L’ESPRESSO
Rosé alla riscossa ... Per i vini rosati si avvicina Il momento della verità. Dopo le selezioni del 4 e 5 maggio a Bari, il 18 maggio verranno premiate le migliori bottiglie prodotte dalle 300 cantine italiane che partecipano al secondo Concorso nazionale enologico dei vini rosati, promosso dall’assessorato alle Risorse agroalimentari della Regione Puglia. Saranno 18 i vini rosati tranquilli, frizzanti e spumanti a essere premiati nel Castello Aragonese di Otranto. Secondo i dati Ismea, nel 2012 il vino rosato ha registrato le migliori performance di crescita nella distribuzione in Italia.
SETTE - CORRIERE DELLA SERA
Bolonero 2010
85/100
Castel del Monte doc
9 euro
Torrevento Strada Provinciale 234 Km 10+600 Corato (Ba) Tel. 080 8980923
www.torrevento.it
Un rosso del Sud come se ne vorrebbero trovare tanti. Deriva da nero di Troia con piccole aggiunte di aglianico ed è fatto maturare solo in acciaio, senza contatti coni! legno. Ha colore rubino intenso e vivo e profumi che iniziano fruttati, con sentori di amarena e mirto, per poi virare verso note più speziate, complesse. Il sapore è fresco di facile bevibilità: va servito a non più di 16° proprio per esaltare queste caratteristiche. Ideale con pasta al forno e pollo arrosto.
Neuvsent 2007
90/100
Barbera d’Asti Superiore
Nizza docg
18 euro
Cascina Garitina Via Gianola 20 Castel Boglione (At) Tel. 0141 762172
www.cascinagaritina.it
Gianiuca Morino, giovane, brillante e altissimo proprietario della Cascina Garitina, è il papà della Barbera sul web. Usando i social network ha rilanciato questo vino nel mondo. Tra l’altro la sua migliore selezione di Barbera, la Neuvsent, è davvero splendida. Colore rubino vivo e molto intenso, profumi di viola e more, sapore deciso, pieno, salato e di ottima persistenza. Bevetelo a 18° abbinandolo, come vuole la tradizione, a bollito misto con “bagnetto”verde.
Monterone 2011
82/ 100
Colli del Trasimeno
Grechetto doc
8 euro
www.castellodimagione.it
Castello di Magione Via dei Cavalieri di Malta 31 Magione (Pg) Tel. 075 843542
Non sempre si possono bere vini complessi e impegnativi, anche sotto il profilo economico. Eccovi allora un delizioso bianco umbro, prodotto dal Castello di Magione, una cantina di proprietà del Sovrano Militare Ordine di Malta. Ha colore giallo verdolino, profumi nitidi, di frutta fresca a polpa bianca e di menta piperita. Sapore agile, salato, molto piacevole. Da bere fresco, a 8°, abbinandolo a spaghetti con vongole e a spigola al sale.
Autore: Daniele Cernilli
IL MONDO
La Milano da bere ... Una sei giorni per gli intenditori dei calici e del gusto... Siete a Milano nella settimana dal 21 al 26 maggio? Non perdete l’occasione unica di entrare nell’esclusivo mondo Dom Pérignon che, per la prima volta in Italia, e per soli sei giorni a Milano, apre le sue porte agli appassionati e agli intenditori, in occasione della presentazione in anteprima nazionale del nuovo Blanc Dom Pérignon che sbarcherà sul mercato il prossimo luglio. Farà da cornice al debutto del nuovo millesimato l’affascinante chiostro del 14° secolo del Piccolo teatro Grassi in via Rovello, che ospiterà anche la Temporary lounge Dom Pérignon, organizzata su progetto della
Calligaris. Bar, ristorante, lounge interna e dehors esterno per colazioni, aperitivi, light dinner, boutique dedicata con tutte le annate della mitica maison di Champagne anche in edizioni particolari, compreso l’ultimo bebè, il sublime Rosé vintage 2002: tutto questo sarà declinato secondo il desiderio del pubblico. Per il quale è stato anche creato un inedito food pairing, servito all’interno di speciali Bento box: raffinati contenitori di piccoli piatti, tipicamente italiani, capaci di esaltare il gusto delle bollicine, amate in tutto il mondo, create dalla maestria dello chef de cave Richard Geoggroy. Quattro le differenti proposte: Vegetarian (a base di verdure e formaggi), Landfare (carne), Seafood (specialità di pesce), Exclusive Menu (completa proposta di carne e pesce). Mentre una Bento box con piccoli assaggi accompagnerà l’aperitivo. Un servizio di consegna gratuita a domicilio in città, con auto elettriche, permette di degustare Champagne e Bento box anche durante una riunione di lavoro o a casa propria. Prezzi: degustazione della sola flûte 23 euro, aperitivo 33, pranzi e cene da 43. Aperture al pubblico: dalle 9 alle 21, dal breakfast in poi. Informazioni e prenotazioni: 800035188, dal lunedì al venerdì, 9.30-18.30.
Autore: Anna Di Martino
L’ESPRESSO
Mito Dom ... Cornice d’eccezione, a Milano, per l’anteprima italiana del Dom Périgrion 2004. Per
una settimana, a partire dal 21 maggio, il chiostro cinquecentesco del Piccolo Teatro Grassi,in via Rovello,ospiterà una Temporary Lounge Dom Pérignon,scenario esclusivo per la presentazione agli appassionati della nuova annata dello Champagne più celebre. Il chiostro sarà suddiviso in vari spazi: una boutique con materiale che racconta il mito di Dom Pérignon dove scoprirne l’intera gamma con annate e confezioni rare e ormai introvabili, una Lounge esterna per le degustazioni, un dehors per colazioni e pranzi veloci e per gli aperitivi, un vero e proprio ristorante per pranzi e cene. Il nuovo Champagne sarà accompagnato da uno speciale bento hox contenente piccoli piatti studiati per esaltarne le caratteristiche. Per informazioni e prenotazioni, numero verde 800 035 188.
