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Articoli

02-12-2011

ADN KRONOS

Vino: ocm mette a disposizione delle cantine italiane 200 mln di euro. Ballotta, strumento potentissimo per la promozione nei “paesi terzi” ... L’Ocm vino? Uno strumento potentissimo a supporto del vino europeo, e anche italiano, soprattutto per la promozione nei paesi terzi (extra Ue), misura che assorbe il maggior numero di risorse dopo la ristrutturazione e conversione dei vigneti. E se la dotazione per il 2011, per l’Italia, ad esempio, era di 49,4 milioni per la promozione, nel 2012 sarà di 82,3 milioni, e nel 2013 di 102,1. Una dotazione imponente, e che ’’l’Italia, una volta tanto, è brava ad utilizzare”, spiega a WineNews Silvana Ballotta, a capo di ’’Business Strategies” di Firenze, studio specializzato nel supporto delle imprese sulle politiche europee e sull’internazionalizzazione, che ha curato tanti progetti, tra cui quello del Consorzio “Le Famiglie del Vino”, n. 2 della graduatoria nazionale 2011 del Ministero delle Politiche Agricole. Ma cosa vuol dire presentare progetti di promozione con l’Ocm? “Vuol dire poter fare investimenti importanti in cui si può ottenere un contributo a fondo perduto di circa il 50%. In particolari casi alcune regioni hanno incrementato questa quota con un ulteriore 20%. Si può andare dalla partecipazione ad eventi alle degustazioni, dai tasting alla pubblicità, a elementi nuovi (e sempre più apprezzati) come di “charity”, legando degustazioni a raccolta fondi per beneficenza, per esempio”. Certo, non tutti i progetti che vengono proposti sono accettati, e vanno presentati e messi in campo con rigore, perché i paletti delle verifiche sono molto rigidi. “Presentare “aria fritta e priva di contenuti” non paga - aggiunge Ballotta - il valutatore deve percepire subito la concretezza di quello che si propone, e con importi richiesti sensati e proporzionati al progetto ed ai valori di mercato”. Un messaggio chiaro, anche in vista del prossimo bando, che dovrebbe aprirsi tra gennaio e febbraio 2012. A poter beneficiare dei fondi Ocm sono i produttori, ma anche le organizzazioni interprofessionali di filiera, le organizzazioni professionali che abbiamo come scopo la promozione di prodotti agricoli, i consorzi di tutela, le organizzazioni di produttori, i soggetti pubblici e le associazioni temporanee di impresa. I progetti possono avere una durata da 1 a 3 anni. E nel 2010/2011 (dati Agea), ne sono stati approvati 161, di cui 12 nazionali, per un totale di 87,5 milioni di euro (42,2 milioni di fondi comunitari e 2,8 regionali). A livello regionale, le più attive sono state la Toscana (24 programmi), seguita a ruota dal Piemonte (23). Certo, non è detto che, solo perché i contributi potenziali sono tanti, tutte le imprese del vino siano in grado di utilizzare bene la misura Ocm. “I produttori più grandi devono far da traino ai più piccoli - spiega Ballotta - che, a volte, da soli, non ce la fanno o fanno fatica. Il mondo vino ha bisogno di terziario avanzato, perché vive un momento di sfida: il produttore che guarda avanti ragiona su come da prodotto agricolo, il vino deve diventare prodotto “fashion”. E soprattutto le cantine medio-piccole, che sono la stragrande maggioranza in Italiana, in questo hanno un po’ bisogno di esser prese per mano”.

 

