Vino: Winenews, calano consumi nei paesi produttori ma cresce export in Italia, Francia e Spagna il consumo tocca i minimi storici … Sarà il ritorno del fascino dell’“esotico” inteso come qualcosa che viene da lontano, oppure il fatto che le economie dei leader storici del vino mondiale non sono particolarmente in salute mentre i Paesi emergenti e con economie in crescita sono sempre più “assetati” di vino, ma anche che gli sforzi e le iniziative promozionali per allargare i mercati diventano sempre più incisive e frequenti, fatto sta che sempre più spesso il nettare di Bacco viene consumato lontano dal Paese in cui viene prodotto. Un trend, secondo Winenews, ormai storicizzato, al punto che se negli anni ’80, nel mondo, veniva venduta all’estero 1 bottiglia su 5, oggi il rapporto è di 1 a 3. Un andamento “esterofilo” diffuso, che compensa il calo dei consumi interni che accomuna i maggiori produttori di vino al mondo, Italia, Spagna e Francia. Se nel Belpaese, infatti, il consumo pro capite continua la sua discesa storica toccando, secondo Assoenologi, nel 2011 i 40 litri a testa (sui 120 degli anni ’70), anche in Francia le statistiche di consumo hanno tutte il segno meno, con i transalpini che, nel 2010, hanno bevuto 45,4 litri di vino a persona, con un calo del 30% in 20 anni (dati Insee-Istituto nazionale di Statistica francese).E non va meglio in Spagna, dove dal 1980 al 2010, secondo l’Observatorio Español del Mercado del Vino, i consumi sono scesi da 50 a 18 litri per persona all’anno. A fare da contraltare, per fortuna in positivo, è l’export che, nel 2011, ha fatto segnare record a ripetizione: l’Italia ha superato per la prima volta i 4 miliardi di euro in valore (più o meno lo stesso del vino consumato in “patria”), con un aumento del 13% sul 2010, e la Spagna ha fatto segnare una crescita “monstre”, con un +26,3% sul 2010, per 2,2 miliardi di euro. E anche la Francia, spinta soprattutto dal recupero dello Champagne, ha visto il suo export toccare cifre mai raggiunte prima, con 10,1 miliardi di euro complessivi per gli alcolici, di cui 7 solo di vino (+10,7% in valore, dati Federazione esportatori vini e alcolici). Il solo produttore mondiale importante (anche se con volumi lontani dai “tre tenori” europei) dove crescono sia consumi che esportazioni sono gli Stati Uniti, che hanno visto l’export schizzare su del 21,7% nel 2011 sul 2010, a 1,39 miliardi di dollari, e dove il consumo procapite marcia spedito verso i 10 litri all’anno. La vera risorsa (ma anche una via sempre più obbligata) per i più importanti produttori, dunque, è l’export, anche perché il consumo di vino mondiale, da qui al 2015, secondo un’analisi di International Wine Spirits Research, è previsto in crescita del 6,2%, quando dovrebbe superare i 34 miliardi di bottiglie. A trainare questa crescita, dunque, saranno Paesi che di vino non ne producono affatto o lo producono poco, o non di altissima qualità. Con le economie emergenti sugli scudi, come dimostrano, ad esempio, i numeri del vino italiano: in Cina le esportazioni sono cresciute dell’87% sul 2010, in Russia quasi del 50%, tanto per fare alcuni esempi. Senza contare che ci sono Paesi dal potenziale enorme che, peraltro, già apprezzano il vino, ma in cui le importazioni sono frenate da pesantissimi dazi doganali, come l’India e il Brasile, per citarne alcuni. Ma, al di là, dei numeri, la strada è segnata: il vino, ovunque lo si produca, si beve sempre di più lontano dalla sua “patria”.
