Servizio su bottle sharing, tendenza di Winenews e Vinitaly.
Vini italiani carattere aperto ... Nel mondo si beve meno. Ma il made in Italy difende i fatturati cercando le risposte giuste. Migliorando, per esempio, il rapporto fra qualità e prezzo. E, a nord come a sud, si insiste sulle varietà più apprezzate dal grande pubblico. Dal Bianco di Custoza al Negroamaro... Più ombre che luci sul futuro prossimo del vino italiano che, alla vigilia di Vinitaly, mette in campo i consuntivi del 2009 e cerca di leggere la tendenza di questi primi mesi dell’anno. Apparentemente contraddittori ma in realtà univoci, i numeri confermano che la febbre è ancora alta: l’annuale rapporto di Mediobanca sul settore segnala che nel 2009, per la prima volta da molti anni, il fatturato dei 99 principali gruppi italiani è in calo (meno 3,2 per cento), contro la crescita del 2 per cento del 2008, del 7,1 per cento del 2007 e del 4,9 per cento del 2006. Secondo Mediobanca il settore sta reagendo al momento critico - cantine piene di prodotti e domanda in contrazione - anche con un progressivo calo dei prezzi: il made in Italy l’anno scorso ha abbassato i listini per l’export mediamente dell’11 per cento. Secondo altri dati ancora ufficiosi, sul mercato interno le vendite hanno subito un forte calo, meno 9 per cento in valore e meno 1,3 in volume; l’export, viceversa, sfiorando i 20 milioni di ettolitri, ha toccato un livello mai raggiunto, con un incremento del 10,2 per cento in volume, cui però ha corrisposto un calo del 5,4 per cento in valore. Ma non c’è molto da rallegrarsi. Cosa è successo? Semplicemente, pur di vendere, i produttori italiani hanno abbassato i prezzi e declassato a una qualità inferiore i propri vini, puntando cioè sugli “sfusi” (vini destinati a essere imbottigliati e smerciati dagli importatori esteri) per tentare di arginare la concorrenza dei nuovi produttori cileni, argentini, sudafricani, neozelandesi e soprattutto australiani. Infatti proprio l’Australia è oggi il primo paese fornitore del mercato Usa, il più importante del mondo, davanti all’Italia che segna il passo, così come perdono sensibili quote Francia, Germania e Spagna su un mercato, appunto quello americano, che si dimostra sempre più orientato ad acquistare vini sfusi anziché in bottiglia. Bevono di più gli americani ma bevono peggio, se è vero, come è vero, che le loro preferenze vanno ai vini sfusi australiani e cileni con prezzo all’origine fra i 49 e i 68 centesimi di dollaro al litro, contro un prezzo medio di 3,46 dollari al litro dei vini imbottigliati. E anche se segnali positivi arrivano dai mercati per ora esigui del Far East e della Russia, nel complesso dei paesi extra Unione Europea crescono sì i volumi ma cala il valore dell’export. Tutto grigio il futuro, dunque? Non per tutti: secondo un sondaggio realizzato da Wine News, il più seguito sito web italiano sul vino, il 75 per cento delle 25 maggiori aziende italiane prevede per quest’anno un fatturato in crescita, grazie a una ripresa attesa a partire dalla seconda metà dell’anno. E in effetti danno segni di risveglio mercati importanti come Germania e Regno Unito, dove cresce la domanda di spumanti e vini in bottiglia. Da qui l’orientamento dei produttori di concentrare sforzi e risorse sull’export, sollecitando il governo ad attuare politiche di sostegno per ogni iniziativa di promozione mirata a “far sistema”.