30-11-2011

AGI

Vino: WineNews, India abbassa dazi è positivo per Italia ... L’India abbassa i dazi sul vino: regimi diversi in base al prezzo, questo crea uno scenario ottimale per il vino italiano. Lo spiega una analisi di WineNews. Quando si parla dei Paesi emergenti nel panorama economico mondiale, quelli che da qualche anno crescono a ritmi frenetici, ci si concentra spesso sulla Cina, dimenticando che, proprio in Asia, c’è un gigante come l’India. Più di un miliardo di abitanti ed una crescita del Pil del 7,7% nel 2011 (secondo le stime Ocse): un mercato decisamente appetibile, anche per il mondo del vino, che, però, al momento, sconta un ostacolo enorme, quello di un livello dei dazi sugli “spirits” pari al 150%, una vera e propria barriera all’entrata. Ma le cose potrebbero cambiare presto, perché l’India è un mercato fatto di grandi contrasti, e se è vero che resistono importanti sacche di povertà, aumenta la percentuale di benestanti, attratti dallo stile di vita occidentale e, ovviamente, dal buon vino italiano e francese. Lo scenario futuro, come riporta WineNews, al quale si arriverà procedendo per tappe, da qui ai prossimi 3 anni, prevede una riduzione sostanziale, fino ad arrivare al 40%, della tassazione sul vino importato. Andando nel dettaglio, alla fine del percorso ci troveremmo di fronte a due diversi regimi fiscali: uno per il vino venduto ad un prezzo superiore ai 34-35 euro per cassa (nel mercato indiano ci si riferisce sempre a casse da 12 bottiglie, che equivalgono a 9 litri), che scenderà dal 150% al 40%, l’altro per i vini con un prezzo compreso tra i 20-21 ed i 34-35 euro per cassa, che scenderà solo fino al 60%. Sotto i 20 euro a cassa, invece, i dazi continueranno ad essere del 150%: uno scenario ottimale per la produzione italiana di qualità. Uno dei problemi che i vini del Belpaese scontano su alcuni mercati, è proprio quello legato alla competizione fatta sul prezzo, che porta inevitabilmente ad una svalutazione del valore del nostro vino. Con una segmentazione del genere, al contrario, la qualità non ha nulla da temere, perché scendendo sotto determinate soglie di prezzo si pagano più tasse, e tanto basta a garantire un valore stabile al vino.

 

30-11-2011

ANSA

Vino: WineNews; India abbassa dazi su vino di qualità ... Buone notizie per il vino italiano: la barriera d’ingresso degli spirits in India, rappresentata dagli alti dazi doganali, sembra destinata a sgretolarsi rapidamente. Nei prossimi tre anni, secondo quanto riporta WineNews, si prevede infatti una graduale riduzione della tassazione sul vino importato, che dovrebbe scendere dall’attuale 150% al 40%. Nel dettaglio sarebbe prevista una scissione del regime fiscale in base al prezzo di vendita del prodotto, che dovrebbe ulteriormente favorire il prodotto italiano di alta qualità. Per i vini venduti ad un prezzo superiore ai 34-35 euro per cassa (12 bottiglie, cioè 9 litri) si scenderà dal 150% al 40%; per quelli con un prezzo compreso tra i 20-21 e i 34-35 euro per cassa si arriverà al 60%. Sotto i 20 euro la tassazione dovrebbe invece rimanere invariata. L’economia indiana, ricorda WineNews, sta crescendo a ritmi impressionanti: con più di un miliardo di abitanti e un aumento del Pil del 7,7% nel 2011 (stime Ocse), l’India rappresenta uno dei mercati più appetibili per il made in Italy.

 

25-11-2011

ANSA

Vino: salvare antichi vitigni con potatura a regola d’arte. WineNews, operazione di cultura enologica sempre più diffusa ... Cercasi viti “monumentali” da salvare attraverso una potatura a regola d’arte. E’ l’appello lanciato da WineNews per ridare nuova vita e riportare nei vigneti antiche viti, arricchendo il già notevole patrimonio varietale del vigneto Italia. Un’operazione di cultura enologica, intrapresa ormai da sempre più cantine, a partire da Caprai in Umbria, nelle aziende di Angelo Gaja in Piemonte o di Vittorio Moretti in Franciacorta, passando per i vigneti trentini recuperati nella Tenuta di San Leonardo o alle piante plurisecolari riportate a nuova vita in Irpinia dalla Feudi di San Gregorio. Il metodo è una sapiente potatura, come hanno saputo fare Marco Simonit e Pier Paolo Sirch, i due tecnici friulani che, dopo oltre 20 anni di osservazione e sperimentazione nelle vigne di tutta Europa, hanno definito un sistema oggi alla base dell’unica “Scuola Italiana Permanente di Potatura della Vite”. Si tratta di allungare il ciclo di vita e la produttività dei vigneti, recuperando l’antico mestiere del potatore che, come un chirurgo, interviene per la salute della pianta, raddoppiandone in molti casi l’età. La moderna viticoltura, spiegano i due esperti, ha ridotto troppo gli spazi a disposizione della vite: un albero giovane non occupa lo stesso spazio di uno vecchio, e quindi saper gestire le vecchie tipologie di un vigneto insegna a lavorare meglio.

