Aste: Christie’s battezza quelle online del vino, raccolti 820mila $. Registrati 444 concorrenti da 29 paesi per i “fine wine” ... Si è aperta l’era delle aste dei “fine wines” interamente ed esclusivamente online: a dare il via ’alle danze ci ha pensato Christiès, che ha accettato, nella sua ultima “auction” di vini pregiati, solo offerenti provenienti dal mondo della rete. L’asta online, riporta Winenews, è stata una spinta di Christie’s per guadagnare compratori di vini di alta fascia. Il vino è infatti la categoria più popolare online e rappresenta il 21% delle vendite di Christie’s nel mondo. Alla fine sono stati 444 i concorrenti iscritti provenienti da 29 paesi, tra cui Lettonia, Indonesia e Brasile e, tra un clic internazionale e l’altro, sono stati battuti lotti per oltre 820mila dollari. Ad aggiudicarsi la palma di pezzo più pregiato è stata una cassa di Chateau Lafite 1982, una delle migliori annate del secolo scorso, per la critica, venduta per 42.350 dollari. Ma sono stati venduti anche 2 lotti di Chateau Mouton-Rothschild del 2000, ciascuno composto da una dozzina di bottiglie, per 16.940 dollari e 12 bottiglie di Chateau Latour 1982 per 21.780 dollari.
Vino: pregiato da Christie’s on line raccoglie 820mila dlr Winenews, al top cassa Chateau Lafite 1982 per 42.350 dollari ... Si è aperta la stagione delle aste dei vini pregiati interamente online: a dare il via alle danze è stata Christie’s, che ha accettato, nella sua ultima “auction” di vini di alta fascia, solo offerenti provenienti dal mondo della rete. Il vino è infatti la categoria più popolare online e rappresenta il 21% delle vendite di Christie’s nel mondo, dice Winenews. Alla fine sono stati 444 i concorrenti iscritti provenienti da 29 paesi, tra cui Lettonia, Indonesia e Brasile e, tra un clic internazionale e l’altro, sono stati battuti lotti per oltre 820.000 dollari. Ad aggiudicarsi la palma di pezzo più pregiato è stata una cassa di Chateau Lafite 1982, una delle migliori annate del secolo scorso, per la critica, venduta per 42.350 dollari. Ma sono stati venduti anche due lotti di Chateau Mouton-Rothschild del 2000, ciascuno composto da una dozzina di bottiglie, per 16.940 dollari e 12 bottiglie di Chateau Latour 1982 per 21.780 dollari. E le aste di fine wines on line sembrano destinate a prendere il volo.
Vino, la Cina è un’occasione e un pericolo. Pechino ama il made in Italy, anche in bottiglia. Ma i produttori italiani non sembrano pronti ad affrontare un mercato enorme e in crescita. Perché manca il gioco di squadra ... In questi giorni di vendemmia, segnata dalla siccità, per i produttori italiani prende forma una grande opportunità. E un pericolo: la Cina. I segnali sono incontrovertibili e nessuno potrà dire, fra qualche anno, quando magari saremo invasi dai vini made in China, che le condizioni non erano mature o altre tristi giustificazioni del genere. Le bollicine italiane, ad esempio, stanno per raggiungere e superare le ben più nobili concorrenti francesi, almeno in quantità: nei primi 6 mesi di quest’anno le importazioni di champagne sono cresciute del 40% (sono a 880.000 litri), quelle di Prosecco e spumanti dell’87% (attestandosi a 822.000 litri). Sul valore la sfida è ancora impari, ma il risultato è incoraggiante. Sapremo approfittarne? Per il momento sembra di no, visto che i maggiori importatori di bollicine italiane in Cina sono società francesi, le stesse che stanno lanciando catene di ristoranti di cucina italiana. Il made in Italy piace ai cinesi ma sembra che gli italiani non riescano a gestire questa attrazione. Chi ha già provato da tempo ad affrontare quel mercato dice che non è facile, per ragioni logistiche e per le grandi quantità che richiede. Ma non è più possibile nascondersi dietro difficoltà o limiti che altri Paesi (e produttori) stanno affrontando con determinazione. E metodo. “Noi produttori dobbiamo capire che se ci muoviamo insieme, con un progetto di marketing e di promozione organico sull’Italia del vino, possiamo cogliere una grandissima occasione in quello che è senza dubbio il mercato numero uno del futuro”, ha detto Gianluca Bisol, produttore di Prosecco, a Winenews. “Fino ad ora non lo abbiamo fatto abbastanza. E rischiamo, come sistema vino, di perdere un’opportunità colossale”. La