Decolla il Vinitaly. È l’anno delle scuole di enologia fai-da-te ... Domani il ministro Zaia taglierà il nastro. Il mondo del vino in cerca di rilancio... Con la primavera arriva puntuale il Vinitaly, massima rassegna del vino mondiale in Italia, a Verona, in tutta Verona perché la Fiera va da tempo stretta al mondo di botti e bottiglie che così, complice anche il Sol, il salone dell’olio, esce dai padiglioni fieristici e dilaga in città con un’abbondanza di appuntamenti di contorno che rafforzano la kermesse principale. Da domani - e fino a lunedì prossimo, il giorno dei ristoratori che, spenti per turno di riposo i fornelli, sciamano tra gli stand -, circa 150mila persone affolleranno gli spazi dell’edizione numero 44, preceduti tra 24 ore da Luca Zaia, ministro delle politiche agricole, nonché nuovo governatore della Regione Veneto, che inaugurerà la rassegna senza poi allontanarsi visto che venerdì accoglierà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che a metà mattina interverrà a un convegno dove si dibatterà di “Scenari e prospettive del mercato del vino italiano”. Simbolica la presenza del Capo dello Stato con Zaia a fargli da Cicerone. Sono passati due anni dallo scandalo del vino che agita l’edizione numero 42, quando L’Espresso uscì con la copertina dedicata a Velenitaly e ovunque se ne parlò e in alcune parti d’Italia pure si tremò, Montalcino su tutte, perché i furbi sono ovunque. L’anno scorso i problemi erano altri, legati alla crisi economica, e se ora le caselle della posta elettronica di qualsiasi addetto ai lavori sono intasate di inviti è perché tutti hanno capito che è meglio darsi da fare, cogliendo i segnali positivi che sono in verità pochi. Tanta speranza e poche certezze. Si produce meno (44 milioni e mezzo di ettolitri nel 2009, -4% sul 2008 e -10 sulla media del decennio) perché si beve meno (43 litri annui a testa, due in meno rispetto al 2007). Tiene, secondo Assoenologi, il giro d’affari globale (13,7 miliardi di euro), ma il prezzo medio di un litro di vino, che due anni fa sfiorava i 2 euro (1,98 per l’esattezza), nel 2009 è sceso a 1,75 tanto che in un lustro hanno chiuso 30mila cantine su 700 mila. Non piace al settore la criminalizzazione del vino equiparato a una droga, non piace il ricorso indiscriminato all’etilometro (se la stradale sarà pignola, da domani a lunedì tutti a piedi, taxi o treno per il Vinitaly) senza distinguere da consumo ragionato (che penalizza molto i ristoranti) e voglia di sballo. La risposta passa attraverso una sempre maggiore consapevolezza dei consumatori. Il sito Winenews.it, in collaborazioneVerona Fiere e Bocconi Trovato&partners, ha raccolto dati che sbalordiscono: il 20,7% del campione vorrebbe pagare una bottiglia di vino per il bisogno quotidiano meno di 2 euro, come due tazzine di caffè al bar. E un altro 32,4 non più di 4. Il vino come un bene di lusso viene quasi da dire perché giusto l’1,4% sarebbe pronta a privarsi di 15 o più euro. Eppure una bibita energetica costa circa 6,5 al litro in un supermercato e il prezzo al kilo della gomma da masticare tocca i 40. Per fortuna le difficoltà aguzzano l’ingegno e dopo il boom di istituti alberghieri e corsi di cucina per diventare chef, ecco quello delle iscrizioni alle scuole enologiche, da Alba a San Michele all’Adige. Nella seconda metà degli Anni Zero nessun istituto ha registrato una flessione e solo il 14% un valore pari per un totale studenti di 650 persone (130 gli stranieri). Nel futuro per molti c’è l’azienda di famiglia e, in ogni caso, oltre 100mila realtà sono in mano a under 35 (25mila le donne). Il fatturato medio non è da nababbi (18.720 €), ma chi sceglie questa strada non cerca il successo economico.
L’altra metà della vigna conta sempre di più ... Consapevoli, informate (molto sexy, dice un sondaggio, condotto tra gli uomini): sono sempre di più le donne che si interessano al vino. E che sanno destreggiarsi tra etichette, vitigni e shopping... In Italia c’è un’Associazione Donne del Vino nata nell’88 dall’idea di una produttrice toscana: ne fanno parte ristoratrici, proprietarie di vigne, enoteche e cantine... Com’è lontano il tempo in cui Donna Letizia (al secolo Colette Rosselli, che fu moglie di Indro Montanelli) dalla pagine dei più importanti settimanali femminili, nelle sue rubriche di galateo, consigliava alla signore di non mettere in tavola durante un pranzo elegante con ospiti di riguardo, bottiglie di vino rosso “che sanno d’osteria”. Meglio il bianco che tra l’altro “non macchia la tovaglia”. Altri tempi appunto, si era a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando il vino era cosa da uomini. Le signore, oltre alla seduzione dello Champagne, potevano concedersi al massimo un rosolio con le amiche. Passato qualche decennio l’universo femminile si presenta con piglio e conoscenza sulla scena enologica. Ne è la riprova l’Associazione Donne del vino che racchiude l’altra metà della vigna. Nata nell’88 da un’idea di Elisabetta Tognana, produttrice toscana, conta oltre 700 aderenti in tutta Italia: trecento sono produttrici, figlie e mogli