 

21-11-2011

ADN KRONOS

Vino: etichette italiane da record all’asta a Hong Kong al top Conterno, Barolo Monfortino 1970 e Ornellaia ... L’Italia del vino ad Hong Kong? Sbanca, letteralmente, e fa registrare un successo clamoroso, tanto da far pensare che i tempi siano maturi perché le etichette italiane possano competere con quelle d’Oltralpe che dominano incontrastate, con l’interesse del pubblico concentrato tutto sui Grand Cru, come succede da anni in Italia, un’occasione unica e da non perdere, a patto che il mondo del vino italiano proceda unito, senza pensarci due volte. Secondo quanto scrive WineNews, a dimostrarlo, i 3.300.000,00 HK dollari (oltre 300.000,00 euro) di incasso record, risultato della prima asta 100% made in Italy mai tenuta ad Hong Kong, nuova capitale mondiale delle vendite all’incanto, organizzata il 19 novembre al ristorante “Domani” da Gelardini and Romani Wine Auction, prima casa d’aste italiana specializzata in vino, che ha visto aggiudicato il 94% del valore di base d’asta. Protagoniste, etichette “mito” del Belpaese, come Giacomo Conterno, Barolo Monfortino 1970 (1/4 di Brenta) che guida la £Top 5” delle aggiudicazioni con 78.000,00 HK dollari, seguito da Tenuta dell’Ornellaia, 1 Imperiale Masseto 2004 (70.000,00 HK dollari) e 3 Magnum Masseto 1997 (45.500,00 HK dollari), ancora Giacomo Conterno, 12 bottiglie Barolo Monfortino 2001 (42.000,00 HK dollari), e di nuovo Tenuta dell’Ornellaia, 1 Doppio Magnum Masseto 2001 (42.000,00 HK dollari). Ma il risultato delle “punte di diamante” dell’Italia del vino va molto oltre, e dimostra come “i tempi sono maturi perché i grandi vini italiani possano competere alla pari con i cugini d’Oltralpe - spiega Raimondo Romani - ma senza un progetto condiviso in tal senso da parte delle aziende che rappresentano il meglio dell’enologia italiana si rischia di perdere un’occasione unica. In linea con quanto registriamo da anni in Italia, anche ad Hong Kong, l’interesse del pubblico si è concentrato esclusivamente attorno ai Grand Cru d’Italia da noi classificati, infatti i pochi lotti in catalogo che riguardavano vini al di fuori della classificazione sono andati al 90% invenduti”. Un pubblico, molto più competente di quanto ci si possa immaginare, grazie alla formazione fatta dai francesi, con un maggiore interesse, rispetto all’Italia in particolare, per le bottiglie da 0,75 con più di 30 anni. A dimostrarlo, i lotti che hanno fatto registrare i maggiori incrementi su base d’asta, come Gaja, Barbaresco 1976 (1 bottiglia, 280%), Giacomo Conterno, Barolo Monfortino 1949 (1 bottiglia, 183%) e Biondi Santi, Brunello di Montalcino Riserva 1958 (1 bottiglia, 183%). E se i prezzi battuti ad Hong Kong sono sostanzialmente in linea con quelli europei, una differenza importante con il mercato del Vecchio Continente c’è, “e sono i volumi - aggiunge Romani - incredibilmente maggiori, che il mercato di Hong Kong riesce ad assorbire, tanto che nonostante sia stata la nostra prima asta ad Hong Kong l’incasso è stato del 60% in più rispetto all’ultima asta battuta a Roma (lo scorso ottobre, ndr), la migliore di sempre, in termini di volumi, fino a quel momento”. E per ora, visto che la prossima asta di Grand Cru d’Italia ad Hong Kong di Gelardini and Romani è fissata per marzo 2012.

 

18-11-2011

ANSA

Vino: Gaja, noi artigiani dobbiamo allearci a industria ... Winenews, sommelier e produttori diventino intrattenitori ... Lancia un appello all’alleanza tra i grandi artigiani del vino Angelo Gaja, l’imprenditore piemontese a cui la rivista americana Wine Spectator ha dedicato la copertina di ottobre. Gli artigiani del vino, che sono la maggioranza dei produttori italiani, devono essere orgogliosi non devono temere gli “industriali” del vino, ma capire “che sono realtà complementari, come ‘il sugo per la pasta’, che non solo possono, ma devono camminare insieme”. Gaja interviene all’Associazione italiana Sommelier, secondo quanto si apprende da Winenews, senza timore di scioccare l’auditorio invitando, per esempio, i professionisti del vino a reinventarsi come “intrattenitori” per conquistare i consumatori. “C’è chi è interessato più a quello che c’è fuori dalla bottiglia che a quel che c’è dentro, e non c’è niente di male”, sottolinea. “Evviva i vitigni autoctoni - spiega ancora - sono una risorsa, ma non per questo internazionali e blend sono il diavolo. Il Sassicaia, il nostro vino bandiera, o il Tignanello, che hanno fatto una rivoluzione, di autoctono non hanno niente, ma insegnano”, dice Gaja, che su Barolo e Barbaresco ha costruito la sua fortuna.

