Anteprima Novello

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Festival Franciacorta 2010
Sapori italiani all’estero: ‘‘il vino deve presentarsi in un modo nuovo, il consumatore vuole un approccio più ‘‘easy’’, con eventi mirati alla qualità e all’eccellenza’’. Così Andrea Cecchi, alla guida di una delle griffe del Chianti Classico
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Il Meglio dell'Edicola

06-09-2010
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CORRIERE DELLA SERA
Bottiglie più slanciate e leggere. Debutta lo Champagne “verde” ... La svolta francese: così si riduce l’impatto ambientale... All’inizio del Novecento il contenitore pesava 1,3 chili, ora 835 grammi... A 10 giorni della vendemmia dello champagne, le grandi case produttrici si preparano a un altro dei piccoli impercettibili cambiamenti che hanno fatto la grandezza del “vino del diavolo”: una bottiglia più leggera di 65 grammi, grazie a un vetro leggermente più sottile e a una forma (impossibile accorgersene a occhio nudo) appena più slanciata. All’inizio del Novecento il contenitore standard pesava 1,3 chili; un fardello degno della nobiltà del contenuto, ma poco pratico. Per via di aggiustamenti successivi (il penultimo nel 1973), la bottiglia si è alleggerita fino alla nuova soglia, fissata in 835 grammi. “In questo modo riusciremo a trasportare più bottiglie consumando meno carburante. Un doppio vantaggio, per l’ambiente e per i nostri bilanci”, dice Daniel Lorson, portavoce del Civc (Comitato interprofessionale del vino di Champagne), l’organismo che raggruppa coltivatori, produttori e distributori del vino. La fabbrica della Saint Gobain a Epirnay è riuscita nella sfida di realizzare una bottiglia che rispondesse a molte necessità: fondo uguale all’attuale, per non costringere tutta la filiera a cambiare macchinari e dimensione delle casse; aspetto quasi identico, per non infastidire i consumatori e mantenere la sensazione di prestigio; vetro più sottile, per ridurre il peso; spalla leggermente allungata, per non offrire una goccia in più dei consueti 75 cl; capacità di sopportare comunque l’eccezionale pressione di 6 chilogrammi per centimetro quadrato (il prosecco e altri vini frizzanti di solito ne generano la metà). Dopo la raccolta dei grappoli tra pochi giorni, l’imbottigliamento ad aprile e tre anni di fermentazione, la spedizione delle nuove bottiglie di champagne in tutto il mondo comporterà emissioni di carbonio inferiori del 25 per cento rispetto alle attuali 200 mila tonnellate l’anno. Secondo i calcoli del Civc, sarà come togliere dalle strade 4.000 piccole automobili. I primi a sperimentare le bottiglie più leggere sono stati, con grande discrezione, già a partire dal 2003, i marchi Pommery e Heidsieck; stavolta il cambiamento dovrebbe riguardare tutte le case produttrici. Il passaggio allo “champagne verde” è stato deciso in parte per rispondere all’offensiva ecologica della California, dove il Wine Institute ha messo a punto una lista di 230 tecniche per produrre vino