Cina è un enorme mercato (il quinto al mondo dopo Stati Uniti, Italia, Francia e Germania, secondo i datti dell’International Wine and Spirit Research) che continua a crescere (+33,4% nel 2011) e attira i produttori da ogni parte del globo. L’Italia ha molta strada da fare: la Francia esporta 55 milioni di litri (solo vini fermi), noi appena 9, meno di Australia, Spagna e quanto il Cile. Non è un po’ poco per il primo Paese produttore nel mondo? Ma la Cina non è solo un mercato. Sta per diventare anche un pericoloso concorrente. Il governo ha da poco varato un piano quinquennale per lo sviluppo del settore con l’obiettivo di arrivare a produrre 22 milioni di ettolitri entro il 2015 (circa la metà di quanto produce l’Italia). L’Università di Pechino ha chiesto a quella di Milano di studiare incroci di vitigni per rinnovare viticoltura cinese che fa le prime prove di export. In Gran Bretagna la catena di supermercati Waitrose, che per prima nel 2011 propose nei suoi scaffali bottiglie indiane, sta per lanciare alcuni vini cinesi. I produttori italiani più avvertiti si stanno muovendo (il 60% dei finanziamenti europei Ocm, che ammontano a 25 milioni, sono destinati a operazioni cinesi) ma forse del caso dovrà occuparsi la nuova struttura che il Governo sta cercando di mettere in piedi sulle ceneri dell’Ice e di altri enti che poco hanno fatto per il gioco di squadra. Il vino rappresenta solo il 4% dell’export italiano ma resta una punta di diamante: a maggio è cresciuto, a valore, dell’8% contro una media del 5%.
Vino: WineNews, crisi tocca enologi della Regina Elisabetta Berry Bros & Rudd puntano su Italia per reagire a calo Bordeaux ... Guadagni sotto zero al 31 marzo 2012, per i più importanti wine merchant del Regno Unito, Berry Bros. & Rudd, che si occupano anche della carta dei vini della famiglia reale. Secondo quanto riferisce WineNews, pesa sul bilancio della società la netta flessione delle vendite di Bordeaux, dopo la crescita eccessiva degli anni passati. I vertici aziendali starebbero facendo fronte a questo calo puntando su altri territori, meno inflazionati, come la Borgogna, la Valle del Rodano e l’Italia. Il mercato inglese rappresenta per le etichette tricolori il terzo paese importatore (3.142.157 ettolitri, +13% sul 2011, per un valore di 517,358 milioni di euro +7,7% sul 2011, dati Federvini), una piazza importante quindi e anche un mercato particolarmente sensibile ai cambi di tendenza e alle mode enoiche, in questo senso, una fondamentale “antenna” sui futuri scenari del vino del Bel Paese.
Wine merchant reali Gb punta su Italia dopo calo Bordeaux. WineNews racconta cambio rotta di Berry Bros. & Rudd ... La crisi dei consumi, che sembrava risparmiare il mercato del lusso, e quindi quello dei fine wines, in Inghilterra ha colpito uno dei più importanti e storici wine merchant del Paese, “Berry Bros. & Rudd”, che si occupa anche della carta dei vini della famiglia reale: al 31 marzo, sul 2011, i guadagni sono praticamente sprofondati sotto zero. Le cause? Innanzitutto la netta flessione del Bordeaux, che paga lo scotto di una crescita eccessiva negli anni passati, quindi un bilancio 2011 “gonfiato” dalla vendita di alcuni asset dell’azienda, come il whisky Cutty Sark Scotch. Eppure, secondo quanto riferisce WineNews, la testata internet specializzata sul mondo del wine & food, i vertici di “Berry Bros. & Rudd” non tremano, consapevoli che il mercato del vino è in continua evoluzione, e se il Bordeaux “cade in disgrazia”, la soluzione è dietro l’angolo: trovare nuovi clienti, come i wine merchant inglesi stanno già facendo, e puntare su altri territori, meno inflazionati ma che nulla hanno da invidiare alla denominazione più famosa di Francia, come la Borgogna, la Valle del Rodano e, ovviamente, l’Italia, sempre più protagonista quando si parla di alta qualità. Il mercato inglese rappresenta per le etichette tricolori il terzo paese importatore (3.142.157 ettolitri, +13% sul 2011, per un valore di 517,358 milioni di euro +7,7% sul 2011, dati Federvini), una piazza importante quindi e anche un mercato particolarmente sensibile ai cambi di tendenza e alle mode enoiche, in questo senso, una fondamentale “antenna” sui futuri scenari del vino del Bel Paese, sempre più concentrato sull’export.