Vino: Winenews, Italia attira ancora investimenti dall’estero il Belpaese enoico mantiene il suo appeal anche in tempo di crisi ... Se l’impresa italiana attirasse capitali dall’estero come fanno le sue cantine, di certo non mancherebbero gli investimenti stranieri nel Belpaese. Una tendenza che dura da decenni quella che porta finanze estere tra i vigneti d’Italia, siano di imprenditori, business man, gruppi vinicoli internazionali, fondi di investimento o stelle delle musica e dello spettacolo, e che, se alla fine del 2011, ha visto passare due colossi come la toscana Ruffino nelle mani americane di Constellation Brands e la piemontese Gancia in quelle di Russian Standard Corporation, sembra continuare anche in questo avvio di 2012, con l’interesse di investitori dal Brasile per l’emiliana Cantine Ceci, come annuncia Winenews. Dalla fine degli anni ’70, quando la famiglia italo-americana Mariani fondò a Montalcino Castello Banfi, la cantina che ha aperto i mercati del mondo al Brunello di Montalcino, sono state tante le realtà vinicole che, soprattutto, ma non solo, in Toscana, sono state protagoniste di un “capital gain” dall’estero che, peraltro, ha sempre visto gli investitori mantenere in azienda il “know how” produttivo italiano, senza snaturare un prodotto che dell’identità e del territorio fa uno dei sui punti di forza. E se la cessione, nel dicembre 2011 del 70% delle azioni di Gancia Spa, griffe piemontese dello spumante (2.000 ettari di vigneti controllati, 5 milioni di chili di uve vinificate, 25 milioni di bottiglie prodotte all’anno tra spumanti, vini e aperitivi, 100 dipendenti e un fatturato annuo di circa 70 milioni di euro) alla Russian Standard Corporation ha riaperto un canale nell’Europa Est (dopo la joint venture che vede Marchesi dè Frescobaldi proprietari di Tenuta dell’Ornellaia a Bolgheri, Castelgiocondo e Luce della Vite a Montalcino insieme al gruppo russo Stolichnaya Vodka e all’americana Robert Mondavi Corporation), l’Italia del vino ha sempre calamitato la maggior parte degli investimenti dal mondo anglo-americano. Ultimo caso, in ordine di tempo quello di Ruffino, celebre cantina toscana (600 ettari di terreno e 15 milioni di bottiglie all’anno) che, ad ottobre 2011 è diventata al 100% del colosso americano Constellation Brands, già azionista, che ha acquisito dalla famiglia Folonari (rimasta nel cda) il 50,1% del pacchetto azionario per 50 milioni di euro. E, ancora, è stato l’americano Louis Camilleri, alla guida di Altria Group Inc, la holding che controlla il gruppo Philip Morris, ad acquistare, a Montalcino, villa tenuta “Il Giardinello”. E continuando in questo excursus di investimenti stranieri nell’Italia di Bacco, nel 2008 è stata la belga Virginie Saverys (Compagnie Marittime Belghe Nv), a diventare proprietaria della storica cantina del Nobile di Montepulciano, Avignonesi, investendo e ampliando i vigneti. E ancora, andando a ritroso nel tempo, c’è Porta Vertine di Gaiole in Chianti, nel Chianti Classico, che dal 2006 è degli imprenditori americani Dan ed Ellen Lugosh, non lontana dalla cantina Capannelle di James B. Sherwood, fondatore ed azionista del gruppo Orient - Express Hotels (che possiede, tra gli altri, Hotel Cipriani a Venezia, Hotel Splendido a Portofino, Villa San Michele a Firenze, Hotel Caruso a Ravello). Sempre in Toscana, tra il Chianti e il Valdarno, c’è Tenuta il Palagio dove, dal 2003, l’ex leader dei Police, Sting, produce vino. E un altro big della musica internazionale, Mick Hucnall, voce dei Simply Red, nel 2002 ha comprato vigneti in Sicilia dove ha creato la sua tenuta Il Cantante. Nel 2000 era stato invece Richard Parsons, ex ad della Time Warner ad acquistare la tenuta Il Palazzone a Montalcino, mentre nel 1995 l’uomo d’affari americano Frank Grace ha investito nell’azienda chiantigiana Il Mulino di Grace, tra Radda in Chianti e Panzano, e nel 1994 è stato il gruppo viticolo Usa Kendal Jackson ad acquistare Villa Arceno sempre nel Chianti Classico. Ma tra le cantine italiane di proprietà straniere ci sono anche La Mozza in Maremma e Bastianich Vineyards in Friuli Venezia Giulia, degli italo-americani Lidia e Joseph Bastianich, tra i più importanti ristoratori degli Stati Uniti. Questi sono solo alcuni dei casi più importanti, e che raccontano come l’appeal del vino italiano all’estero non solo come prodotto, ma anche come investimento, non è mai diminuito nel tempo, e che anzi, se possibile attira sempre nuovi interessi e, forse, capitali, anche dalle economie emergenti, come il caso delle Cantine Ceci, realtà leader del Lambrusco, che da tempo sono in contatto con possibili investitori dal Brasile.
