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Winenews visto dagli altri... Quotidiani, magazine, tv e radio che parlano di noi

Articoli

11-04-2011

IL GIORNALE

Quando il calice si tinge di rosa ... Donne e cin cin... Il Vinitaly 2011 è stato il trionfo del rosa, e non solo per il successo del rosé, il rivalutatissimo terzo polo del bicchiere ma anche per l’invasione delle donne, l’altra metà del vigneto, che sta conquistando sempre più spazio in un mondo fino a qualche anno fa maschilista, tanto che tuttora il Vinitaly è da molti preferito alla settimana delle miss a Salsomaggiore per la quantità di belle ragazze disseminate tra gli stand ad attirare buyer, giornalisti e ristoratori. Le belle ragazze restano, ma qualcosa sta cambiando. Maria Pia Berlucchi in Franciacorta, Gaia Gaja in Piemonte, Marina Cvetic (vedova del grande Gianni Masciarelli) in Abruzzo, Donatella Cinelli Colombini in Toscana, Vinzia Novara della Firriato in Sicilia, Paola Di Mauro nel Lazio, Elena Walch in Alto Adige, Elisabetta Foradori in Trentino, Tiziana Mori del Giv, il più grande gruppo vinicolo italiano, fino ad arrivare alle quattro sorelle Bortolomiol a Valdobbiadene: tutte produttrici di successo che ci hanno messo competenza, passione e sorrisi. Le Donne del vino hanno anche da molti anni un’associazione, presieduta attualmente dalla campana Elena Martusciello. Non solo: qualche anno fa una ricerca ha dimostrato scientificamente la maggiore sensibilità del naso femminile: ed ecco farsi strada una generazione di degustatrici brave e determinate, guidate da quell’Eleonora Guerini che è l’astro nascente del Gambero Rosso, rossa e affascinante come un bicchiere di Brunello, il che non guasta. E ci sono anche siti enoici dedicati al pubblico femminile: tra tutti Geisha Gourmet di Francesca Negri. Donne che producono, donne che degustano, comunicano, scrivono. Ma anche donne che consumano. Un sondaggio di un anno fa del portale Winenews (cofondato peraltro da una donna: Irene Chiari) raccontava che il 91 per cento degli uomini trovano sexy le donne che se la cavano con le carte dei vini e i decanter. Loro, le femminucce, replicano: dicono così ma poi l’etichetta a cena la scelgono loro. Schermaglie (quasi) amorose. La verità è che il 25 per cento delle donne enoappassionate afferma di acquistare almeno 10 bottiglie al mese e di prestare molta attenzione alla qualità. Ma che vino piace alle donne? Il luogo comune - un po’ stantio ma pur sempre valido - vuole che sia un bianco fruttato o aromatico, un rosso leggero ed elegante oppure un vino dolce o ancora una bollicina, unico terreno vero di incontro i due universi. Vini carezza più che vini schiaffo. E il mercato globale va proprio in questa direzione, facendo delle donne delle autentiche anticipatrici di una tendenza generale. E anche il crescente successo di un vino alcolico e strutturato come l’Amarone tra il pubblico femminile è merito di un indubbio ingentilimento di questo prodotto d’eccellenza. Non c’è scampo: il futuro del vino è rosa.

 

