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Winenews visto dagli altri... Quotidiani, magazine, tv e radio che parlano di noi

Articoli

21-12-2010

ADNKRONOS

Arte: Sandro Chia firma scultura per orto-giardino di Montalcino… L’artista realizza angelo in bronzo intitolato “per la felicità”… Un angelo in bronzo con il cuore in mano celebra il connubio e l’incontro tra WineNews e uno dei nomi più famosi del panorama artistico internazionale: è “Per la felicità”, la scultura firmata da Sandro Chia, grande artista contemporaneo, tra i pittori più quotati della transavanguardia, installazione che, da ieri, trova spazio nel giardino che la WineNews - società che da anni sviluppa in Italia servizi di comunicazione e marketing nel food & wine - ha restaurato nel centro storico di Montalcino, fulcro e fiore all’occhiello di “La nostra terra Dacg - Da amare con gusto”, il progetto-pilota in Italia di educazione al gusto per i bambini che qui hanno “Meravigliorto”, il loro orto urbano da custodire e coltivare. L’arte di coltivare la terra incontra così l’arte di un grande artista internazionale, che interpreta la felicità come un dono, i cui destinatari non possono che essere prima di tutto i bambini. Ma come nasce l’opera? “La statua ‘Per la felicita” è - spiega Sandro Chia - un’opera unica, con una ‘gemella’ in una città del Nord in Germania, commissionata in onore di un partigiano, che si oppose al nazismo e del suo martirio”. “Ma c’è anche un significato più universale: donare se stessi, l’idea di uno spirito di sacrificio rivolto agli altri, come quello dell’angelo con il cuore in mano ed un’ala spezzata, ma nonostante tutto disposto al sacrificio. Da Montalcino - aggiunge Chia - doniamo al mondo un prodotto spirituale, in senso alto, ma anche di spirito, di alcol e, dunque, vino. Nel vino c’è la verità, il vino è meditazione, il vino è qualcosa che va al di là”. “Un donare se stessi, per gli altri che - spiegano Alessandro Regoli e Irene Chiari di WineNews, ideatori del progetto di educazione al gusto che, dal 2008, vede protagonisti, a scuola e nell’orto, i bambini dell’Istituto Scolastico Comprensivo “Insieme” di Montalcino - ci piace interpretare guardando al futuro: futuro che non può che passare dalle nuove generazioni, verso le quali rivolgere la nostra attenzione, investendo, a partire dalle cose più semplici, come l’arte di coltivare la terra ed imparare a conoscere i suoi frutti, e favorendo, attraverso la conoscenza, lo stare insieme e la socialità di una comunità”.

 

17-12-2010

IL VELINO

Winenews: Segnali positivi nel 2010. Ma ancora incertezza Bilanci di fine anno per il mondo del vino: il 2010 volge al termine e WineNews ha chiesto ad alcuni tra i più importanti produttori italiani un giudizio sull’anno appena trascorso. Michele Bernetti, a capo della prestigiosa cantina marchigiana Umani Ronchi, esordisce dicendo che “nel 2010 c’è stata una discreta ripresa, anche se nell’aria c’è ancora incertezza. Quest’anno siamo andati molto bene negli Stati Uniti e in Canada, ma anche l’Italia è in ripresa, in particolare negli ultimi mesi”. Anche Francesca Planeta della siciliana Planeta è soddisfatta: “speriamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle il difficile 2009. Nella seconda parte del 2010 abbiamo assistito ad una decisa ripresa, soprattutto nei mercati esteri, come Usa, Germania, Inghilterra e Giappone. Ma anche dall’Italia giungono segnali positivi”. Per Davide Mascalzoni, direttore generale del Gruppo Italiano Vini (Giv), “il 2010, pur con le riserve dovute al perdurare della crisi, si chiude all’insegna di un cauto ottimismo. C’è stato un leggero ma progressivo miglioramento, anche se è difficile decifrare il futuro, perché la situazione è confusa”. Marco Caprai della griffe umbra Caprai afferma: “noto all’estero una grande “fame” di made in Italy. Ma, nonostante il 2010, sia andato bene, credo che si debba lavorare ancora molto per creare un “sistema” intorno al vino italiano, attraverso ristorazione, educazione, eventi”. Enrico Viglierchio, direttore generale della Castello Banfi di Montalcino, azienda leader del territorio del Brunello, spiega: “nel 2010 ci sono stati importanti segnali di ripresa, soprattutto nella seconda metà dell’anno, sia sul mercato interno che all’estero. Noto un clima di rinnovata fiducia, e un interesse per i vini di fascia medio-alta”. “Per noi è stato un anno di ripresa - spiega Anna Maria Abbona, alla guida, insieme al marito Ernesto, di Marchesi di Barolo - abbiamo affrontato nuovi mercati come la Cina, che promette bene, e avuto buoni risultati dall’Europa e dall’India. Risultati che sono venuti lavorando e viaggiando molto di più che in passato. Il sentiment è positivo, anche se c’è ancora molta incertezza, e aspettiamo che il mercato Usa si risvegli in modo più deciso”. “Noi siamo andati molto bene, siamo cresciuti di un 5% sulle bollicine, con Bellavista e Contadi Castaldi in Franciacorta, e di un 15% sui rossi con Petra e La Badiola in Toscana - aggiunge Vittorio Moretti, alla guida del Gruppo Terra Moretti - perché il mercato si muove, le bollicine, in particolare, non hanno problemi, ma bisogna avere marchi forti. I segnali positivi ci sono, anche se c’è molta incertezza, e per farli diventare più significativi bisogna solo lavorare di più. Forse gli operatori del settore erano abituati bene, ma oggi il consumo è più difficile per tanti fattori. Ma se si lavora le cose poi funzionano, bisogna spingere il prodotto, non si può più aspettare l’ordine al telefono”.