La battaglia dei vini: la Cina vuol copiare pure il nostro spumante ... I produttori asiatici chiedono di ridurre l’import della bevanda e raddoppiare la produzione locale. Clonando i vitigni italiani ... La Cina è la terra promessa del vino mondiale: tutti cercano in tutti i modi di vendere lì, in un mercato cresciuto negli ultimi cinque anni a una media del 20% all’anno per un consumo di 156 milioni di casse da nove litri. La Cina è oggi il quinto consumatore al mondo e potrebbe diventare a brevissimo il primo. Ma il vino locale è poco e cattivo. Così i produttori cinesi si scoprono protezionisti e protestano perché l’Unione Europea - a loro dire - ha danneggiato il mercato e gli operatori locali. Sarebbe da dire: chi di dumping ferisce, di dumping perisce. Ma i cinesi non sono morbidi nel mondo degli affari e mentre accusano gli europei di concorrenza sleale (sic!) hanno chiesto ufficialmente – lo riferisce l’agenzia di regime Xinua - al loro ministro del commercio di verificare se le importazioni dall’Europa e i sussidi concessi dall’Ue stiano danneggiando il mercato interno del Paese. A dare la stura alla protesta ufficiale è stato Wang Zuming dell’associazione cinese dei produttori di bevande alcoliche. Qui sorge il sospetto che proprio di vino non si tratti. Il boom di consumo delle bottiglie d’importazione - arrivato a sfiorare lo scorso anno il miliardo e mezzo di dollari con la Francia che detiene in valore metà del mercato - in realtà non è andato a discapito dei “vignaioli a mandorla”, ma dei produttori della bevanda nazionale: il Moutai, un distillato che tanto assomiglia al nauseabondo “Gin Vittoria”cheil ministero della Verità distribuiva nel mitico 1984 di George Orwell. Perché i cinesi al vino ci hanno preso gusto. Non solo lo bevono, ma ci fanno affaroni. Stanno affinando i gusti; amano gli spumanti, con lo Champagne che è aumentato del 40% in un anno arrivando a 880 mila litri (ma quelli italiani sono a un incollatura: 820 mila litri con un più 87%), vogliono etichette antiche e cominciano a berlo anche fuori dal triangolo d’oro - Shangai, Pechino, Guangzhou - nelle province centrali. Per adesso sono un mercato di 20 milioni di consumatori, ma quelli potenziali sono 200 milioni e se il popolo beve vino cinese che costa al massimo 2 euro, i ricchi non badano a spese. A fronte di questa passione per Bacco il governo della Repubblica Popolare ha varato un piano quinquennale: da qui al 2014 la Cina a raddoppierà la sua produzione arrivando a 22 milioni di ettolitri di vino: la metà dell’Italia. Perciò - ricorda Attilio Scienza ordinario di viticoltura alla Statale di Milano –ha chiesto alle università italiane di studiare cloni di vite che non siano Cabernet, Merlot e Syrah che i francesi hanno piantato in Cina. Un boom che alla più importante cantina cinese, Château Changyu-Castel, nel 2011 ha fatto crescere le vendite del 79%, e il fatturato del 21%, a 918 milioni di dollari. Per paradosso mentre protestano per gli aiuti che la Ue concede ai suoi produttori (in Italia assommano a 83 milioni di euro: il 60% di questi soldi sarà investito in progetti per conquistare il mercato cinese anche perché l’Italia è ancora un partner emergente in Cina) i cinesi si preparano a esportare il loro vino. I supermercati inglesi - secondo WineNews, il sito italiano di vino più cliccato - Waitrose sta distribuendo il Changyu Cabernet Gernischt, del Gruppo Changyu Wine, la maggiore e più antica cantina cinese. Intanto i tycoon cinesi continuano a fare shopping a Bordeaux dove li chiamano i salvatori. Sono 17 le cantine comprate da grandi gruppi della distribuzione vinicola cinesi ma anche dal magnate dei gioielli Shen Dongjun e dalla star del cinema Zhao Wei. Sono sbarcati anche in America con l’acquisto Biallia Vineyards e hanno messo le mani attraverso Shangai Cigarettes su uno dei distributori più importanti di Francia: la Diva Bordeaux. I cinesi sono gente strana: protestano con l’Ue ma comprano in Europa e chiedono la Dop per i loro prodotti. Ne hanno già 5: dagli spaghetti di amido di fagiolini al pomelo e si stima che le specialità agroalimentari cinesi che potrebbero ottenere il riconoscimento sono circa 500 per un potenziale fatturato di 70 miliardi di euro. È proprio vero: la Cina è forte perché è varia. Spesso - almeno nell’agroalimentare - anche avariata.