IL VENERDI' DI REPUBBLICA
Brindando alla tutela dell’ambiente ... Vi siete mai chiesti quanto un Sangiovese o un Chianti (o fate voi a seconda del gusto) influisca sui cambiamenti climatici? Al lordo di tutto, cioè di produzione, imballaggio e trasporto, a Montepulciano hanno stimato che una bottiglia di vino produce circa 1,8 kg di Co2. Un progetto di Wwf, Federbio e Unicred propone non solo di ridurne l’impatto ambientale, ma anche di migliorare il bilancio delle nostre aziende. Come? Secondo Eko cantina- Eko biowine sarà infatti possibile ridurre i costi energetici del 30 per cento. Che con l’uso di fonti rinnovabili anche senza incentivi arriverà al 50 per cento. In questo modo l’investimento iniziale si ripagherà già con i risparmi del primo anno.
Autore: Marco Gisotti
SETTE - CORRIERE DELLA SERA
Due look ma un solo cuore, il Barolo Stili diversi, ma stessi vini e grappe del territorio. Da gustare con assaggi piemontesi. Per una merenda all’ora di cena ... Un vino, un paese, un superbo castello/museo, in una parola: Barolo. Che racchiude tre importanti realtà, simboliche non solo in Piemonte. Dentro il paese, aggiungiamo due botteghe, entrambe in centro, a pochi metri l’una dall’altra. Wine Shop, of course. Portano il nome di due produttori, Gagliardo e Damilano. La prima, di recente, ha cambiato look, esaltando lo stile della tradizione. La seconda ha un taglio contemporaneo. Ma la sostanza non cambia. Dentro, ci sono i vini importanti del territorio (Barolo, Nebbiolo) e bottiglie più abbordabili. Gagliardo propone anche alcune grappe firmate Levi, con splendide etichette. Attardatevi con l’aperitivo o la merenda “sinoira” (pasto della tradizione contadina piemontese, è una via di mezzo tra la merenda e la cena) gustando vini e spuntini di prodotti locali. Damilano, che ha inaugurato il Wine Shop quando nel Castello si è aperto il Museo del Barolo, ristrutturando una vecchia casa di proprietà, propone per la degustazione e l’acquisto vini nati tra i grandi cru nelle terre storiche di Cannubi, Liste, Fossati, Cerequio e Brunate. L’allestimento del negozio asseconda la naturale espressione dell’ambiente circostante. L’ingresso richiama la stratificazione del terreno di Langa e l’orientamento dei filari di testata riecheggiano nelle linee inclinate delle scaffalature. Pareti “a scatola”, rivestite con doghe di rovere. Cassette di legno a incastra anche per lo shop di Gagliardo. Nella biografia giovanile di Gianni Gagliardo, del resto, c’è una bottega da falegname dove il padre lo mandò per imparare il mestiere, il vino e lo spirito d’imprenditore, poi, lo hanno portato altrove. È presidente dell’Accademia del Barolo e fondatore dell’annuale Asta (alla XV edizione).
Autore: Marisa Fumagalli
IL VENERDI' DI REPUBBLICA
Un bianco trentino che non va a lezione di chimica ... Un vino nuovo, figlio di un vitigno creato nel 1975 dall’istituto di Freiburg, Germania, dopo un impegno trentennale. Si chiama Solaris ed è un incrocio di più varietà: Riesling di base, Pinot grigio e altre. Resistente alle malattie della vite, non ha bisogno di trattamenti chimici né di rame e zolfo, In Trentino, nella Valle dei Laghi, la Pravis lo etichetta con il nome Naran, toponimo del vigneto. La mano enologica, fornita di due lauree specialistiche, è di Erika, che insieme ad Alessio, agronomo, e Giulia, settore commerciale, rappresenta la seconda generazione della Pravis. Fondata nel 1974 dai trio Perdini-Zambarda-Chistè è una delle realtà regionali più dinamiche e ammirevoli. Da non perdere Nosiola, Kerner, Syrah, Fratagranda (taglio bordolese). Ma, se amate le scoperte, assaggiate questo Solaris Naran: bicchiere dal delizioso bouquet aromatico, fiorito, intenso di frutto, con sapore ricco di freschezza e finezza. A Milano da Vino al Vino, a Gualdo Tadino (Perugia) a Wenoteca Petrini sui 13-14 euro.
Autore: Paola Mura
PANORAMA
Due splendidi vecchietti ... È una storia secolare quella dei 12,9 ettari di vigna a Chambertin, nella Còte d’Or borgognona: documenti benedettini affermano la presenza della vite già nel ‘500. E invece a più recente la storia dei 6,13 ettari del Monprivato a Castiglione Falletto, nella Langa cuneese: parte dal 1921. La viticoltura langarola conta oltre 1.000 anni di storia, ma prende identità nella seconda metà dell’Ottocento per volontà della marchesa Giulia Falletti. In questi due territori, differenti per evoluzione storica, terreni e vitigni, nascono due grandi vini: lo Chambertin e il Barolo Monprivato Cà d’Morissio. Dal Pinot nero nasce lo Chambertin che ha color rubino, olfatto intenso con sentori di cassis e piccoli frutti rossi e neri con spiccato sottobosco. E potente, armonizza il tannino e dà morbidezza. Il Barolo è invece frutto della ricostruzione del vigneto, iniziata nel 1983 con le varietà di Nebbiolo Michét, Lampia e Rosé. Il mix è stato voluto per ottenere corposità, robustezza e gran carattere attraverso Michét e Lampia, mentre il clone Rosé dona finezza di profumi, armonizza la struttura rendendola elegante e attenuando anche la prepotente colorazione. Questi due vini hanno in comune la longevità: diventano interessanti a otto anni dalla vendemmia e offrono la perfezione tra i 10 e 15; le annate migliori si conservano oltre i trent’anni. In enoteca lo Chambertin va da 450 a 600 euro con eccezioni oltre i 1.000; il Barolo Monprivato Cà d’Morissio Riserva costa dai 350 ai 400 euro, secondo la vendemmia.
Autore: Giorgio Pinchiorri
PANORAMA
Storie di vini ... Non hanno avuto bisogno di invocare le quote rosa Nadia Zenato e Carla Prospero per portare al successo la loro piccola e deliziosa azienda Sansonina di Peschiera del Garda. Ho assaggiato una delle 7 mila bottiglie del Rosso 2009 (Merlot in purezza) ed è un vino corposo con un retrogusto femminile e sensuale. Allo stesso livello i bianco della casa, un bel Lugana, suggestivo e intrigante. La Sansonina si muove nell’orbita di Zenato, un colosso da quasi 2 milioni di bottiglie con alcune punte eccezionali di qualità. Ho assaggiato due annate della famosa Riserva Sergio Zenato dell’Amarone. Ebbene, nel mio ininfluente giudizio, l’annata 2001 prevale sulla pur eccellente annata 2006 per il profumo incredibile fin dal primo annusare e la straordinaria freschezza che si sposa bene con la profondità crescente ora dopo ora. Una grandissima sorpresa è il Valpolicella Ripassa del 2009 con un eccezionale rapporto qualità/ prezzo. Il Valpolicella è come la Barbera: puoi prenderne una allegra e di pronta beva oppure una solenne gagliarda per piatti importanti. È il nostro caso. Eccellente anche il Cresasso 2007: qui l’uva Corvina non arriva a trasformarsi in Amarone, ma ne ha tutti i pregi senza intimidire.