 

17-12-2010

AGI

Vini: nel 2010 si aspettano segnali positivi per ripresa settore … Bilanci di fine anno per il mondo del vino: il 2010 volge al termine e WineNews, in una analisi sulle prospettive del settore, ha chiesto ad alcuni tra i più importanti produttori italiani un giudizio sull’anno appena trascorso. Michele Bernetti, a capo della prestigiosa cantina marchigiana Umani Ronchi, esordisce dicendo che “nel 2010 c’è stata una discreta ripresa, anche se nell’aria c’è ancora incertezza. Quest’anno siamo andati molto bene negli Stati Uniti e in Canada, ma anche l’Italia è in ripresa, in particolare negli ultimi mesi”. Anche Francesca Planeta della siciliana Planeta è soddisfatta: “speriamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle il difficile 2009. Nella seconda parte del 2010 abbiamo assistito ad una decisa ripresa, soprattutto nei mercati esteri, come Usa, Germania, Inghilterra e Giappone. Ma anche dall’Italia giungono segnali positivi”. Per Davide Mascalzoni, direttore generale del Gruppo Italiano Vini (Giv), “il 2010, pur con le riserve dovute al perdurare della crisi, si chiude all’insegna di un cauto ottimismo. C’è stato un leggero ma progressivo miglioramento, anche se è difficile decifrare il futuro, perché la situazione è confusa”. Marco Caprai della griffe umbra Caprai afferma: “noto all’estero una grande “fame” di made in Italy. Ma, nonostante il 2010, sia andato bene, credo che si debba lavorare ancora molto per creare un “sistema” intorno al vino italiano, attraverso ristorazione, educazione, eventi”. Enrico Viglierchio, direttore generale della Castello Banfi di Montalcino, azienda leader del territorio del Brunello, spiega: “nel 2010 ci sono stati importanti segnali di ripresa, soprattutto nella seconda metà dell’anno, sia sul mercato interno che all’estero. Noto un clima di rinnovata fiducia, e un interesse per i vini di fascia medio-alta”. “Per noi è stato un anno di ripresa - spiega Anna Maria Abbona, alla guida, insieme al marito Ernesto, di Marchesi di Barolo - abbiamo affrontato nuovi mercati come la Cina, che promette bene, e avuto buoni risultati dall’Europa e dall’India”. “Noi siamo andati molto bene, siamo cresciuti di un 5% sulle bollicine, con Bellavista e Contadi Castaldi in Franciacorta, e di un 15% sui rossi con Petra e La Badiola in Toscana - aggiunge Vittorio Moretti, alla guida del Gruppo Terra Moretti - perché il mercato si muove, le bollicine, non hanno problemi, ma bisogna avere marchi forti. I segnali positivi ci sono, anche se c’è molta incertezza, e per farli diventare più significativi bisogna solo lavorare di più, non si può più aspettare l’ordine al telefono”.

 

14-12-2010

ANSA

L’alcol non ha nulla a che vedere con la droga. A pensarla così è il 90% degli amanti del buon bere, tanto che secondo l’83% il vino di prendere le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops utilizzati dai giovani per sballarsi. E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato da www.winenews.it, che prende spunto dalla ricerca pubblicata sulla rivista Lancet, secondo cui l’alcol sarebbe più pericoloso di droghe come cocaina ed eroina. Secondo il sondaggio, per il 92% degli eno-appassionati è indispensabile che istituzioni e produttori realizzino campagne di sensibilizzazione per educare al consumo consapevole di vino tutta la società, con un’attenzione particolare per scuole e giovani, utilizzando strumenti quali Pubblicità Progresso, corsi gratuiti di degustazione aperti a tutti e tanta comunicazione attraverso Facebook e Twitter. Che le due sostanze non siano paragonabili lo pensa anche Andrea Muccioli della Comunità di San Patrignano perché, spiega, “mentre droghe come ecstasy, cocaina, marijuana, hanno come unica possibilità di utilizzo la ricerca dello sballo, l’alcol, invece, offre una doppia possibilità di fruizione o la ricerca misurata del piacere per un buon bicchiere di vino o l’abuso che porta all’alcolismo giovanile”. Dal sondaggio emerge infine un 10% di eno-appassionati, secondo cui il vino è uguale alla droga se non peggio, in quanto di più semplice reperibilità, di costo minore e di alto potenziale distruttivo per il corpo; ciò che lo accomuna alla droga, secondo il campione, è soprattutto l’atteggiamento di abuso di chi lo beve.

 