Vinitaly: Barolo e Sassicaia per brindisi apocalisse 2012 top ten da stappare in vista di profezia Maya 21 dicembre ... Un Barolo Monfortino del 1964 per l’ultimo brindisi prima della fine del mondo. Non hanno dubbi gli appassionati di vino, secondo l’insolito sondaggio condotto da Winenews e Vinitaly per scoprire l’ultima bottiglia che stapperebbero prima della fine dell’apocalisse prevista, secondo la famosa profezia Maya, il 21 dicembre 2012. Da qui la classifica della Top 10 “eno-apocalittica” stilata dai quasi 1.150 “enonauti”, con le migliori annate in assoluto visto che l’occasione non capita tutti i giorni. Al secondo posto della classifica per l’ultimo brindisi, c’è il Sassicaia 1985, al terzo il Brunello di Montalcino Riserva di Biondi Santi 1955. Seguono le bollicine con Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1989 e poi l’Amarone 1990 Allegrini, l’Amarone 1971 Quintarelli, il Franciacorta Vittorio Moretti Riserva 2001 Bellavista, il Masseto 2001 Tenuta dell’Ornellaia, il Solaia 1988 della Marchesi Antinori e il Sagrantino di Montefalco 1995 firmato Caprai. Quanto alla classifica delle denominazioni più amate per l’ultima bottiglia, in testa c’è il Barolo con il 20% delle preferenze, seguito da Amarone della Valpolicella (18%), i Supertuscan (14%), Brunello di Montalcino (9%), Trentodoc (7%), Franciacorta (6%), Barbaresco (5%), Sagrantino di Montefalco, Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene (4%) e poi i vini friulani del Collio e i siciliani dell’Etna (3%).
Londra 2012: sarà il Brunello Montalcino portabandiera enoico Italia sarà presente con una delle sue griffe più celebri, Castello Banfi ... Alle Olimpiadi il “portabandiera” è sempre un atleta o un personaggio di particolare rilievo del Paese che rappresenta. E, non a caso, ai Giochi di Londra 2012, sarà il territorio di Montalcino, con il Brunello e il Rosso, a rappresentare il Bacco italiano nelle sedi ufficiali dell’attesissimo evento. Lo ha rivelato a Decanter.com il wine merchat Uk “Bibendum”, che fornirà i vini nei momenti solenni dei giochi. E, secondo le informazioni raccolte da WineNews, le uniche etichette tricolore saranno proprio il Brunello di Montalcino 2007 (un Brunello a “5 cerchi”, come le 5 stelle, il massimo punteggio possibile, assegnate proprio a quella vendemmia) e il Rosso di Montalcino 2010 di Castello Banfi, una delle griffe più importanti del territorio (insieme al Brachetto piemontese della cantina, il Rosa Regale 2011). Etichette grazie alle quali, dunque, anche il vino italiano sarà tra protagonisti delle attesissime Olimpiadi di Londra 2012, di scena dal 27 luglio al 12 agosto, un importante riconoscimento al valore e all’appeal dell’Italia del vino, e al lavoro di Castello Banfi, accompagnando nei calici i piatti del migliore british food offerto agli ospiti negli eventi e nelle occasioni ufficiali dei Giochi che calamiteranno l’attenzione del mondo. Nella lista dei 18 prestigiosi “vini olimpici” rivelata fino ad oggi, accanto ai classici come il Brunello di Montalcino o il Meursault Cuvee Charles Maxime 2008 di Domaine Latour-Giraud, inoltre, ci saranno etichette come Quinta do Seival Castas Portuguesas 2006 dal Brasile e il Quinta do Vallado Tinto 2009 dal Portogallo. E, in onore alla nazione ospite, ci sarà anche l’Hush Heath Balfour Brut Rosè 2008, ovvero il ’’Britagnè’, le bollicine inglesi, unica etichetta “patriottica” nella lista.
