ITALIA OGGI
La disfida dell’Amarone ... I produttori della Valpolicella divisi sull’estensione dei vigneti alla pianura... Le famiglie storiche contro il consorzio di tutela... È battaglia in Valpolicella nel nome dell’Amarone. L’associazione delle Famiglie d’Arte parla di scempio e minaccia azioni pesanti se il Consorzio non tornerà indietro ) dalla proposta di abrogare la norma del disciplinare che vieta l’impianto dei vigneti in pianura. “Nei prossimi giorni ci sarà l’assemblea dei soci del Consorzio. Vedremo se faranno un passo indietro”, commenta Marilisa Allegrini, presidente delle Famiglie. “Certo che di entità produttive che hanno il nostro interesse a tutelare la denominazione ce ne sono. Vogliamo raggruppare anche altre anime attorno a questo nostro pensiero”. Le Famiglie d’Arte lanciano una sorte di chiamata alle armi per scongiurare quelle che definiscono “modifiche capestro al disciplinare di produzione”. Una su tutte emersa in questi giorni e mai comunicata è relativa alla “eliminazione del limite alla Doc per i vigneti impiantati in terreni freschi e di fondovalle”. Si tratta, spiegano i vertici delle 12 famiglie dell’associazione (circa 140 mln di euro il fatturato annuale complessivo), “di una sorta di condono tombale per chi purtroppo già pratica, indisturbato, una produzione mai consentita dal regolamento”. Il divieto, spiega la presidente Allegrini, “è una norma di tutti i grandi, dal Barolo al Brunello, al Chianti Classico che vietano in maniera tassativa la pianura. Se il Consorzio non dovesse rivedere la propria posizione, sarà battaglia, anche seria”. Non si sbilancia oltre, ma la determinazione a difendere la tradizione e la qualità dell’Amarone c’è. “Il Consorzio non può non tornare indietro, così si fanno male da soli. La qualità in collina è maggiore che non in pianura, come ha dimostrato la zonizzazione effettuata dallo stesso Consorzio. E non si capisce perché non voglia tenerne conto. Se si guarda a un discorso economico, l’economia è di tutta la denominazione e non soltanto del singolo orticello”. Per cercare di arrivare a un accordo, era stato aperto anche un tavolo tra Famiglie e Consorzio, ma non si è arrivati a niente. “La verità è che, nonostante le nostre rivendicazioni, la politica di gestione non tiene più conto delle zone vocate a tutto svantaggio della riconoscibilità del vino”, commenta Sandro Boscaini. “La rottura del tavolo è stata principalmente un’abissale diversità di vedute. La nostra ha un approccio qualitativo basato sulla vocazione del vigneto per cui 1’Amarone si può produrre solo nei terreni vocati, quella del Consorzio pone obiettivi di quantità. Non per nulla negli ultimi 15 armi l’aumento della produzione è stato del 1.140%, ma l’Amarone non è una commodity e la sua fortuna nel mondo è dovuta al nostro assunto, non al loro”.
Autore: Andrea Settefonti
ITALIA OGGI
Asti medita sugli effetti del Moscato ... Vendite giù... Calo delle vendite, crollo dei prezzi, eccesso di produzione, La “moscato mania” sembra aver perso slancio. Ed è polemica ad Asti tra il Consorzio del Moscato e la Produttori Moscato Associati. Secondo il presidente dell’associazione Giovanni Satragno, “lo scenario del prossimo futuro non è dei migliori. Nel 2011 eravamo a 107 milioni di bottiglie mentre nel 2012 siamo scesi a 92 milioni. Oggi le previsioni 2013 parlano di 85 milioni. Quindi la resa presumibile 2013 si aggira intorno ai 90 quin tali ad ettaro. Sarebbe stato utile non esagerare con le rese l’anno scorso, ma in quanti erano a tirarci per la giacca? Siamo riusciti a mediare i 115 quintali richiesti da molti”. “Pensate alle conseguenze se non avessimo osteggiato i 3 mila ettari di nuovi impianti proposti da Ricagno & C (Paolo Ricagno ex presidente Consorzio Asti docg ndr)”, continua Satratgno. “Avremmo già 1.000 nuovi ettari che andrebbero in produzione fin dalla vendemmia 2013”. Ma non solo. “Il Consorzio di Tutela, per il piano di rilancio, nel periodo 2005-2010, ha speso in promozione oltre 20 milioni di euro, di cui
18,5 in Italia. Risultato: meno che zero, con continuo calo delle vendite, fino al minimo storico e prezzi da hard discount”.
Autore: Andrea Settefonti
ITALIA OGGI
Giordano, pioniere della vendita diretta, cresce in Francia ... Trentaquattromila ordini, 400 mila
bottiglie vendute, 2,1 mln euro di fatturato. E il bilancio del primo anno di vendite online di vini italiani in Francia, paese nazionalista come pochi in fatto di vino, della piemontese Giordano: 110 mln euro di fatturato a fronte di 26 mln bottiglie vendute l’anno. Pioniera della vendita diretta, che ha adottato fin dal 1956, quest’azienda dopo aver conquistato un terzo del mercato delle vendite ordine divino in Italia, sta gradualmente estendendo il suo raggio d’azione all’estero, dove già realizza il 47% del suo fatturato (Germania, Uk, Svizzera, Olanda,Austria e Usa i mercati principali) sempre tramite le vendite online. Tre gli ingredienti per conquistare nuovi mercati. Un’offerta ampia di vini: 51 quelli Doc e Doeg e 46 gli Igt di 11 regioni italiane, prodotti sia a partire dalle uve vendemmiate nella tenuta di proprietà (18 ha vitati nelle Langhe) sia reperite nelle migliori aree vocate. L’attenzione alla qualità: negli ultimi anni 56 etichette Giordano hanno ottenuto 200 premi in concorsi enologici nazionali e internazionali. E la cura nel servizio. “Grazie alla vendita diretta”, spiega SimonPietro Felice, amministratore delegato di Giordano, “possiamo proporre alla clientela finale un prezzo molto competitivo abbinando questo plus alla comodità della consegna a domicilio, a un customer service 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, e al pagamento 30 giorni dopo aver ricevuto e assaggiato il vino. Vino che, se il cliente non è soddisfatto, può restituirci senza oneri. Lo ritiriamo a nostre spese”.