14-12-2010

ADN KRONOS

Vino: sondaggio, per il 90% alcol e droga non sono paragonabili indagine Winenews-Vinitaly, ora prendere distanze da cocktail e alcolpops … Mettere sullo stesso piano l’alcol e la droga? Gli eno-appassionati italiani non ci stanno: per il 90% degli amanti del buon bere le due sostanze non possono essere assolutamente paragonate. Semmai, secondo l’83%, è arrivato il momento che il vino prenda le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops, utilizzati dai giovani come mezzo per “sballarsi”. Indispensabile allora, per il 92% degli eno-appassionati, che istituzioni e produttori realizzino campagne di educazione e sensibilizzazione per educare al consumo consapevole di vino, avendo come target tutta la società nel suo insieme, con un’attenzione particolare per scuole e giovani. Gli strumenti per educare e coinvolgere possono essere molti, dalla Pubblicità Progresso ai corsi gratuiti di degustazione aperti a tutti, passando per la comunicazione attraverso Facebook e Twitter. Sono questi i risultati del sondaggio realizzato da www.winenews.it, uno di siti più cliccati dagli appassionati italiani, e Vinitaly (www.vinitaly.it), appuntamento enologico di livello internazionale. Il tema, particolarmente delicato e controverso, nasce in seguito alla pubblicazione sul settimanale inglese Lancet - considerato tra le cinque più importanti e prestigiose riviste mediche internazionali - di una ricerca secondo la quale l’alcol sarebbe più pericoloso di droghe come cocaina ed eroina. Lo studio è firmato dal professor David Nutt, ex capo della commissione governativa sulle droghe, licenziato nell’ottobre del 2009. Nutt ha rifiutato di abbandonare le sue ricerche quando è stato silurato, ed ha messo su un proprio Comitato scientifico indipendente sulle droghe. Le sue affermazioni hanno scatenato numerose polemiche in Italia e nel resto del mondo: secondo molti scienziati l’articolo lancia una pesante accusa senza però specificare quali tipologie di alcolici e soprattutto le dosi. Alcol e droga, un’associazione sbagliata secondo il 90% degli enonauti. L’alcol non è paragonabile alla droga: lo sostiene il 90% degli enonauti (appassionati di vino web che hanno risposto al sondaggio di Winenews, per un totale di 2.436 persone). Una tesi condivisa anche da Andrea Muccioli della Comunità di San Patrignano: “L’alcol non è paragonabile ad una qualsiasi altra droga. Sostanze illecite, come ecstasy, cocaina, marijuana, hanno una sola possibilità di utilizzo, quasi obbligata, la ricerca dello “sballo”, dell’alterazione della propria percezione di sé e della realtà. L’alcol, al contrario, offre una doppia possibilità di fruizione, la ricerca sobria e misurata del piacere per un buon bicchiere di vino, o l’abuso, che porta a problemi reali come l’alcolismo giovanile. Tra chi ha risposto al sondaggio c’è invece chi (10%) ritiene che il vino sia effettivamente uguale alla droga, se non peggio, in quanto di più semplice reperibilità, di costo minore e di alto potenziale distruttivo per il corpo (fegato e non solo). Ciò che lo accomuna alla droga è soprattutto l’atteggiamento di abuso di chi lo beve, ovvero le dinamiche che portano ad un uso incosciente e smodato di una sostanza con il preciso obiettivo della ricerca dello sballo. - Prendere le distanze: il vino è tutt’altra cosa da cocktail, alcolpops e superalcolici - Secondo l’83% degli eno-appassionati, è arrivato il momento che il mondo del vino prenda le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops (bevande dolci e gassate che nascondono la presenza di alcol dietro il gusto di frutta e invece hanno una gradazione tra 4 e 7 gradi), utilizzati dai giovani come mezzo per sballarsi. Il vino, secondo chi ha risposto al sondaggio di Winenews, è un vero e proprio alimento, da sempre presente nella nostra tradizione alimentare e culturale, da centellinare con calma e soprattutto da accompagnare al cibo. Niente a che vedere, dunque, con bevande ad alta gradazione alcolica o di origine chimica, da buttare giù tutto di un fiato con l’unico scopo di alterare la coscienza. C’è invece un 17% di enonauti che ritiene non necessario “smarcare” l’immagine del vino da quella degli altri alcolici: le campagne di sensibilizzazione al consumo consapevole del vino porterebbero infatti, indirettamente, a vederlo come mezzo per “sballarsi”, al pari di droghe e simili. Inoltre, affermano gli appassionati, chi ama bere vino di qualità ricerca il piacere e il gusto, e difficilmente è spinto dal bisogno di ubriacarsi. Quindi spendere eccessive risorse economiche e promozionali in questa direzione è ritenuto inopportuno. Aspetti salutistici, legame con la dieta mediterranea, richiamo alla cultura e alla religione: ecco gli asset su cui puntare L’ignoranza è il peggior nemico: si potrebbe sintetizzare così l’opinione degli enonauti. Secondo il 92% di chi ha risposto al sondaggio dovrebbero essere al più presto attuate - da parte di istituzioni, produttori e associazioni - campagne di sensibilizzazione sul consumo consapevole di vino. Occorre promuovere in generale la cultura del vino, spiegando che dentro ad ogni bottiglia c’è una storia, un territorio e soprattutto persone che lavorano duramente per produrlo, mettendo in evidenza il forte legame tra il vino e la terra. Al contrario, l’8% di chi ha risposto afferma che non debbano essere promosse campagne di educazione ad hoc: la ragione principale