Autore: Bruno Vespa
IL SOLE 24 ORE
Alcol, benefici non discrezionali ... Il magistrato non può sindacare l’adeguatezza della pena sotto il profilo della durata. Conta l’assenza di aggravanti e di precedenti ... Ammessi i lavori socialmente utili per chi viene sorpreso ubriaco. al volante Lo precisa una sentenza con cui la Cassazione ha annullato con rinvio una pronuncia della Corte d’appello di Perugia che aveva escluso la pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità per un uomo condannato a 20 giorni di arresto e al pagamento di un’ammenda di 6oo euro con il beneficio della sospensione condizionale della pena e alla sanzione accessoria della sospensione, per 20 giorni, della patente per aver guidato ubriaco. La terza sezione penale della Corte, sentenza n. 20726 non ha condiviso le motivazioni dei giudici del merito, secondo i quali non ricorrevano i presupposti della richiesta di sostituzione della pena detentiva, condizionalmente sospesa, con il lavoro di pubblica utilità, data anche “l’estrema esiguità della durata della pena sostitutiva inidonea ad assolvere alla funzione rieducativa”. La Cassazione ha accolto il ricorso dell’imputato, e ha chiarito che “ditale pena sostitutiva possono usufruire coloro che siano stati condannati per una delle due ipotesi contravvenzionali previste dall’articolo 186 e 187 del codice della strada (guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti, ndr), con le uniche limitazioni ostative rappresentate dalla eventuale sussistenza della circostanza aggravante dell’aver provocato un sinistro stradale e dalla precedente fruizione di analoga sanzione”.L’obiettivo del legislatore, sottolinena la sentenza, è quello “di consentire a soggetti che si siano resi responsabili di violazioni delle regole sulla circolazione stradale legate all’uso di sostanze alcoliche e/o stupefacenti, cli essere avviati ad un recupero sociale specifico comportante una vera e propria rieducazione al rispetto delle norme stradali nell’ottica di un maggiore rispetto verso la collettività”. I giudici perugini avevano invece commesso un ulteriore scivolone, attribuendosi una discrezionalità nella concessione della misura fondata sull’adeguatezza, in questo caso per quanto riguarda la durata. Per la sentenza depositata ieri però un giudizio di questo tenore non è previsto dalla norma, che, invece, è parametrata quanto alla durata su criteri di automatismo “che prevedono un rapporto predeterminato per legge tra sanziona originaria e pena sostituta, insuscettibile di valutazione discrezionale”. Un diniego sarebbe stato possibile solo nel caso dell’aggravante prevista dall’articolo 186 comma 2bis del Codice della strada e di precedente fruizione di analoga sanziona sostitutiva.
Autore: Giovanni Negri
ITALIA OGGI
La valle dei dissidi ... Valpolicella in subbuglio per i vini ... Consorzio, Famiglie e Indipendenti divisi sulle regole ... “Produrre Amarone in collina non è certo lo stesso che farlo in pianura. Basta andare adesso nelle vigne per rendersi conto che quelle in piano sono tutte allagate. Bisognerebbe valorizzarla la denominazione e non andarla a svilire”. La polemica tra Consorzio Valpolicella e Famiglie d’Arte non si placa, ma si prende una pausa. Marilisa Allegrini, presidente dell’associazione che riunisce le famiglie storiche della Valpolicella che hanno sollevatola questione sulla zona di produzione, dice di voler aspettare ancora un po’ di passare a soluzioni drastiche. “Ci sarà un’altra assemblea dei soci, poi una adunanza pubblica. Se non si riuscirà a trovare un accordo, allora prenderemo una decisione che sarà coerente con il nostro pensiero”. La vicenda è legata alla modifica del disciplinare, il comma 2 articolo 4, chiesta dal Consorzio e che, come precisa il presidente Christian Marchesini, “non prevede alcun ampliamento dell’attuale zona di produzione”. Secondo il Consorzio, dal momento che l’Amarone si è sempre prodotto in pianura che in Valpolicella arriva fino a 300 metri, con le modifiche non cambierà niente in quanto si tratta di un adattamento di un disciplinare non più conforme alle norme. “Adesso speriamo che si apra la fase di dialogo, che si apra un confronto. Noi in assemblea abbiamo le mani legate dal momento che gli altri hanno molti più voti di noi. Di positivo c’è che il fronte si sta aprendo, ci sono altri attori nella partita e non solo le Famiglie. Spero che la ragionevolezza porti a veder la realtà dei fatti ovvero che pianura e collina non sono la stessa cosa”, continua la presidente Allegrini. Tra gli altri attori entrati nel dibattito ci sono i Vignaioli Indipendenti. Che parlano di qualità. E di rappresentatività dei piccoli produttori. “Sollevare la questione è riportare la logica della produzione in termini di viticoltura e non dei soli numeri”, commenta il presidente della federazione, Alessandro Castellani. Una logica dei grandi numeri che pesa stilla produzione e che fa arrivare a scelta come quella di declassare l’Amarone. “Ci sono troppe giacenze e il Consorzio ha deciso il declassamento d’ufficio del 15% dell’Amarone a Ripasso. Sono logiche che non ci piacciono”. E poi c’è la questione rappresentatività. “Abbiamo chiesto di riaprire il dialogo e dare spazio anche ai piccoli produttori. C’è un problema di rappresentanza dato dalle deleghe, problema che riguarda tutta Italia. Noi chiediamo che anche i soci delle cooperative partecipino e votino con le loro teste e non lascino tutto in mano agli altri attraverso la delega”. Complessivamente nella zona della Valpolicella operano 2.245 aziende e generano un valore di circa 350 milioni di euro.