Vino: WineNews, ancora duello tra “vecchio” e “nuovo” mondo enologico le due filosofie produttive e di mercato si sfidano ... Lo scontro, ormai più che trentennale, fra “Vecchio” e “Nuovo” mondo enologico, in un periodo complesso come quello attuale, in cui il livello della competizione sui mercati si è ulteriormente elevato, sembra davvero configurarsi come un “duello all’ultimo sangue”. Un tema cruciale dove, tra strategie di marketing, politiche di conquista dei mercati emergenti e logiche distributive, a farla da padrona è, sempre di più, la leva del prezzo: se il “Vecchio” mondo sembra aver infatti definitivamente intrapreso la strada del riposizionamento verso l’alto del valore dei propri vini, sfruttando storia, immagine, territorio, qualità e non ultime le produzioni biologiche e biodinamiche, la scelta del “Nuovo” mondo sembra essersi assestata intorno ad una politica dei prezzi particolarmente aggressiva. Dopo anni in cui, a tutti i livelli, le aziende, stando al sito WineNews, hanno registrato crescite a doppia cifra e la “sete” del pubblico pareva non aver limiti né di spesa, né di consumi, la generale congiuntura economica sfavorevole, la contrazione in Europa dei consumi, i problemi di cambio euro-dollaro e una situazione planetaria quanto meno instabile, ha costretto a ridisegnare tattiche e strategie. E allora, le posizioni si sono fatte più nette e le principali prerogative del “Nuovo” e del “Vecchio” mondo della produzione mondiale di vino si sono nettamente diversificate. Nel “Vecchio” mondo il vino costa, perché prodotto in territori più vocati e, quindi, più difficili e perché l’industria enologica ha inciso in modo meno massiccio. A tutti questi costi, però, il “Vecchio” mondo può contrapporre l’originalità dei suoi vini, la storia e la bellezza dei suoi territori. Insomma, quel famoso valore aggiunto che non potrà mai essere un elemento alla portata del “Nuovo” mondo. E per questo, la scelta, se pure fra mille contraddizioni e qualche incertezza, di giocare su prezzi più importanti sembra definirsi come una strategia vincente e, soprattutto, compresa anche dai clienti finali di tutto il mondo. I Paesi del cosiddetto “Nuovo” mondo (principalmente Stati Uniti, Australia, Argentina, Cile, Nuova Zelanda e Sudafrica), invece, a causa di riserve abbondanti e domanda interna satura, hanno puntato principalmente sull’export di vino sfuso o comunque di vino di segmento prezzo-qualità inferiore, in una strategia di salvaguardia dei volumi più che della marginalità del prodotto. Il “Vecchio” mondo più legato alla protezione e alla denominazione del prodotto con particolare attenzione alla parte “intangibile” dello stesso (che ne garantisce l’alto valore aggiunto), ed il secondo più focalizzato alla funzionalità del prodotto ed ai volumi di vendita. A partire da questo scenario, si confermano opportunità di crescita dell’esportazione per le produzioni del “Nuovo” mondo in mercati di sbocco rilevanti quali Regno Unito, Usa e Cina, ma con dei chiari distinguo. Il Regno Unito è previsto che resti il maggior importatore di vino al mondo, ma sempre più orientato a privilegiare i vini del “Nuovo” mondo e con una sempre più accentuata tendenza ad un livellamento della domanda verso il basso. La Cina sta guardando con più interesse verso i cosiddetti “fine wines”, il core business dell’enologia del “Vecchio” mondo e gli Stati Uniti si avviano a consolidare il proprio mercato privilegiando decisamente i vini prodotti in Europa. Di certo, la sovrapproduzione, la pressione della grande distribuzione e lo sviluppo del fenomeno del “private label” saranno elementi cruciali di impatto fondamentale sulle dinamiche di concorrenza. E, nei mercati emergenti, sarà vitale adottare politiche commerciali diverse, rivolte alla promozione del proprio vino non solo verso i distributori ma anche verso e direttamente il consumatore finale. Senza dimenticare la volatilità dei cambi che continuerà a persistere e quindi a giocare un ruolo importante sulle esportazioni internazionali.