di vignaioli ma anche conduttrici dirette di vigne e cantine. Aderiscono al sodalizio anche enotecare, ristoratrici, giornaliste del settore. Tra le iniziative avviate dall’associazione si segnala l’impegno didattico nelle scuole e le grandi operazioni di solidarietà concreta. Una su tutte: bottiglie di barbera delle produttrici, vestite con le colorate etichette disegnate da bambini delle elementari piemontesi per finanziare la riserva naturale di Otonga, gestita in Ecuador da Padre Giovanni Onore, un missionario docente di entomologia. Presidente nazionale delle Donne del Vino è stata recentemente eletta Elena Martusciello dell’azienda partenopea Grotta del sole, che ha sostituito Pia Berlucchi (della casa spumanti lombarda). Vice presidenti Cristina Ascheri (una barolista) e Nadia Zenato (di Peschiera del Garda). La delegazione piemontese della Donne del vino (che conta 130 iscritte) è la più numerosa d’Italia ed è presieduta da Michela Marenco della storica azienda di Strevi, nell Alessandrino. Al Vinitaly le DdV terranno l’assemblea nazionale l’8 aprile (area E, Cittadella della gastronomia). Nello stesso stand avranno uno spazio ristorante, aperto tutti i giorni della kermesse veronese dalle 11 alle 15,30. Le chef sono capitanante da Marina Ramasso dell’Osteria del Paluch di Baldissero Torinese, un bel locale sulla collina a pochi passi da Superga. Che sia cambiato il rapporto tra donne e vino lo dimostra anche un’indagine promossa da www.winenews.it uno dei siti più cliccati dagli enoappassionati italiani. Le donne che sanno destreggiarsi abilmente tra Barolo e Brunello, Etna rosso e Cannonau, carte dei vini e terminologia da sommelier, sono giudicate decisamente sexy. Lo afferma il 91% dei maschi che hanno risposto al sondaggio. Se l’interesse dell’universo femminile per l’enologia è in continua crescita - il 74% delle donne che ha risposto ha frequentato corsi di degustazione, il 49% acquista spesso guide e riviste sul vino, il 73% consulta quotidianamente siti e blog specializzati - il mondo maschile sembra guardare al fenomeno con interesse e curiosità. L’inchiesta ha coinvolto 1.789 enonauti (amanti di vino & web), proponendo quesiti differenziati per uomini e donne. Al 52% degli enonauti che hanno partecipato al sondaggio è capitato di andare a cena al ristorante con una donna che ha voluto scegliere personalmente il vino preferito. E lo sanno anche enotecari e responsabili delle grande catene di distribuzione: è in forte crescita la percentuale di donne che compera il vino per tutta la famiglia: il 51% acquista almeno 4-5 bottiglie al mese. Il vino può essere una passione da condividere all’interno di una coppia, sottolineano in molti, oltre ad un inesauribile argomento di conversazione ed una buona scusa per fare insieme degustazioni e viaggi alla scoperta di vitigni e territori.
Incanto italiano ... Piemontesi e toscani sono tornati a volare: lo conferma Serena Suttcliffe, la regina di Sotheby’s Wine: “Il mondo ha riscoperto la vostra qualità, e non bada al prezzo”... I collezionisti comprano per investimento non per sfizio: qualita. capacità di durare nel tempo, notorietà, rarità e richiesta di mercato guidano le scelte... La crisi ha cambiato i mercati internazionali dai consumi nei winebar di Manhattan o di Berlino, fino alle grande aste internazionali. Serena Suttcliffe guida il dipartimento di Sotheby’s che si occupa di vino, coccolata dai francesi al punto da essere in odore di legion d’onore, considerata la donna più competente del pianeta quando si parla di grandi etichette non ha dubbi: “Il tempo delle follie è finito, gli acquirenti arrivano alle aste con obiettivi precisi. Le quotazioni premiano la qualità assoluta e per costruirla non bastano più le mode”. Cambia la prospettiva. Il collezionista - anche chi ha possibilità economiche illimitate - non compra per sfizio ma per investimento. Il mercato ha fissato quattro regole del gioco precise affinché l’immobilizzo di capitale in bottiglie possa generare profitti: altissima qualità del prodotto, capacità di durare nel tempo, notorietà e richiesta di mercato, rarità. In questo mercato l’Italia non deve farsi illusioni, i passi avanti sono stati tanti ma la Francia resta la regina. “L’Italia - spiega Serena Suttcliffe - è ben presente negli obiettivi dei collezionisti di tutto il mondo ma la Francia si conferma leader. Certo ci sono grandi vini italiani che conquistano sempre più spazio e a vincere sono la qualità e il territorio di provenienza. Il vostro paese deve però essere orgoglioso perché il mondo considera la qualità italiana tra i suoi punti fermi”. Le bottiglie italiane che tengono il mercato hanno caratteristiche precise, sono fuoriclasse con una percentuale di rivalutazione - dal valore nell’anno d’uscita in commercio in enoteca al valore attuale sempre in enoteca - del 400% (con punte anche oltre) per un periodo di 5 anni. Queste cifre, frutto di un’analisi realizzata per “La Stampa” da “Winenews” uno dei siti più cliccati dagli appassionati del vino, sottolineano che le etichette italiane che ce la fanno sono pochissime: bisogna puntare sui grandi rossi (i migliori “super Tuscans”, Barolo, Barbaresco, Brunello, Amarone, pochissime riserve di Chianti Classico, il Sagrantino “25 anni”) che fanno tendenza e mercato, che siano longevi e provenenti da aree classiche o storiche (Langhe, Montalcino, Bolgheri, Chianti Classico, Valpolicella). Aste e investitori poi continuano a puntare su chi ha avuto negli anni un’attenzione costante della critica (soprattutto Parker, Wine Spectator, Decanter, Gambero Rosso) e quindi anche le guide, almeno in questa nicchia di mercato, continuano ad avere il loro peso. Proprio per questo mix di caratteristiche ad attirare l’attenzione nelle aste italiane (su tutte quelle della Gelardini & Romani Wine Auction di Raimondo Romani e Flaviano Gelardini, la prima casa d’aste italiana specializzata in vini d’autore) ed internazionali (da Christie’s appunto a Sothehy’s che, grazie al lavoro della Suttcliffe, è diventata un punto di riferimento) sono - sul fronte dei grandi d’Italia - senz’altro i “super tuscan”, dal gettonatissimo Masseto della Tenuta dell’Ornellaia, passando per il Solaia di Antinori, il Sassicaia della Tenuta San Guido, fino ad arrivare al Sodi di San Niccolò dell’azienda chiantigiana Castellare di Castellina di Paolo Panerai. Bene anche il Brunello di Montalcino di Franco Biondi Santi. Tra i piemontesi molto richiesti il Barolo Riserva Monfortino di Giacomo Conterno e tutti i cru di Gaja, oltre al suo Barbaresco. Interesse in crescita anche per gli Amarone di Allegrini, Dal Forno e Quintarelli. Dati confermati anche dall’ ultima asta italiana - battuta il 13 marzo da Gelardini e Romani - dove ci sono stati incrementi medi del 49%. I francesi hanno brillato come al solito con un’ottima ripresa nelle quotazioni dei premier Cru di Bordeaux specialmente per le annate a cinque stelle di Chateau Lafite Rothschild e Chateau Margaux, che in formato Magnum, annata 2005, sono stati aggiudicati al doppio della base asta. In ritardo e più contenuta la ripresa del mitico Petrus. Ma il dato più positivo è tutto per l’Italia con una notevolissima crescita della domanda per le vecchie annate dei big. Molto bene il Tignanello, in modo particolare il 2004 aggiudicato ad € 119,80 a bottiglia, che segna una crescita del 20% da dicembre 2009 e del 44% da ottobre 2009 (€ 83,00). Sotto i riflettori la Tenuta dell’Ornellaia. Il Masseto ha ottenuto l’aggiudicazione più alta dell’asta, € 3.953,40 per un Doppio Magnum di 2006 ed ha registrato il maggior incremento di prezzo, grazie ai Magnum di 1997 che hanno segnato un +300% rispetto alla base d’asta. Bene anche Ornellaia, con le bottiglie di 1997 a 209 euro l’una, con un incremento del 28% da dicembre 2008 e del 69% da dicembre 2006. I numeri sono con l’Italia e questo Vinitaly sarà anche l’occasione per confrontarsi con le grandi etichette e i loro dominus. Come accade con Antinori che il 9 aprile proporrà una straordinaria verticale delle annate storiche di Solaia, le stesse che brillano nelle aste e a condurla sarà proprio il marchese Piero Antinori affiancato dalla figlie Albiera, Allegra e Alessia. L’ennesimo segno che Verona è la grande vetrina del vino italiano dai miti da asta ai grandi numeri.
Barone Montalto sbarca sul web ... Un’azienda atipica dal cuore che batte in Sicilia. Nata nel 2000 la Barone Montalto conquista spazi e interessi grazie a un prodotto dal sorprendente rapporto qualità-prezzo che porta in tutto il mondo la tradizione e la forza della Sicilia. Sarà la giovane età ma l’azienda ha destato grande interesse anche per il suo sbarco sul web. Il sito www.baronemontalto.it ha colpito per l’efficacia delle immagini e la forza espressiva capace di trasmettere subito l’intensità di una serie di bottiglie, frutto dell’incontro tra passione e tradizione. Barone Montalto raccoglie consensi sulla rete ed è un caso raro perché internet non ha ancora fatto breccia nel cuore delle cantine italiane. Winenews - il sito più cliccato dagli enoappassionati italiani - ha messo in fila le aziende più visitate sul web: a guidare la graduatoria si conferma la Santa Margherita (www.santamargherita.com), seguita dalla pattuglia di cantine siciliane - in generale la Sicilia è la regione più avanzata per i siti web delle aziende vinicole - con Planeta (www.planeta.it) al secondo posto, subito dopo, ex-aequo, Donnafugata (www.donnafugata.it) e Tasca d’Almerita (www.tascadalmerita.it). Ai piedi del podio, il trio Duca di Salaparuta-Vini Corvo-Cantine Florio (www.duca.it, www.vinicorvo.it, www.cantineflorio.it, le tre cantine di proprietà della Ilva di Saronno). Quinto posto per il sito di Caprai (www.arnaldocaprai.it). Alla posizione n. 6 Josko Gravner (www. gravner.it), seguito dalla prima new entry nella parte alta della classifica, al n. 7, Fratelli Muratori (www.arcipelagomuratori.it). Feudi di San Gregorio (www.feudi.it) sale alla posizione n. 8, seguita da Poggio Argentiera (www.poggioargentiera.com) al n. 9, e Ferrari (www.cantineferrari.it) decima. La “Top 12” si chiude con Cavit (www.cavit.it) e Berlucchi (www.berlucchi.it), alle posizioni n. 11 e 12.