Autore: Luisa Contri
LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
La favola bella di Giorgio e Annie coppia regina dei sapori. È “Pinchiorri a due voci” ... Galeotto fu il vino, e non poteva che essere così. Accadde a Greve in Chianti, fattoria di Pile e Lamole: lei, mademoiselle di Nizza, in Italia per migliorare la lingua; lui, modenese di Pavullo nel Frignano, frazione Monzone, ma già adottato da Firenze fin dagli anni ‘50, e già sommelier. Scoccò la scintilla, capace di produrre un sodalizio di vita e lavoro che ha partorito i quarant’anni di un tempio del buon mangiare, del buon bere, della compagnia. L’Enoteca Pinchiorri di via Ghibellina, un bel palazzo del Settecento, un’azienda con una cinquantina di dipendenti. Lui è Giorgio Pinchiorri, il Signore della Cantina: 90mila bottiglie, messe tutte in fila farebbero una fila di due chilometri e mezzo; lei è Annie Féolde, la Signora dei Fornelli, a capo di una squadra di venti cuochi. Ma oggi sono il Re e la Regina di Cuori: l’incontro nelle carte da gioco è la trovata che risolve Pinchiorri a due voci, libro edito da Cinque sensi di Lucca (224 pagine, euro 37,50) e scritto da Leonardo Castellucci, giornalista fiorentino, una trentina di titoli all’attivo e lunga militanza tra quotidiani e riviste. Si incontrano, Giorgio e Annie, al centro di questo libro dallo sviluppo inusuale: doppia copertina, doppio testo. Una vicenda comune che però - nelle sequenze separate di testi e immagini - mantiene vive le storie singole dei due protagonisti, attraverso un racconto, anzi due racconti densi di storia e di storie, e ricordi, interviste e contributi. La presentazione è in agenda proprio stamani a Palazzo Antinori, non a caso, perché Piero Antinori firma la prefazione a Giorgio Pinchiorri in nome di una lunga amicizia fatta anche di gesti concreti: la cantina dell’Enoteca conserva gelosamente tra le altre la bottiglia “numero 1” del Tignanello, un vino-simbolo. Per Annie, invece, l’ha scritta Paul Bocuse, un amico e un maestro, lei non si stanca mai di rammentare le sue “lezioni”, i suoi stimoli, i suoi suggerimenti. Castellucci li fotografa così: “Annie comunica col mondo, Giorgio solo con il suo mondo. E questo fa di lui un grande, autentico personaggio che, quando esce allo scoperto per raccontare la propria storia, anche privata, appare asciutto, a tratti laconico”. “All’Enoteca Annie cambia ruolo ma non pelle. Non perde quella sua agilità nei rapporti, quell’elettrica, entusiasta spontaneità che la caratterizza nella sua dimensione privata. Insomma non mette i panni posticci del grande maestro, non ha gli atteggiamenti attoriali che molti cuochi stellati tendono ad assumere da quando il loro lavoro è entrato nell’immaginario collettivo”.
Autore: Paolo Pellegrini
CORRIERE DELLA SERA
La legge che fa marcire cibo che potremmo donare ... La sfida cli recuperare avanzi dalle attività commerciali ... Norme igieniche: chi lo raccoglie deve avere abbattitori di temperatura ... Secondo una ricerca del Politecnico di Milano, in Italia sono 6 milioni di tonnellate, pari a un valore di 12,3 miliardi di euro, le eccellenze alimentari generate per oltre il 55% dalla filiera agroalimentare e per il restante nell’ambito del consumo domestico. Di questo, quasi il 50% è recuperabile per l’alimentazione umana con relativa facilità, indicando in circa 3,2 milioni di tonnellate annue quelle definite “ad alta e media fungibilità”, ossia rapidamente e perfettamente recuperabili per il consumo umano. Ma solo il 6% delle eccedenze viene recuperato per essere donato e distribuito agli indigenti e quando il surplus ancora buono non viene recuperato diventa spreco. Le cifre più difficili da recuperare riguardano gli sprechi di piccole attività commerciali e alimentari, tipo bar e piccole tavole calde, che comunque si attestano su 100 kg di cibo annuali per ogni singola attività. L’importanza di queste cifre è notevole, e dunque appare notevole la follia legislativa che impedisce a questo cibo di arrivare sulle tavole di chi ha bisogno. Basta guardare una qualsiasi strada di una città europea per rendersi conto che la moltiplicazione di questi 100 kg produce montagne di cibo vertiginose che finiscono tutte nell’ambiente sotto forma di spazzatura, trasformandosi in grande fonte d’inquinamento. Una volta, venivano contemplati i peccati che gridano vendetta al cielo. Ora, in tempi d’indifferenza consumistica, nessuno sembra più scandalizzarsi di questo scialo. Eppure, sono convinta che non ci sia nulla di così profondamente scandaloso quanto il cibo sprecato. Tra le tante iniziative lodevoli - come ad esempio l’impegno del professor Andrea Segrè con il suo Last Minute Market e l’Emporio della Solidarietà delle Caritas - esiste anche un’associazione che dal 2007 cerca di ovviare a questo scandalo - perché di scandalo si tratta - con gesti concreti e logisticamente efficienti ma, per una perversione burocratica - che investe ogni ambito del nostro Paese, rendendo facile la vita ai disonesti e impossibile agli onesti - questo progetto non riesce a decollare. Il progetto Pasto Buono - sostenuto da Qui Foundation (www.quigroup.it) e che conta già 120 mila esercizi di ristorazione in tutta Italia - ha appunto lo scopo di rendere usufruibile il cibo già preparato e rimasto invenduto, impedendogli di finire nella spazzatura. Oltre alla burocrazia eccessiva, si sovrappongono delle clausole legate all’igiene che ne rendono quasi impossibile la realizzazione. I donatori virtuosi, infatti, - che esporrebbero nelle loro vetrine una vetrofania apposita per dimostrare la loro partecipazione - dovrebbe rifornirsi, oltre che di contenitori di alimenti a norma, di furgoni refrigerati per il trasporto del cibo e anche di un costoso “abbattitore di temperatura”. La cosa paradossale è che tutti noi, come clienti della rosticceria possiamo comprare il cibo e portarcelo a casa, magari lasciandolo anche due ore in macchina, ma, per donano, è necessario abbattere la temperatura. Sarebbe dunque importante semplificare la legge, permettendo alle persone che hanno bisogno di poter mangiare questo cibo civilmente e non accalcandosi ai cassonetti nei quali viene gettato, cosa che accade attualmente.