a basso impatto ambientale. Ma le considerazioni climatiche fanno parte della storia dello champagne: la sua stessa nascita si deve alla piccola era glaciale del Seicento, quando il raffreddamento della regione decretò la fine dei suoi magnifici vini rossi: l’uva non riusciva più a maturare abbastanza. Si passò ai vini bianchi, all’inizio pessimi, poi migliorati e di molto con l’invenzione del metodo champenoise, cioè l’aggiunta di zuccheri e lieviti per la fermentazione in bottiglia. Oggi la preoccupazione è in senso contrario. Il riscaldamento climatico fa maturare bene i grappoli, provocando l’entusiasmo du Benoit Gouez, il capo della cantina di Moët et Chandon: “Lo champagne non è mai stato così buono”. Ma più a Sud, a Vouvray, l’uva è così matura che si è costretti a cambiare metodo, perché aggiungere altro zucchero porta spesso all’esplosione della bottiglia. L’attenzione per il clima fa guadagnare in immagine, risparmiare in spese di trasporto, e forse allontana i rischi di una catastrofica fine delle bollicine. Dopo la crisi finanziaria e la riduzione dei consumi che hanno portato alle due disastrose annate 2008 e 2009 (lo scorso Natale a Parigi si trovavano bottiglie di champagne sotto i 10 euro), oggi i produttori sono molto ottimisti. Nei primi cinque mesi dell’anno le vendite sono aumentate del 20 per cento. Rompendo con la tradizione, che prevede contatti solo poche ore prima della vendemmia, le maison si sono già accordate per raccogliere tanta uva da riempire 301 milioni di (più lievi) bottiglie.
301 milioni. Sono le bottiglie di champagne di nuovo tipo, più snelle e leggere, che le maison francesi hanno deciso di adottare nel corso di questa vendemmia, sostituendo le vecchie di 65 grammi più pesanti.
6 chilogrammi. La bottiglia di champagne è capace di sopportare la pressione di 6 chilogrammi per centimetro quadrato (il prosecco e altri vini frizzanti di solito ne generano la metà).
Come cambia
La bottiglia di champagne è stata disegnata in modo da essere spessa e pesante per resistere alla pressione interna. La nuova bottiglia pesa 65 grammi (è più leggera del 7%). Si ritiene che il peso inferiore ridurrà le emissioni di carbonio durante la produzione e il trasporto. I risparmi vanno moltiplicati per i 300 milioni di bottiglie di champagne vendute ogni anno.
Il collo. Coincide con l’area dove si trova il tappo della bottiglia.
La spalla. È la parte tra il collo e il corpo della bottiglia. Nella nuova versione è più snella. Con il vetro più sottile, la bottiglia sarebbe dovuta essere più piccola per contenere lo stesso volume. Tuttavia il profilo è stato mantenuto deliberatamente il più vicino possibile all’originale.
Il corpo. La parte più ampia della nuova bottiglia è praticamente identica a quella vecchia, in parte per permetterle di adattarsi ai macchinari già esistenti per l’imbottigliatura.
Il fondo. Il fondo concavo alla base della bottiglia è solo un po’ più profondo e appena più ampio di quello tradizionale.
835. Il peso, in grammi, della nuova bottiglia.