Vino, la Cina è un'occasione e un pericolo. Pechino ama il made in Italy, anche in bottiglia. Ma i produttori italiani non sembrano pronti ad affrontare un mercato enorme e in crescita. Perché manca il gioco di squadra ... In questi giorni di vendemmia, segnata dalla siccità, per i produttori italiani prende forma una grande opportunità. E un pericolo: la Cina. I segnali sono incontrovertibili e nessuno potrà dire, fra qualche anno, quando magari saremo invasi dai vini made in China, che le condizioni non erano mature o altre tristi giustificazioni del genere. Le bollicine italiane, ad esempio, stanno per raggiungere e superare le ben più nobili concorrenti francesi, almeno in quantità: nei primi 6 mesi di quest’anno le importazioni di champagne sono cresciute del 40% (sono a 880.000 litri), quelle di Prosecco e spumanti dell’87% (attestandosi a 822.000 litri). Sul valore la sfida è ancora impari, ma il risultato è incoraggiante. Sapremo approfittarne? Per il momento sembra di no, visto che i maggiori importatori di bollicine italiane in Cina sono società francesi, le stesse che stanno lanciando catene di ristoranti di cucina italiana. Il made in Italy piace ai cinesi ma sembra che gli italiani non riescano a gestire questa attrazione. Chi ha già provato da tempo ad affrontare quel mercato dice che non è facile, per ragioni logistiche e per le grandi quantità che richiede. Ma non è più possibile nascondersi dietro difficoltà o limiti che altri Paesi (e produttori) stanno affrontando con determinazione. E metodo. “Noi produttori dobbiamo capire che se ci muoviamo insieme, con un progetto di marketing e di promozione organico sull’Italia del vino, possiamo cogliere una grandissima occasione in quello che è senza dubbio il mercato numero uno del futuro”, ha detto Gianluca Bisol, produttore di Prosecco, a Winenews. “Fino ad ora non lo abbiamo fatto abbastanza. E rischiamo, come sistema vino, di perdere un’opportunità colossale”. La Cina è un enorme mercato (il quinto al mondo dopo Stati Uniti, Italia, Francia e Germania, secondo i datti dell’International Wine and Spirit Research) che continua a crescere (+33,4% nel 2011) e attira i produttori da ogni parte del globo. L’Italia ha molta strada da fare: la Francia esporta 55 milioni di litri (solo vini fermi), noi appena 9, meno di Australia, Spagna e quanto il Cile. Non è un po’ poco per il primo Paese produttore nel mondo? Ma la Cina non è solo un mercato. Sta per diventare anche un pericoloso concorrente. Il governo ha da poco varato un piano quinquennale per lo sviluppo del settore con l’obiettivo di arrivare a produrre 22 milioni di ettolitri entro il 2015 (circa la metà di quanto produce l’Italia). L’Università di Pechino ha chiesto a quella di Milano di studiare incroci di vitigni per rinnovare viticoltura cinese che fa le prime prove di export. In Gran Bretagna la catena di supermercati Waitrose, che per prima nel 2011 propose nei suoi scaffali bottiglie indiane, sta per lanciare alcuni vini cinesi. I produttori italiani più avvertiti si stanno muovendo (il 60% dei finanziamenti europei Ocm, che ammontano a 25 milioni, sono destinati a operazioni cinesi) ma forse del caso dovrà occuparsi la nuova struttura che il Governo sta cercando di mettere in piedi sulle ceneri dell’Ice e di altri enti che poco hanno fatto per il gioco di squadra. Il vino rappresenta solo il 4% dell’export italiano ma resta una punta di diamante: a maggio è cresciuto, a valore, dell’8% contro una media del 5%.