09-04-2011

LIBERO

Dalle vigne opportunità di lavoro e integrazione ... Il successo è multietnico... Il vino made in Italy nasce nel segno del melting pot: da Montalcino a Montefalco, da Barbaresco a Menfi, da Valdobbiadene a Cormons, da Erbusco ad Alghero, l’enologia del Belpaese prospera anche grazie al lavoro di migliaia di stranieri. Nei luoghi del vino più famosi d’Italia vivono e lavorano persone giunte da decine di nazioni diverse, e le città in cui nascono etichette esportate in tutto il mondo si scoprono modelli di integrazione razziale. Lo dice una ricerca a cura delle Città del Vino, l’associazione che riunisce i Comuni a più alta vocazione vitivinicola d’Italia, e di www.winenews.it, uno dei siti più cliccati dagli amanti del buon bere, realizzata in occasione di Vinitaly. Nei principali distretti del vino italiani l’eccellenza vuol dire integrazione razziale, perché qui vivono persone che per lavoro hanno trasferito le proprie vite, i propri affetti, i propri costumi e le proprie abitudini. La ricerca prende in esame 16 Comuni: Barbaresco (Cuneo), Guarene (Cuneo), Erbusco (Brescia), Mezzocorona (Trento), Casarsa della Delizia (Pordenone), Cormons (Gorizia), Valdobbiadene (Treviso), Castelvetro di Modena (Modena), Sant’Arcangelo di Romagna (Rimini), Montalcino (Siena), Suvereto (Livorno), Montefalco (Perugia), San Martino sulla Marrucina (Chieti), Castiglione di Sicilia (Catania), Menfi (Agrigento) e Alghero (Sassari). La ricerca mette in evidenza un buon inserimento lavorativo e sociale degli stranieri, che arrivano spesso a costituire il 10% della popolazione totale dei Comuni analizzati (secondo i dati Istat più recenti, relativi al 1° gennaio 2011, sono presenti in Italia 4.563.000 stranieri, pari al 7,5% della popolazione totale). Molti arrivano dall’Europa dell’Est, una percentuale minore dal Maghreb, qualcuno dalla Cina. Tra i Paesi di provenienza spiccano Romania, Moldova, Albania, Marocco e Ghana. La maggior parte degli uomini è impiegata nel settore agricolo e nell’edilizia e solo in terza battuta nel commercio, mentre le donne sono per lo più impegnate nei servizi alla persona. Non mancano piccole imprese edili o artigiane, locali ed esercizi pubblici. “Le amministrazioni locali intervengono attivamente - sottolinea Giampaolo Pioli, presidente delle Città del Vino - organizzando corsi di lingua italiana, incontri di formazione e informazione su tematiche di interesse comune, luoghi (spazi affidati alle associazioni) e momenti di aggregazione (cerimonie religiose, incontri, feste enogastronomiche). Una grande risorsa è poi naturalmente la scuola”.

 

09-04-2011

LIBERO

Le cantine si salvano con l’export ... Il fatturato cresce ma il consumo sul mercato interno cala. Il comparto vale oltre 13 miliardi e ha chiuso il 2010 con un +11%. Usa e Germania i migliori clienti... Tutti i numeri del vino... Mai come quest’anno le cantine italiane arrivano a Vinitaly da superstar, contando su numeri da record. Per il vino tricolore, infatti, il 2010 è stato più che una buona annata. Le esportazioni di vino italiano nel 2010 sfiorano i 22 milioni di ettolitri in volume (dati Istat), che rappresenta un balzo dell’11% rispetto ai 19,5 milioni di ettolitri del 2009 e del 18% sopra il 2008, per 3,9 miliardi di euro in valore, con un incremento del 12% rispetto al 2009 e del 6% sopra al precedente record di fine 2008. Numeri che confermano l’Italia come il primo esportatore al mondo in termini di volume, davanti alla Spagna e alla Francia. Anche il “sentiment” sul 2011 delle cantine, che Winenews ha sondato sia interpellando le realtà produttive più “forti” dal punto di vista del giro d’affari (50 cantine che, complessivamente, rappresentano un valore di 1,8 miliardi di euro), sia rivolgendosi a molte di quelle che si trovano nella fascia di fatturato fra 3 e 9 milioni di euro, è positivo (rispettivamente per il 75% e l’80% dei campioni sondati). Nella classifica dei Paesi a maggior peso in termini di valore, sul podio ci sono la Germania con 760,2 milioni di euro (+2,8% sul 2009), gli Stati Uniti con 745,2 milioni di euro (+10%) ma anche la Svizzera con 234,2 milioni di euro (+12%). Tutti mercati tradizionali per il nostro export enologico che confermano comunque la loro solidità. E i nuovi mercati? Qualcosa si sta muovendo, evidentemente, e si muoverà in futuro con sempre più forza. La Russia “vale” 93,4 milioni di euro (+54,4%), la Cina, per adesso, 33 milioni di euro (+108,9% sul 2009), il Brasile 27,8 milioni di euro (+55,6%) e la Corea del Sud 11,7 milioni di euro (+1,4%) solo per fare qualche esempio. Anche sul fronte dei volumi ad aggiudicarsi il podio sono soprattutto i nostri mercati “classici”: la Germania con 6.270 ettolitri (+2,8%), la Gran Bretagna con 2.694 ettolitri (-4,2%, l’unico mercato ha segnare una flessione nel 2010) e gli Stati Uniti con 2.391 ettolitri (+8,2%). Va molto bene la Russia con 918 ettolitri (+52,8%), un po’ più defilata la Cina con 205 ettolitri (+216,7%), il Brasile con 124 ettolitri (+51,5%) e, la Corea del Sud con 35 ettolitri (+19,2%). Se però consideriamo il valore medio di un litro del nostro vino esportato, che si aggira attorno a un euro e 80 centesimi, e lo confrontiamo con quello dei vini francesi, capiamo la differenza: il prezzo medio della bottiglia francese è di 4,7 euro, circa 2 volte e mezzo il nostro. Ed è in aumento: la crisi ha finito, insomma, per acuire questo divario e se il vino italiano è cresciuto in modo più importante di quello francese, lo ha fatto diminuendo il suo prezzo medio di vendita, anche a spese dei margini aziendali. La domanda è dunque molto semplice: di che export stiamo parlando? La percezione del vino italiano esportato resta quanto meno indeterminata: da comprare al volo quando la politica dei prezzi lo favorisce e da lasciare nel “limbo” tra i “top” francesi e gli emergenti di turno spagnoli, argentini, cileni e via dicendo, capaci magari di proporsi a prezzi più competitivi. Come dire, quando i mercati si assesteranno, dovremo trovare un’altra strategia, perché i nostri prezzi non potranno subire ulteriori ribassi. In Italia si consuma ancora più vino pro-capite che in molti altri Paesi, ma stiamo parlando di un mercato maturo, dove si producono oltre 40 milioni di ettolitri di vino all’anno, e se ne consumano non più di 25 milioni. Il resto va necessariamente venduto all’estero, o si dovrà produrre meno. O tutte e due le cose insieme. La lettura del mercato italiano sotto quest’ottica ci offre una visione chiara di quello che è il problema fondamentale, oggi evidentissimo tra i nostri confini e domani, probabilmente, anche fuori da questi: la sovrapproduzione di vino. Quindi, per chi considera l’espansione produttiva come l’unica possibilità di sopravvivenza, dovrà aprirsi necessariamente una nuova fase guidata da nuove parole d’ordine, sia “in casa” che fuori dai confini nazionali. Occorreranno sia una maggiore efficienza distributiva e commerciale, sia una concentrazione delle aziende, almeno nella fase di post-produzione.