E una questione di dignità del cibo e di dignità della persona, e dunque di tutta la società civile. Purtroppo sempre più spesso si vedono persone, soprattutto anziani, che frugano nella spazzatura alla ricerca di qualcosa da mangiare e, con questa terribile crisi che stiamo vivendo, il fenomeno si sta allargando anche alle famiglie monoreddito e di coloro che hanno perso il lavoro. Il cibo c’è, e anche in abbondanza, ma non lo si può mangiare perché non sono igieniche le condizioni di trasporto. Perché, mangiare dal cassonetto è forse igienico? Chi ha provato a fare una qualsiasi cosa in questo Paese - non per interesse personale ma per il bene della collettività - sa che i bastoni tra le ruote sono infiniti perché, nel sadismo paralizzante della burocrazia, c’è sempre un desiderio di perseguitare chi agisce con onestà, correttezza e senza avere tornaconti personali. Il nostro è il Paese del cartelli del “severamente vietato”. Mi sono sempre chiesta cosa voglia dire “severamente”. O una cosa è vietata o non lo è. Perché non sognare un cambiamento che ci faccia andare tutti verso la semplicità, la convivialità, la responsabilità condivisa da tutti? Nel caso del cibo sprecato, abbiamo un problema e abbiamo anche la soluzione, ma da questa soluzione nessuno ci guadagna niente, tranne la civiltà e l’umanità. Forse l’inciampo è proprio questo. Se il problema risiede, come probabilmente sarà, in una legge della Comunità europea - questa Comunità che, a furia di proteggerci, ci farà tutti morire un giorno per un banale batterio - perché, per una volta, non fare una bella figura e lottare per il bene comune in sede di Parlamento europeo, cercando di modificare le clausole che permettono questo scandalo?
Autore: Susanna Tamaro
LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
Vino, birra e fantasia per ripartire. Il segreto dell’Abruzzo è la sua terra ... Sos lavoro, ma voglia di fare impresa. “Meno burocrazia, più credito” ... Il rappresentante della Coldiretti non usa scorciatoie: “L’Abruzzo è alla canna del gas, ma ha ancora una grande risorsa: la sua terra”. Lo dice col sorriso, offrendo alla carovana del Giro i prodotti di questa regione: fagioli, formaggio, prosciutto di montagna, in una via di mezzo fra ospitalità e marketing. Non serve aggiunga altro, le cifre dicono abbastanza: in meno di un decennio qui hanno chiuso mille aziende e l’andamento della disoccupazione è in scia alle regioni che, nel peggio generale, sono il peggio. Per non parlare della ricostruzione dell’Aquila: se un sindaco restituisce la fascia tricolore e le ditte incaricate non sopravvivono al ritardo dei finanziamenti, il quadro generale è desolante. Non è da abruzzesi, comunque, rassegnarsi: anche nella profondità di una crisi come questa c’è chi tiene la testa alta. Legandosi a ciò che il territorio offre, puntando su una scorciatoia chiamata qualità. Tra quelli che seguono questa via, gode di buona salute soprattutto chi produce vino: trovare le etichette di questa regione nei posti nobili dei concorsi, oltre che nei menu dei ristoranti di alto livello, è sempre più frequente. Si è scelta una strada e si batte, come sta facendo Francesco Valentini, diventato un’autorità nel settore nazionale con la sua azienda di Loreto Aprutino: alla conquista dei mercati abbina la battaglia per far capire agli italiani di mettere in tavola solo prodotti certificati, garantiti dalla serietà del metodo di lavorazione. Con Valentini, lotta su questo fronte anche Juri Ferri, padre abruzzese e madre svedese, che a 41 anni è considerato uno dei nostri principali produttori di birra artigianale: non è una qualifica che si è dato lui, ma gli viene riconosciuta dalle referenze che gli ha incollato addosso la sua attività, mari mano che si è allargata. Con la sua birra Almond da Spoltore è già sbarcato in mezza Europa e negli Stati Uniti ed è pronto a spingersi in Giappone appena riuscirà ad ampliare la produzione. Potrà farlo grazie a un progetto che è pronto per partire, ma al momento ha un nemico insormontabile, ben noto in tutta Italia: la lentezza della burocrazia. Nel suo caso, bancaria: per alleggerire il peso fiscale ha chiesto un leasing, appoggiato da ogni garanzia e pure dalla Confesercenti. Non poteva fare diversamente: in una regione che restituisce il novanta per cento dei contributi europei per avviare iniziative, non è considerato abbastanza innovativo. Tre mesi fa ha bussato alla porta di quattro istituti di credito: tre lo hanno già respinto. Ma Ferri non molla: “Se sono arrivato fin qui, non saranno certo le banche a fermarmi”. E arrivato qui dopo tredici anni di un viaggio partito rompendo il salvadanaio: davanti alla scelta di fare il birraio o il ristoratore, come da tradizione di famiglia (lo zio è un grande chef), ha imboccato un percorso nuovo. Lo hanno accompagnato la moglie e la voglia di fare un’attività rigorosa, evitando ogni rischio finanziari oggi ha un fatturato cli oltre 500mila euro, cresciuto del 25 per cento nel solo 2013 e con la prospettiva di aumentare quando avrà la nuova sede. E un caso anomalo, come anomala è la storia che sta vivendo: la sua azienda cresce a ritmi smodati in confronto alla situazione che il Paese sta vivendo. “Sono partito con ciò che avevo in tasca e con una pentola da mille litri: oggi sono ai vertici nazionali e conosciuto nel mondo - racconta Ferri -. Se trovate la mia birra nell’Ohio è perché sette anni fa uno dei più grandi importatori americani si è fatto indicare i migliori birrifici e noi ci siamo finiti dentro. Sia chiaro: concorsi e riconoscimenti sono tutti guadagnati sul campo, senza versare un euro. Adesso però ho bisogno di espandermi, perché ho richieste superiori a quanto riesco a produrre: è come se avessi una Ferrari dentro un garage costruito per una Cinquecento. Ho chiesto un leasing, sono in regola con tutto perché casa e azienda li ho pagato coi miei risparmi: ho una valore immobiliare pari alla cifra di cui ho bisogno, ma sembra che abbia chiesto la luna...”. Di questa ostilità bancaria ha parlato ieri mattina con una lettera aperta su Facebook. Ma ciò di cui parla più volentieri è il progetto che intende realizzare: “L’idea è creare un birrificio che non sia solo azienda, ma un centro culturale, dove la gente possa venire ad assaggiare il nostro prodotto, a leggere e a suonar musica, perché sono previste due sale con libri e strumenti musicali. L’ho pensato in mezzo alla campagna, perché da lì vengono i prodotti che usiamo. Ho in mente anche una birra solidale, per destinare parte dei proventi alla Lega del Filo d’oro. Vado avanti, confortato da chi lavora con me: se uno dei miei birrai mi ha proposto di investire i suoi risparmi in una quota dell’azienda significa che stiamo facendo qualcosa di importante. Credetemi, l’italiano non ha perso creatività, è solo fiaccato dai tremila paletti che incontra quando vuol far qualcosa. Ma io non mi fermo di sicuro”. E lo spirito che serve: non solo per fare la birra.