 

18-11-2011

L'ARENA

Economiavino, cresce l’export ma serve una strategia ... A Soave si è tenuto il primo forum sull’evoluzione del mercato enologico... Gli esperti: urge un piano a livello nazionale, se i Consorzi non individuano i prodotti-bandiera a farlo saranno gli stessi mercati... Esportazioni di vino italiano verso un +8% a fine 2011. Cresce l’export ma per imporre il bere italiano di qualità sui mercati, in particolare i vini di territorio, serve una pianificazione strategica nazionale che non c’è. I primi attori sul territorio sono i Consorzi di tutela. C’è stato un dato positivo a far da blocco di partenza, ieri a Soave, ai lavori del primo Forum sull’evoluzione del mercato del vino promosso da Vinum loci, comitato scientifico che fonde competenze delle Città del vino e ruolo istituzionale di Friuladria-Credit Agricole a sostegno e valorizzazione del mercato agricolo. L’ha raccolto Winenews ed è un +8% di export con cui il 93% delle aziende vitivinicole più importanti d’Italia si appresta ad archiviare il 2011. Un dato positivo difficile comunque da leggere alla luce del tema del Forum promosso, non a caso, da chi crede fermamente nel plus competitivo dell’autoctono. Vasco Boatto (università di Padova) l’ha detto chiaro: “Il mercato è guidato dal consumatore a cui bisogna far uscire le simpatie che cova. Ecco perchè bisogna competere sul ruolo del territorio, aumento della segmentazione, allungamento della piramide della qualità”. Ma come? Attraverso una pianificazione strategica nazionale (e, a caduta, regionale e locale) che, e su questo tutti tranne i Consorzi di tutela sono sembrati d’accordo, non c’è. E c’è il paradosso italiano “di una molteplicità che rischia di diventare handicap perchè se a individuare i prodotti bandiera non ci pensano i Consorzi, lo faranno i mercati” Sulla stessa falsariga è parso Attilio Scienza (università di Milano). “In occasioni come queste meglio parlare più di strategie di mercato che di produzione”, ha sottolineato. Tanto lui quanto Carlo Cambi (scelto come moderatore) l’accento l’hanno posto sugli agricoltori, al tempo stesso fondamenta del sistema ma anche, per via della scarsa remunerazione delle uve, anello debole della filiera. Impossibile non pensarci, del resto, laddove il trend su piazza globale distingue sempre più chi fa uva da chi (e si intende l’industria della trasformazione) fa vino. “Bisogna sviluppare l’agricoltura, non attaccarsi ad una storia che non c’è”, ha aggiunto Scienza biasimando le cosiddette denominazioni risibili. “Il consumatore è sempre più esigente: solo laddove i viticoltori sono realizzatori creativi e non semplici assemblatori di vini le multinazionali non hanno spazi. Serve però una rete di impresa, una strategia dal vigneto allo scaffale”. Chi le barbatelle le vende, cioè Eugenio Sartori dei vivai Rauscedo, alla contrapposizione non ci crede. “Anche il vino da tavola fa reddito, non è detto debba esserci contrapposizione”, ha precisato Sartori. “Credo che la partita si giochi sul potenziale enologico di un vitigno, a prescindere che sia autoctono o internazionale. Quel che serve, comunque, è una cabina di regia”. E se i Consorzi di tutela (del Soave, del Collio-Carso e del Salice) hanno difeso gli sforzi profusi negli anni a fare quello che avrebbe dovuto fare una strategia nazionale, e hanno definito le denominazioni come prima tutela del mondo agricolo, la politica ha lanciato la sfida. “La Regione sostiene da sempre le produzioni territoriali che hanno la qualità come prerequisito. La via, però”, ha detto l’assessore all’Agricoltura del Veneto, Franco Manzato, “è fare massa, fare aggregazione, anche con la partecipazione di partner privati come altre società o enti ed istituzioni come la Fiera di Verona, ma anche attraverso alleanze strategiche con la grande distribuzione organizzata”.