 

09-04-2011

TG1 - ORE 13.30

Servizio da Vinitaly di Anna Scafuri sulle tendenze di Winenews. Dal lusso del possesso al lusso della bottiglia e vini più leggeri.

 

08-04-2011

ANSA

Vino: in aumento export 2010 per 90% produttori Lambrusco ... Sono positive le attese per il 2011 delle case vinicole italiane produttrici di Lambrusco. È quanto emerge da un’inchiesta Vinitaly-Winenews condotta fra le 50 aziende più rappresentative del made in Italy in bottiglia. In base ai dati raccolti, la chiusura del 2010 ha infatti confermato una ritrovata vitalità commerciale delle aziende del comparto, confermata dai consorzi del Lambrusco con esportazioni in crescita nel 90% dei casi. Un quadro positivo che dovrebbe essere confermato anche dalla seconda edizione del Concorso enologico “Matilde di Canossa - Terre di Lambrusco” che sarà presentato domenica a Vinitaly, in corso a Verona. Dall’apertura del salone internazionale del vino - si legge in una nota della camera di Commercio di Reggio Emilia - è emerso come il Lambrusco Doc, per il suo moderato contenuto alcolico, il suo prezzo, le qualità al palato si scopra un vino per i giovani, adatto ad un segmento di mercato particolarmente importante. Il concorso “Matilde di Canossa - Terre di Lambrusco”, precisa la nota, è teso a promuovere, anche sui mercati esteri, la produzione di Lambrusco delle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Mantova. Il concorso è riservato ai vini frizzanti delle vendemmie 2009 e/o 2010, prodotti con prevalenza del vitigno Lambrusco per almeno l’85%: vi possono partecipare le aziende produttrici con sede o unità locali produttive in provincia di Reggio Emilia, Modena, Parma e Mantova, mentre non possono essere presentati campioni da parte di aziende che ne curano solamente la commercializzazione.

 