Autore: Luisa Contri
LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
La Maremma si mette in vetrina Cibo e vino per conquistare il mondo ... Il meglio dell’enogastronomia in 120 stand nel centro di Grosseto ... Grosseto e la Maremma si mettono in mostra. Indossano il vestito buono e svelano al mondo le loro ricchezze. Che si fonderanno in un circuito del gusto, tra eccellenze enogastronomiche locali, “innaffiate” da arte e storia della cultura cittadina. Tutto questo è Maremma Winefood Shire, la tre giorni (dal 17 al 19 maggio) messa in piedi dalla Camera di Commercio di Grosseto in collaborazione con Provincia e Comune. Per la prima volta fuori dai classici schemi. Vetrina doveva essere e vetrina sarà. Ecco perché i 120 espositori tra wine, food e artigianato artistico, Otto tra associazioni e consorzi di valorizzazione delle produzioni, oltre 50 buyers provenienti da 14 Stati di tutto il mondo, tra cui Emirati Arabi, Usa, Germania, Inghilterra e Taiwan saranno Ospitati in una cornice straordinaria e quanto mai suggestiva: il centro storico del capoluogo maremmano. Profumi e sapori saranno i protagonisti quindi della raffinata kermesse, che esce per la prima volta dai centri fieristici internazionali per “invadere” con stand ed iniziative di grande livello vie e piazze, assicurando un’atmosfera coinvolgente ed unica. Il calendario è ricchissimo di appuntamenti tra convivialità, cultura del gusto e valore del cibo. Parteciperanno con i loro prodotti di qualità, dal vino ai salumi ai formaggi, le maggiori e più prestigiose aziende agricole della provincia, mentre chef, esperti enogastronomici, enologi, operatori del settore accompagneranno buyers, ospiti e cittadini nel viaggio alla scoperta dei sapori di questa terra meravigliosa. Al taglio del nastro ci sarà, oltre Giovanili Lamioni, presidente della Camera di commercio e le istituzioni cittadine, anche Paolo Massobrio, l’esperto di enogastronomia che inaugurerà il Maremma Food e Wine Shire con un talk show da non perdere. “È una scelta ambiziosa quella che abbiamo fatto - ha detto Giovanni Lamioni, presidente della camera di Commercio alla presentazione dell’evento al Cassero Senese - che ci dà la possibilità di promuovere tutto il territorio. Questa terra inizia ad avere appeal e per vendere il nostro prodotto dobbiamo farlo bene”. Coraggio, quindi. Quello che chiede una terra che ancora deve uscire dal guscio. Fatto di eccellenze, di buona tavola, di arte e di cultura. Che il Maremma Wine e Food Shire cercherà di svelare a chi ancora non lo sa.
Autore: Matteo Alfieri
LA REPUBBLICA
Metti l’orto in rete la rivoluzione nei campi dei contadini digitali ... È boom di aziende agricole che usano il web... Prima sono arrivate le parole. Una definizione così scontata da apparire vuota: i contadini 2.0. Poi è stata la volta dei numeri: il boom di aziende agricole conquistate dalla Rete in dieci anni. Da cinque a venti- novemila siti internet, da tre a ventisettemila esperimenti di commercio elettronico. Adesso arrivano le storie e niente è così potente come le storie dei nuovi contadini a raccontarci la piccola, grande rivoluzione in corso nelle nostre terre. Perché sono storie di giovani e non più giovani che hanno studiato altro e spesso facevano altro ma a un certo punto della loro vita hanno deciso di mollare tutto e andare a vivere in campagna. Non per ritirarsi ma per reinventarsi: per mettere le loro competenze e la loro cultura digitale al servizio della terra. “Sono una nuova generazione di artigiani della terra e della rete” secondo la felice definizione di Giampaolo Colletti che mercoledì e giovedì li ha invitati tutti a Bologna per il primo festival dei wwworkers, i lavoratori digitali. È da qualche anno che Colletti studia i cosiddetti wwworkers, italiani che hanno mollato il lavoro dipendente si sono messi in proprio sfruttando le notevoli e spesso ancora sconosciute potenzialità della Rete. Ma è la prima volta che sulla scena irrompono i
contadini digitali. Dice Colletti: “Quasi tutti hanno mollato il vecchio e stressante lavoro fatto di cartellini da timbrare per abbracciare quello durissimo del coltivare la terra e vendere i suoi frutti. Il bio è la loro religione, ma è un credo che professano insieme a migliaia di utenti consumatori finali, raggiunti con molta più facilità oggi grazie a internet”. E quindi le storie. C’è Paolo Ferraris, 33 anni, di Vercelli, un diploma di industrial designer messo in un cassetto per fondare “le verdure del mio orto”, non solo un sito dove vendere frutta e verdura biologica: “Vogliamo dare al cliente una maggiore consapevolezza di ciò che mangia, rendendolo artefice delle semine, consegnandogli i prodotti la cui tracciabilità è assoluta. Così i clienti possono anche crearsi un orto virtuale (scegliendo la grandezza e la tipologia della verdura) che verrà riprodotto in azienda”.