 

18-11-2011

L'ESPRESSO - FOOD&WINE

I nuovi wine lovers amano la natura ... Amanti del buon bere tradizionalisti, credevate di aver visto tutto? Preparatevi alla bottiglia di carta. L’obiettivo è dare una mano all’ambiente. Tra tappi di vetro, sughero riciclato, bottiglie alleggerite, cantine “off grip” ed etichette con “carbon footprint”, l’universo dell’enologia dalla vigna all’enoteca ha un codice ecologico. Se l’anno nuovo porta sempre molte novità, quelle del mondo del vino potrebbero essere sconvolgenti per i wine lover. A cominciare dai sudditi di sua maestà, che dal gennaio 2012 vedranno sugli scaffali dei supermercati bottiglie di carta. Insomma, sono tempi duri per gli enofili puristi: dopo aver visto l’era dei tappi sintetici e di quelli - ancora meno romantici - a vite, dopo le bottiglie di champagne alleggerite e lo spumante analcolico, ecco l’annuncio nel Regno Unito del lancio di bottiglie completamente di carta. Se pensavate che la carta fosse roba da etichette, dovrete ricredervi. D’altro canto, una notizia che spaventa gli enoappassionati rende invece felici gli ambientalisti, specie in una nazione in cui le autorità sono preoccupate perchè non ci sono più spazi da adibire a discariche. Allora l’alternativa di contenitori biodegradabili diventa fondamentale. La nuova bottiglia-non bottiglia nel composter si degrada in poche settimane. Inoltre pesa 55 grammi (rispetto ai 500 della versione classica), cosa che abbatterà i costi di spedizione. E che dire dell’emissione di anidride carbonica del processo produttivo? Il nuovo contenitore non arriva al 10 per cento della bottiglia di vetro. L’inventore della “GreenBottle”, Martin Myerscough, si dice fiducioso sull’apprezzamento del pubblico. In primo luogo perchè non è stata cambiata la forma del recipiente, anche se sarebbe stato più facile (vino in tetra Pack docet) e quindi i clienti riconosceranno in qualche modo il prodotto. Ma il suo ottimismo si basa soprattutto sul suo precedente successo, quello delle bottiglie del latte (in Uk ogni anno sono usate solo per il latte 15 milioni di bottiglie di plastica, vera bestia nera dello smaltimento rifiuti). La sua alternativa di carta è stata accolta con grande favore dal mercato. Ma non ha fatto i conti col tradizionalismo degli amanti del vino. Già Adam Lechmere, della rivista-faro Decanter, sul Guardian esprime perplessità, sottolineando come il rapporto col vino riguardi sentimenti arcani e prescinda dalla coscienza ecologica. E allo stesso modo si mostra scettico Roberto Perrone che sul Corriere della Sera dice che di certo la novità “aiuterà l’ecosistema ma non le cene romantiche”. Solo il futuro dirà se la strana bottiglia potrà conquistare la simpatia dei consumatori. Ma intanto è innegabile una predisposizione sempre più eco-friendly del mondo dell’enologia. Quella di compiere scelte di consumo consapevole è un’esigenza sempre più sentita dagli amanti del buon bere, ai quali le aziende rispondono mettendo in campo nuovi strumenti per una vitivinicoltura sostenibile. Esigenza che smentisce in qualche modo la netta affermazione di Lechmere secondo cui “Ai consumatori non importa tanto se il vino rispetta l’ambiente o no”. Forse, semplicemente, l’enofilo non è disposto a rinunciare alla qualità per fare una “buona azione”. Ma se l’alternativa verde è realmente valida e la qualità non ne risente, mostra di apprezzarla. O quanto meno di non rifiutarla. Per esempio, iniziano a diffondersi i tappi di vetro. Che secondo alcuni imprenditori vitivinicoli garantiscono al vino una vita perfetta. Senza ricorrere alla prosaicità del tappo sintetico. “La massiccia e crescente richiesta di tappi di sughero, legata all’incremento esponenziale della produzione di vino in bottiglia in tutto il mondo sta mettendo in seria difficoltà i sugherifici imponendo di anticipare la raccolta della preziosa corteccia dalle sugherete, quando le piante non hanno ancora raggiunto l’età e lo spessore indispensabile”. Ecco il perchè della scelta dell’ecologico tappo da parte dell’azienda agricola Brezza, a Barolo. L’innovativo tappo vino-Lok è stato messo a punto dalla multinazionale tedesca Alcoa Deutschland sfruttando l’intuizione di un medico, viticoltore per hobby, che si è ispirato alle confezioni utilizzate anticamente nelle farmacie. E, nonostante i costi (un tappo di vetro equivale a uno di sughero d’alta qualità e richiede una specifica macchina tappatrice), aumentano le aziende vinicole che lo scelgono. Ma si va oltre le bottiglie di carta e i tappi di vetro. Stanno infatti arrivando sul mercato bottiglie le cui etichette riportano il calcolo di tutte le emissioni di anidride carbonica dovute alla produzione e alla commercializzazione del vino stesso. La prima azienda in Italia a scegliere questa strada è la Salcheto di Montepulciano, che ha di recente ottenuto la certificazione CSQA con attestato 24378, il primo caso in cui per la Carbon Footprint realizzata secondo lo standard ISO 14064 (ossia l’inventario delle emissioni) si applica al vino. L’analisi, vero e proprio apripista per l’intero settore, ha prodotto un indice di 2,02 kg. di CO2eq per ogni bottiglia da 750ml, comprendendo non solo il lavoro in vigna e in cantina ma anche le emissioni dovute al reperimento delle materie prime (vetro in primis) e del trasporto verso il consumatore finale. “E’ un traguardo di grande importanza per il mondo del vino - spiega Michele