08-04-2011

IL GIORNALE

In Piemonte dal 1878. Enrico Serafino e la sua Cantina Maestra... di vite ... Non solo una serie di grandi vini, ma anche spumanti di eccellenza e, soprattutto, un perfetto equilibrio fra tradizione e modernità per raggiungere standard qualitativi da primato... Nel panorama delle realtà vitivinicole italiane la Cantina Enrico Serafino è un nome di grande traduzione che nasce a Canale, Cuneo, nel 1878. L’azienda, proprietaria di 13 ettari di vigneti nelle colline del Roero, vanta una meritata fama per la produzione di ottimi vini piemontesi della zona primi fra tutti il Roero, l’Arneis e il Barbera. Ma è apprezzata anche per altre grandi etichette come il Barolo e il Barbaresco provenienti dalle vicine Langhe. Nei suoi 6000 metri quadri di superficie abbina moderni impianti di vinificazione a piccole e grandi botti per l’affinamento dei vini. E la sua storia trova testimonianza in aree espositive con antichi arnesi e attrezzature per la vinificazione. Ma se la considerazione dei valori del passato è forte, anche l’innovazione ha la sua importanza. Per questo negli ultimi anni, all’interno della Cantina Enrico Serafino è nata una realtà denominata “Cantina Maestra” in risposta all’esigenza di evolvere la produzione verso nuovi livelli, l’eccellenza, una “cantina nella cantina” caratterizzata da notevole spirito innovativo. “Cantina Maestra” si completa con il marchio “Enrico Serafino” e assume valore di firma posizionandosi come nuova realtà appartenente all’azienda storica con 5 vini esclusivi, 4 rossi e 1 bianco, che devono i loro nomi al dialetto piemontese. Il “Pardunè” Barbera d’Alba Doc Superiore il cui nome significa “perdonare” massima espressione aziendale di questo vitigno. Al palato è asciutto e con notevole pienezza di corpo e tende a ingentilirsi nel tempo. Il “Pasiunà” Roero Docg il cui nome vuol dire fatto con “passione”, massima espressione aziendale di questo vitigno ottenuto da uve Nebbiolo che svela, man mano che si sorseggia, le sue caratteristiche uniche per eleganza e armonia. Il “Bacajè” Barbera d’Alba Doc dal carattere caldo e generoso che significa “fatto con passione”. Il “Diauleri” Nebbiolo & Alba Doc, il cui nome si traduce in “diavolaccio” (ma simpatico) esprime le caratteristiche tipicamente giovanili di questo storico e nobile vitigno. Il “Canteiò” Roero Arneis Docg, il bianco della serie, deve invece il suo cui nome alla tradizionale questua di uova durante la Pasqua, massima espressione aziendale di questo antico vitigno autoctono del Roero.
L’azienda di Canale non vuoi dire solo vino di grande livello, ma anche spumante di eccellenza. Anch’esso con una bella storia alle spalle. Quando nei primi del Novecento gli spumanti piemontesi conquistarono New York, Londra e Parigi lo Spumante Enrico Serafino, con il suo raffinato logo art decò, era tra quelli più apprezzati. Oggi l’etichetta è stata rivisitata, ma la cuvée è sempre la stessa. Pinot Nero per dare struttura, Chardonnay per donare un tocco gentile e seduttivo ai profumi di un vino che esprime, classe ed eleganza. Soprattutto non sono cambiati i gesti manuali di chi ci lavora, esperti, precisi, quasi rituali, perché la qualità non s’improvvisa. Come il Metodo Classico. Parlare di uve Pinot e Chardonnay ci porta in luoghi vocati per la produzione dei grandi vini e dei grandi spumanti piemontesi: l’Alta Langa dove le colline si fanno più aspre ed i terreni sono calcareo-argillosi. Ma la tradizione non basta: per raggiungere l’eccellenza sono necessari strumenti tecnologicamente perfetti capaci di rispettare le caratteristiche delle uve, con affinamenti controllati ogni giorno per i tanti mesi in cui il vino riposa sui lieviti. Da qui, spumanti che non lasciano indifferenti. Enrico Serafino Cantina Maestra Alta Langa Doc Brut Millesimato è la massima espressione del Metodo Classico Enrico Serafino con permanenza sui lieviti di 36 mesi. Alta Langa Doc Zero, invece, la massima espressione del Metodo Classico di Cantina Maestra Enrico Serafino è un “dosaggio zero”: nella sboccatura o “degorgement”, non viene utilizzato il “liqueur d’expedition”, in quanto il “dosage” è effettuato solo mediante aggiunta del vino originale (il nome “Zero” nasce dall’abbreviazione di “dosaggio zero”). Si caratterizza per un affinamento importante sui propri lieviti di fermentazione per circa 60 mesi.
Il colore è giallo paglierino brillante, il perlage molto fine e persistente. Sotto tutti i punti di vista un metodo classico eccezionale: Alta Langa Doc Zero, infatti, è stato premiato dal Gambero Rosso con i 3 Bicchieri sulla guida Vini d’Italia 2011 (unico Alta Langa Doc che ha ricevuto questo prestigioso riconoscimento) e con la medaglia di bronzo all’international Packaging Competition Vinitaly 2011 per la piacevolezza dell’immagine. A testimonianza che la produzione di Enrico Serafino, espressione della grande tradizione enologica e dei vitigni piemontesi, piace dentro e fuori la bottiglia. E per seguire il trend del momento, è nato il decalogo dell’eno-appassionato - ambientalista, studiato dal sito Winenews, per scegliere un’etichetta eco-friendly, all’insegna del consumo consapevole. In ogni caso, le idee nuove non saranno sufficienti a rilanciare il consumo interno quanto l’impegno collettivo del settore, talvolta ancora troppo diviso. Da questo è di buon auspicio l’iniziativa della “Bottiglia dei 150 anni dell’Unità d’Italia”, nata da un’idea del Presidente di Veronafiere, Ettore Riello, e lanciata durante l’edizione 2010 di Vinitaly, nell’ambito della storica visita del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napoletano. Per realizzare questo vino dall’alto valore simbolico - summa delle venti regioni italiane - e che verrà donato alle massime autorità internazionali sono stati selezionati quaranta vitigni autoctoni, per la creazione del “blend” di 20 vitigni a bacca rossa e 20 a bacca bianca.
Vale la pena scorrere i due elenchi. Per il vino rosso sono stati scelti Petit rouge, Barbera, Croatina, Rossese di Dolceacqua, Raboso, Teroldego, Refosco dal peduncolo rosso, Sangiovese, Cesanese di Affile, Sagrantino, Lacrima, Montepulciano, Tintilia, Negroamaro, Aglianico, Aglianico del Vulture, Gaglioppo, Nero d’Avola e Carignano. Tutti ottenuti in annate comprese tra il 2005 e il 2009, anche affinati in legno. Quanto al bianco, la selezione ha riguardato Prié blanc, Cortese, Trebbiano di Lugana, Garganega, Weissburgunder, Friulano, Pignoletto, Vernaccia di San Gimignano, Grechetto, Malvasia, Verdicchio, Trebbiano, Falanghina, Fiano, Greco, Greco bianco, Grillo e Vermentino. In questo caso si tratta di prodotti della vendemmia 2009 non passati in legno uniche anche le bottiglie che conterranno i vini, appositamente ideate e disegnate da Aldo Cibic, architetto e designer di fama mondiale. Curiosità: dopo un paio di mesi di affinamento in bottiglia, il vino dei 150 anni verrà consegnato al Presidente della Repubblica. Non poteva essere altrimenti...