C’è Chiara Innocenti, 36 anni, di Arezzo, che faceva la controller in una azienda di credito e oggi con due soci ha aperto “Tunia” per vendere oli e vini attraverso la Rete perché “non esistono altri mezzi altrettanto efficaci per contattare il consumatore finale”. C’è Sonia Bazzo, 31 anni, di Conegliano Veneto, che faceva l’assistente di volo e oggi vende semi per farsi l’orto in un vaso “perché ci siano più terrazzi coltivati e meno balconi vuoti”. Il sito si chiama “piccolovegsforpots” che sta più o meno per piccole verdure per vaso ed è nato così: “Io e il mio ragazzo facevamo l’orto sul balcone di casa nostra e abbiamo iniziato a cercare dei semi all’estero. Abbiamo trovato tante persone che si interessavano a e peperoni adatti a quello che all’estero chiamano container gardening. Così ora vogliamo diventare il punto di riferimento in Italia per chi vuole iniziare un orto in vaso”. Ma la storia che più di tutte le altre rende l’idea di questa rivoluzione al contrario in corso, di questo passaggio dai computer alla vanga (che è un bello slogan ma fuorviante perché come abbiamo visto poi la internet e i computer sono fondamentali per dare di nuovo un senso non solo economico al vecchio lavoro della vanga), la storia simbolo è quella di Eutorto. Eutorto è un orto. E l’orto fatto qualche anno fa da venti lavoratori in cassa integrazione di Eutelia. Eutelia non è un nome molto noto al pubblico eppure è una società di telecomunicazioni importante, con dodicimila chilometri di rete e una storia travagliata che inizia nel 2004 ad Arezzo e che qui non è possibile ricostruire. Ma insomma, nel 2009 circa duemila dipendenti vengono messi in cassa integrazione e venti di loro (ingegneri, matematici, amministrativi: gente che ha gestito progetti informatici per Banca d’Italia, ministeri, Campidoglio eccetera) decidono di ripartire dalla terra e prendono in gestione tre- mila metri quadrati all’Ardeatino, nella zona sud di Roma. E ci fanno un orto. E l’orto funziona. Il loro diario semiserio pubblicato sul sito non è solo il resoconto puntuale dello stato dei cavoletti e dei peperoni, è la risposta di chi non si è arreso ad un destino ingiusto, di chi non si è rassegnato, di chi ha scelto di restare unito agli altri compagni di sventura. E ricominciare. Dalla terra.
Autore: Riccardo Luna
IL SOLE 24 ORE
Coldiretti, “tutor della spesa” contro la crisi ... L’organizzazione lancia una campagna di informazione per aiutare gli italiani a risparmiare il 30% dei costi alimentari privilegiando la qualità... La crisi si combatte anche “adottando” un maiale, curando a distanza un ulivo o, più semplicemente, facendo attenzione alle etichette e alla provenienza del cibo che portiamo in tavola tutti i giorni. Coldiretti non si arrende al compromesso tra qualità del cibo e integrità del portafoglio. E per dimostrare che è possibile risparmiare oltre il 30% dei costi alimentari continuando ad acquistare ottimo made in Italy, vara la rivoluzione del “tutor della spesa”. L’iniziativa è stata lanciata ieri a Milano, nell’ambito di Cibi d’Italia, l’evento di Campagna Amica presso il castello Sforzesco. Secondo i dati Istat citati da Coldiretti, le famiglie italiane nel 2012 hanno speso per mangiare 477 euro al mese, e in sette casi su dieci sono state costrette a ridurre non solo le quantità, ma anche la qualità dei prodotti acquistati. “Tagliare sul cibo significa tagliare sulla salute e sul futuro - ha spiegato il presidente della Coldiretti Sergio Marini -. Non è accettabile in un Paese che ha conquistato il mondo grazie ai primati a livello internazionale per qualità e sicurezza del made in Italy alimentare. Vogliamo creare le condizioni per mangiare bene a costi accessibili: siamo impegnati a lavorare per la formazione e l’informazione, nei nostri mercati di Campagna Amica, nelle fattorie didattiche e nelle scuole”. I “tutor della spesa” si occuperanno di formazione al risparmio con lezioni sulla lettura intelligente delle etichette e sui tagli agli sprechi, illustreranno i vantaggi offerti dalla possibilità di diventare direttamente partner delle aziende agricole per assicurarsi prodotti freschi e genuini, ma si soffermeranno anche sulle potenzialità di internet, dei Gas, del car pooling, del pick your own (in parole povere, fare la spesa direttamente nell’orto del contadino), della panificazione casalinga e così via. “Con le giuste informazioni - ha spiegato ieri il presidente di Coldiretti Lombardia Ettore Prandini alla presenza del sindaco di Milano Giuliano Pisapia e del presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni - si può avere sia qualità sia risparmio. Con questa iniziativa vogliamo dimostrare anche quello che l’agricoltura italiana può fare per Expo 2015. L’occasione dell’Esposizione universale non si deve solo tradurre in nuove infrastrutture, ma deve anche essere vetrina dell’eccellenza del made in Italy”.
Autore: Matteo Meneghello
NAZIONE/GIORNO/CARLINO
A Lucca tutti i vini della costa toscana ... “Anteprima vini della Costa Toscana” è l’appuntamento che prende il via oggi nei saloni del Real Collegio a Lucca per la XII edizione, organizzata dall’associazione Grandi Cru della costa fino a lunedì. Un percorso tra degustazioni, sapori, storie, dibattiti, cene, show-cooking, laboratori, proposti da oltre 80 viticoltori, che presenteranno oltre 400 etichette fra campioni “en primeur” e annate in commercio. Autentica “chicca” per gli appassionati, sarà la presenza di una delegazione di cantine provenienti dalla Georgia, che faranno degustare una selezione dei più importanti vini di un territorio tutto da scoprire. Oggi il via con tre “artisti dei fuochi”: Luca Landi di Tirrenia, Viviana Varese di Milano e Paolo Lopriore di Siena. Ingresso, con assaggi dai 15 a 35 euro.