Vino: cantine doc investono in tecnologia e risorse umane. Antinori, Planeta, Caprai, Castello Banfi e altri così escono da crisi ... Affrontare la crisi come opportunità di sviluppo: ci sono nel mondo del vino italiano esempi virtuosi di aziende che, nonostante la congiuntura economica negativa, non hanno mai smesso di puntare su infrastrutture, ricerca e risorse umane. Da Antinori a Bellavista, da Castello Banfi a Arnaldo Caprai, da Umani Ronchi a Planeta, da Venica & Venica a La Vis e Marchesi di Barolo, ecco le cantine del Belpaese che hanno trovato il loro personale antidoto alla crisi, mettendo in campo nuovi investimenti e diversificando le proprie attività. Ecco una fotografia del settore alla vigilia del Vinitaly, in programma a Veronafiere dall’8 al 12 aprile. “Proprio in questo momento è necessario investire, per uscire il prima possibile dalla crisi - afferma Marco Caprai, a capo della cantina umbra Arnaldo Caprai, che negli ultimi anni ha lanciato il Sagrantino di Montefalco nel mondo - Noi abbiamo cercato di mettere a profitto, in una fase cosi’ complicata, le opportunità offerte da nuovi bandi e finanziamenti rivolti da un lato, alla promozione nei Paesi extra-europei come sostegno alle vendite dall’altro, a progetti di ricerca ed innovazione”. “Le aziende di qualità non possono certo bloccarsi in questa fase - spiega Ornella Venica, alla guida insieme al marito Gianni della cantina friulana Venica & Venica - nell’incerta attesa di tempi migliori. Anzi, proprio dalla crisi possono scaturire maggiori opportunità. Noi in particolare stiamo investendo sulla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo esistente, varando ricerche in campo agronomico sulla sostenibilità ambientale, con progetti rivolti a conseguire l’autosufficienza energetica dell’azienda, e sul servizio al cliente, in particolare riguardo all’accoglienza”. “Non ci sono alternative, un’azienda seria ed intelligente deve necessariamente guardare avanti - sostiene Fausto Peratoner dell’azienda La Vis, una delle maggiori realtà del Trentino - Dopo aver investito in maniera considerevole negli ultimi due anni, noi stiamo consolidando la nostra realtà, focalizzandoci sugli asset strategici dell’azienda. In questo momento particolare lo snodo cruciale è rappresentato dal mercato: per questo abbiamo investito nel potenziamento della rete commerciale e nel marketing”. Ecco l’opinione di Mattia Vezzola, enologo di Bellavista, una delle griffe piu’ celebri della Franciacorta: “Ritengo che quella che stiamo vivendo non debba essere considerata una crisi, ma bensi’ una fase di cambiamento culturale, equiparabile a quello che è stato il ‘68. Simbolicamente, è come passare dal tight ai jeans, dal tango al rock and roll. Il consumatore attento non rinuncia alla qualità, ma non è piu’ disposto a farsi derubare da nessuno. Bellavista da sempre punta sulla qualità, e così continueremo a fare, investendo in particolare sulle nostre risorse umane, perchè in certi momenti sono le persone a fare la differenza. Quindi le parole d’ordine per noi sono formazione, coinvolgimento e condivisione dei progetti con tutto il nostro staff”. Anche Michele Bernetti, che guida la griffe marchigiana Umani Ronchi, concorda sulla necessità di guardare avanti. “Abbiamo fatto nel 2009, e continueremo quest’anno, importanti investimenti in azienda, sfruttando anche il Piano di Sviluppo Rurale della regione. A partire dalla cantina, - spiega - dove abbiamo acquistato una nuova etichettatrice, che consentirà una maggiore elasticità nella produzione, ed un nuovo impianto di filtrazione, che si avvale delle piu’ moderne tecnologie. In campagna abbiamo sostituito alcuni macchinari, mentre negli uffici abbiamo adottato un nuovo e sofisticato software gestionale, un notevole investimento economico che produrrà un miglior coordinamento ed efficienza tra i diversi reparti dell’azienda”. Renzo Cotarella, enologo di Antinori, una delle piu’ note aziende del vino italiano nel mondo, afferma: “In momenti come questi è necessario mantenere alta la guardia, in particolare riguardo al mercato, ma nel mondo del vino chi smette di investire è perduto. Dunque è importante continuare a puntare, e noi lo facciamo adesso piu’ di sempre, sulla ricerca, sulle risorse umane, sulle attrezzature e la tecnologia. Occorre guardare al lungo periodo, nella consapevolezza che i cicli si susseguono e che ad uno negativo segue necessariamente uno positivo”. Enrico Viglierchio di Castello Banfi, azienda leader del Brunello di Montalcino, è dello stesso parere. “La crisi non deve certo fermare gli investimenti: in questo momento vanno però ridefinite le priorità, fermo restando che un’azienda come la nostra pianifica sul medio-lungo termine. Ci concentriamo sugli elementi che riteniamo piu’ importanti: abbiamo investito sui sistemi di cernita e selezione delle