 

08-04-2011

IL GIORNALE

Vino italiano a gonfie vele soprattutto grazie all’export ... Nel nostro Paese, invece, vendite leggermente calate, ma crescono quelle dei vini Doc. Si beve meno, ma si beve meglio... Il presente è fatto soprattutto di export, il futuro anche di un possibile recupero del mercato interno. Se ne parlerà molto al Vinitaly, l’appuntamento più importante del mondo vinicolo: vera festa per gli appassionati, irrinunciabile vetrina per gli addetti ai lavori. Il dato di fatto è che mentre le nostre bottiglie sono sempre più popolari fuori dai confini, prosegue il calo dei consumi interni: dai 100 litri pro capite degli anni ‘70 si è arrivati ai 45 litri del 2007 fino ai circa 40 litri a testa di oggi; un trend destinato, secondo le previsioni, a diminuire ulteriormente entro il 2015. Quasi un paradosso pensando che la “cultura” del vino non è mai stata così diffusa e il prodotto mai così valido. Ma la crisi economica e la maggiore preoccupazione per i controlli sulle strade stanno avendo un forte impatto sul pubblico, con i risultati che si vedono soprattutto nella grande distribuzione, più o meno il 60% del mercato totale. Il dato totale delle vendite del vino confezionato (vino in bottiglia, da tavola e a denominazione d’origine, e vino brik) nel 2010 rispetto all’anno precedente è negativo, facendo segnare meno 0,9% a volume (più 0,4% a valore). Va detto però che crescono le vendite delle bottiglie da 0,75 l. a denominazione d’origine (Doc, Docg e Igt) che aumentano del 2,3% a volume (e del 3% a valore). E ancora più significativo è l’aumento delle vendite delle bottiglie a denominazione di origine della fascia di prezzo da 6 euro in su, che mettono a segno un +11,2% a volume (e +10,8% a valore). Il segnale - decisamente positivo - che l’italiano apprezza la qualità e che ha imparato a bere meno ma meglio.
In definitiva cosa aspettarsi dal 2011? Una risposta prova a darla un’inchiesta Vinitaly-Winenews condotta fra le cinquanta aziende più rappresentative del made in Italy in bottiglia, reduci da una buona stagione: fatturati cresciuti mediamente dell’8% - ma c’è anche chi è arrivato al 25% - ed export che corre a due cifre (+14%), A tirare la volata sono decisamente le esportazioni, in crescita per il 90% delle aziende interpellate, con percentuali che vanno dal 3% fino al 50%. Ma ancora più importante è che il 75% delle aziende interpellate ha una visione abbastanza positiva sull’anno appena cominciato, ulteriormente “rinforzato” da un 15% che lo prevede positivo, contro un 10% che, invece, lo percepisce ancora negativo. Il 2011 si presenta, dunque, come un anno che potrebbe sancire il definitivo recupero del trend di crescita innescato nel 2007. Per riuscirci, le aziende puntano sulla qualità ma anche su idee nuove che per fortuna non mancano.