CORRIERE DELLA SERA
Il vino ha una coscienza La “carica etica” dei ragazzi antimafia ... A Libera Terra il premio Francesco Arrigoni... Non solo vigneti. L’idea vincente di Don Ciotti... Mille ettari di antimafia, 10 milioni di metri quadrati etici, una superficie pari a 1.400 campi da caldo. Per il vino, ma non solo. Dalla Sicilia al Piemonte, vigneti, piantagioni e terreni talvolta incolti sottratti ai corleonesi, ai casalesi, agli ‘ndranghetisti, ai neo colonizzatori criminali del Nord. E affidati ai ragazzi di Libera Terra. Un decennio dopo la nascita, l’idea “agricola” di don Luigi Ciotti, la guida di Libera, è diventata più grande e forte, nonostante attentati, minacce, incendi. Con la convinzione che non basta togliere i campi ai boss e gestire le loro aziende; serve una nuova etica della terra per ridare la dignità perduta a queste aree del Paese. Quindi coltivazioni biologiche, naturali, rispettose dell’ambiente e scelta di piante legate alla tradizione locale. Questa presa di coscienza (che don Ciotti descrive come la “ricerca dell’autenticamente umano, della responsabilità anzi della corresponsabilità degli uni verso gli altri, il prendersi cura delle persone, ma anche del rispetto di quello che ci circonda”) è valsa a Libera Terra e al sacerdote che la conduce il Premio Francesco Arrigoni, consegnato stamattina al monastero di San Pietro in Lamosa di Provaglio (Brescia). Un riconoscimento deciso dal neonato comitato in memoria del giornalista enogastronomico, rigoroso e colto, collaboratore del Corriere della Sera, morto due estati fa a 51 anni. A presiedere il comitato c’è la vedove, Antonella Colleoni, affiancata da un gruppo di amici tra i quali il giornalista Gianni Mura. La carica etica che Francesco (direttore del seminario Veronelli e firma del Gambero rosso prima di diventare l’animatore sul Corriere delle pagine dedicate alle “Vie del gusto”) trasmetteva con i suoi articoli è ora l’essenza del Premio, destinato “a chi nel campo dell’enogastronomia abbia progettato e/o realizzato un’azione dal forte contenuto etico”. Libera Terra è l’esempio più avanzato in Italia di agricoltura sciale. È formata da un gruppo di cooperative, presenti soprattutto al Sud, che dà occupazione a 160 persone, più di un terzo delle quali assunte dalle categorie dei lavoratori “svantaggiati”. E nel vino Libera Terra ha raccolto i maggiori successi, con le coop di Centopassi (dal titolo del film di Marco Tullio Giordana sulla vita di Impastato) nell’Alto Belice Corleonese e Hisotelaray nel Salento. Dalla Sicilia arrivano vini intensi e veri come il Catarratto Terre rosse, dedicato al dirigente comunista Pio La Torre che ideò la legge sui beni confiscati, e il Grillo
Rocce di Pietra Longa in memoria di Nicola Azoti, sindacalista ucciso. Freschi e autentici sono i pugliesi: i Negramaro Renata Fonte e Filari di Sant’Antoni, il Primitivo Antò (per Antonio Montinaro, originario del paesino leccese di Calimera, morto scortando il giudice Giovanni Falcone), sorprendente il rosato Alberelli de la Santa. “La nostra idea fissa è la ricerca
dell’eccellenza”, spiega Francesco Galante, responsabile della Centopassi. Dalle cantine escono ogni anno 500 mila bottiglie, vendute in Europa e anche negli Stati Uniti e in Giappone. “Abbiamo scelto i vitigni tradizionali. Abbiamo il dovere di agire per la qualità nelle zone che lo Stato ha confiscato e ci ha affidato. I vini sono dedicati a vittime della mafia, i loro familiari
sono accanto a noi, ci seguono non solo durante la Giornata della memoria. Per noi è un dovere quotidiano richiamare l’attenzione sull’impegno contro i boss”. E per questo impegno, come ha scritto il mese scorso Nando Della Chiesa, che “Libera è diventata il vero luogo del Paese in cui i deboli e le vittime cercano giustizia e provano a sconfiggere le proprie solitudini. Sono loro che senza volerlo ripetono agli orbi quel che Neruda rispose in poesia quando gli chiesero perché non parlasse delle nevi e dei vulcani del suo Paese natale: “venite a vedere il sangue per le strade/ venite a vedere il sangue per le strade/venite a vedere il sangue per le strade”“. Libera Terra non è solo vino: è olio, pasta, mozzarella di bufala, legumi, marmellate, è l’agriturismo in uno dei luoghi simbolo della storia della Sicilia, Portella della Ginestra (dove avvenne la strage del primo maggio 1947), una coop neonata in Calabria. Mille rivoli, come il pranzo di nozze solo con prodotti Libera Terra di cui ha scritto Giovanni Tizian, giornalista minacciato dalla mafia, con il biglietto d’auguri arrivato da don Ciotti: “Grazie per quello che fate e come lo fate, perché abbiamo bisogno - come diceva Gesù - dei frutti intesi come opere. Abbiamo bisogno - come diceva Gandhi - di gesti e non tanto (o non solo) di discorsi”. Gesti autentici, come coltivare mille ettari antimafia.