Articolo Panorama
Vino: Winenews, vendemmia 2012 dall’Europa all’Atlantico. Usa, Napa Valley al top; Champagne, raccolta peggiore ultimi anni ... Mentre in Italia si guarda con preoccupazione al meteo e alle ondate di calore per la vendemmia già in corso in molti territori, spiega Winenews, specialmente tra quelli a vocazione spumantistica e dove si coltivano vitigni a bacca bianca precoci (per esempio lo Chardonnay), arrivano notizie di segni decisamente opposti dai vigneti al di qua e al di là dell’Atlantico. Se il 2012, negli Stati Uniti, è stato caratterizzato da una forte siccità, pare che per la produzione vitivinicola a stelle e strisce ci sia però un’eccezione: la California. Secondo il Wine Institute of California, infatti, si preannuncia per Napa Valley e dintorni (da dove arriva la stragrande maggioranza delle produzione di vino Usa) una grande annata sia per la qualità che per dimensioni del raccolto, come sembrano dimostrare le prime uve già portate in cantina, quelle destinate alle basi spumante. Non così per stati come Illinois, Tennessee, Georgia e Nebraska, dove il raccolto dell’uva dovrebbe essere in anticipo di circa tre settimana e potrebbe vedere tagliati i rendimenti fino al 50% rispetto alle medie. Situazione diametralmente opposta quella della Champagne, dove, invece, prosegue Winenews, i vigneti hanno incontrato le peggiori condizioni, da decenni, per la loro crescita, soffrendo per le gelate tardive di aprile che hanno distrutto quasi il 10% della produzione della denominazione, con perdite pari al 40% in alcune zone, per la continua pioggia che è caduta da allora fino ad oggi, e per le non rare grandinate. Nel regno delle bollicine la vendemmia non arriverà che a partire dal 20 settembre (in questa parte d’Europa il grande caldo che ha segnato il bacino del Mediterraneo, non è ancora arrivato), ma anche se le condizioni metereologiche fossero molto buone, sarebbe impossibile recuperare i quantitativi già persi. Per Dominique Moncomble, direttore dei servizi tecnici del Civc (Comité interprofessionel du Vin de Champagne), si tratta di “un andamento stagionale senza precedenti, che ha causato rendimenti medi in calo del 30%, anche se la qualità della vendemmia non è ancora del tutto compromessa”.
Consigli degli chef e vini da Ferragosto ... Il pranzo di ferragosto è un rito antichissimo, in bilico tra sacro e profano, che viviamo in chiave conviviale. Ecco alcuni consigli di esperti, tra cibi, vini e (poche) regole di bon ton. Già nell’antica Roma le feriae Augusti, riposo istituito dall’imperatore Ottaviano Augusto, erano amatissime e celebrate non facendo lavorare nei campi gli animali da tiro (cavalli, bovini e asini, che anzi per l’occasione venivano bardati a festa). La gente per strada si scambiava auguri e piccoli doni. I lavoratori ottenevano una mancia dai superiori, secondo un uso che col tempo divenne addirittura obbligatorio. Anche se il Cristianesimo fin dal VI secolo vi ha sovrapposto la solennità dell’Assunzione di Maria in cielo “anima e corpo”, ferragosto resta sostanzialmente una festa “pagana” e, avendo origini rurali, in quanto festa a chiusura della stagione agraria, è più legata al pranzo di mezzogiorno che al pasto serale (“cenone”) tipico di altre feste .
Tradotto, così com’è oggi, Ferragosto ce la siamo inventato e, con esso, anche i suoi rituali alimentari. Tanto che “non c’è nulla di più libero del pranzo di Ferragosto - sottolinea il professor Marino Niola, professore di Antropologia e direttore del Centro di studi sociali sulla dieta mediterranea dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli - in cui si mettono insieme “pezzi” di altre abitudini festive e si compongono dei pranzi di fantasia”. Quando il 15 di agosto che si avvicina, la mente vola alla meta dove trascorrere la gita fuori porta, cui è tradizionalmente dedicato il Ferragosto, alla ricerca di frescura e di un posto perfetto per un luculliano pranzo al sacco.