Autore: Angelo Costa
LA REPUBBLICA
Enoteca Pinchiorri ... Quarant’anni di italian style ... “Ogni volta che siedo qui penso a Borges che, in un racconto, fa sostenere da Paracelso che il paradiso esiste ed è questa terra Ma esiste anche l’inferno, ed è il non accorgersi che questa terra in cui siamo è il paradiso”. Luigi Veronelli non era uomo dai pensieri gratuitamente teneri, quando giudicava vini e recensiva ristoranti. A meno che un bicchiere, un piatto, un’atmosfera non lo rapissero in maniera felice e irrimediabile. Deve essere andata così quando, agli inizi degli anni Novanta, raccontò l’Enoteca Pinchiorri nella guida gourmand che portava il suo nome: poche righe inebriate per certificare come a vent’anni dall’apertura del locale fiorentino, il primato del vino - che aveva reso celebre Pinchiorri nel mondo - avesse trovato il suo doppio in quello della cucina, regno da tre stelle Michelin della sua compagna Annie Féolde. Quarant’anni e non li dimostra, bisognerebbe dire, festeggiando il compleanno dell’Enoteca più famosa del pianeta. In una classifica virtuale dei come e dei perché del flusso turistico che ogni giorno affolla i luoghi più mirabili del nostro Paese, come David o Uffizi, il quotidiano pellegrinaggio a via Ghibellina merita un posto speciale. Se l’Enoteca Pinchiorri ha attraversato l’ultimo quarto del secolo scorso e questo affaccio di nuovo millennio nella Top Ten dell’Italia da visitare non è semplicemente per la cucina di alto profilo o la scelta dei vini straordinaria. E l’esperienza nel suo insieme a far cinguettare i sensi, una sorta di summa di tutto quello che gli italiani vorrebbero essere e che l’Italia vorrebbe offrire: professionalità a sorrisi aperti, qualità senza scorciatoie, bellezza evidente ma non sfacciata. Come succede in altri grandi ristoranti italiani - da Don Alfonso di Sant’Agata sui Due Golfi al Pescatore di Canneto sull’Oglio - all’Enoteca non si va a cena, ma a trascorrere una magnifica serata made in Italy. Dove il godimento non è compresso dalle ingessature di tante maison francesi, né offuscato dagli inciampi di stile di certi ristoranti cool del nuovo mondo. La Guida Michelin li definisce locali che valgono il viaggio”. Con questo approccio, se paragonato a un palco alla Scala, a una gara vissuta ai box Ferrari, alla finale di Champions League, il costo della serata prende senso. Non è stato facile, per Annie Féolde e Giorgio Pinchiorri arrivare fin qui. Lei, adolescente nizzarda a Firenze per imparare l’italiano, lui giovane sommelier figlio della campagna emiliana in cerca di futuro. Un amore capace di costruire un tempio dell’enogastronomia senza involgarirsi mal, rispettando i tempi e i talenti dell’uno e dell’altra, legame fortissimo e pudico. Perfino il libro con cui l’Enoteca la prossima settimana festeggerà i suoi primi quarant’anni ha una struttura palindroma, con le storie dei due fondatori indipendenti, speculari eppure infinitamente intrecciate. Più che ricette, pennellate di cucina, più che etichette, note di assaggi memorabili. E tantissime foto, a raccontare la storia della grande ristorazione italiana, con la erre arrotata di Annie.
Autore: Licia Granello
IO DONNA - CORRIERE DELLA SERA
Idee sostenibili ... E all’Eliseo l’etichetta finì all’asta ... Il “presidente normale” non può certo bere Petrus 1990 da 2.200 euro. Tempi magri e Franois Hollande ha deciso di vendersi la real cantina per fare cassa e rimpiazzare con vini più adatti all’austerità. Il 31 maggio, 1.200 bottiglie - un decimo del totale conservato all’Eliseo - andranno all’asta da Drouot a Parigi. Annate rare di Romanée-Conti, Cheval Blanc, Haut Brion e Cos d’Estournel, ma anche vini di Loira, Alsazia e Sud-Ovest, a partire dai i euro. Nel 2006 anche il sindaco Delanoe mise in vendita 5.000 bottiglie del Comune e pochi mesi fa sono andate a1lasta da Christie’s 54 eccellenze del governo britannico.