è che il target di chi beve vino è già costituito da persone che possiedono sufficiente cultura e consapevolezza per auto-regolare in maniera giusta e intelligente i propri consumi. Ma quali sono gli asset su cui puntare per promuovere il consumo consapevole? Secondo gli eno-appassionati, il più importante è quello salutistico, confermato da innumerevoli ricerche scientifiche in tutto il mondo. Un consumo moderato di vino, pari a circa un bicchiere a pasto, secondo gli esperti può prevenire le malattie cardiovascolari, oltre ad avere effetti anti-invecchiamento, anti-infiammatori e persino anti-tumorali, in particolare grazie alla presenza del resveratrolo. Un altro degli aspetti più importanti da far capire, secondo gli appassionati, è che il vino non è una bevanda da consumare da sola: serve ad accompagnare i pasti o comunque il cibo. Solo così si possono godere ed apprezzare i vari abbinamenti gastronomici, oltre a ridurre gli effetti del grado alcolico. Infine, ma non meno importanti, gli aspetti legati alla tradizione alimentare (il vino è parte integrante della dieta mediterranea, considerate tra le migliori al mondo dal punto di vista salutistico, tanto da essere riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco) e alla religione (il vino è uno dei simboli fondamentali del Cristianesimo). I target da coinvolgere: la società nel suo complesso, secondo il 40% di chi ha risposto al sondaggio. Ma c’è anche chi punta in particolare a scuole e giovani A chi rivolgere le campagne di educazione al consumo consapevole? Alla società nel suo complesso, ovvero famiglie, scuole, giovani e meno giovani, afferma il 40% degli enonauti che hanno risposto al sondaggio. Solo coinvolgendo l’intera società, infatti, si ha la certezza che la cultura del vino si diffonda in maniera estesa e capillare. Ma c’è chi invece preferirebbe puntare a target più precisi. Il 26% degli eno-appassionati ritiene giusto che i principi di un consumo consapevole debbano essere insegnati sui banchi di scuola, per essere inseriti in un più ampio programma di educazione alimentare, coinvolgendo i ragazzi delle scuole medie e superiori. Lo scopo è posizionare il vino ad un livello diverso e più alto rispetto ai superalcolici solitamente consumati dagli adolescenti - Non vanno certo dimenticati i giovani: secondo il 23% di chi ha risposto sono loro il target da privilegiare, attraverso una campagna informativa seria che non cerchi solo il facile slogan e non abbia paura di sembrare pedante o didattica, ma affronti davvero la questione da un punto di vista storico, sociologico e, soprattutto, medico. Ma c’è chi afferma si debba partire dalle famiglie: secondo l’11% delle risposte le campagne di sensibilizzazione andrebbero rivolte ai nuclei familiari, in particolare ai genitori, per comprendere a cascata anche le nuove generazioni. Agli enonauti sono stati chiesti suggerimenti e idee per eventuali azioni da intraprendere per promuovere il consumo consapevole di vino: ecco quali sono state le risposte. Moltissimi (29%) coloro che hanno invocato campagne stile Pubblicità Progresso sui principali media, a partire dalla televisione, promosse dal Ministero dell’Agricoltura. Secondo gli amanti del buon bere dovrebbe essere lo stesso Governo, in considerazione dell’importanza del comparto per l’economia del nostro Paese, a varare una campagna di valorizzazione culturale, alimentare e territoriale del vino. Per promuovere il consumo consapevole nei giovani è però indispensabile parlare il loro stesso linguaggio, puntando su testimonial famosi e utilizzando i social network, da Facebook a Twitter, per divulgare gli aspetti culturali e tradizionali del consumo di vino: lo sostiene il 18% di chi ha risposto. Sempre per quanto riguarda i giovani, c’è chi (13%) ritiene che l’educazione in positivo non sia sufficiente: per scoraggiare gli abusi si dovrebbe puntare sui rischi di un eccessivo consumo, parlando di incidenti e violenze familiari provocati da ebbrezza, anche mostrando video e fotografie di forte impatto emozionale. Ma c’è anche chi propone di fare marcia indietro per quanto riguarda la deriva proibizionista che ha preso piede in Italia negli ultimi anni: molti (16%) quelli che propongono di rivedere il tasso alcolemico per chi è alla guida. E c’è chi suggerisce persino corsi gratuiti di degustazione, magari serali, che possano essere frequentati da un numero più ampio possibile di persone, in un’ottica di “educazione di massà’, per insegnare che il vino è ben più di alcol, ma è cultura, tradizione, storia e terroir. Chi sono gli enonauti che hanno risposto al sondaggio di WineNews? Grandi appassionati del buon bere, hanno una grande dimestichezza con le nuove tecnologie ed una quotidiana frequentazione del web. Sono in maggioranza maschi (79%), il 52% di loro ha un’età compresa fra i 30 e i 45 anni, hanno un elevato titolo di studio (l’85% ha conseguito il diploma di scuola media superiore o la laurea) e godono mediamente di un buon livello socio-economico. www.winenews.it è un’agenzia quotidiana di comunicazione sul mondo del wine food, on line dal 1 maggio 2000: attualmente conta 28.500 utenti registrati. Dal 2006 WineNews ha creato anche www.winenews.tv, web-tv unica nel panorama nazionale che presenta, in forma di video e/o audio, interviste, personaggi, sondaggi e curiosità del mondo dell’enologia e che attualmente raggiunge 95.000 visitatori unici al mese.