Cosa mettere in questo “sacco”? Già Pellegrino Artusi, in appendice al suo manuale “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiare bene”, indicava le ricette per il 15 agosto nelle “Note di pranzi” da imbandire nelle principali solennità, accanto a quelli di Pasqua e Natale, “perché spesso avviene che dovendo dare un pranzo ci si trovi imbarazzati sulla elezione delle vivande”. Ecco Artusi consiglia “prosciutto e vino”, come dire: cibi semplici, trasportabili, non impegnativi, indispensabili nelle tradizionali scampagnate o gite fuori porta. In più, l’assaggio delle uve primaticce e dell’anguria in fette raffreddate, simboli dei frutti stagionali. “L’importante è mangiare molto” dice Niola, sottolineando l’aspetto di convivialità che porta a lunghi pasti in cui si assaggia un po’ di tutto. In barba - per un giorno - a dietologi e studi scientifici che suggeriscono uno stop a parmigiana e cotoletta a vantaggio della fresca insalata di riso (il nutrizionista Giorgio Calabrese per l’Osservatorio Polli Cooking Lab, consigliando di stare leggeri ...). Se si è in campagna, via alle grigliate. Per un risultato perfetto “salare a ridosso della cottura, non infilzare, niente paura a girare più volte la carne”, sono i consigli tecnici del Centro di Ricerca e Sviluppo Whirlpool a partire dalla reazione di Maillard, principio scientifico “segreto del successo” della grigliata). Se si è in spiaggia, però, non proprio tutto è concesso. Secondo il “galateo da spiaggia”, quando si mangia è bene indossare un copricostume, come consiglia Tommaso de Mottoni y Palacios nel volume “Quando lo stile va (purtroppo) in vacanza”, ed evitare l’allestimento di tende e fornelli da campo, preferendo cibi monoporzione o facilmente sporzionabili. Altrimenti meglio stare a casa. Che sia la classica tavolata in famiglia, o nel segno della semplicità sotto l’ombrellone, il pranzo di Ferragosto è uno di quelli più speciali dell’anno, come Natale o Pasqua. E, allora, cosa preparare perché sia un successo? “Nelle nostre campagne umbre - dice Gianfranco Vissani - il menu di Ferragosto celebra la tradizione dell’oca. Fatta al forno con le patate, e addirittura con la coratella e le interiora dell’oca, che sono buonissime. E ancora il collo farcito e i sughi, straordinari per condire pasta e altro. Un menù pesante per il caldo? Non è un problema, basta mangiare al fresco, e poi è l’usanza per il giorno dell’Assunta. Se invece si è sulle spiagge, consiglio una bella panzanella con pomodori, cetrioli, basilico e un goccio di olio a crudo. È la cosa più sana e semplice, la migliore”.
Tutto made in Sicily, invece, il menù suggerito da Filippo La Mantia: “una bella caponata di melanzane come antipasto, seguito dalla pasta con in tenerumi, la parte finale della zucchina lunga, un piatto estivo contadino, fatto con la pasta spezzata cotta nel brodo dei tenerumi, la polpa di pomodoro, un po’ di cacio cavallo e olio crudo. E poi un trancio di pesce spada impanato cotto al forno, e per dessert melone e cocomero gelati. Per il pranzo in spiaggia, invece, stravince il panino con la frittata di pasta, basilico e mentuccia, che è straordinario”. Per quanto riguarda i vini, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Bianchi e bollicine, in primis, ma c’è spazio anche per rossi e vini dolci
Un’estate torrida quella del 2012, che, inevitabilmente, finisce per incidere anche sulle scelte dei vini che accompagneranno il pranzo di Ferragosto. Con il ritorno a tipologie, prima fra tutti il vino bianco, che nel recente passato aveva perso un po’ del suo appeal. Forte il richiamo delle bollicine anche a tutto pasto, mentre cresce l’interesse per alcuni rossi particolarmente freschi e gustosi. Queste le indicazioni generali per un pranzo di ferragosto al top, dove soprattutto la tendenza dell’abbinamento estate-vini bianchi ritrova tutta la sua centralità. L’Italia possiede, infatti, una ricchezza di vitigni di antica coltivazione a bacca bianca che ci invidia tutto il mondo. Tra i più gettonati il Vermentino che nelle declinazioni toscane di Rocca delle Macìe, con il suo Occhio al Vento, di Guado al Tasso-Antinori, con il suo Bolgheri Vermentino, di Poggio al Tesoro-Allegrini, con il suo Solosole e della Fattoria di Magliano con il suo Pagliatura, trova la sua espressione più tipica. Ancora il Vermentino, con l’aggiunta di Nasco, dà vita all’Iselis di Argiolas, un vino affascinante nella sua