Autore: Carlo Bocchialini
CORRIERE DELLA SERA
Il nuovo Barolo dalla lotta di classe alle larghe intese ... Ad Alba il debutto dell’annata 2009 ... Gira e gira, tonnellate di parole sul vino italiano, per poi tornare a Luigi Veronelli e scoprire che aveva visto con lustri di anticipo quello che sta accadendo ora. Sulla misurata modernità del Barolo, ad esempio, accostato a un quadro del futurista Carlo Carrà. È la fine del muro contro muro tra Barolo classico e nuovo Barolo. Come hanno capito i giovani vignaioli lontani dagli anni segnati da echi di lotta di classe. Anni, quelli, di vini e proclami. Con un simbolo: l’etichetta di Bartolo Mascarello: “No barrique, no Berlusconi”. Chi era Bartolo Mascarello? “Produttore di Barolo a Barolo - sintetizzò Giorgio Bocca -, uno di quei rari uomini che conoscono il luogo in cui sono nati e vivono, di cosa è fatta la loro terra e le piante e gli uomini che ci vivono”. Era il 1995, da più di un decennio si fronteggiavano il partito dei tradizionali, secondo i quali il Barolo doveva avere aspetto e gusto di sempre, e il movimento dei moderni, che hanno reinterpretato il vino dei padri, anche portando nelle loro cantine le barrique, le piccole botti fino a qualche anno fa osannate da produttori e critici. Ora la divisione tra tradizionali e moderni del Barolo ha lasciato il posto a un’era di larghe intese. La conferma arriverà da domani a venerdì a “Nebbiolo Prima”, al Palazzo Mostre e Congressi di Alba: critici da tutto il mondo valuteranno in anteprima le annate Barolo 2009 (più pronta, evoluta e corposa, perché quella fu una estate calda) e riserva 2007, Barbaresco 2010 e riserva 2008, Roero 2010 e riserva 2009. Duecento le aziende, 300 i vini sui banchi. (Per un confronto tra le bottiglie di oggi e di ieri si può partecipare domenica mattina all’Asta del Barolo, al Castello di Barolo, 27 lotti con annate dal 1982 in poi, basi da 130 a 1.600 euro). Alfio Cavallotto, 40 anni, l’ultima generazione di una famiglia storica del Barolo a Castiglione Falletto, ha le idee chiare sulla pacificazione tra barolisti: “Il conflitto tra noi tradizionali e i super moderni è molto attenuato”. Su cosa vi eravate scontrati? “Ci dicevano che il Barolo vecchio stile puzzava, che sarebbe migliorato con le barrique. Rispondevamo che con quelle piccole botti i vini sembravano tutti uguali nel mondo, sovrastati da legnosità e gusto di vaniglia”. Anni di prese di posizioni nette, come quella di Mascarello che associava i neo barolisti delle barrique ai berlusconiani. “Si sta tornando indietro - spiega Cavallotto - le mini botti si usano ancora ma i legni non sono più troppo tostati. Molti produttori sono passati a quelle più grandi, come si è sempre fatto. Adesso qui, come in Borgogna, siamo concentrati su come il Barolo si esprima da collina a collina, da vigna a vigna negli undici Comuni della zona”. Elio Altare è stato l’avanguardia dei moderni. È fiero delle sue scelte e della sua carriera. Ora ha 63 anni, da 7 è in pensione (la cantina di La Morra è guidata dalla figlia Silvia, trentenne). “Quarant’anni fa qui si lavorava la terra con il bue - racconta -. Noi abbiamo fatto una rivoluzione, abbiamo ridato dignità al mestiere del contadino delle Langhe, portato benessere e migliorato la qualità del Barolo. Prima non riuscivo a vendere neppure le uve ai mediatori e tanto meno il vino. E a che serve il vino tipico se non si vende? Deve essere elegante e fruttato, questa è stata la nostra innovazione. Il vecchio Barolo era quello con l’uva pigiata con i piedi, tutto è cambiato, c’è la tecnologia. Il vino si fa con il cervello, è una interpretazione. Quegli anni, comunque, sono finiti, la vecchia diatriba fra tradizione e modernità appartiene al passato”.
Lo pensa anche Gianluca Grasso, che di anni ne ha 38, figlio di Elio, di Monforte d’Alba che, nella descrizione di Ernesto Gentili e Fabio Rizzari della guida sui vini dell’Espresso, propone un Barolo che sembra la sintesi della nuova era: “Moderno nella consistenza e classico nella capacità di restituire i caratteri delle vigne d’origine”. “Il conflitto è finito - dice Grasso -. Ogni azienda ha una propria visione di produzione e affinamento, l’importante è fare emergere i cru. Cosa è cambiato rispetto alla generazione di mio padre? Abbiamo ridotto la resa delle vigne per aumentare la qualità. Il Nebbiolo è uno dei vitigni più esigenti al mondo: un tempo si reimpiantava la vigna dove a fine inverno la neve si scioglieva prima, ora ci sono i satelliti. E intanto il Barolo troppo vanigliato e legnoso è sparito”. E si ritorna a Veronelli che, nel 1996, a Gianni Salvaterra che gli chiedeva per la rivista americana di arte Index di evocare un’opera pensando a un vino disse: “Agli esami organolettici preferisco l’accostamento a una poesia, a una musica, a un fiore intravisto, a una farfalla che svolazza, massì, pensiamo pure ai grandi artisti, pittori in primis”. E sul Barolo Brunate 1990 di Giuseppe Rinaldi evoca il pittore Carlo Carrà: “Moderno, con misura”.
Autore: Luciano Ferraro
NAZIONE/GIORNO/CARLINO
Quel gusto di vino Itinerari e selezioni in tutta la Toscana ... Con l’arrivo di maggio i sensi si aprono ai profumi e colori che invadono la Toscana. E’ il mese ideale per stappare una buona bottiglia, da abbinare ad un piatto speciale, ma anche a uno scenario unico. E così il vino entra nei cortili storici di Firenze, che dà il benvenuto alla bella stagione con Wine Town. La manifestazione si svolge il 17 e il 18 maggio nel capoluogo toscano, con una preview il 13 e con una festa d’inaugurazione. Spettacoli e concerti si accordano con le tonalità del vino, protagonista di degustazioni nei palazzi storici fiorentini. Oltre 100 eventi in due giorni di cibo, musica e teatro, in tutto il centro storico. Per i concerti due palcoscenici: il cortile del Bargello e Palazzo Pitti. Doppio appuntamento con Enrico Rava ed il suo quintetto, e la prima italiana del concerto di Jesper Bodilsen, “Scenografie”. Firenze sarà aperta ai suoi ospiti, visto che tutti gli spettacoli sono a ingresso libero, per le degustazioni si può acquistare la Wine Card (www.winetown.it). Ai fasti cittadini fanno eco le ricche proposte della campagna, dal Chianti alla Maremma. Puntano su venerdì 17 anche gli organizzatori di Maremma WineFood Shire, dove fino a domenica 19 si uniscono in duetto i sapori del territorio con l’artigianato. A Grosseto sono attesi 120 espositori, 8 associazioni e consorzi di valorizzazione delle produzioni. E’ la nuova edizione di Vini di Maremma, guida nata per raccontare le eccellenze della provincia, che sarà presentata il 18 all’enoteca 2Banki a Grosseto, con degustazioni. Settanta aziende di vino stappano le loro eccellenze in un’altra terra baciata dal mare e dal sole: a Pietrasanta al via la rassegna ‘Vini d’Autore-Terre d’Italia’, 19 e 20 maggio. Nel Chiostro di 5. Agostino, avrà luogo il raduno vitivinicolo composto da una selezione di produzioni d’eccellenza, dal nord al sud del nostro Paese (www.acquabuona.it). Dal 25 maggio al 2 giugno arriva anche la mostra del Chianti di Montespertoli, con due tappe dedicate al formaggio locale, il Marzolino di Lucardo, e al quarto anteriore del bovino. In Chianti si prepara la ‘Cena con il Classico”, su prenotazione venerdì 17 all’Osteria La Chiantina di Castellina. Sabato 18 i tavoli di degustazione invadono il centro e i produttori di Castellina saranno presenti dalle 15 per far assaggiare i loro vini, replica la domenica. Cantine aperte e vigneti da visitare alla kermesse che percorre la provincia di Arezzo. “I giorni del vino” prevedono appuntamenti anche a maggio: domenica alla Pievuccia (Castiglion Fiorentino), mercoledì 15 al Borro (Loro Ciuffenna) e domenica 19 alla Fattoria Santa Vittoria (Foiano della Chiana) (www.stradedelvino.arezzo.it).