Autore: Luciano Ferraro
IO DONNA - CORRIERE DELLA SERA
Anteprima vini ... Lucca, Real Collegio, fino al 6 maggio... Sono i Grandi Cru della costa toscana i protagonisti di questa iniziativa, che ospita 80 aziende del territorio con la loro produzione completa (oltre a un vino en primeur e a uno in anteprima). Non mancano incontri, laboratori di degustazione a tema, mostre, il mercato dei prodotti tradizionali e una sessione di show cooking con chef che cucinano “in diretta” i loro piatti più pregiati. Info: www.anteprimavini.com
IL MONDO
Calici in Piazzetta ... Degustazioni e cene da gourmet al Porto Cervo wine festival... “ La passeggiata tra moda e vino” nella Piazzetta famosa in tutto il mondo: ecco l’intrigante novità della quinta edizione del Porto Cervo wine festival (17-19 maggio), evento fascinoso che apre la stagione 2013 della Costa Smeralda. Dal tramonto alla notte di sabato 18 maggio, nelle boutique dei famosi marchi della moda che si affacciano con le vetrine nel cuore del villaggio, i fashion e i wine lover potranno ammirare le nuove collezioni estive degustando grandi vini. E solo uno dei tanti sipari del Wine festival di Porto Cervo, ambito palcoscenico di 60 aziende vinicole, in rappresentanza dei principali territori enologici sardi e nazionali, a tu per tu con gli appassionati della Costa Smeralda, ospiti degli alberghi Starwood e del Pevero golf club, oltre che di buyer internazionali. Cuore dell’evento è la degustazione, aperta al pubblico al Porto Cervo conference center, di oltre 250 etichette nelle tre giornate (ore 15-19), con prezzo del biglietto di 15 euro (il ricavato sarà devoluto all’Airc). La manifestazione, che vanta come media-partner le testate del gruppo Rcs, Dove, Slyle Golf e Siyle (in particolare il mensile del Corsera assegnerà il riconoscimento “di stile” a un vino italiano), offre anche vari momenti di approfondimento e di svago e cene gourmet, solo su prenotazione, con cucina sarda interpretata da due giovani chef isolani emergenti. Oliver Piras, de La Corte del Lampone di Cortina, cucinerà venerdì 17 all’Hotel Pitrizza, mentre sabato 18, all’Hotel Cala di Volpe, si esibiranno Roberto Serra, chef del Su Carduleu di Abbasanta (Or), e il pianista e compositore italiano Raphael Gualazzi. Gli alberghi Cala di Volpe e Pitrizza (Luxury collection hotel), propongono un pacchetto a partire da 615 euro che include una notte in camera doppia con piccola colazione, una cena gourmet e ingresso alle degustazioni. Informazioni www.portocervowinefestival.com
Autore: Anna Di Martino
LA REPUBBLICA
Bianco, rosso e i gradi del giudizio ... Il vino è una questione di gradi. Non solo alcolici,ma, per cosi dire anche climatici. Di gradi Celsius o centigradi insomma. Di solito il Vino bianco si serve troppo freddo e quelo rosso troppo caldo. Ma anche questo è relativo. I vini più flebili e “semplici” possono guadagnare dal freddo. All’opposto, più un vino bianco è complesso e ricco meno tollera temperature eccessivamente basse. “Un grande bianco di Borgogna” come un Batard Montrachet o un Corton Charlemagne, “ è perfetto tra i 12 e i16 gradi”, dice il graqnde conoscitore Hugh Johnson. Lo stesso, vale per i grandi rossi, la cui temperatura ideale si situa tra 16 e 18 gradi. Il vino è subdolamente camaleontico: la temperatura ne varia il carattere. Oggi appena entra nel bicchiere guadagna un grado. Colpa degli attuali riscaldamenti eccessivi, intorno ai 21 gradi, mentre anni fa raggiungevano a stento i 18. Come fare allora? 20 minuti prima di mangiare, togliete il bianco dal frigo e metteteci il rosso. Oppure abbassate il riscaldamento e per non soffrire il freddo bevete il doppio.
Autore: Sapo Matteucci
IL SOLE 24 ORE
Il food italiano cresce all’estero ... La corsa dell’export continua anche nel primo bimestre con un +6,5%... Lexport di agroalimentare non tradisce mai. Anche adesso che il made in Italy manifesta segnali di stanchezza Oggi un prodotto alimentare su cinque finisce sui mercati esteri. Nel 2012 i mercati internazionali hanno divorato agroalimentare italiano per 25 miliardi (+7% sul 2011) contro ii9 miliardi di import. Ma lo slancio non si è esaurito: nel primo bimestre del 2013 l’export è cresciuto ancora, secondo il Centro studi Federalimentare del 6,5% contribuendo in misura determinate a trascinare la produzione industriale del 4,7%. Che l’anno scorso si è attestata a 130 miliardi. “Con i consumi italiani in retromarcia - osserva Filippo Ferrua, presidente di Federalimentare - l’export rappresenta un’importante valvole di sfogo e di redditività. E ci sono ancora margini per crescere”. Nel 2012 l’incidenza dell’export sul fatturato totale ha sfiorato il 20%. La più alta di sempre, ma inferiore a quella di Germania, Francia e Spagna la cui quota oscilla tra il 22% e il 29%. Sul mercato domestico invece prevale l’erosione dei consumi, anche se si è lontani dal crollo degli altri settori industriali: in 5 anni la crisi ha tagliato 20 miliardi di spesa alimentare e nel 2011-2012 il calo degli occupati è stato di5mila addetti. “Finora - sottolinea Ferma - le imprese hanno gestito questa situazione con il freno tirato sul turnover e, per fortuna, non abbiamo grandi imprese con impegnativi processi di ristrutturazione e Cig. Tuttavia non siamo certi che in futuro la situazione non possa cambiare: già oggi sono scese dal 58 al 45% le aziende che effettueranno investimenti nel prossimo biennio, non solo per sfiducia ma anche perché l’accesso al credito è diventato più difficile”. Ma dove cresce il made in Italy? Meno nella vecchia Europa e di più in Nord America e nei mercati emergenti. L’anno scorso nella Ue il made in Italy ha messo a segno un +4,9%, e negli Usa il balzo è stato dell’8,9%; nei paesi emergenti le performance sono volate (ma su valori assoluti contenuti): negli Emirati Arabi Uniti (+42,4%), in Thailandia (+42,3%), in Messico (+35,6%) e in Arabia Saudita (+30,5%). Un passo dietro Corea del Sud (+22,2%), Cina (+18,3%) e Russia (+17%). Quanto alla merceologia, il vino è diventato il vero driver del made in Italy, accanto al quale si collocano altri prodotti della dieta