uve prima della raccolta, sulla vendemmia meccanica, sulla formazione degli addetti alla cantina, e infine sul supporto alle vendite”. Secondo Alessio Planeta, alla guida con Francesca e Santi Planeta della cantina siciliana protagonista della rinascita enologica dell’isola, “la crisi economica non deve essere vista necessariamente come una crisi di idee, soprattutto di quelle buone, che devono essere portate avanti con coraggio. Noi abbiamo investito in particolare su due fronti: nel settore dell’eno-turismo, sul quale puntiamo moltissimo, con “La Foresteria”, un wine resort di 14 stanze a Menfi, una zona di crescente richiamo. E poi ci siamo lanciati nel recupero e nel rilancio del Mamertino, antico vitigno autoctono siciliano, per provare a ricreare il vino che si beveva al tempo di Giulio Cesare. Sotto la guida del professor Attilio Scienza abbiamo impiantato un vigneto di alcuni ettari a Capo Milazzo: la prima vendemmia è prevista tra cinque anni”. Ernesto Abbona di Marchesi di Barolo, una delle piu’ blasonate cantine piemontesi, dichiara: “Non solo in questo momento non ci siamo fermati, ma paradossalmente abbiamo fatto piu’ investimenti del solito: a partire da un macchinario particolarmente complesso e costoso per la linea di imbottigliamento, che semplificherà molto il nostro lavoro. In piu’ abbiamo fatto nuove assunzioni ed effettuato importanti opere di miglioramento per l’accesso alla cantina, perchè l’accoglienza agli eno-turisti rimane una delle nostre priorità”.
Vinitaly: crisi non fa paura, tra cantine c’è chi investe. Inchiesta “WineNews”, si punta su infrastrutture e innovazione … Da Antinori a Bellavista, da Castello Banfi a Arnaldo Caprai, da Umani Ronchi a Planeta, da Venica & Venica a La Vis e Marchesi di Barolo, ecco le cantine italiane che, secondo un’inchiesta da WineNews condotta in occasione del Vinitaly, hanno trovato il loro personale antidoto alla crisi, mettendo in campo nuovi investimenti e diversificando le proprie attività.”Noi abbiamo cercato di mettere a profitto, in una fase così complicata, le opportunità offerte da nuovi bandi e finanziamenti rivolti da un lato, alla promozione nei Paesi extra-europei come sostegno alle vendite e, dall’altro, a progetti di ricerca ed innovazione” afferma Marco Caprai a capo della cantina umbra Arnaldo Caprai. “Dopo aver investito in maniera considerevole negli ultimi due anni, noi stiamo consolidando la nostra realtà, focalizzandoci sugli asset strategici dell’azienda”, aggiunge Fausto Peratoner della trentina La Vis. “Abbiamo fatto nel 2009, e continueremo quest’anno, importanti investimenti in azienda, sfruttando anche il Piano di Sviluppo Rurale della regione”, spiega Michele Bernetti che guida la marchigiana Umani Ronchi. “La crisi non deve certo fermare gli investimenti: in questo momento vanno però ridefinite le priorità, fermo restando che un’azienda come la nostra pianifica sul medio-lungo termine”, rileva Enrico Viglierchio di Castello Banfi. Per Alessio Planeta, alla guida con i fratelli Francesca e Santi dell’omonima cantina siciliana “la crisi economica non deve essere vista necessariamente come una crisi di idee, soprattutto di quelle buone, che devono essere portate avanti con coraggio”.
Vino: per aziende la crisi è anche opportunità ... Affrontare la crisi come opportunità di sviluppo: ci sono nel mondo del vino italiano esempi virtuosi di aziende che, nonostante la congiuntura economica negativa, non hanno mai smesso di puntare su infrastrutture, ricerca e risorse umane. Da un sondaggio di Winenews le aziende sono state pronte a rischiare in questa fase: da Antinori a Bellavista, da Castello Banfi a Arnaldo Caprai, da Umani Ronchi a Planeta, da Venica & Venica alla Cantina La Vis e Marchesi di Barolo. “Proprio in questo momento è necessario - afferma Marco Caprai, a capo della cantina umbra Arnaldo Caprai, che negli ultimi anni ha lanciato il Sagrantino di Montefalco nel mondo - investire, per uscire prima possibile dalla crisi. Noi abbiamo cercato di mettere a profitto, in una fase cosi’ complicata, le opportunità offerte da nuovi bandi e finanziamenti rivolti da un lato, alla promozione nei Paesi extra-europei - come sostegno alle vendite - dall’altro, a progetti di ricerca ed innovazione”. “Le aziende di qualità non possono certo bloccarsi in questa fase - spiega Ornella Venica, alla guida insieme al marito Gianni della cantina friulana Venica & Venica - nell’incerta attesa di tempi migliori. Anzi, proprio dalla crisi possono scaturire maggiori opportunità. Noi in particolare stiamo investendo sulla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo esistente - varando ricerche in campo agronomico - sulla sostenibilità ambientale, con progetti rivolti a conseguire l’autosufficienza energetica dell’azienda, e sul servizio al cliente, in particolare riguardo all’accoglienza”.