 

14-12-2010

IL VELINO

Mettere sullo stesso piano l’alcol e la droga? Gli eno-appassionati italiani non ci stanno: per il 90% degli amanti del buon bere le due sostanze non possono essere assolutamente paragonate. Semmai, secondo l’83%, è arrivato il momento che il vino prenda le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops, utilizzati dai giovani come mezzo per “sballarsi”. Indispensabile allora, per il 92% degli eno-appassionati, che istituzioni e produttori realizzino campagne di educazione e sensibilizzazione per educare al consumo consapevole di vino, avendo come target tutta la società nel suo insieme, con un’attenzione particolare per scuole e giovani. Gli strumenti per educare e coinvolgere possono essere molti, dalla Pubblicità Progresso ai corsi gratuiti di degustazione aperti a tutti, passando per la comunicazione attraverso Facebook e Twitter. Questi i risultati del sondaggio realizzato da www.Winenews.it e Vinitaly, appuntamento enologico di livello internazionale. Il tema, particolarmente delicato e controverso, nasce in seguito alla pubblicazione sul settimanale inglese Lancet - considerato tra le cinque più importanti e prestigiose riviste mediche internazionali - di una ricerca secondo la quale l’alcol sarebbe più pericoloso di droghe come cocaina ed eroina. Lo studio è firmato dal professor David Nutt, ex capo della commissione governativa sulle droghe, licenziato nell’ottobre del 2009. Nutt ha rifiutato di abbandonare le sue ricerche quando è stato silurato, ed ha messo su un proprio Comitato scientifico indipendente sulle droghe. Le sue affermazioni hanno scatenato numerose polemiche in Italia e nel resto del mondo: secondo molti scienziati l’articolo lancia una pesante accusa senza però specificare quali tipologie di alcolici e soprattutto le dosi. L’alcol non e’ paragonabile alla droga: lo sostiene il 90% degli enonauti (appassionati di vino & web che hanno risposto al sondaggio di Winenews, per un totale di 2.436 persone). Una tesi condivisa anche da Andrea Muccioli della Comunità di San Patrignano: “L’alcol non è paragonabile ad una qualsiasi altra droga. Sostanze illecite, come ecstasy, cocaina, marijuana, hanno una sola possibilità di utilizzo, quasi obbligata, la ricerca dello “sballo”, dell’alterazione della propria percezione di se’ e della realtà. L’alcol, al contrario, offre una doppia possibilità di fruizione, la ricerca sobria e misurata del piacere per un buon bicchiere di vino, o l’abuso, che porta a problemi reali come l’alcolismo giovanile”. Tra chi ha risposto al sondaggio c’è invece chi (10%) ritiene che il vino sia effettivamente uguale alla droga, se non peggio, in quanto di più semplice reperibilità, di costo minore e di alto potenziale distruttivo per il corpo (fegato e non solo). Ciò che lo accomuna alla droga è soprattutto l’atteggiamento di abuso di chi lo beve, ovvero le dinamiche che portano ad un uso incosciente e smodato di una sostanza con il preciso obiettivo della ricerca dello sballo. Secondo l’83% degli eno-appassionati, è arrivato il momento che il mondo del vino prenda le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops (bevande dolci e gassate che nascondono la presenza di alcol dietro il gusto di frutta e invece hanno una gradazione tra 4 e 7 gradi), utilizzati dai giovani come mezzo per sballarsi. Il vino, secondo chi ha risposto al sondaggio di Winenews, è un vero e proprio alimento, da sempre presente nella nostra tradizione alimentare e culturale, da centellinare con calma e soprattutto da accompagnare al cibo. Niente a che vedere, dunque, con bevande ad alta gradazione alcolica o di origine chimica, da buttare giù tutto di un fiato con l’unico scopo di alterare la coscienza. C’è invece un 17% di enonauti che ritiene non necessario “smarcare” l’immagine del vino da quella degli altri alcolici: le campagne di sensibilizzazione al consumo consapevole del vino porterebbero infatti, indirettamente, a vederlo come mezzo per “sballarsi”, al pari di droghe e simili. Inoltre, affermano gli appassionati, chi ama bere vino di qualità ricerca il piacere e il gusto, e difficilmente è spinto dal bisogno di ubriacarsi. Quindi spendere eccessive risorse economiche e promozionali in questa direzione è ritenuto inopportuno. Secondo il 92% di chi ha risposto al sondaggio dovrebbero essere al più presto attuate - da parte di istituzioni, produttori e associazioni - campagne di sensibilizzazione sul consumo consapevole di vino. Occorre promuovere in generale la cultura del vino, spiegando che dentro ad ogni bottiglia c’è una storia, un territorio e soprattutto persone che lavorano duramente per produrlo, mettendo in evidenza il forte legame tra il vino e la terra. Al contrario, l’8% di chi ha risposto afferma che non debbano essere promosse campagne di educazione ad hoc: la ragione principale è che il target di chi beve vino è già costituito da persone che possiedono sufficiente cultura e consapevolezza per auto-regolare in maniera giusta e intelligente i propri consumi. Ma quali sono gli asset su cui puntare per promuovere il consumo consapevole? Secondo gli eno-appassionati, il più importante è quello salutistico, confermato da innumerevoli ricerche scientifiche in tutto il mondo. Un consumo moderato di vino, pari a circa un bicchiere a pasto, secondo gli esperti può prevenire le malattie cardiovascolari, oltre ad avere effetti anti-invecchiamento, anti-infiammatori e persino anti-tumorali, in particolare grazie alla presenza del resveratrolo. Un altro degli aspetti più importanti da far capire, secondo gli appassionati, è che il vino non è una bevanda da consumare da sola: serve ad accompagnare i pasti o comunque il cibo. Solo così si possono godere ed apprezzare i vari abbinamenti gastronomici, oltre a ridurre gli effetti del grado alcolico. Infine, ma non meno importanti, gli aspetti legati alla tradizione alimentare (il vino è parte integrante della dieta mediterranea, considerate tra le migliori al mondo dal punto di vista salutistico, tanto da essere riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco) e alla religione (il vino è uno dei simboli fondamentali del Cristianesimo). A chi rivolgere le campagne di educazione al consumo consapevole? Alla società nel suo complesso, ovvero famiglie, scuole, giovani e meno giovani, afferma il 40% degli enonauti che hanno risposto al sondaggio. Solo coinvolgendo l’intera società, infatti, si ha la certezza che la cultura del vino si diffonda in maniera estesa e capillare. Ma c’è chi invece preferirebbe puntare a target più precisi. Il 26% degli eno-appassionati ritiene giusto che i principi di un consumo consapevole debbano essere insegnati sui banchi di scuola, per essere inseriti in un più ampio programma di educazione alimentare, coinvolgendo i ragazzi delle scuole medie e superiori. Lo scopo è posizionare il vino ad un livello diverso e più alto rispetto ai superalcolici solitamente consumati dagli adolescenti Non vanno certo dimenticati i giovani: secondo il 23% di chi ha risposto sono loro il target da privilegiare, attraverso una campagna informativa seria che non cerchi solo il facile slogan e non abbia paura di sembrare pedante o didattica, ma affronti davvero la questione da un punto di vista storico, sociologico e, soprattutto, medico. Ma c’è chi afferma si debba partire dalle famiglie: secondo l’11% delle risposte le campagne di sensibilizzazione andrebbero rivolte ai nuclei familiari, in particolare ai genitori, per comprendere a cascata anche le nuove generazioni.