Il mondo del vino si reinventa, ecco l'identikit delle eno-professioni ... Dal wine hunter che va “a caccia” di clienti top per cantine ed enoteche, accorciando i tempi e snellendo gli affari, al wine promoter che abbina il vino agli eventi di ogni tipo, dove i wine lovers possono degustare etichette in tranquillità, grazie al wine driver, l’autista personale “salva-etilometro” che li riporta comodamente a casa. E se il wine blogger diventa seller e si mette a vendere direttamente etichette, sul web arriva il social wine writer sempre connesso in contatto con gli eno-appassionati “via” social network. I tempi cambiano, e il mondo del vino, si reinventa: ecco l’identikit delle nuove “eno-professioni”, figure professionali emergenti, originali e creative tracciate da Winenews. E’ la ricerca di un contatto sempre più personale con gli eno-appassionati a spingere il mondo del vino a rivedere le sue vecchie figure professionali e a crearne sempre delle nuove, perché se da un lato sono gli stessi amanti del buon bere a chiederlo, dall’altro le cantine sono sempre più consapevoli che questa sia la via più giusta per raggiungere più consumatori possibili, in modo più diretto e veloce. È il caso del wine hunter, la nuova figura professionale a cui, con la vendita diretta che non solo si conferma canale privilegiato di acquisto, ma sempre più interessa anche i vini di alta gamma, per accorciare i tempi e rendere più semplici gli affari, si rivolgono cantine ma anche enoteche, alla ricerca di una clientela sempre più precisa ed esclusiva, semplici appassionati ma anche collezionisti - di cui il wine hunter conosce gusti e preferenze personali in fatto di vini - con cui stringere contatti. Una persona di fiducia, esperta di vino a tutto campo ed appassionata, in grado di consigliare etichette, ma anche di raccontare quel valore aggiunto che c’è dietro alla bottiglia, fatto di storie e aneddoti che da sempre affascinano i wine lovers. Una tendenza che si fa strada anche fra chi di vino si occupa quotidianamente e in contatto diretto con gli appassionati: il wine blogger & seller, che, abbandonati i ritmi frenetici con cui racconta di vino e vignerons su internet, lascia il mondo virtuale e si mette a vendere direttamente etichette di persona grazie anche ai contatti nati proprio sul web. Web di cui sempre di più il mondo del vino comprende l’importanza, come strumento fondamentale per essere sempre in contatto con i suoi appassionati: tanto che, tra le nuove eno-professioni, c’è anche il social wine writer, che piace soprattutto ai più giovani, una persona formata all’interno della cantina - ma anche i consorzi delle principali denominazioni italiane ne hanno uno nel proprio staff - di cui conosce non solo tutti i vini, ma anche la storia, le pratiche in vigna e le diverse fasi della produzione, gli eventi a cui partecipa e quelli che organizza, che comunica puntualmente ai wine lovers attraverso i website, ma anche e soprattutto sui principali social network, da Facebook a Twitter, rispondendo a domande e soddisfacendo curiosità. E poiché non c’è evento al quale il vino, per sua stessa natura, conviviale e di condivisione, non si possa abbinare, il wine promoter è colui che consiglia alle cantine le occasioni per essere protagoniste con le proprie etichette, sposando la cucina nel caso di kermesse gastronomiche, ma anche quando si tratta di eventi culturali, dove il vino può incontrare l’arte, la musica o la letteratura, ma anche la solidarietà, in iniziative di charity, per raccogliere fondi o essere testimonial di cause importanti. Ma, tra etilometro che incombe e inasprimento di sanzioni per chi guida oltre i limiti di alcol consentiti, come fare per assaggiare vini in tranquillità? Ci pensa il wine driver, l’autista personale che accompagna e riporta direttamente a casa passeggeri, anche con la macchina di proprietà, che sempre più cantine e locali offrono come servizio aggiuntivo per i propri ospiti, ma che, ormai, gli appassionati hanno a disposizione anche in occasione degli eventi.
Lavoro: da vino e web nascono nuove professioni WineNews, da cacciatore di clienti top a comunicatore su Fb ... Il mondo del vino si reinventa e, Complice il web, nascono nuove eno-professioni, dal cacciatore dei clienti top, al comunicatore specializzato su Fb, all’autista personale “salva-etilometro”. Nuove figure che, spiega WineNews, nascono dall’esigenza di avere un contatto sempre più personale con gli eno-appassionati da parte delle cantine. Ecco il “wine hunter”, cacciatore di clienti top a cui si rivolgono cantine ed enoteche, in grado di rendere più semplici e rapidi gli affari, ma anche il “wine blogger & seller” persona che invece di discernere di vino e vignerons su internet, vende direttamente etichette di persona grazie ai contatti nati proprio sul web. C’è poi il social “wine writer” che comunica con gli eno appassionati attraverso i principali social network, da Facebook a Twitter, rispondendo a domande e soddisfacendo curiosità. Il “wine promoter”, invece, consiglia alle cantine gli eventi a cui partecipare, gastronomici, culturali o di solidarietà. Ecco infine il “wine driver”, l’autista personale che accompagna e riporta direttamente a casa passeggeri anche con la macchina di proprietà, che sempre più cantine e locali offrono come servizio aggiuntivo per i propri ospiti, dribblando così etilometri ed inasprimento di sanzioni per chi guida oltre i limiti di alcol consentiti.