“Non ci sono alternative, un’azienda seria ed intelligente deve necessariamente - sostiene Fausto Peratoner della Cantina La Vis, una delle maggiori realtà del Trentino - guardare avanti. Dopo aver investito in maniera considerevole negli ultimi due anni, noi stiamo consolidando la nostra realtà, focalizzandoci sugli asset strategici dell’azienda. In questo momento particolare lo snodo cruciale é rappresentato dal mercato: per questo abbiamo investito nel potenziamento della rete commerciale e nel marketing”.
Mattia Vezzola, enologo di Bellavista, una delle griffe più celebri della Franciacorta, spiega “ritengo che quella che stiamo vivendo non debba essere considerata una crisi, ma bensì una fase di cambiamento culturale, equiparabile a quello che è stato il ‘68. Simbolicamente, è come passare dal tight ai jeans, dal tango al rock and roll. Il consumatore attento non rinuncia alla qualità, ma non e’ piu’ disposto a farsi derubare da nessuno”.
Vino: piccolo “lusso” quotidiano che costa meno di altri sfizi ... “Il vino, anche in tempi di crisi, può essere un ‘piccolo lussò quotidiano, molto meno costoso di tanti altri sfizi che ci sembrano economici, ma che, a conti fatti, in termini assoluti non lo sono affatto”. É l’analisi di www.winenews.it, che sottolinea come se “ben il 73% degli italiani afferma di amare il vino - che sarà protagonista assoluto a Vinitaly, a Verona dall’8 al 12 aprile - ma quando si tratta di mettere mano al portafoglio le cose cambiano. Per una bottiglia di vino quotidiano, il 53,1% vorrebbe spendere tra i 2 e i 4 euro (addirittura il 20,7% starebbe volentieri sotto i 2 euro). Il 17,3% prevede tra i 4,5 e i 6 euro, ma solo il 2,6% sarebbe disponibile a spendere tra gli 8,5 e i 10 euro. Solo l’1,4% andrebbe sopra i 15 euro”. L’indagine del centro studi Vinitaly-Verona Fiere con Bocconi Trovato&Partners sull’identikit del consumatore di vino italiano, spiega inoltre che “una bottiglia da 15-20 euro nello scaffale di un supermercato é giudicata cara. Quando un pacchetto di gomme da masticare, acquistato nello stesso supermercato, a poco più di un euro, sembra una spesa da niente. Ma quelle gomme da masticare costano la bellezza di 40 euro al chilo. Certo - spiegano ancora gli esperti - il valore d’uso dei due prodotti é completamente diverso, e questo determina la diversa percezione del costo, più o meno caro, ma la differenza di valore assoluto é abissale. Eppure nessuno si fa scrupoli ad acquistare i chewingum, mentre tanti sono perplessi davanti alla bottiglia di vino”. “In molti sono incerti anche davanti ad una etichetta da 6-7 euro. Di contro, assistiamo al boom degli “energy drink” (+15% nel 2009): una lattina da 225 ml, al supermercato, costa circa 1,50 euro. Il che vuol dire che al litro, per quella bevanda prodotta in maniera industriale in milioni di litri, si spendono 6-7 euro. Se si passa all’acquisto nei bar, luogo d’elezione per il consumo di questo prodotto, la stessa lattina la ritroviamo a 2,80-3 euro (oltre 12 euro al litro). Eppure, soprattutto i più giovani, la considerano meno costosa di un buon vino”. Secondo la ricerca “se sembra costosa una bottiglia da 10-11 euro, deve sembrare davvero più economico farsi un piatto di insalata di “quarta gamma”, pronta da condire e mangiare appena tirata fuori dalla busta (consumi cresciuti dell’11% nel 2009): quasi 2 euro per 150 grammi, ovvero 13 euro al chilo, contro l’1,70 euro della classica insalata da lavare, tagliare, preparare”.