Le prime tre grandi società quotate in borsa (dati 2009).
Moët & Chandon, Mercier, Ruinart, Veuve Clicquot, Krug, Montaudon (gruppo Lvmh-Luis Vuitton): 930 milioni di euro.
Pommery, Heidsieck, Vranken, Charles Lafitte: 276 milioni di euro.
Lanson, Boizel, Chanoine, Philipponnat, de Venoge: 267 milioni di euro.
Autore: Stefano Montefiori

 

06-09-2010
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CORRIERE DELLA SERA
Video e Facebook, la vendemmia è in diretta ... Francesca Planeta: “Così si coinvolgono gli appassionati”. Il mini-elicottero di Berlucchi che controlla i grappoli... La vendemmia corre su Facebook. Non solo, c’è chi si racconta su YouTube e Twitter. I filmati arrivano anche sul blog dove acino per acino, si possono vedere le fasi della raccolta, sino all’arrivo in cantina. I social network accorciano le distanze. “Niente tecnicismi, niente tannini, e polifenoli, non c’è contatto diretto con la vigna questo è vero - dice Francesca Planeta - ma è il sistema più veloce per coinvolgere consumatori, appassionati, curiosi, per avere scambio di informazioni”. Cliccando Planeta Winery si possono vedere le immagini dei raccoglitori, per ora, da Sambuca di Sicilia a Menfi, da Noto a Vittoria e da ottobre, a Castiglione di Sicilia ai piedi dell’Etna: 70 giorni di vendemmia. “Non c’è azienda moderna che non investa in new media”, dice la Planeta che insieme ai cugini Alessio e Chiara, e l’enologa ungherese Patricia Toth, si è improvvisata fotoreporter della propria attività. I grappoli di uva, le foglie, il mosto, le vigne, un lungo viaggio di scatti che compongono questo Almanacco della vendemmia partito il 16 agosto, a Menfi, con Chardonnay e Carricante. Accompagnati dall’euforia di una stagione che si profila eccellente, almeno sull’isola, dove a un anno piovoso ha risposto una estate fresca, toccasana per le uve. Un messaggio ben recepito dall’enologo dell’azienda Muratori, Francesco Iacono. Dalla Franciacorta, alla Toscana, dalla Campania all’isola di Ischia, questo autentico globetrotter del vino, ha deciso di raccontarsi e raccontare la vendemmia dell’arcipelago Muratori, utilizzando i filmati su Youtube e linkandoli poi su Facebook. “Ho avuto la sensazione che le persone aspettassero questo tipo di informazione dalla vigna e non ho avuto dubbi nel scegliere questa strada”, dice il professionista. Cliccando http://www.facebook.com/franz59, si possono raccogliere i passaggi di una intera stagione, paure comprese. Come la grandine di inizio luglio in Franciacorta. Uno spavento per i produttori di un’area che vanta 2400 ettari di vigna, stima il raccolto in 220 mila quintali di uve Chardonnay, Pinot nero e grigio, impiega circa tremila persone per la raccolta di questi giorni. Oggi Iacono, parte per la Toscana, destinazione Suvereto: Sangiovese e vitigni internazionali. “Prevedo una grande vendemmia: alla pioggia, sino a fine giugno, è succeduto il caldo di luglio e agosto. Le piante hanno un bel vigore compreso il Sangiovese che quest’anno si è difeso dallo stress idrico in modo egregio. Andrà meglio che in Franciacorta”. Poi viaggio in Campania, a Oppida Aminea, dove l’azienda coltiva Falanghina, Greco, Fiano. Si filma molto, si scatta ancora di più. Anche dall’alto. La Berlucchi di Borgonato si avvale, per il controllo della maturazione della uve, Chardonnay e Pinot nero, circa 650 ettari, di un elicottero radiocomandato dotato di fotocamera all’infrarosso. Un esperimento unico nel suo genere. “Grazie a questo accorgimento tecnologico possiamo creare vere e proprie mappe del vigore. Sappiamo così con certezza quale è il momento giusto per raccogliere le uve, correlate al livello di acidità e zuccheri, e vinificare separatamente”, spiega l’enologo di casa, Arturo Ziliani. Una novità assoluta per questa azienda-colosso che ha rinforzato le sue bollicine con la nuova linea Palazzo Lana. Come l’entrata in funzione del più importante impianto di “pressatura qualitativa” d’Italia. “In cantina disponiamo di otto presse a piatto inclinato, ispirate al classico torchio Marmonnier”, dice Ziliani. Nel nome della qualità.
Autore: Mauro Remondino

 

06-09-2010
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CORRIERE DELLA SERA
La disfida del vino “Nobile” ... Montepulciano... Insieme con il Chianti Classico e il Brunello di Montalcino compone un tris d’assi della produzione vinicola Toscana e, più in generale, dell’Italia intera. Il Vino Nobile di Montepulciano (Siena), però, rischia di sparire come denominazione. Questo vino, come ha riportato il Sole 24 Ore, è scomparso dall’elenco delle menzioni tradizionali complementari (mentre era presente in quello del 2002) e cioè una lista, stilata da Bruxelles, che protegge i nomi e le etichette che non rappresentano nomi geografici. Insomma, si potrebbe profilare, un nuovo caso Tocai, nome conteso da Ungheria e Friuli Venezia Giulia. Il consorzio di tutela del Nobile di Montepulciano per difendere i vignaiuoli senesi ha presentato un ricorso al tribunale di primo grado dell’Unione europea.