Vino: il sito Winenews traccia l’identikit delle eno-professioni dal “wine hunter” (per clienti top) al “wine promoter” (eventi) ... Dal wine hunter che va “a caccia” di clienti top per cantine ed enoteche, accorciando i tempi e snellendo gli affari, al wine promoter che abbina il vino agli eventi di ogni tipo, dove i wine lovers possono degustare etichette in tranquillità, grazie al wine driver, l’autista personale “salva-etilometro” che li riporta comodamente a casa. E se il wine blogger diventa seller e si mette a vendere direttamente etichette, sul web arriva il social wine writer sempre connesso in contatto con gli eno-appassionati “via” social network. I tempi cambiano, e il mondo del vino, si reinventa: ecco l’identikit delle nuove “eno-professioni”, figure professionali emergenti, originali e creative tracciate dal sito internet Winenews. È la ricerca di un contatto sempre più personale con gli eno-appassionati a spingere il mondo del vino a rivedere le sue vecchie figure professionali e a crearne sempre delle nuove, perché se da un lato sono gli stessi amanti del buon bere a chiederlo, dall’altro le cantine sono sempre più consapevoli che questa sia la via più giusta per raggiungere più consumatori possibili, in modo più diretto e veloce. È il caso del wine hunter, la nuova figura professionale a cui, con la vendita diretta che non solo si conferma canale privilegiato di acquisto, ma sempre più interessa anche i vini di alta gamma, per accorciare i tempi e rendere più semplici gli affari, si rivolgono cantine ma anche enoteche, alla ricerca di una clientela sempre più precisa ed esclusiva, semplici appassionati ma anche collezionisti - di cui il wine hunter conosce gusti e preferenze personali in fatto di vini - con cui stringere contatti. Una persona di fiducia, esperta di vino a tutto campo ed appassionata, in grado di consigliare etichette, ma anche di raccontare quel valore aggiunto che c’è dietro alla bottiglia, fatto di storie e aneddoti che da sempre affascinano i wine lovers. Una tendenza che si fa strada anche fra chi di vino si occupa quotidianamente e in contatto diretto con gli appassionati: il wine blogger seller, che, abbandonati i ritmi frenetici con cui racconta di vino e vignerons su internet, lascia il mondo virtuale e si mette a vendere direttamente etichette di persona grazie anche ai contatti nati proprio sul web. Web di cui sempre di più il mondo del vino comprende l’importanza, come strumento fondamentale per essere sempre in contatto con i suoi appassionati: tanto che, tra le nuove eno-professioni, c’è anche il social wine writer, che piace soprattutto ai più giovani, una persona formata all’interno della cantina - ma anche i consorzi delle principali denominazioni italiane ne hanno uno nel proprio staff - di cui conosce non solo tutti i vini, ma anche la storia, le pratiche in vigna e le diverse fasi della produzione, gli eventi a cui partecipa e quelli che organizza, che comunica puntualmente ai wine lovers attraverso i website, ma anche e soprattutto sui principali social network, da Facebook a Twitter, rispondendo a domande e soddisfacendo curiosità. E poiché non c’è evento al quale il vino, per sua stessa natura, conviviale e di condivisione, non si possa abbinare, il wine promoter è colui che consiglia alle cantine le occasioni per essere protagoniste con le proprie etichette, sposando la cucina nel caso di kermesse gastronomiche, ma anche quando si tratta di eventi culturali, dove il vino può incontrare l’arte, la musica o la letteratura, ma anche la solidarietà, in iniziative di charity, per raccogliere fondi o essere testimonial di cause importanti. Ma, tra etilometro che incombe e inasprimento di sanzioni per chi guida oltre i limiti di alcol consentiti, come fare per assaggiare vini in tranquillità? Ci pensa il wine driver, l’autista personale che accompagna e riporta direttamente a casa passeggeri, anche con la macchina di proprietà, che sempre più cantine e locali offrono come servizio aggiuntivo per i propri ospiti, ma che, ormai, gli appassionati hanno a disposizione anche in occasione degli eventi.
