Internazionale Vinitaly 2013. E con la tenacia pacata del fratello e della sorella, Paolo e Daniela. “Solo il vento è la permanenza del tempo in Irpinia”, ha scritto Emilia Bersabea Cirillo (“Il pane e l’argilla”, Filema), raccontando di paesi svuotati dall’emigrazione. La storia di Lucio e della famiglia dimostra che la tendenza si può invertire.
Terredora nasce da una scissione familiare. Nel 1994 si dividono le strade di Antonio e Walter Mastroberardino, i fratelli a capo della cantina di famiglia che si occupa di vino del 1700. Un pezzo di storia del vino italiano, con il merito di aver studiato e recuperato i vitigni classici greci e romani. A Montefusco, antico capoluogo del Principato d’Ultra, Walter si dedica a Fiano di Avellino, Greco di Tufo, e Aglianico, dai cui nasce il Taurasi. E poi anche a una Falanghina finita nel 2006 tra i 100 migliori vini al mondo secondo “Wine spectator”. Duecento ettari (l’azienda viticola più estesa della Campania), più di un milione di bottiglie. La formula di famiglia: coltivazione di vitigni millenari con tecniche moderne. “Un faro per l’Irpinia - racconta Daniela Mastroberardino, 45 anni -. Adesso, dopo la scomparsa di Lucio, stiamo ripartendo come si fa nelle aziende familiari, dividendoci i compiti, saldi dopo una tragedia. Il premio di Verona è una spinta a proseguire sulla strada di Lucio”. Paolo Mastroberardino, 52 anni, è enologo come lo era Lucio. Si occupava della rete commerciale, ora è tornato in cantina al posto del fratello che non c’è più. Daniela, 45 anni, ha rimpiazzato Lucio nell’export. È questo il settore che ha bisogno di più energie. Terredora esporta circa il 35 per cento delle proprie bottiglie. “Vogliamo continuare a stare nei mercati in cui Lucio aveva ottenuto risultati importanti - spiega Daniela - come gli Stati Uniti. Lì possiamo spiegare ai consumatori quanto sia forte il legame del nostro vino con la nostra cultura. Ma non ci possiamo arroccare, stiamo puntando anche sulla frontiera asiatica. È cominciato un nuovo capitolo della nostra storia, è il momento di ripartire per una nuova fase di crescita”. I fratelli Daniela e Paolo assicurarono che le idee di Lucio saranno rispettate. “Il suo modo di lavorare è stato la carta vincente in questi 20 anni. Non ha mai voluto fare vini con l’impronta di un consulente, seguendo le mode. Ha sempre cercato di rispettare il patrimonio dei vigneti di questa zona. Come ha fatto nel 2003 con i Taurasi: avevamo già due cru, ma lui ha scommesso su un terzo, il Pago dei Fusi, sfidando chi prevedeva che la gamma dei vini di fascia alta fosse troppo affollata. E lo fece perché sosteneva che ogni cru ha una sua identità precisa e distinta. Ha avuto ragione”. Ora gli effetti degli scissione sono svaniti. Citando Gian Battista Vico, Daniela parla di una vita familiare con differenti fasi (la progressione fino alla crisi però, in questo caso, ha portato alla ripartenza). “Nostro padre Walter e lo zio Antonio, con i diversi passaggi generazionali, hanno avuto a una certo punto una visione differente del futuro. Cose che succedono nelle famiglie. Ma adesso i rapporti tra i due rami sono buoni”. “Siamo al centro di rotte e secoli di storia del vino - dice ancora Daniela - dall’era dell’Antica Roma. Quando l’Irpinia venne colonizzata, i soldati romani vennero qui portando le loro viti. La Campania era in passato quello che è diventata la Napa Valley nel Novecento. Pompei è uno dei primi esempi della valorizzazione del vino nell’antichità. Dobbiamo riappropriarci di questo passato. Era questo il sogno di Lucio”.
Autore: Luciano Ferraro
IL MONDO
Cibovino ... Verona in Sicilia ... Tre novità dall’isola nell’ultima edizione di Vinitaly ... Il Vinitaly di Verona ha chiuso i battenti e un’onda di nuove etichette sta prendendo il largo sul mercato. Qualche bella proposta? Partendo oggi dalla Sicilia sembra dare il benvenuto all’estate il Sur sur di Donnafugata, un bianco facile e allegro, dalle note fruttate, che piace al primo sorso. Nella lingua araba classica “sur sur” vuoi dire grillo, che è anche il nome del vitigno autoctono siciliano usato per la neonata etichetta. Che non è la sola novità della cantina siciliana della famiglia Rallo. Blend di Chardonnay e Pinot nero, ecco il primo brut metodo classico di Donnafugata: 4.524 bottiglie e 992 magnum, è il frutto di un progetto partito sette anni fa con le uve dei vigneti della Tenuta di Contessa Entellina (Palermo), quelli delle colline più alte, con le migliori esposizioni e la maggiore ventilazione che regalano alle bollicine freschezza ed eleganza. Altra deliziosa etichetta da scegliere a occhi chiusi: è l’antisa (l’attesa) di Tasca d’Almerita. E un bianco da uve Catarratto, un altro vitigno autoctono dell’isola che, in barba ai suo nome bruttino, si traduce in un vino fresco e convincente. Viene coltivato a Regaleali (la tenuta nei pressi di Palermo) in alta collina: ne deriva una bella carica aromatica che si offre gentile e invitante. Tra i plus di Antisa l’assenza di solforosa.
Ancora un vino, ma distante anni luce da tutti gli altri: è il 180 di Florio creato per celebrare i 180 anni della celebre cantina produttrice di Marsala. E una selezione di uve zibibbo, cultivar per eccellenza delf isola di Pantelleria, maturate per tre anni in piccoli caratelli che hanno ospitato in precedenza l’affinamento di grandi riserve di marsala vergini del 1963, che regalano così al vino le loro note speziate ed evolute. Idea originale proposta in sole 180 bottiglie gioiello.
Autore: Anna Di Martino
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