mediterranea: pasta, verdura e frutta E altri ancora dello stile italiano: formaggi (il Grana padano è il più venduto nel mondo), dolciari, salumi e caffè. Nel 2012 su un valore della produzione divino di 9 miliardi ne sono stati esportati 4,8 miliardi, oltre la metà. Che rappresentano il 2O% dell’export agroalimentare, seguito dal 12% di vegetali e frutta, dal 12% di dolciari, dal 10% di lattiero-caseario, dal 9% di pasta. Paradossalmente riusciamo a esportare in Nord Europa anche la birra italiana (gli inglesi ne bevono il 60%): al di là delle Alpi ne vanno oltre due milioni di ettolitri, oltre il 16% della produzione. “Aiuta molto - sostiene Alberto Frausin, presidente di AssoBirra (quest’anno il significativo esordio a Vinitaly) - la diffusione del cibo italiano nel mondo e si porta dietro anche la nostra cultura della birra. Un business che all’erario fornisce 4 miliardi di entrate e assorbe dall’agricoltura tutta la materia prima disponibile”. Ma ora anche i445 microbirrifici rendono più ‘italiano” questo prodotto. Come spingere sull’internazionalizzazione? “Innanzitutto - sostiene Ferma - rifinanziando l’Ice e accompagnando le Pmi sui mercati lontani e riducendo le barriere non tariffarie”. Come avverrà dal prossimo 28 maggio con la caduta delle barriere americane (dopo 15 annidi stop) per i salumi italiani a breve stagionatura. Il processo d’internazionalizzazione delle imprese del food è trainato soprattutto dai big. Una bella soddisfazione che segue gli anni bui in cui le multinazionali estere hanno fatto un solo boccone di imprese e marchi noti come, dai casi recenti, Gancia, Ar Alimentari, Salumi Fiorucci a Parmalat, Galbani, Cademartori, Vallelata, Invernizzi, Bertolli, Carapelli e Sasso, Star, San Pellegrino, Buitoni. Oggi c’è quasi un rovesciamento delle parti: l’abruzzese De Cecco ha fatto shopping con il leader russo della pasta Pmk, l’altoatesina Dr. Schär ha rilevato un concorrente spagnolo e ha realizzato uno stabilimento negli Usa mentre il gigante del lattiero caseario Granarolo ha ingoiato il gruppo francese Cipf Codipal, che porta in dote due impianti industriali. “Cerchiamo - ammette Gianpiero Calzolari, presidente del gigante cooperativo - mercati in crescita e con margini migliori di quelli italiani”. Granarolo implementerà la sua strategia sui mercati stranieri attraverso la neo costituita Granarolo International. Eppoi il Salumificio Beretta ha appena ampliato un mega stabilimento in Cina, in partnership con un produttore locale. “Era importante rispondere tempestivamente - osserva Vittore Beretta, presidente del gruppo - a un mercato in crescita tumultuosa. E in 12 mesi abbiamo realizzato lo stabilimento”.
Sul fronte dell’Est la veronese Zuegg ha aperto la campagna di Russia con un polo
- produttivo da 35 milioni per la produzione di semilavorati di frutta (per gli yogurt e l’industria dolciaria) destinati ai grandi clienti come Danone e Barilla, “che non potevamo più servire dalla Germania” sostiene Oswald Zuegg. Funziona? “Certo - conclude Zuegg - e forse già quest’anno raggiungiamo il break even. Ma non trascuriamo l’export: l’anno scorso abbiamo guadagnato il 10%”.
Autore: Emanuele Scarci
Il Venerdì di Repubblica
Il Greco di Tufo delle fattucchiere? Magia buona ... Caterina Martone nasce, come produttrice di olio, nel 2000, ed è l’unica a proporre la varietà Marinese in purezza. Qualche anno dopo decide di dedicarsi anche al vino. Gli otto ettari iniziali vengono piantati con marze prelevate da vigneti antichi. Caterina condivide il progetto con Dario e Virna Asara, Erik Den Dunnen e Lina Di Silverio, la mano enologica è del bravo Carmine Valentino. Le masciare, nella tradizione popolare irpina, sono figure inquietanti, tra la guaritrice e la fattucchiera. Tutto è chiaro e positivo invece, per nulla inquietante, nel progredire dell’azienda omonima, che tende all’eccellenza. Inattesa del Taurasi, da non perdere l’Aglianico Barbassano, il Fiano e questo Greco di Tufo Settepietre. Il 2012 ha colore luminoso, profumi di fiori e frutti estivi, gusto secco e sapido, vigoroso, di bella armonia. Per l’aperitivo, ma anche a tutto pasto sulla cucina di mare. A Milano all’Enoteca Lambrate, a Roma da Ginger Bistrot & Enoteca sui 13-15 euro.
Autore: Paola Mura
Sette - Corriere della Sera
Rosso di Montalcino 2010 90/100 Rosso di Montalcino doc l5 euro San Lorenzo Montalcino (Si) www.poderesanlorenzo.it
Una gemma nel panorama di Montaicino, proposta da una cantina piccola ma già famosa e prestigiosa. Deriva da uve sangiovese coltivate negli appena quattro ettari e mezzo di vigneto di proprietà e matura un anno in barriques di terzo passaggio. Ha colore rubino vivo, molto luminoso, e fase olfattiva che si apre su note di tabacco, cuoio, menta e lamponi. Sapore fresco, agile, molto piacevole, immediato ma elegante, con finale lungo e sottile. Da bere a 16, con pollo e peperoni o tagliatelle al ragù.
Alfiera 2009 92/100 Barbera d’Asti Riserva docg 23 euro Marchesi Alfieri San Martino Alfieri (At) www.marchesialfieri.it
Se non è la migliore Barbera del mondo poco ci manca. Di sicuro è un grande classico della sua tipologia, ‘tirato” in circa 13.000 bottiglie e fatto maturare per ben 15 mesi in barriques. Il risultato è un rosso austero e imponente, con note di spezie, more e sentori boisé che vanno verso complessi profumi di evoluzione, Il sapore è deciso, ben sostenuto dalla tipica acidità. Caldo e molto persistente. Bevetelo a 18° abbinandolo a capretto al forno e salami cotti dell’Astigiano.
Sabbie di sopra Il Bosco 2010 93/ 100 Terre del Volturno igt 25 euro Nanni Copé Vitulazio (Ce) www.nannicope.it
Giovanni Ascione, viticoltore quasi per hobby, produce qualche migliaio di bottiglie con le uve del suo vigneto di due ettari e mezzo coltivato con pallagrello nero per il 90% e con aglianico e casa- vecchia per il restante 10%. Ne scaturisce un formidabile rosso, che matura per 13 mesi in barriques e che ha colore rubino intenso, profumi speziati con note di lavanda, rosa canina e cassis; sapore pieno, ben sorretto dall’acidità che lo rende elegante e di buon equilibrio. Da bere a 18 con faraona ripiena.