 

14-12-2010

AGI

Vini: eno-appassionati, prendere distanze da cocktail e alcolpops… Mettere sullo stesso piano l'alcol e la droga? Gli eno-appassionati italiani non ci stanno: per il 90% degli amanti del buon bere le due sostanze non possono essere assolutamente paragonate. Semmai, secondo l'83%, e' arrivato il momento che il vino prenda le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops, utilizzati dai giovani come mezzo per “sballarsi”. Indispensabile allora, per il 92% degli eno-appassionati, che istituzioni e produttori realizzino campagne di educazione e sensibilizzazione per educare al consumo consapevole di vino, avendo come target tutta la società nel suo insieme, con un'attenzione particolare per scuole e giovani. Gli strumenti per educare e coinvolgere possono essere molti, dalla Pubblicità Progresso ai corsi gratuiti di degustazione aperti a tutti, passando per la comunicazione attraverso Facebook e Twitter. Questi i risultati del sondaggio realizzato da www.winenews.it, uno di siti più cliccati dagli appassionati italiani, e Vinitaly (www.vinitaly.it), appuntamento enologico di livello internazionale. Il tema, particolarmente delicato e controverso, nasce in seguito alla pubblicazione sul settimanale inglese Lancet - considerato tra le cinque più importanti e prestigiose riviste mediche internazionali - di una ricerca secondo la quale l'alcol sarebbe più pericoloso di droghe come cocaina ed eroina. Lo studio e' firmato dal professor David Nutt, ex capo della commissione governativa sulle droghe, licenziato nell'ottobre del 2009. Nutt ha rifiutato di abbandonare le sue ricerche quando e' stato silurato, ed ha messo su un proprio Comitato scientifico indipendente sulle droghe. Le sue affermazioni hanno scatenato numerose polemiche in Italia e nel resto del mondo: secondo molti scienziati l'articolo lancia una pesante accusa senza però specificare quali tipologie di alcolici e soprattutto le dosi. L'alcol non è paragonabile alla droga: lo sostiene il 90% degli enonauti. Tra chi ha risposto al sondaggio c'e' invece chi (10%) ritiene che il vino sia effettivamente uguale alla droga, se non peggio, in quanto di più semplice reperibilità, di costo minore e di alto potenziale distruttivo per il corpo (fegato e non solo). Ciò che lo accomuna alla droga e' soprattutto l'atteggiamento di abuso di chi lo beve, ovvero le dinamiche che portano ad un uso incosciente e smodato di una sostanza con il preciso obiettivo della ricerca dello sballo. Secondo l'83% degli eno-appassionati, è arrivato il momento che il mondo del vino prenda le distanze dal mondo degli alcolici in generale, per evitare di essere messo sullo stesso piano di cocktail o alcolpops (bevande dolci e gassate che nascondono la presenza di alcol dietro il gusto di frutta e invece hanno una gradazione tra 4 e 7 gradi), utilizzati dai giovani come mezzo per sballarsi. Il vino, secondo chi ha risposto al sondaggio di Winenews, è un vero e proprio alimento, da sempre presente nella nostra tradizione alimentare e culturale, da centellinare con calma e soprattutto da accompagnare al cibo. Niente a che vedere, dunque, con bevande ad alta gradazione alcolica o di origine chimica, da buttare giù tutto di un fiato con l'unico scopo di alterare la coscienza. C'e' invece un 17% di enonauti che ritiene non necessario “smarcare” l'immagine del vino da quella degli altri alcolici: le campagne di sensibilizzazione al consumo consapevole del vino porterebbero infatti, indirettamente, a vederlo come mezzo per “sballarsi”, al pari di droghe e simili. Inoltre, affermano gli appassionati, chi ama bere vino di qualità ricerca il piacere e il gusto, e difficilmente e' spinto dal bisogno di ubriacarsi. Quindi spendere eccessive risorse economiche e promozionali in questa direzione e' ritenuto inopportuno.

 

10-12-2010

ANSA

Ha buone possibilità di crescita il consumo del vino in Giappone, un paese dove la classe media può spendere e la ristorazione italiana è ben radicata. È quanto emerge dai maggiori importatori di vino italiano sentiti da Wine-news, che hanno partecipato alla tappa di Tokyo di “Vinitaly world tour”. Il mercato del Sol Levante oggi è dominato dalla birra, con il 30% del totale che però in 5 anni è sceso da 4 a 3 milioni di litri; un calo di cui potrebbe beneficiare il vino, i cui consumi oggi sono di appena 2 litri a testa l’anno (la quota degli alcolici è dell’1%). A favore del vino italiano gioca sicuramente il fatto che la cucina tricolore è ben radicata, con 12.000 ristoranti che possono fare da apri pista per i produttori nazionali; ma anche la capacità di spesa della classe media che, a differenza di quella cinese, è una realtà sociale storicamente consolidata; non è un caso che la fascia di prezzo delle bottiglie che va per la maggiore oscilla dai 1.000 ai 2.500 yen, ovvero dagli 11 ai 27 euro. Particolarmente “pesante”, fanno notare infine gli importatori, è la filiera del vino in Giappone, ossia il percorso che compie la bottiglia dalla cantina italiana al negozio o al ristorante: parte da 3 euro franco cantina, ma tra costi di spedizione, accisa sugli alcolici, iva, distribuzione e ricavo dell’importatore-distributore, arriva a 20-21 euro allo scaffale.

 