 

08-04-2011

IL MONDO

Le preoccupazioni degli outsider ... Incremento medio del fatturato del 10,5%, export a +12,5% e sentiment positivo per il 2011: è quanto hanno rivelato a Winenews 11 importanti cantine che si collocano in una fascia dimensionale inferiore ai 10 milioni, titolari di un fatturano fra i 3 e i 9 milioni di euro. In particolare, la chiusura del 2010 ha fatto emergere una nuova vitalità di queste aziende, meno grandi ma non meno ambiziose delle sorelle della classifica maggiore, protagoniste di una crescita del fatturato tra il 7% e il 20% sul 2009. Anche qui, a tirare la volata sono state le esportazioni che hanno registrato progressi dal 2,5% al 34%. Insomma, c’è spazio per l’ottimismo nei confronti del 2011. Anche se le incertezze determinate dalle vicende internazionali impongono prudenza. Secondo l’azienda laziale Falesco (9 milioni di giro d’affari), non si può escludere, per esempio, una perdita di competitività. Per l’azienda di Montalcino Col d’Orcia (6 milioni) e per Tenimenti Angelini (7 milioni: fa capo al colosso della farmaceutica), il fattore critico è in particolare la forte concorrenza. Mentre stigmatizza la scarsa unità d’intenti in fatto di promozione Castello di Fonterutoli, realtà chiantigiana da 9 milioni. Puntano il dito sulle incognite economiche l’umbra Caprai (4,5 milioni), la piemontese Chiarlo (8 milioni), Fratelli Muratori (5 milioni), l’abruzzese Valle Reale (3 milioni). Preoccupano, invece, le incognite politiche la friulana Venica (3 milioni) e i Tenimenti Ambrogio e Giovanni Folonari, marchio da 8 milioni di fatturato. Considera critico il calo dei consumi la trentina Cesarini Sforza (4 milioni).

 