Notizie flash: 1/a edizione - L’economia ... Molti italiani amano il vino ma posti di fronte alla domanda su quanto sono dispoti a pagare una bottiglia emerge che si tratta di un piccolo lusso quotidiano. La fotografia é di Winenews, uno dei siti più cliccati dagli enonauti italiani che verte proprio sul valore percepito di alcuni prodotti, completamente distorto dalle strategie di marketing. Se ben il 73% degli italiani afferma di amare il vino -evidenzia l’indagine- il 53,1% vorrebbe spendere tra i 2 e i 4 euro (addirittura il 20,7% starebbe volentieri sotto i 2 euro). Il 17,3% prevede tra i 4,5 e i 6 euro, ma solo il 2,6% sarebbe disponibile a spendere tra gli 8,5 e i 10 euro. Solo l’1,4% andrebbe sopra i 15 euro (indagine del Centro Studi Vinitaly-Verona Fiere con BocconiTrovato&Partners sull’identikit del consumatore di vino italiano). “In molti sono incerti anche davanti ad una etichetta da 6-7 euro -spiegano da Winenews- di contro, assistiamo al boom degli ‘‘energy drink’’ (+15% nel 2009): una lattina da 225 ml, al supermercato, costa circa 1,50 euro. Il che vuol dire che al litro, per quella bevanda prodotta in maniera industriale in milioni di litri, si spendono 6-7 euro. Se si passa all’acquisto nei bar, luogo d’elezione per il consumo di questo prodotto, la stessa lattina la ritroviamo a 2,80-3 euro (oltre 12 euro al litro). Eppure, soprattutto i più giovani, la considerano meno costosa di un buon vino”.Un buon bicchiere di vino può essere consumato non solo ai pasti, di tanto in tanto. Può essere anche uno sfizio ‘‘estemporaneò’, una sorta di piccola gratificazione che spezza la routine di una giornata. Proprio come la cioccolata, i cui consumi sono aumentati del 12% nel 2009. Certo, é più ‘‘praticà’ di un buon bicchiere, forse anche più golosa. E costa meno. O almeno dovrebbe: quel cioccolatino, buono ma industriale, che si acquista di solito a fine spesa, negli espositori strategicamente collocati davanti alla cassa, ha un prezzo piccolo piccolo. Però a ben vedere, costa anche 30 euro al chilo. E arriva anche a 50 se si compra al bar o in drogheria, magari per accompagnare un buon caffé. E a 50 euro alla bottiglia, di grandi vini ce ne sono davvero tanti.
Vino: Winenews, solo 2,6% italiani disposto a spendere fino a 10 euro in molti pensano sia un piccolo lusso quotidiano ... Molti italiani amano il vino ma posti di fronte alla domanda su quanto sono disposti a pagare una bottiglia emerge che si tratta di un piccolo lusso quotidiano. La fotografia é di Winenews, uno dei siti più cliccati dagli enonauti italiani che verte proprio sul valore percepito di alcuni prodotti, completamente distorto dalle strategie di marketing. Se ben il 73% degli italiani afferma di amare il vino - evidenzia l’indagine - il 53,1% vorrebbe spendere tra i 2 e i 4 euro (addirittura il 20,7% starebbe volentieri sotto i 2 euro). Il 17,3% prevede tra i 4,5 e i 6 euro, ma solo il 2,6% sarebbe disponibile a spendere tra gli 8,5 e i 10 euro. Solo l’1,4% andrebbe sopra i 15 euro (indagine del Centro Studi Vinitaly-Verona Fiere con BocconiTrovato&Partners sull’identikit del consumatore di vino italiano). “In molti sono incerti anche davanti ad una etichetta da 6-7 euro - spiegano da Winenews - di contro, assistiamo al boom degli ‘‘energy drink’’ (+15% nel 2009): una lattina da 225 ml, al supermercato, costa circa 1,50 euro. Il che vuol dire che al litro, per quella bevanda prodotta in maniera industriale in milioni di litri, si spendono 6-7 euro. Se si passa all’acquisto nei bar, luogo d’elezione per il consumo di questo prodotto, la stessa lattina la ritroviamo a 2,80-3 euro (oltre 12 euro al litro). Eppure, soprattutto i più giovani, la considerano meno costosa di un buon vino”. Un buon bicchiere di vino può essere consumato non solo ai pasti, di tanto in tanto. Può essere anche uno sfizio ‘‘estemporaneò’, una sorta di piccola gratificazione che spezza la routine di una giornata. Proprio come la cioccolata, i cui consumi sono aumentati del 12% nel 2009. Certo, é più ‘‘praticà’ di un buon bicchiere, forse anche più golosa. E costa meno. O almeno dovrebbe: quel cioccolatino, buono ma industriale, che si acquista di solito a fine spesa, negli espositori strategicamente collocati davanti alla cassa, ha un prezzo piccolo piccolo. Però a ben vedere, costa anche 30 euro al chilo. E arriva anche a 50 se si compra al bar o in drogheria, magari per accompagnare un buon caffé. E a 50 euro alla bottiglia, di grandi vini ce ne sono davvero tanti.
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