Manelli, presidente della Salcheto - perchè l’analisi dell’impatto ambientale misurata in termini di emissioni di CO2 è uno strumento essenziale che consente di migliorare le proprie performance e comunicarlo in maniera chiara”. Inoltre dalla prossima vendemmia Salcheto sarà la prima cantina “Off Grid” al mondo. Cioè completamente scollegata dalle reti di distribuzione energetica. Il risultato è stato raggiunto abbinando in modo integrato il risparmio energetico allo sfruttamento delle energie rinnovabili presenti in campagna, non solo fotovoltaico ma anche geotermico e biomasse. È chiaro che sono numerosi i modi in cui cantine e appassionati dimostrano sensibilità nei confronti della natura. Il network di informazione enologica Winenews ha anche stilato un decalogo in cui sono riassunte le nuove tendenze che coniugano passione per il vino ed ecologia. Passando dalla teoria alla pratica, Umani Ronchi, uno dei nomi più importanti delle Marche - 230 ettari vitati nel territorio del Rosso Conero e del Verdicchio - è un esempio di come il rispetto per l’ambiente e il territorio possa trasformarsi in realtà, attraverso un ben pianificato work in progress. Qui fondamentale è la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti, vetro, plastica e cartone. Uno degli obiettivi di prossima realizzazione è l’autosufficienza energetica del punto vendita aziendale: a questo scopo è prevista a breve l’installazione di pannelli fotovoltaici - il modo più semplice e meno inquinante per ricavare energia dal sole - finalizzati alla produzione di energia elettrica e di acqua calda. Per quanto riguarda la produzione, Umani Ronchi è da sempre sensibile ad una produzione eco-compatibile delle proprie uve: “Fin dagli anni Ottanta - spiega Michele Bernetti che con il padre Massimo guida la cantina - abbiamo cominciato ad adottare nelle Marche tecniche di agricoltura a basso impatto ambientale. Un impegno che continua tuttora: abbiamo recentemente acquistato un nuovo macchinario per il trattamento dei vigneti, che grazie a tecnologie innovative riesce a risparmiare ben il 50% dell’acqua rispetto alle macchine tradizionali”. Nella nuova tenuta di Montipagano, in Abruzzo, 30 ettari e un potenziale di 200.000 bottiglie annue, grazie alle sue eccezionali condizioni climatiche e ambientali, è stata invece subito richiesta la conversione al regime biologico. Una via non facile, legata finora almeno in Italia a piccoli produttori: Umani Ronchi (circa 3,8 milioni di bottiglie, con 18 referenze, export pari al 75% della produzione) è stata la prima vera grande azienda vitivinicola italiana che ha scelto di puntare sul biologico certificato, dettando così la strada agli altri big del Belpaese. Anche a Montefalco è in atto una “Green Revolution”, secondo un progetto, partito nel 2010, che sarà completato nel 2015. Sono coinvolte sette aziende leader del territorio, il cui obiettivo è la definizione di un protocollo di autodiagnosi aziendale che permetta di monitorare la qualità e l’impatto delle operazioni produttive, in modo rigoroso e misurabile. Caprai, l’azienda guidata da Marco Caprai, che ha rilanciato il Sagrantino di Montefalco nel mondo e fa parte di Symbola, la Fondazione per le Qualità Italiane presieduta da Ermete Realacci, è capofila del progetto, ed ha già dedicato parte dei suoi vigneti alla ricerca sugli effetti del riscaldamento del pianeta sulla viticoltura, puntando alla riduzione delle emissioni di carbonio. A seguire questa importante sperimentazione anche alcune delle realtà viti-enologica più importanti della zona, quali Adanti, Antano, Antonelli, Perticaia, Scacciadiavoli, Tabarrini ed il “Cratia”, l’ente formativo di Confagricoltura Umbria. Ma siccome il wine lover non accetta compromessi, le cantine devono risparmiare ma l’ambiente e il vino non devono perdere in qualità. Per questo è nato il progetto “Magis”, che vede insieme mondo della ricerca (dalle Università di Milano, Piacenza, Torino e Firenze), organizzazioni di filiera (da Assoenologi a Unione Italiana Vini) e oltre 70 produttori tra i più importanti d’Italia: da Antinori ad Argiolas, da Donnafugata a Frescobaldi, da Giv a Leone de Castris, da Marchesi di Barolo a Mastroberardino, da Mezzacorona a Fratelli Muratori, da Planeta a Ruffino, da Santa Margherita a Settesoli, da Tasca d’Almerita a Umani Ronchi, da Zenato a Zonin. “Magis” anticipa le linee direttive dell’Europa, nel segno di prodotti sempre più sicuri dal punto di vista della salute e sempre più attenti all’impatto ambientale, col fine di elaborare un protocollo applicabile a diverse realtà produttive. Funziona confrontando i risultati, in vigna e nel bicchiere, dei prodotti attenuti con il sistema “Magis”, a cui le cantine aderenti dedicano una parte di vigna e di produzione, con quelli ottenuti secondo i metodi “tradizionali” dell’azienda. Il protocollo, che analizza dati ambientali, tecniche colturali e produttive, ha garantito un minor impatto ambientale, riducendo mezzi tecnici, trattamenti ed energie impiegate in vigna e in cantina, e maggiore sicurezza per il consumatore con le analisi dei residui e con lo sviluppo della prima mappa di rischio micotossine nazionale. Con una qualità dei prodotti inalterata o migliorata, “certificata” da Assoenologi. E c’è anche una piattaforma web, che garantisce alle cantine l’accesso a informazioni in tempo reale per gestire al meglio il processo produttivo.