07-04-2011

ITALIA OGGI

Si punta sui nuovi mercati ... Export cruciale per compensare il calo dei consumi interni... Crescono a doppia cifra le vendite italiane all’estero. Il campione Mediobanca fa +8,5%. L’Istat calcola +11,7%... Entrare nell’olimpo dei primi tre produttori di vino che è saldamente nelle mani di Constellation Brand (Usa), Lvmh (Francia) e Foster’s Group (Australia) per i produttori made in Italy rimane un sogno perché anche sommando i fatturati dei primi dieci player italiani non si crea la massa critica per andare “sul podio” visto che la dimensione necessaria si aggira sugli 1,5 milioni di euro di fatturato. Ebbene, il fatturato del Giv, il Gruppo Italiano Vini presieduto da Corrado Casoli e controllato da Cantine Riunite & Civ di Reggio Emilia, sommato a quelli della romagnola Caviro e delle cantine Mezzacorona, tutte realtà di matrice cooperativa si avvicina a 850 milioni. Mentre gli altri grandi protagonisti di “cantina Italia” si posizionano intorno ai 100-150 milioni. Troppo poco. Certo, la quota di export che i principali produttori italiani stanno realizzando cresce molto (+59% in valore tra 2001 e 2010 e +21% in volume) ma anche questo dato positivo non basta a compensare il calo dei consumi sul mercato interno. “Lo scenario economico attuale e futuro evidenzia rilevanti segnali di stagnazione e, in prospettiva, riduzione strutturale dei consumi di vino nel mercato nazionale”, commenta Denis Pantini a capo dell’area Agricoltura e Industria Alimentare del centro di ricerche bolognese Nomisma, “e questa previsione deriva sostanzialmente da importanti cambiamenti socio-demografici (oggi circa un terzo dei consumi di vino in Italia fa capo agli ultra 64enni), e nelle abitudini di consumo. Gli stranieri in Italia oggi sono il 7,1%, della popolazione, ma nel 2050 diventeranno il 17,2%. Gran parte di essi provengono da paesi di religione islamica, dove le bevande alcoliche non vengono consumate”. Ovvio quindi che il futuro del settore sia nei mercati esteri. Ma dove esportare? Le indicazioni sono chiare: se gli Stati Uniti diventeranno entro il 2013 il primo mercato per consumi di vino al mondo, sono Cina e Russia i mercati in cui i consumi cresceranno in misura esponenziale (si veda intervista al presidente di Veronafiere Ettore Riello). Riuscirà il made in Italy a vincere la sfida? Secondo Nomisma: “La frammentazione produttiva e le ridotte dimensioni delle imprese vinicole rappresenta un rilevante ostacolo allo sviluppo delle vendite all’estero. Diventa quindi fondamentale sfruttare al meglio le opportunità di promozione sui mercati esteri evitando di disperdere tali risorse in mille rivoli”. Ma più che sulla promozione, i produttori che vogliono sfondare all’estero fanno affidamento sulla qualità. “Le produzioni di basso livello sono state in gran parte trasferite negli stessi Paesi emergenti. Andare su quei mercati con prodotti di qualità modesta non avrebbe senso”, sottolinea Gianiuca Bisol, direttore generale dell’omonima casa spumantistica di Valdobbiadene, che aggiunge: “Fino agli anni 80 il Prosecco era assente dalla lista dei vini dei ristoranti tre stelle Michelin” adesso è quasi un must. Anche analizzando l’evoluzione dei vigneti nei singoli Paesi, l’analisi Nomisma evidenzia che nel decennio in Nuova Zelanda la crescita è stata del 4.141%, del 166% in Australia e del 61% in Cile. L’italia invece va a passo di gambero con un -17% ma calano a doppia cifra anche spagnoli e francesi. Il rapporto di Mediobanca sul mondo del vino un allarme lo lancia fin dalle prime analisi: continua la riduzione della redditività rispetto al massimo del 2006, anche in rapporto al fatturato. I preconsuntivi per l’anno 2010 segnano un incremento del fatturato (+5%), soprattutto grazie alla componente export (+8,5%), con recupero più moderato sul mercato domestico (+2,1%). Secondo Mediobanca le esportazioni si collocano nel 2010 a un livello del 28% superiore a quello del 2004, superando del 4% il livello pre-crisi (2008). Tuttavia il fatturato sul mercato nazionale resterebbe su livelli ancora inferiori (circa il 2% sotto il 2008). E per il 2011? Il 53% del campione selezionato da Piazzetta Cuccia è ottimista, con crescite del fatturato superiori al 3%; il 41% esprime aspettative stabili (variazione delle vendite compresa tra zero e +3%), mentre solo il 6% formula previsioni leggermente ribassiste (variazione delle vendite compresa tra zero e -3%). Secondo un’ inchiesta Vinitaly-Winenews condotta tra le 50 aziende più rappresentative del made in Italy, in bottiglia il 75% delle aziende evidenzia un sentiment abbastanza positivo sull’anno appena cominciato, ulteriormente rinforzato da un 15% che lo prevede positivo, contro un 10% che, invece, è ancora negativo.

 

07-04-2011

TG2 COSTUME E SOCIETA'

Intervista ad Alessandro Regoli, Winenews, sulle tendenze nel mondo del vino.

 