 

06-09-2010
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NAZIONE/GIORNO/CARLINO
Grandi bottiglie a piccoli prezzi ... Bianchi da scoprire... La denominazione Colli Bolognesi meriterebbe di più di quanto non dicano guide e punteggi vari. Se non altro perché comprende un autoctono bianco, il Pignoletto, in grado di dare vini di grande freschezza e personalità. Spesso banalizzato nella versione frizzante, il Pignoletto fermo (“classico”) da quest’anno si fregia della docg, cioè il top della qualità. Ovvio che non basta. Bisogna investire nel marketing, nella promozione e convincere la ristorazione bolognese a valorizzare in carta i vini del territorio. Un esempio che fare qualità paga è una nuovissima e giovane cantina di Zola Predosa, Manaresi, scelta di vita e passione di un architetto, Donatella Agostoni, e del marito Fabio Bottonelli. Questo bianco, Duesettanta, alla prima annata (2009) ha fatto centro. Blend in parti uguali di pignoletto, chardonnay e sauvignon, è un super-Pignoletto davvero piacevole, potente (quasi 14°) ma di grande bevibilità. Al naso bel bouquet esotico di agrumi, al gusto intenso e di buona struttura. In enoteca 8-9 euro.
Duesettanta 2009, Manaresi. Info: www.manaresi.net.
Autore: Lorenzo Frassoldati

 

06-09-2010
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NAZIONE/GIORNO/CARLINO
Piadinadays: la Romagna festeggia la sua regina ... E a Cervia “Sapore di sale” ripropone antiche tradizioni gastronomiche e di costume... “Piadinadays” e “Sapore di sale” fanno parte delle oltre 40 iniziative organizzate da “Wine Food Festival” che coinvolgono tutta l’Emilia Romagna fino a novembre, con sagre, festival del gusto e mostre mercato, dedicati ai prodotti Dop, Doc e Igp della regione e alle sue tradizioni culinarie, andando anche alla scoperta di alcuni dei luoghi più belli di queste terre. Tra gli altri appuntamenti, il Festival del Prosciutto di Parma, la Sagra del Lambrusco Grasparossa a Castelvetro (Mo), “il Pesce fa Festa” a Cesenatico (Fc), il “Tortellino Day” a Bologna, “November Porc” a Sissa, nel parmense, “Tartufesta” a Bologna e “Il Parmigiano Reggiano” in mostra, “Bibbiano produce” a Bibbiano, nel parmense. I programmi e i pacchetti soggiorno creati ad hoc per i singoli eventi, si trovano sul sito www.winefoodfestival.it.
Un intero weekend dedicato alla regina della gastronomia romagnola, la piadina, da gustare nelle sue mille varianti e impararne i segreti da esperte “arzdore” e sfogline, andando alla scoperta di alcuni dei luoghi più belli della Romagna, tra spettacoli, animazione e tanti eventi. È il “Piadinadays”, sabato 11 e domenica 12 settembre (info. sul sito www.piadinadays.it) che si terrà in 27 comuni della Provincia: chioschi, ristoranti, alberghi, stabilimenti balneari, agriturismi e aziende vinicole, per due giorni saranno invasi dal profumo di piadine farcite con i gustosi prodotti tipici della Romagna... ...Nel weekend dal 10 al 12 settembre anche Cervia è in festa, con “Sapore di sale”... ...Anche quest’anno viene proposta “La Voglia di Vino” all’interno dei Magazzini del Sale, con assaggi dei vini romagnoli. E nei ristoranti, menù a tema. Info su www.cerviasaporedisale.it.

 