Autore: Laura Tabegna
ITALIA OGGI
Chianti, quel fiasco della Gran Selezione ... Le due categorie di Chinati Classico finora conosciute dai consumatori, quello d’annata e la Riserva, hanno adesso un fratello apparentemente più nobile ma che nei fatti si sta rivelando un fiasco: si chiama Gran Selezione e debutterà con il millesimo 2010. Millesimo che in questa versione non è stato ancora messo in commercio perché il periodo minimo di invecchiamento previsto dal disciplinare è di 30 mesi (sei in più della Riserva), di cui almeno tre di affinamento in bottig1ia. “Abbiamo ritenuto”, spiega Sergio Zingarelli, presidente del Consorzio per la prima volta non eletto tra i viticoltori puri, “che la nostra denominazione, suddivisa in due sole tipologie, Chinati Classico e Riserva, non fosse totalmente capace di rappresentare in modo esaustivo il nostro territorio. Molte aziende, per esempio, già da anni presentano sul mercato selezioni di Chinati Classico e di Riserva provenienti da singoli vigneti. La nuova categoria ha lo scopo quindi di dare voce e regolamentare sotto il nome di Gran Selezione vini che in molti casi esistono già sul mercato ma non vengono sufficientemente valorizzati”. La volontà di 0izzare questi vini d’alto profilo (che si valuta rappresentino circa il 7% dei 35 milioni di bottiglie prodotte) dovrebbe essere testimoniato dal fatto che possono fregiarsi del titolo di Gran Selezione, ritenuto da molti assurdo, soltanto i Chinati Classico integralmente prodotti con uve di proprietà, senza avvalersi, neanche in minima parte, di uve o vini prodotti da altre aziende. Ma è sufficiente questa norma, per identificare gli equivalenti chiantigiani dei premier cru bordolesi? E la denominazione escogitata è dotata del carisma indispensabile per affascinare i consumatori che ben poco sanno di cosa c’è nei disciplinari e giudicano in primo luogo dal nome? Dalle prime reazioni apparse sul web, nei blog degli appassionati divino, si direbbe proprio di no. Il commento più benevolo al nuovo nome è “Lo fame strano”, il più feroce è che non lo “userebbe neanche il più scalcinato prosciuttificio industriale da “supermercato”. Sono voci che hanno però il limite di essere espresse da consumatori italiani, e in Italia il Chianti Classico vende soltanto il 22% della propria produzione. Ma il fatto è che il nuovo appellativo non convince neanche gli addetti ai lavori esteri. Se ne è fatto portavoce un mercante di vino londinese, David Berry Green, secondo il quale l’iniziativa del Consorzio del Chianti Classico ha il torto grave, oltre alla scelta di un nome incomprensibile per i più’,di non prevedere un’accurata e rigorosa delimitazione dei vigneti che darebbe concretezza al nuovo appellativo. Così com’è, perciò, Gran Selezione viene percepita come una scelta commerciale operata in cantina, non come una ricerca qualitativa sviluppata sul territorio. La creazione di un Chianti Classico extra è stata resa necessaria da errori del passato. Nel 1996, quando il Chianti Classico si separò dal Chianti, di cui era stato fino allora una sottozona eletta, barattò l’indipendenza rinunciando alla possibilità, di cui aveva goduto fino allora, di declassare come Chinati tutte le partite di Chianti Classico giudicate di mediocre qualità. Non solo, rinunciò anche a utilizzare l’appellativo di Superiore che il Consorzio del Chianti stava per ottenere e cli cui oggi si fregia sfruttando l’immediatezza del nome anche per chi non e’ italiano. La necessità oggi diventata urgente di separare la produzione di più alto livello dai vini di minor qualità si è scontrata con la mancanza di una denominazione adatta ad accogliere questi ultimi ed ha quindi costretto a tentare l’operazione inversa, cioè di far salire i vini migliori in una categoria di maggior prestigio, con l’handicap, però, di non poter utilizzare l’appellativo Superiore, tanto semplice quanto efficace e di immediata comprensione soprattutto nei mercati esteri. Ma sono numerosi anche in Italia casi in cui camerieri o sommelier che fino a ieri proponevano ai clienti il più quotato Chianti Classico oggi propongono invece con entusiasmo il Superiore, convinti anche loro che Superiore sia meglio perfino di Classico, figuriamoci di Grande selezione. Così condizionato, il Consorzio ha scelto insomma un appellativo non proprio entusiasmante. Che cosa può fare, adesso? Dal web arriva beffardo un consiglio: “Può dire che era uno scherzo, che si azzera tutto e si ricomincia da capo. La Ferrero si merita il Gran Soleil, il Chianti Classico non si merita la Gran Selezione”. Mentre un grande produttore, lontano per anni dal Consorzio, fa una proposta pragmatica: prima che il fiasco sia evidente a tutti che sia chiamato Chianti Classico Superiore.
Autore: Cesare Pillon
IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
Lo champagne prende ripetizioni di italiano ... Lo champagne francese parla ora un po’ italiano. Marco Simonit, Oscar del vino 2012 come miglior agronomo viticoltore, e la sua squadra dei Preparatori d’Uva. sono stati infatti ingaggiati da Champagne Louis Roederer di Reims per dare consigli e consulenze sulla cura delle vigne. Simonit si occuperà anche del Cristal (prodotto dalla stessa maison), lo champagne creato nel 1867 per l’imperatore Alessandro II di Russia e considerato il primo prestige cuvée.
Autore: Giuseppe Ortolano
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