Vino: filiere a basso impatto, buone per l’ambiente e per l’impresa lca e “carbon footprint” per individuare i punti critici e porre rimedio ... Ridurre i consumi idrici e i rifiuti, le emissioni climalteranti e il ricorso ad agenti chimici; promuovere l’efficienza energetica e l’uso dell’energia rinnovabile; mettere in campo strategie di contenimento dell’erosione del terreno e di tutela della biodiversità. Sono queste alcune delle azioni utili per rendere il vino italiano non solo buono, ma anche sostenibile per l’ambiente. Di filiere a basso impatto ambientale si è parlato oggi nel convegno “Come costruire un modello di gestione sostenibile della filiera del vino”, presso la sede romana della Federazione italiana dottori in agraria e forestali (Fidaf). Quando si parla di produzione di vino, si fa riferimento a una filiera che va dalla vigna all’etichettatura passando per la produzione di bottiglie e la distribuzione. Allora, come fare ad individuare i punti “critici”? Da una parte c’è la metodologia del Life Cycle Assessment (Lca), che consente di analizzare l’intero ciclo di vita della filiera calcolando gli impatti ambientali connessi alle varie fasi, attraverso software riconosciuti (SimaPro, Ga.Bi. etc), individuare i passaggi che hanno un maggior carico ambientale e progettare interventi di miglioramento mirati, dalla fase di progettazione (ecodesign) alla dismissione del prodotto. “Per poter ridurre i costi energetici si può far ricorso alla metodologia “carbon footprint” che è in grado di misurare le emissioni climalteranti dei prodotti in ogni fase del loro ciclo di vita e individuare i principali punti critici”, spiga Francesca Cajani, consulente Altran (gruppo che offre consulenza avanzata in ingegneria e innovazione). In questo caso, “il prodotto finale immesso al mercato sarà dotato di un’etichetta che indica le emissioni di Co2 associate così da fornire un’indicazione trasparente ai consumatori”. Trasparente, sì, ma anche allettante. Perché il consumatore è sempre più responsabile: secondo una ricerca di WineNews presentata alla scorsa edizione di Vinitaly, la possibilità di identificare una bottiglia di vino con valori ‘green’ rappresenta per il consumatore un motivo in più per acquistare quell’etichetta. Insomma, tra ragioni del marketing e sensibilità ambientale, la sostenibilità della filiera del vino inizia la sua strada. Strada che ha già portato ad alcuni risultati interessanti. Tra questi, la produzione di Biancodarco, il primo vino Frascati superiore Doc da agricoltura biologica ottenuto completamente senza l’aggiunta di solfiti. Tra le tecniche usate, la selezione delle uve, una pressatura soffice in presenza di Co2, l’inoculo con uno starter per l’avvio rapido della fermentazione, la stabilizzazione tartarica e la chiarifica a bassa temperatura e l’imbottigliamento in condizioni isobariche. Non sono state usate proteine animali in chiarifica, ma proteine vegetali da leguminose, per cui il vino è non solo “allergen freee”, ma anche adatto a consumatori vegetariani e vegani. Questo bianco è il risultato del progetto “Sviluppo e trasferimento di sistemi innovativi di produzione per la qualità e salubrità al consumo di vini dei Castelli Romani - Applicazione combinata di prodotti enologici e tecnologie di vinificazione per limitare il contenuto di So2 totale nei vini al consumo” promosso da Federbio con Regione Lazio e Università della Tuscia, nell’ambito del quale è nata anche ProBio Lazio, associazione costituita dagli stessi produttori biologici. Il progetto, nel quale si inserisce il convegno di oggi, ha come obiettivo la limitazione di So2, ovvero la presenza indesiderata dell’anidride solforosa e dei suoi sali nei vini al consumo, garantendone la qualità. I solfiti, nonostante la loro utilità, hanno un’azione tossicache si esplica in forma acuta e cronica, provocando carenze vitaminiche, modificazioni istologiche dello stomaco e accrescimento rallentato, oltre a risposte allergiche come rush cutanei, attacchi asmatici, crampi addominali. L’Oms ha stabilito che la dose giornaliera ammissibile corrisponde a 0.7mg/Kg/die di peso corporeo. “La produzione di vino rappresenta uno dei settori principali dell’economia nazionale e di determinati territori locali particolarmente vocati - commenta Paolo Carnemolla, presidente Federbio - La gestione di un progetto come questo, che ha l’obiettivo di promuovere pratiche innovative per assicurare una produzione salubre e di qualità del vino rappresenta per la Federazione un impegno molto importante nel quale stiamo concentrando il nostro impegno. Soprattutto in questo periodo, a seguito dell’approvazione del regolamento europeo sulla vinificazione bio, vogliamo essere un punto di riferimento per tutto il comparto”. La sostenibilità, in questo caso, fa rima con business: tutelare le risorse naturali e dei territori di produzione del vino, significa proteggere lo sviluppo economico del settore garantendogli continuità nel futuro. Infine, un’impresa socialmente responsabile non punta solo sulla qualità dei prodotti, ma investe sul capitale umano, sull’ambiente e sui rapporti con la comunità. Un impegno che trova visibilità nel Rapporto di sostenibilità, sviluppato secondo le linee guida del Global Reporting Initiative.