04-09-2010
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LIBERO
Little Eataly a New York ... Made in Italy... Incrocio tra la Quinta Strada e Brodway: sei mila metri quadrati di tutto il meglio dell’Italia in tavola. Salvo la farina, il pesce e la verdura che vengono dagli States. Un’operazione da Oscar che porta nel cuore della grande mela l’immagine dell’Italia del buono (qualcuno aggiunge giusto e pulito, ma fa lo stesso). Piccoli artigiani e grandi (?) industrie dell’agroalimentare in una sorta di luna park dell’enogastronomia officiato da quello che è diventato nel giro di tre anni l’uomo della provvidenza delle tome italiane. Il signor Oscar Farinetti - ex Unieuro - passato con una dote finanziaria importante dalle lavastoviglie a quello che va dentro le stoviglie nella sua impresa americana ha a fianco importanti investitori e opinion maker. Ha fatto una decisiva operazione commerciale che ne sancisce l’indubbia capacità imprenditoriale replicando Eataly, il supermercato di lusso aperto a Torino al debutto della sua vocazione enogastronomica, moltiplicato al cubo nel cuore di New York. Lì l’élite newyorkese potrà comprare, ma anche acculturarsi e mangiare molto del meglio dell’Italia in tavola e in cantina. Giù il cappello di fronte a Farinetti che fa benissimo il suo mestiere e che per la prima volta ha portato in forze il tricolore nell’ombelico (o presunto tale) del mondo costituendo anche un (debole) anticorpo all’italian sounding, quel fenomeno in base al quale si vende per italiano ciò che italiano non è. Detto tutto questo resta da considerare come la stampa italiana abbia esercitato una sorta di laudatio nei confronti di questo imprenditore lasciando perdere gli aspetti critici non tanto di Eataly, ma del perché possa fare tanto rumore un’iniziativa del genere. Eataly è cosa buona e giusta, ma è lo specchio di una little Italy, di una piccola Italia. Resta del tutto irrisolto il perché non siamo in grado di esportare la nostra cultura dell’enogastronomia, resta irrisolto il problema del come dare accesso ai mercati a tanti produttori e soprattutto la cortina di applausi con sottofondo di violini fa passare in secondo piano il vero problema dei problemi: quanto tempo resta alla nostra agricoltura prima di soccombere? A tutelare il made in Italy non basta Eataly, a ridare dignità imprenditoriale ed economica all’agricoltura non serve Eataly, né conviene illudersi che una nazione dove i poveri non mangiano più neppure gli hamburger (Burger King docet) e dove lo junk food trionfa sia sensibile alle suggestioni raffinate del paese degli gnocchi di Farinetti. Paradossalmente se New York è una vetrina del mondo, non è affatto l’America. E se è così diamo a Eataly ciò che è di Eataly: un’innovativa operazione commerciale. Ma non diciamo che è la soluzione ai gravissimi problemi dell’agricoltura. Al massimo è Farinetti del suo sacco.
Autore: Carlo Cambi

 

04-09-2010
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LIBERO
E l’Ice che dice? Boh ... Pensando al megastore dell’italian food a New York salutato dai tutti i giornali come salvifico per tutelare e diffondere il Made in Italy dell’enogastronomia viene in mente - non succede poi così di frequente - che l’Italia è dotata dell’Ice (istituto per il commercio estero) che avrebbe tra i suoi compiti proprio quello di fare promozione al Made in Italy e di creare le condizioni ai nostri produttori, non soltanto ad alcuni, ma a tutti, di poter esportare con vantaggio. L’Ice è stato anche nel mirino degli enti da tagliare o ridimensionare, ma ovviamente non se n’è fatto nulla. Predicandosene da più parti l’indispensabilità. L’Ice si trova anche in una strana condizione perché ha una sorta di condominio di funzioni con le rappresentanze estere delle Camere di Commercio e delle ambasciate alle quali il governo ha chiesto di svolgere anche funzioni di rappresentanza commerciale. Siamo più o meno alle solite italiche: fanno (o dovrebbero fare) in tre quello che potrebbe fare uno solo. Poi arriva un imprenditore e dimostra che si può fare anche meglio con la prospettiva di guadagnarci su, mentre gli altri spendono e basta. Tuttavia un imprenditore ha la sua libertà e compie scelte secondo una propria strategia e giusta convenienza. Ecco l’amletico dubbio: agli esclusi da quel catalogo chi ci pensa? Perché in Italia non si riesce a fare una Sopexa come in Francia dove pubblico e privato decidono strategie di promozione e commercializzazione che tengono insieme enogastronomia e turismo? In questo vuoto è inevitabile che si inseriscano validi e scaltri imprenditori privati. E che qualcuno pensi che la loro azione sia carica di significati che vanno al di là della mera logica del profitto e che siano un’istituzione di fatto. Dolce illusione. Già che siamo a parlar di Zucchero viene in mente quella canzone che più o meno fa così: Single man single man, desperado. E l’Ice che dice? Boh.