Autore: Daniele Cernilli
Panorama
Questa rubrica si occupa quasi sempre di grandi vini. Ma la crisi ha portato i consumatori a una
maggiore attenzione e per questo è giusto dare spazio a un’azienda pugliese che ha meritato i Tre Bicchieri del Gambero Rosso per un vino che in enoteca viene quotato in media 7 euro. Si tratta del Salice Salentino Rosso Riserva 2009 dell’azienda Cantele di Guagnano (Lecce) apprezzato per i suoi aromi di mora e per un “palato’ lungo e coerente. Cantele è un vignaiuolo di massa (oltre 1,5 milioni di bottiglie prodotte all’anno), ma lavora con passione nella memoria del patriarca Giovanni Battista e di sua moglie Teresa Marrara, alla quale viene dedicato uno Chardonnay in purezza, vino corretto da tutti i giorni e un Negroamaro tannico al punto giusto. Tra i prodotti che abbiamo assaggiato da segnalare ancora un Negroamaro Rosato garbato, con una certa personalità e con un buon rapporto tra qualità e prezzo, e l’Amativo 2010. Questo vino (60 per cento Primitivo, 40 per cento Negroamaro) è stato negli anni passati il campione dell’azienda ed è tuttora quello più caro. E un vino che va bevuto il giorno dopo l’apertura perché possa venirne fuori al meglio l’equilibrio tra potenza e bevibilità. Info: cantele@cantele.it
Prezzi indicativi in enoteca
Salice Salentino Riserva 2009 7 euro
Teresa Manara Chardonnay 2011 10 euro
Teresa Manara Negroamaro 2010 15 euro
Negroamaro Rosato 6 euro
Amativo 2010 18 euro
Autore: Bruno Vespa
Panorama
Con quella muffa un po’ così ... Aromatici, intriganti, suadenti, molto longevi, i Sauternes sono i più famosi e costosi vini dolci del mondo. Il merito è dei conti Lur Salus, antichi proprietari delle vigne dello Chàteau d’Yquem (ora di proprietà del polo del lusso di Lvmh) da cui nasce un muffato Premier Cru Supérieur già nel 1855. Se i primi vini ottenuti da uve bianche attaccate dalla muffa Botrytis cinerea compaiono in Ungheria, la terra di elezione di questi muffati è la collina di Sauternes, una cinquantina di chilometri a sud di Bordeaux: è del 1666 il documento che attesta che a Sauternes si praticano vendemmie tardive con uve aggredite da muffa sana, la mitica “muffa nobile”. Ma nelle annate in cui la botrite non si nobilita al punto giusto (succede 6 anni ogni 10), Chàteau d’Yquem non viene nemmeno prodotto. Con le poche uve leggermente intaccate dalla nobile muffa, unite alle integre, sì vinifica e imbottiglia “Y” d’Yquem, un elegante bianco secco dalle spiccate caratteristiche minerali e ottima longevità. Allo stesso modo Chàteau Rieussec produce “R” e Chàteau Guiraud “G”. In Italia il botritizzato secco si trova in Friuli. A Prepotto, in un vigneto del 1968, viene prodotto Ottolustri, da uve Tocai friulano e carezze di Riesling, ovviamente muffate: 14 gradi e una gamma di profumi che va dalla frutta tropicale alla mela cotogna, al miele. li costo in enoteca si aggira fra i 30 e i 35 euro, per Y d’Yquem 180 euro possono non bastare.
Magico parassita ... La Botrytis cinerea. così chiamata per via del colore grigio assunto dalle uve che attacca, è una muffa parassita che può colpire molte varietà di piante e in particolare i grappoli d’uva. Ma in certi casi non è un difetto, anzi: la maggiore resistenza al fungo di alcune varietà di uva combinata con particolari eventi climatici fanno crescere sul grappolo la “muffa nobile” necessaria a dar vita a vini liquorosi e dolci.
Autore: Giorgio Pinchiorri
Italia Oggi
I domini .wine e .vin agitano il vino ... Il mondo del vino a denominazione di origine si mobilita contro i domini internet “.wine” e “.vin”, di cui si sta discutendo all’Icann (Internet corporation for assigned names and numbers). L’organismo internazionale non profit ha in carico la gestione dei domini di primo livello generico, come il “.com” o “.net”. Con la liberalizzazione varata nel gennaio 2012, le aziende possono chiedere all’Icann la registrazione di un proprio dominio personalizzato. Quattro le compagnie private che corrono per il settore del vino, tre per aggiudicarsi l’estensione “wine” e la quarta per l’estensione “.vin> che saranno messe all’asta al miglior offerente. “Le richieste legate al settore del vino possono portare ad abusi, insorge la Efow, la federazione europea dei vini di origine. “Né l’Icann, né i quattro progetti di assegnazione”,denuncia Efow, “riconoscono la tutela delle denominazioni dei vini a indicazione geografica”. Il rischio, spiegano dall’organizzazione, è che “un indirizzo come per esempio “bordeaux.vin”possa essere venduto a una società o un individuo senza alcun legame con i vini di Bordeaux. Chiediamo ai governi e alla Commissione europea (rappresentati nell’Icann, ndr) di ottenere garanzie in merito”. La liberalizzazione, pensata per rendere internet più rispondente alle esigenze delle imprese, ha sollevata numerose critiche in tutti i settori economici. Ma “i domini che valgono di più sono ancora i classici “.com” e “.net”, gli altri (ce ne sono già 22 preliberalizzazione, ndr) non hanno stravolto il mercato”. A dirlo è Filippo Ronco, il fondatore di Vinix, il social network del vino con oltre 10 mila iscritti, che di recente ha varato anche un sistema di vendita diretta, con cordate di acquirenti geolocalizzate che entrano in contatto con cantine attentamente selezionate. “Giusto porsi il problema”, dice Ronco, “ma il dominio registrato ha valore relativo; sul web conta molto ciò che fai e che sei, crearsi una reputazione, e per fare questo registrare il nome non basta, ci vogliono anni di lavoro”.