Lady Gaga tra i filari ? sua produzione in California Winenews, linea vini della superstar in Napa Valley ... Produrre vino per le star del jet set internazionale ormai sembra importante quanto vincere un Oscar o un Grammy Award. E così, alla pletora di attori, cantanti e personaggi dello spettacolo che si sono dati alla vigna, sembra si stia per aggiungere anche la diva delle dive, Lady Gaga (al secolo Stefani Germanotta). La quale, nonostante le origini italiane, pare abbia però scelto la Napa Valley, in California, per produrre la sua linea di vini, almeno stando a Winenews che riporta le notizie che rimbalzano sulla stampa internazionale. Sarà vero? Di certo c’è la passione dell’artista per il vino, visto che, dicono fonti del suo entourage, quando non è in tournée ama bere vini di lusso.
Vino: 211.000 dollari per una 6 litri di Guado Al Tasso 2007 griffato Antinori venduta all’asta di beneficenza di “Rodeo Uncorked!” a Houston ... Houston, il rodeo, cowboy e un’offerta di 211.000 dollari. Una trama che, visti gli esuberi a cui ci hanno sempre abituato i texani, sembra seguire un filo logico e un po’ scontato. Ma non è così se si considera che la maxi offerta è stata fatta per un vino. Non una bottiglia qualunque, ma una Imperiale (6 litri) di Guado al Tasso, Bolgheri, 2007 della griffe Marchesi Antinori. È successo nell’asta di vini promossa da “Rodeo Uncorked!”, la serata di beneficenza di Houston per raccogliere fondi a favore di una borsa di studio per lo “Houston Livestock Show Rodeo”, come riporta il sito WineNews. Cappelli e stivali da cowboy per cavalcare l’ebbrezza di acquistare una bottiglia cult. A fine serata sono stati raccolti 1,4 milioni di dollari, grazie alla bottiglia di Guado al Tasso ma anche ad un’altra super offerta, quella di 160.000 dollari fatta per una bottiglia di Costers del Ros Obila, Priorat 2004. “A Houston, amano mangiare bene e bere bene sempre di più - ha sottolineato Piero Antinori alla guida della Marchesi Antinori e special guest della serata - questo sta diventando un mercato molto buono per noi”.
Lady Gaga tra i filari ? sua produzione in California Winenews, linea vini della superstar in Napa Valley … Produrre vino per le star del jet set internazionale ormai sembra importante quanto vincere un Oscar o un Grammy Award. E così, alla pletora di attori, cantanti e personaggi dello spettacolo che si sono dati alla vigna, sembra si stia per aggiungere anche la diva delle dive, Lady Gaga (al secolo Stefani Germanotta). La quale, nonostante le origini italiane, pare abbia però scelto la Napa Valley, in California, per produrre la sua linea di vini, almeno stando a Winenews che riporta le notizie che rimbalzano sulla stampa internazionale. Sarà vero? Di certo c’è la passione dell’artista per il vino, visto che, dicono fonti del suo entourage, quando non è in tournée ama bere vini di lusso.
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