 

04-09-2010
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LIBERO
La crisi ha intaccato i vigneti ... Trend... Valore dei vigneti in calo su tutto il territorio nazionale. A “decidere” del loro prezzo sempre di più la “forza” sul mercato del vino prodotto su quelle terre e molto meno ogni tipo di valutazione non direttamente collegata alle logiche di mercato. Le dinamiche del prezzo della terra da vigneto sono strettamente collegate al successo commerciale conseguito dal vino in essa prodotto. Questo trend però, dopo un’accelerazione speculativa impressa al mercato nel suo momento migliore, ha subito, nel recente passato, una decisa battuta d’arresto e molte denominazioni e/o tipologie soffrono una diminuzione della loro capacità di penetrazione nei mercati. Una difficoltà che, inevitabilmente, finisce per riverberarsi anche sul valore dei vigneti, indipendentemente dalla loro consistenza storica e/o mediatica. L’analisi emerge da un’inchiesta di WineNews (che si può leggere integralmente su www.winenews.it), che ha sondato tanti addetti ai lavori del mondo del vino italiano, cercando di fissare l’entità di questa tendenza. Già Assoenologi indicava, per l’anno 2009, un calo tra il 5 e il 20%, ritoccato al ribasso, -30%, in un’indagine di inizio 2010. Il ridimensionamento del valore dei vigneti sta interessando un po’ tutte le regioni, con qualche eccezione, pur non raggiungendo quotazioni stellari come quelle di qualche anno fa, da considerarsi ormai un ricordo. Resistono bene, per esempio, i valori dei vigneti dell’Emilia Romagna (50-70.000 euro ad ettaro), grazie al Lambrusco e quelli della Franciacorta (100-150.000 euro ad ettaro), grazie alle bollicine. In crescita i vigneti del Prosecco: 250-300.000 euro ad ettaro nelle zone più vocate di Cartizze e Valdobbiadene, evidentemente più bassi (nell’ordine dei 70-80.000 euro ad ettaro) per quelli nella piana friulana recentemente inglobati nella denominazione. Quotazioni tra i 10.000 e i 20.000 euro per i vigneti pugliesi; stesso range per quelli siciliani, con un leggero incremento per quelli coltivati alle pendici dell’Etna (30-35.000 euro ad ettaro). Un po’ più preziosi i vigneti campani, specialmente quelli irpini, con quotazioni che si avvicinano ai 40.000 euro ad ettaro. Tra le denominazioni simbolo, se nel Barolo si era arrivati a parlare di 500.000 euro ad ettaro per i vigneti posti nei cru più importanti, oggi la stima più plausibile viaggia fra i 350.000 e i 400.000 euro (-30%) ad ettaro. Stima al ribasso anche per i vigneti del Brunello di Montalcino, che avevano raggiunto anche la quotazione di 400.000 euro ad ettaro, e che attualmente viaggerebbero, invece, nell’ordine dei 300.000 euro (-25%). Il valore “immateriale” del vigneto, costituito dal suo valore estetico, dalla fama del territorio, dal blasone del marchio della denominazione, dalla storia e dalla tradizione delle tipologia prodotta in quelle terre, sembra quello maggiormente colpito. E il “campanello d’allarme” suona specialmente quando si guarda al valore dei diritti di reimpianto, un po’ la rappresentazione reale di questo valore aggiunto, decisamente in sofferenza. Un paio di casi per tutti: i diritti a Brunello viaggiavano sui 200.000 euro nel 2009, quest’anno sono trattati sui 100.000 (-50%); medesima dinamica per quelli a Chianti Classico passati da 50.000 euro a 35.000 (-30%). Peraltro, a proposito del “peso” dei diritti di reimpianto, va ricordato che la loro futura scomparsa (2013), come stabilito dall’Ocm vino, determinerà un ulteriore scossa verso il basso dei prezzi dei vigneti. Ma già da ora è possibile disegnare uno scenario in cui i vigneti ad Igt perderanno ulteriormente valore solo per questa variazione legislativa. Altra sorte toccherà, invece, ai vigneti a denominazione. Con una sofferenza maggiore per il valore delle denominazioni minori, mentre quelle più importanti grazie al mantenimento degli albi dei vigneti chiusi, riusciranno a stabilizzare il valore di quei diritti. Analogamente, la capitalizzazione degli immobili, originata da investimenti più che trentennali, cioè quelli operati dalle aziende consolidate, al di là delle impennate o delle cadute di valore necessariamente comprese in un ciclo economico a lungo termine come quello agricolo, possono ancora garantire una buona tenuta.
Autore: WineNews