10-12-2010

AGI

In Giappone il consumo di vino è ancora molto piccolo, a 2 litri pro capite all’anno (che vuol dire 254 milioni di litri), per una quota del mercato di alcolici di appena l’un per cento. Ma se la birra, che domina con il 30% del totale, in 5 anni, dal 2004 al 2009, è scesa da 4 a 3 milioni di litri, il vino, nel suo complesso, vede un trend positivo, e le possibilità di crescita, a lungo termine ci sono, sia nel mercato dell’horeca, che, soprattutto in quello domestico, che sta crescendo, come in Italia, a causa delle leggi sull’alcol, vietato se si deve guidare, e della situazione economica, che spinge i consumatori ad ottimizzare il portafoglio e ad acquistare le bottiglie nella grande distribuzione o nelle enoteche per risparmiare sui ricariche dei ristoranti. Ecco il sentiment, raccolto da winenews.it, dei maggiori importatori di vino italiano in Giappone (Jet, Avico e Grande Sam), che Eataly Tokyo hanno incontrato l’eccellenza enologica italiana delle cantine della tappa giapponese del “Vinitaly World Tour” (10-11 dicembre, www.vinitalytour.com), nel seminario di formazione organizzato dalla nuova formula di Verona Fiere (casa-madre di Vinitaly, di scena dal 7 all’11 aprile a Verona, evento di riferimento mondiale del settore), la cui missione è avere un ruolo sempre più completo nel servizio alle imprese vinicole. Un mercato complesso, come tutti i mercati stranieri, quello del Giappone, dove, però, la cucina italiana è ben radicata, con 12.000 ristoranti tricolore che possono aprire la via della tavola per i produttori italiani, e dove la “middle class”, a differenza della Cina, per esempio, è un asset sociale ormai storicamente consolidato e con una buona capacità di s pesa, tanto che la fascia di prezzo delle bottiglie che va per la maggiore è quella che oscilla dai 1.000 ai 2.500 yen, ovvero dagli 11 ai 27 euro. “E dove il vino italiano è la punta di diamante del Belpaese - spiega l’ambasciatore italiano in Giappone Vincenzo Petrone - perché racconta dei borghi, dei territori e del life style italiano che tanto piace ai giapponesi”. Vino italiano che, secondo Federico Balmas, direttore dell’Istituto per il commercio con l’estero di Tokyo, va più forte nella fascia di prezzo “sopra ai 2.700-3.000 yen, anche perchè noi possiamo e dobbiamo puntare solo sulla qualità, e non sul prezzo”. Anche perché sui vini di prezzo, per esempio, il mercato lo sta conquistando il Cile, che ha praticamente raddoppiato i volumi in 5 anni, seguito dalla Spagna, che, anche se rimangono ancora distanti dalla Francia, che pur avendo perso grandi quote ha ancora quasi la metà del mercato enoico, e dall’Italia, al secondo posto, stanno crescendo sugli scaffali giapponesi. Anche perché il percorso della bottiglia dalla cantina italiana al negozio o al ristorante in Giappone, non è proprio “indolore”: se parte da 3 euro franco cantina, per esempio tra costi di spedizione, accisa sugli alcolici, iva, costi di distribuzione e ricavo dell’importatore/distributore, arriva a 20-21 euro allo scaffale. Fondamentale, per un produttore, trovare il giusto importatore, ma anche il giusto grossista, passaggio intermedio non obbligato, ma diffusissimo, prima di arrivare nella cantina del ristorante o nell’enoteca: “uno di grandi dimensioni - spiega Toshihiko Agake, presidente di Avico - assicura una distribuzione più ampia in tutto il Giappone, ma è difficile che sia specializzato in vino italiano, che sappia comprendere e spiegare al cliente cosa beve. Al contrario, uno più piccolo, garantisce meno diffusione, ma una maggiore competenza”. “Anche perché è fondamentale - aggiunge Osamu Hayashi, alla guida di Grande Sam, che importa e vende direttamente vini italiani - che non solo il produttore, ma anche chi importa e distribuisce il vino, vada di persona a fare la promozione e la comunicazione, a raccontare il proprio prodotto”. Un momento fondamentale, questo, per il vino italiano in Giappone, che dopo due anni di profonda crisi economica, inizia a vedere quale segnale di ripresa, di cui anche la nostra enologia potrebbe beneficiare. “Anche se non ci si può aspettare che i livelli di consumo di vino arrivino a livelli altissimi - precisa Yasuyuki Morikawa, marketing manager di Jet (Japan Europe Trade) - per un mercato che comunque, nel 2009 ha smosso 14 milioni di casse da 9 litri di soli vini fermi, per un valore di quasi 600 milioni di euro)”. “I consumatori giapponesi dal vino, ma anche dal cibo italiano, cercano originalità, tipicità, cose che qui non si hanno - spiega Shigeru Hayashi, che per tanti anni ha lavorato nel vino in Italia, primo sommelier Ais giapponese e oggi amministratore delegato e socio di Eataly Tokyo - anche se non è semplice spiegare le differenze, perché vino e cibo non sono come auto e modo. Ma dobbiamo provarci, mettendo insieme le forze di produttori, importatori e distribuzione”.

 