 

16-11-2011

ADN KRONOS

Vino: Brunello di Montalcino 2006 di Campogiovanni nella top 100 di Wine Spectator è considerato il miglior italiano nella classifica del magazine americano ... Ancora un vino italiano nella Top 100 di Wine Spectator: è il Brunello di Montalcino 2006 di Campogiovanni, di proprietà dell’Azienda Agricola San Felice, che conquista la quarta piazza tra i migliori vini del 2011, e guarda orgogliosamente dall’alto tutta l’Italia del vino. In attesa, ovviamente, che cada il velo dal gradino più alto del podio, con la speranza, intatta, che al vertice ci sia un altro italiano, sottolinea il sito WineNews di Montalcino (Siena) che ha anticipato la notizia. Per le altre posizioni, al numero 5 un californiano, il Pinot Noir Russian River Valley 2008 Dehlinger, mentre sul gradino più basso del podio c’è il francese Vouvray Moelleux Clos du Bourg Premie’re Trie 2009 di Domaine Huet, preceduto da un altro californiano, il Cabernet Sauvignon Napa Valley Kathryn Hall 2008. In anticipo sui tempi, negli anni ’80 del Novecento, quando la fama internazionale del Brunello doveva ancora esplodere, l’Agricola San Felice acquisì la Tenuta Campogiovanni, sul versante sud-ovest del colle di Montalcino. Attualmente sono 14 gli ettari destinati alla produzione di Brunello di Montalcino, una delle etichette di punta di tutta la produzione San Felice.