dimensione decisamente mediterranea. Medesime suggestioni anche dai bianchi siciliani: dal Grillo in purezza Lalùci di Baglio del Cristo di Campobello al classico Chardonnay di Planeta e Tasca d’Almerita, dal leggiadro Anthylia di Donnafugata, a base di Catarrato, al sapido Fiano di Cantine Settesoli, e all’Insolia Colomba Platino di Duca di Salaparuta. Non meno originali i bianchi del centro Italia: a partire dal Verdicchio dei Castelli di Jesi Casal di Serra di Umani Ronchi, alla Passerina, antico vitigno di origine Adriatica, di Velenosi, o allo scattante umbro Grecante di Caprai, da uve Grechetto. Non privo di personalità il Lugana Sansonina di Zenato e il tipico Collio Friulano di Venica, solide espressioni del nord Italia enoico. Sempre affidabile l’Orvieto Classico Il Bianco di Decugnano dei Barbi e intriganti i Trebbiano d’Abruzzo di Valle Reale, con il suo Vigna di Capestrano e di Masciarelli, con il Marina Cvetic. Molisana è, invece, la Falanghina Ramì di Di Majo Norante, che possiede pienezza e sapidità.Restano dei classici della produzione bianchista del Bel Paese il Fiano di Mastroberardino e il Greco di Tufo Cutizzi di Feudi di San Gregorio. Sul fronte delle bollicine, non c’è che l’imbarazzo della scelta: dai golosi Prosecco, come il Valdobbiadene Cuvée Oris di Villa Sandi, o il Crede di Bisol o la Cuvée Oro di Carpenè Malvolti, ai Franciacorta Metodo Classico di Bellavista, con il suo Gran Cuvée Brut, di Guido Berlucchi, con il suo Brut Cellarius, di Villa Crespia-Muratori, con il suo Dosaggio Zero, e di Castello Bonomi della famiglia Paladin, con il suo Brut Cru Perdu. Ma di Metodo Classico buoni ce ne sono anche in Trentino: dal Brut Perlè di Ferrari, al Rosè Rotari di Mezzacorona, dall’Altemasi Riserva di Cavit, all’Aquila Reale di Cesarini Sforza. Per gli amanti dei rossi, anche con 40 gradi di temperatura, c’è sempre l’opzione Lambrusco, di bella beva il Terre Verdiane di Ceci, o rossi ritmati e freschi come l’Etna prodotto da Cottanera, il Cerasuolo Classico di Valle dell’Acate o il Belnero di Castello Banfi. Brindisi finale all’insegna di una dolcezza mai stucchevole, con il Moscadello di Montalcino de La Poderina o con il siciliano Moscato dello Zucco di Cusumano.
Articolo L’Espresso
Vino: WineNews, cinesi chiedono a Italia nuovi vitigni non più solo varietà francesi da coltivare ... I cinesi stanno scoprendo il vino di qualità, ma anche le evoluzioni del gusto sembrano seguire il ritmo frenetico dello sviluppo economico del Paese. E, così, se già Bordeaux inizia ad essere tradito per la Borgogna, buone notizie, in qualche modo, arrivano anche per il vino italiano. Lo segnala WineNews, il sito di informazione enologica. “I cinesi sono già stufi di coltivare solo varietà francesi per i loro vini, come Cabernet, Merlot e Syrah. Ecco perché l’Università di Pechino ci ha chiesto di studiare degli incroci di vitigni per rinnovare la viticoltura cinese’’, ha detto a WineNews il professor Attilio Scienza, dell’Università di Milano. Un attestato di stima e un ulteriore riconoscimento del fatto che l’Italia, dal punto di vista dell’innovazione in viticoltura, tanto per rimanere in clima olimpico, e’ da medaglia d’oro.
Guadagnare col vino I saldi arrivano pure in enoteca ... Bottiglie da intenditori con i prezzi tagliati anche del 30%: mentre le grandi etichette acquistano peso negli indici esteri, in negozio si possono trovare marche d’occasione ... Si poteva non nutrire una particolare simpatia per l’Avvocato ma è rimasta famosa la battuta di Gianni Agnelli a un petulante intervistatore che gli chiedeva come mai lui italiano avesse comprato Chateau Margaux, uno dei grandissimi cru di Bordeaux. Rispose: “Investire in vino conviene perché mal che vada te lo bevi”. Soprattutto - verrebbe da dire - in tempi di vacche anoressiche come questi. Su due versanti: se avete soldi da investire comprate i Supertuscan, rendono più dell’oro, almeno stando al Live-Ex il superindice che misura le performance dei vini top al mondo, se invece volete farvi una buona bottiglia questo è il momento di andare in enoteca perché si trovano a prezzi di saldo. Oddio non in tutta Italia e non per tutte le tipologie. Su Chianti e Brunello se va grassa potete ottenere un dieci per cento pagando in contanti, sui piemontesi lo sconto arriva al trenta e per alcune tipologie di vini meno blasonati si accede tranquillamente al paghi uno prendi due. Inoltre questo è il