06-04-2011

LA STAMPA

Il futuro è sempre più verde ... Anche i consumatori preferiscono comprare vini che rispettano l’ambiente. Ora, la nuova sfida riguarda le fonti rinnovabili e il packaging... Fonti rinnovabili, abbattimento delle emissioni e dell’uso dei fitofarmaci, bottiglie in vetro alleggerito, risparmio energetico e idrico. La “svolta verde” nelle cantine italiane è già cominciata e - oltre al diretto beneficio per l’ambiente - potrebbe portare anche a un nuovo elemento di marketing e dunque di business. Non è un caso, infatti, se il 48% degli intervistati di un recente sondaggio promosso da Winenews-Vinitaly pensa che il “bollino” eco-friendly potrebbe contribuire all’affermazione del vino italiano all’estero, e se il 55% degli amanti del buon bere creda che l’“etichetta verde” rappresenterebbe un motivo in più per acquistare una bottiglia. “L’impegno ambientale è una grande opportunità per il mondo del vino”, sintetizza il concetto Giacomo Mojoli, docente universitario al Politecnico di Milano e socio fondatore di Slow Food. Questo orientamento, spiega, “può consentire di anticipare in positivo l’evoluzione normativa in atto a livello comunitario. Ma non solo: investire strategicamente in questa direzione rappresenta per le aziende vitivinicole anche la possibilità di manifestare con evidenza un segnale costruttivo e di qualità nei confronti di una crescente esigenza dei consumatori, dei coproduttori, in tema di rispetto verso l’ambiente, di sicurezza-trasparenza dei processi globali di produzione”.
“Già da tempo è fortemente diminuito l’impiego della chimica così come sono diminuiti i consumi d’acqua destinati all’irrigazione dei vigneti” è la testimonianza del segretario generale della Fondazione Symbola Fabio Renzi. Un movimento in atto che conosce anche avanguardie. Gli esempi sono tanti, tutti validi. C’è la Arnaldo Caprai, che sta sostituendo progressivamente - racconta il direttore generale, Filippo Carletti - “le macchine tradizionali a basso volume per la lotta fitopatologica con macchine a recupero di prodotti riducendo i consumi ed aumentando i risparmi”. C’è l’Azienda Planeta che ha adottato un suo protocollo per la tutela ambientale che va dalla “cantina invisibile” (realizzata a Noto in Sicilia, che limita al massimo l’impatto paesaggistico) ai 300 metri quadri di pannelli fotovoltaici destinati alla produzione di energia elettrica per le cantine a Menfi, ma anche alla riduzione costante dei tappi in silicone in favore dei tappi naturali.
Le fonti rinnovabii sono ai centro della “rivoluzione”. Santa Margherita Wine Group ha aderito, ad esempio, al progetto Zignago Power che - racconta il direttore marketing Lorenzo Biscontin - “sta realizzando a una centrale elettrica da biomasse di circa 15 megawatt di potenza che coprirà interamente il fabbisogno della nostra cantina, più quello di due stabilimenti industriali”. E di fotovoltaico si parla anche nel gruppo Berlucchi: “Nella cantina di Borgonato è in funzione un impianto di 846 moduli da 200 watt di potenza, che occupano una superficie di oltre mille metri quadri con una produzione energetica annua di 195.426 KWh, pari al 15% del fabbisogno aziendale”, dice il vicepresidente Arturo Ziliani.
“Stiamo introducendo macchine per il trattamento con recupero, che ci permettono di trattare il vigneto con macchine multifila che garantiscono un risparmio medio del 50% di principio attivo, minor consumo di acqua, carburante, maggiore velocità di trattamento e minore dispersione nell’ambiente di fitofarmaci”, è una delle sfide di Sella & Mosca, come riporta lo chief enologist Lorenzo Barbero. Biomasse, biodiesel anche in casa dei Marchesi Antonori, dove si guarda pure - spiega l’ad Renzo Cotarella - “al peso del packaging, all’uso e alla tipologia degli imballaggi fino all’ottimizzazione nell’uso dei trasporti”.
E poi la guerra all’inquinamento. Ad esempio quello di tipo puntiforme dalle attività connesse alla gestione degli agrofarmaci (dallo smaltimento della miscela residua nell’irroratrice a fine trattamento, a quello delle acque per il lavaggio interno ed esterno delle macchine). Castello Banfi ha sposato il “sistema Biobed”, messo a punto con l’Università di Pisa: in pratica, ha realizzato una sorta di “letto” a fianco dell’area di lavaggio delle macchine agricole, su cui vengono convogliate tali acque, dopo la rimozione fisica dei residui oleosi.
“La viticoltura sostenibile è oggi alla base della nuova normativa comunitaria che regolerà nei prossimi anni l’utilizzo dei fitofarmaci in agricoltura. La viticoltura italiana dovrà ristrutturare la sua filiera, e il percorso è già avviato, coniugando sostenibilità ambientale ed economica con la qualità del vino”, tira le somme Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura all’Università di Milano. Politiche ambientali - ha detto il direttore di Veronafiere Giovanni Mantovani durante un recente convegno sulle eco-cantine promosso con E.On (provider di soluzioni energetiche, fotovoltaico incluso) -, “in grado di condizionare in positivo l’andamento dell’export enologico nel medio-lungo termine”. Potrebbe essere questo l’augurio.

 

06-04-2011

TG5 - ORE 20

Citazione del sondaggio Winenews sul sentiment del 2011 delle cantine italiane.

 

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