10-12-2010

IL VELINO

In Giappone il consumo di vino è ancora molto piccolo, a 2 litri pro capite all’anno (che vuol dire 254 milioni di litri), per una quota del mercato di alcolici di appena l’un per cento. Ma se la birra, che domina con il 30% del totale, in 5 anni, dal 2004 al 2009, è scesa da 4 a 3 milioni di litri, il vino, nel suo complesso, vede un trend positivo, e le possibilità di crescita, a lungo termine ci sono, sia nel mercato dell’horeca, che, soprattutto in quello domestico, che sta crescendo, come in Italia, a causa delle leggi sull’alcol, vietato se si deve guidare, e della situazione economica, che spinge i consumatori ad ottimizzare il portafoglio e ad acquistare le bottiglie nella grande distribuzione o nelle enoteche per risparmiare sui ricariche dei ristoranti. Ecco il sentiment, raccolto da winenews.it, dei maggiori importatori di vino italiano in Giappone (Jet, Avico e Grande Sam), che Eataly Tokyo hanno incontrato l’eccellenza enologica italiana delle cantine della tappa giapponese del “Vinitaly World Tour” (10-11 dicembre, www.vinitalytour.com), nel seminario di formazione organizzato dalla nuova formula di Verona Fiere (casa-madre di Vinitaly, di scena dal 7 all’11 aprile a Verona, evento di riferimento mondiale del settore), la cui missione è avere un ruolo sempre più completo nel servizio alle imprese vinicole. Un mercato complesso, come tutti i mercati stranieri, quello del Giappone, dove, però, la cucina italiana è ben radicata, con 12.000 ristoranti tricolore che possono aprire la via della tavola per i produttori italiani, e dove la “middle class”, a differenza della Cina, per esempio, è un asset sociale ormai storicamente consolidato e con una buona capacità di s pesa, tanto che la fascia di prezzo delle bottiglie che va per la maggiore è quella che oscilla dai 1.000 ai 2.500 yen, ovvero dagli 11 ai 27 euro. “E dove il vino italiano è la punta di diamante del Belpaese - spiega l’ambasciatore italiano in Giappone Vincenzo Petrone - perché racconta dei borghi, dei territori e del life style italiano che tanto piace ai giapponesi”. Vino italiano che, secondo Federico Balmas, direttore dell’Istituto per il commercio con l’estero di Tokyo, va più forte nella fascia di prezzo “sopra ai 2.700-3.000 yen, anche perchè noi possiamo e dobbiamo puntare solo sulla qualità, e non sul prezzo”. Anche perché sui vini di prezzo, per esempio, il mercato lo sta conquistando il Cile, che ha praticamente raddoppiato i volumi in 5 anni, seguito dalla Spagna, che, anche se rimangono ancora distanti dalla Francia, che pur avendo perso grandi quote ha ancora quasi la metà del mercato enoico, e dall’Italia, al secondo posto, stanno crescendo sugli scaffali giapponesi. Anche perché il percorso della bottiglia dalla cantina italiana al negozio o al ristorante in Giappone, non è proprio “indolore”: se parte da 3 euro franco cantina, per esempio tra costi di spedizione, accisa sugli alcolici, iva, costi di distribuzione e ricavo dell’importatore/distributore, arriva a 20-21 euro allo scaffale. Fondamentale, per un produttore, trovare il giusto importatore, ma anche il giusto grossista, passaggio intermedio non obbligato, ma diffusissimo, prima di arrivare nella cantina del ristorante o nell’enoteca: “uno di grandi dimensioni - spiega Toshihiko Agake, presidente di Avico - assicura una distribuzione più ampia in tutto il Giappone, ma è difficile che sia specializzato in vino italiano, che sappia comprendere e spiegare al cliente cosa beve. Al contrario, uno più piccolo, garantisce meno diffusione, ma una maggiore competenza”. “Anche perché è fondamentale - aggiunge Osamu Hayashi, alla guida di Grande Sam, che importa e vende direttamente vini italiani - che non solo il produttore, ma anche chi importa e distribuisce il vino, vada di persona a fare la promozione e la comunicazione, a raccontare il proprio prodotto”. Un momento fondamentale, questo, per il vino italiano in Giappone, che dopo due anni di profonda crisi economica, inizia a vedere quale segnale di ripresa, di cui anche la nostra enologia potrebbe beneficiare. “Anche se non ci si può aspettare che i livelli di consumo di vino arrivino a livelli altissimi - precisa Yasuyuki Morikawa, marketing manager di Jet (Japan Europe Trade) - per un mercato che comunque, nel 2009 ha smosso 14 milioni di casse da 9 litri di soli vini fermi, per un valore di quasi 600 milioni di euro)”. “I consumatori giapponesi dal vino, ma anche dal cibo italiano, cercano originalità, tipicità, cose che qui non si hanno - spiega Shigeru Hayashi, che per tanti anni ha lavorato nel vino in Italia, primo sommelier Ais giapponese e oggi amministratore delegato e socio di Eataly Tokyo - anche se non è semplice spiegare le differenze, perché vino e cibo non sono come auto e modo. Ma dobbiamo provarci, mettendo insieme le forze di produttori, importatori e distribuzione”.

 

09-12-2010

ANSA

E’ il Barolo Marcenasco 2006 di Renato Ratti, il miglior vino al mondo secondo “The Enthusiast 100” edizione 2010, la classifica della rivista americana “Wine Enthusiast”. Ne dà notizia, in una nota, il sito internet Winenews, spiegando che è la prima volta che un vino italiano guida la top 100 della rivista a “stelle e strisce”. Ben 15 i vini italiani nella classifica, e tra le prime 50 posizioni troviamo il Bolgheri Superiore Sorugo 2007 di Aia Vecchia (12mo posto), il Passito di Pantelleria Ben Ryé 2008 di Donnafugata (22mo), il Bolgheri Superiore 2007 della Tenuta Argentiera (26mo), il Barolo Coste di Rose 2005 di Bric Cenciurio (28mo), il Barolo Persiera 2006 di Josetta Saffirio (32mo), il Barolo Rocche dell’Annunziata 2005 di Franco Molino-Cascina Rocca (36), e il Barbaresco Serracapelli 2007 di Poderi Elia (43mo).

 

09-12-2010

ANSA

Per la prima volta è un vino italiano a guidare “The Enthusiast 100” edizione 2010, la classifica dei migliori vini del mondo secondo “Wine Enthusiast”, una delle riviste Usa di critica enologica più consultate dagli appassionati. Il campione in questione, secondo quanto riportato da WineNews, è il Barolo Marcenasco 2006 di Renato Ratti, accompagnato nella top 100 da altre 15 etichette italiane. Soddisfatta del risultato Monica Larner, la corrispondente italiana della rivista “Wine Enthusiast”, che si augura che il fatto che sia proprio un Barolo a primeggiare, una tipologia cara come prezzo, possa essere di buon auspicio per il rilancio dei vini più costosi, penalizzati dalla crisi. Il meglio del 2010 enoico del Bel Paese viene fissato da “Wine Enthusiast” anche con i verdetti delle altre due classifiche che la rivista americana redige annualmente e che consegnano alle etichette italiane risultati lusinghieri. Nella “Top 100 Cellar Selection”, la classifica dei vini da collezione, le etichette italiane sono 17, mentre sono 5 nella “Top 100 Best Buy”.

 

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