momento di comprare vino sfuso. La vendemmia che sarà anticipata impone alle cantine di svuotare le botti e dunque comprare lo sfuso può essere un ottimo affare. Si arriva a prezzi che oscillano da 1,50 euro per i bianchi a 2,30 per i rossi anche Doc e Docg. Sia pure con l’atteggiamento del “purché non si sappia in giro” anche le enoteche si sono acconciate alla stagione dei saldi. Lo ha reso noto Winenews (www.winenews.it), il principale e più cuccato sito d’informazione sul vino d’Italia che ha fatto un giro tra i principali enotecari d’Italia. I Trimani - vinattieri da due secoli a Roma - regolarmente fanno saldi: “Ne facciamo quattro all’anno, ognuno al cambio di stagione e per nove giorni scontiamo tutto del 20%”. A Parma, all’Enoteca Cavalli, addirittura c’è lo scaffale delle bottiglie a metà prezzo. Una politica di saldi di fine stagione è quella che segue Giovanni Consonni dell’Enoteca dall’Enologo di Giussano (Monza) che a febbraio e nel periodo luglio agosto abbassa i prezzi soprattutto sui vini al top. Ora ci sono cento etichette in saldo. E anche al Sud va di moda lo sconto. I Picone di Palermo durante l’estate fanno una decisa promozione sui bianchi trentini e siciliani. A Torino, città di riferimento delle più blasonate bottiglie del Piemonte, strappare un prezzo conveniente non è impossibile. Spiega Manuela Zacchello “Facciamo forti sconti su vecchie annate di vini di qualità che costano sui 20 euro, soprattutto sui bianchi, però, perché i vini rossi tendono a non svalutarsi”. A Trento l’Enoteca Grado ha strutturato una politica del prezzo così concepita: “Applichiamo sconti del 10% su 4 etichette alla volta (tutte della stessa azienda o di 2 aziende diverse) e le promozioni valgono per 15 giorni”. E se invece vi siete stancati di inseguire il toboga dei listini di Borsa, il mattone vi spaventa per via dell’Imu e avete un po’ di quattrini da investire com4pratevi dei Supertuscan. Il mercato dei vini bordolesi si è contratto del 20% in un anno e i prezzi dei Premier Cru sono crollati del 30%. 1 Supertuscan, invece, hanno fatto un significativo più 9%. Il Liv-Ex Supertuscan 50 (composto dal Masseto e dall’Ornellaia della Tenuta dell’Ornellaia, dal Sassicaia della Tenuta San Guido, dal Tignanello e dal Solaia di Marchesi Antinori) ha superato il Liv-Ex Fine Wine 50 (composto da cinque premier cru di Bordeaux: HautBrion, Lafite, Latour, Margaux e Mouton Rothschild), totalizzando un ritorno sull’investimento del 76%, rispetto al 26% di quello dei vini francesi. Nulla rispetto al prezzo dell’ Henri Jayer Richebourg Grand Cru: 11.300 euro a bottiglia che è la più cara del mondo. L’ha indicata www.Wine-Searcher.com, il sito degli enofissati che fa la classifica mondiale dei 50 vini gioiello. Questa, però, in saldo non si trova.
Vino: aumenta l’export da nuovo mondo ma solo se sfuso. WineNews, in calo le vendite per l’imbottigliato ... Cresce l’export di vino dei principali paesi del Nuovo mondo enologico ma solo quello sfuso. Ad evidenziarlo è l’analisi di Rabobank, resa nota da WineNews, da cui emerge che nel primo trimestre 2012 l’export argentino è aumentato del 37,5% in volume e del 12,1% in valore, grazie al contributo degli sfusi (+131%) a fronte di un calo del 7% per quelli in bottiglia; un orientamento che non si traduce in una diminuzione del valore visto che negli Stati Uniti il prezzo di vendita medio di 1 litro di vino sfuso argentino è raddoppiato, passando da 83 centesimi a 1,74 dollari. Stesso trend per i vini cileni che vantano un export di +13,3% in volume e +7,4% in valore dove se l’imbottigliato è sceso del 6,6% lo sfuso è cresciuto del 62%, con un aumento della domanda sopratutto statunitense (288%) e cinese (247%). Sale anche in Nuova Zelanda l’export, con +15% in volume e +8,8% in valore, con il rapporto tra vino in bottiglia e sfuso che si sta spostando sempre più rapidamente dall’attuale 70%-30% in favore dello sfuso. E ancora l’export australiano cresce del 3,2% in volume ma cala in valore del 5,1%, per un totale di 74 milioni di litri di sfuso spediti negli Stati Uniti tra il 31 maggio 2011 e 1 giugno 2012, con un aumento del 52% dei volumi rispetto al periodo precedente. Stessa situazione, infine, per l’export di vino dal Sud Africa +31% contro -9% dell’imbottigliato, crescendo soprattutto in Germania (+14%), Stati Uniti (+52%), Russia (+24%) e Francia (+ 46%).
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