Italia Oggi
Da re Salmone al vino Ohio Ora in Usa studiano le Ig ... Da Re Salmone (King Salmon) della California al vino dell’Ohio, dalla carne di manzo dell’indiana al caff’e delle Hawaii, fino alle mele della Michigan: esistono decine di prodotti americani che possono essere equiparati allo status che nell’Ue hanno le Dop e le igp. Lo affermano due studiosi dell’università di Berkeley, i primi ad aver stilato un elenco di alimenti Usa che; per reputazione e legame con il territorio potrebbero ottenere una tutela specifica in quanto prodotti a indicazione geografica (Ig). La ricerca vuole essere “un invito al dialogo sulle Ig americane”. Istanza sostenuta soprattutto dai produttori di vini della California, che guardano al sistema europeo per una protezione delle loro bottiglie più efficace rispetto al sistema dei marchi privati che esiste in Usa. Dal lato opposto c’è l’industria alimentare americana, soprattutto il settore lattiero-caseario, che attacca con una certa regolarità il sistema Dop e igp dell’Ue, considerato un dispositivo sostanzialmente protezionista. il riconoscimento della specificità dei prodotti a denominazione di origine protetta e a indicazione geografica è uno dei temi più controversi che segna l’imminente avvio del negoziato Usa- Ue per un accordo di libero scambio, con la posizione di Washington tradizionalmente allineata con quella della industria alimentare nazionale.
Autore: Angelo Di Mambro
LA REPUBBLICA
Vino Santo Trentino ... Storia di un nettare speciale: si produce solo nella Valle dei Laghi ed è stato salvato dall’estinzione Resiste ben cinquant’anni... Nella Valle dei Laghi trentina, percorsa dall’antica strada romana che collegava l’Adige con il Garda, c’è una piccolissima eccellenza italiana, ben custodita e testardamente salvata dall’estinzione. E un vino, che potremmo definire il “passito dei passiti”, perché nessun altro usa uve che rimangono in appassimento naturale così a lungo come il Vino Santo trentino. Siamo in una zona che ha un clima atipicamente mite, favorito dalla vicinanza con il Garda. I territorio è puntellato da altri piccoli laghi di origine glaciale, va da Cavedine a Vezzano, passando per i comuni di Lasino, Calavino e Padergnone. Qui si coltiva ancora la nosiola, varietà autoctona di vite che copre soltanto più 1’1,5 per cento dell’intera produzione enologica trentina, ma che nella valle ha da sempre un territorio d’elezione. Sono 1l0 ettari in tutto, di cui solo 10 ritenuti idonei alla produzione di Vino Santo, stando ai criteri di selezione degli ultimi cinque produttori rimasti. Oggi è dunque una microproduzione, che però ai tempi della dominazione austriaca era molto apprezzata, rigogliosa ed esportata sui mercati germanici. Dopo la prima guerra mondiale l’influenza di Vienna venne meno e pian piano il Vino Santo passò di moda, sempre più soppiantato da produzioni ritenute moderne e meno impegnative. La situazione attuale è stata aggravata dalla diffusa tendenza a impiantare vitigni internazionali come chardonnay e pinot al posto della nosiola, con la conseguenza che il Vino Santo ha oggi bisogno di un Presidio Slow Food (sono rarissimi quelli dei vini, solo tre in Italia su 224) perché non diventi solo un prodotto della memoria. Per produrlo si usano grappoli spargoli, con pochi acini radi, provenienti da vecchi vigneti in appezzamenti che per le loro caratteristiche poi consentiranno all’uva il lunghissimo appassimento. Si fa una raccolta tardiva e i grappoli sono stesi su graticci denominati arele, messi in soffitte. L’areazione dei locali consente all’uva di essere toccata dall’ora del Garda, il celebre vento del lago. I grappoli restano così per cinque o sei mesi, fino alla Settimana Santa (che dà il nome alvino) e intanto perdono l’80 per cento del volume, cosicché da 100 chili di uva si otterranno al massimo l8 litri di mosto. In botti piccole di rovere inizia una fermentazione naturale per sei o otto anni. Una volta imbottigliato, il vino resiste fino a cinquant’anni, evolvendo le sue caratteristiche organolettiche. Un tempo era considerato un vino medicinale, forse per centellinarne il consumo. I cinque produttori del Presidio oggi continuano a utilizzare le antiche tecniche e si sono impegnati in una coltivazione della vite secondo i principi dell’agricoltura biologica o biodinamica. Per completare la gita da quelle parti, dove procurarsi questo nettare, c’è anche una buona osteria in zona, nel comune di Calavino. In frazione Lagolo siamo sul fronte occidentale del monte Bondone, dove c’è un piccolissimo lago in cui si specchiano le Dolomiti di Brenta. L’osteria è annessa all’hotel Suite Piccolo Principe e si chiama Stube Maria. L’ambiente è raffinato ma la cucina di Stefano Florianiè più che tradizionale con prezzi intorno ai 30-35 euro vini esclusi: carne salada, cervo in umido con polenta, strangolapreti, ravioli caserecci al formaggio con ragù d’anatra. Ci sono anche un menù vegetariano stagionale e una carta dei vini ben fornita, con grande attenzione ai prodotti locali e ai vitigni autoctoni.
Autore: Carlo Petrini
LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
Hollande “svende” i vini All’asta la cantina dell’Eliseo ... Circa 1.200 bottiglie di vino che provengono dalla cantina presidenziale francese saranno vendute in un’asta pubblica il 30 e il 31 maggio. L’obiettivo è rinnovare la cantina dell’Eliseo, ma anche produrre un autofinanziamento. “Il prodotto della vendita sarà reinvestito in vini più modesti e l’eccedente sarà versato allo Stato”, precisa Hollande. Le stime prevedono che le bottiglie saranno vendute a prezzi compresi tra 15 euro, per le più modeste, e 2.200 euro per un Petrus 1990.
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