 

16-11-2011

IL SOLE 24 ORE

Stati Uniti e Germania-Eldorado per il. Prosecco ... Vino. Mercato tedesco primo in volume con 7,8 milioni di bottiglie ... Prosecco superstar sui mercati esteri. La crescita delle bollicine trevigiane si sta dimostrando in grado di assorbire l’esplosione degli ettari impiantati negli ultimi anni (1300 solo per la Docg ai quali vanno aggiunti al 7-8mila della Doc) che aveva fatto emergere più di una preoccupazione tra i produttori. D’altro canto i dati del Consorzio dei Prosecco di ConeglianoValdobbiadene Docg (cifre che saranno presentate il prossimo 17 dicembre ma che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare) parlano chiaro: le bottiglie prodotte hanno raggiunto nel 2010 quota 65,7milioni dai 39 milioni del 2003 con una crescita solo nell’ultimo anno del 9,5%, mentre contemporaneamente le vendite all'estero sono aumentate del 20,5 per cento. Un incremento che resta largamente positivo anche se in leggera flessione rispetto alla media degli ultimi otto anni che è stata del +29,7 per cento. In questo quadro un ruolo di primo piano è stato svolto dagli Usa i cui acquisti di Prosecco Docg negli ultimi otto anni sono aumentati in media del 52% l’anno, con un vero e proprio boom nel 2010 quando hanno superato l’80 per cento. Primo importatore in volume si conferma la Germania che lo scorso anno ha acquistato 7,8 milioni di bottiglie di Prosecco con un balzo del 24% “Il positivo trend di crescita dell’export - dice il direttore del Consorzio del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene Docg, Giancarlo Vettorello -prosegue anche nel 2011 confermando inoltre il contributo che il Prosecco Docg al pari di altre importanti denominazioni, sta dando allo sviluppo delle esportazioni del vino made in Italy che luglio risultavano salite del 13%”. Infine e sempre interna di export, un’inchiesta condotta dal sito WineNews su 20 tra le maggiori cantine italiane ha ribadito come il 93% delle aziende intervistate prevede di incrementare il proprio fatturato 2011 proprio grazie alle vendite all’estero.
Giorgio dell'Orefice

 

16-11-2011

ANSA

Vino: un Brunello unico italiano in top ten Winespectator è il Campogiovanni 2006 dell’Azienda Agricola San Felice ... È il Brunello di Montalcino 2006 di Campogiovanni, di proprietà dell’Azienda Agricola San Felice, l’unico vino italiano presente nella classifica dei migliori 10 vini del 2011 di Wine Spectator. Ne dà notizia il portale online WineNews, spiegando che il Brunello di Campogiovanni si è piazzato al quarto posto dell’importante rivista americana. Acquisita negli anni ottanta da Agricola San Felice, Tenuta Campogiovanni conta 14 ettari destinati alla produzione di Brunello di Montalcino. Sul gradino più alto del podio si posiziona invece il Kosta Browne Pinot Noir Sonoma Coast 2009.

 

15-11-2011

ASCA

Turismo enogastronomico: 93% cantine aumenta fatturato. futuro “rosa” ... Futuro in “rosa” per le cantine italiane. Gli appassionati del turismo enogastronomico, possono esultare perché il 93% delle aziende vinicole più importanti d’Italia si apprestano ad archiviare il 2011 con un bilancio “positivo”. L’anno che sta per chiudersi infatti ha portato in media un incremento delle vendite dell’8% (sullo stesso periodo 2010). Un trend che troverà un riscontro anche nelle imminenti feste natalizie, che, per il 32%, significheranno incrementi di vendita, mediamente, nell’ordine del 27%. Futuro roseo per il 53% che esprime un “sentiment” abbastanza positivo anche per il 2012. Almeno così la pensano 25 tra le realtà enologiche più importanti d’Italia per storia, immagine e per volume d’affari (che, complessivamente, rappresentano un fatturato di 1,8 miliardi di euro), sondate da WineNews, uno dei siti di comunicazione più cliccati del mondo del vino italiano. Le 25 cantine italiane, sondate dall’inchiesta WineNews (che sarà presentata, domani, a Soave, nel Forum internazionale “Vinum Loci: l’evoluzione del mercato del vino. Il valore del territorio, il valore del vino: l’eccellenza globale”), non rappresentano un “campione scientifico”, ma si tratta comunque di un autorevole panel di aziende che sintetizza quella realtà più consolidata del comparto, composta dai marchi già affermati sui principali mercati esteri e in grado di “mordere” quelli nuovi grazie a reti commerciali solide e articolate, capaci di alimentare quell’export che, ancora una volta, si conferma il principale volano di sviluppo per le etichette tricolori.

 

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