 

04-09-2010
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LIBERO
Recessione e mercato globale hanno azzoppato l’agricoltura ... Da Angelo Gaja, uno dei leader del vino mondiale, produttore di bottiglie mito in quel di Barbaresco con vigne anche a Montalcino e a Bolgheri riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione sull’agricoltura di qualità italiana.
La crisi viene da lontano, ha colpito duro e non è colpa dei produttori se li ha colti impreparati non essendo riusciti a prevederla per tempo. Del resto neppure i premi Nobel dell’economia ne sono stati capaci. Il consumatore, di fronte alla riduzione del potere d’acquisto, ha abbassato anche la soglia del desiderio, anziché acquistare le eccellenze si è accontentato del buono quanto basta, che costa molto meno. Così fra i prodotti tipici italiani a soffrire di più sono stati quelli con un prezzo di fascia medio-alta. Ha invece beneficiato della crisi il falso agroalimentare, con parvenza italiana, ma prodotto altrove, guadagnando mercato sia all’estero sia in Italia. Cosa fare? Sui rimedi i suggerimenti si sprecano. Ci dicono: fare più qualità ma per vino, olio, Parmigiano... la qualità media non è mai stata così elevata come adesso. Ci raccomandano migliore rapporto prezzo-qualità, ma si sono ormai fatti diventare buoni anche i vini offerti al pubblico a due euro a bottiglia. Qualcun altro suggerisce: chilometro zero, ma in realtà è solo un palliativo, che sprona però i contadini a confrontarsi con il mercato, ad essere più intraprendenti ed aiuta i consumatori a capire di più della stagionalità dei prodotti agricoli. Ci sono poi i suggerimenti del tipo: accorciare la filiera. Prima però occorre che i produttori si uniscano per aggregare l’offerta. Egualmente c’è chi grida no agli Ogm ed è un errore perché invece il divieto va superato. Piuttosto vanno educati gli agricoltori ad essere virtuosi ed i consumatori a riconoscere e premiarne i prodotti attraverso norme di etichettatura adeguate. Invece alcuni suggerimenti hanno un fondamento ma vanno attentamente valutati. È vero che ci vuole più marketing perché sono ancora troppi gli operatori agricoli che si vantano di non fare marketing, ma per sostenere la domanda non servono promozioni nazionali finanziate dal pubblico. In Italia ci pensano già i produttori, il sostegno pubblico va destinato ai mercati esteri. E questo affinché l’export diventi un’ossessione, ma perché accada, anche in questo caso, occorre però favorire la crescita imprenditoriale proteggendo i marchi italiani sui mercati esteri che è un’altra misura urgentitissima. Per combattere la falsificazione si può e si deve fare di più. E tuttavia se la crisi non allenta la morsa qualsivoglia rimedio perderà di efficacia. Resta la cronica assenza sui mercati esteri della presenza di catene di supermercati (italiani e non) capaci di valorizzare le eccellenze dell’agroalimentare di casa nostra. Perciò assume grande significato l’apertura di Eataly a New York avvenuta in questi giorni: nella “grande mela” i migliori prodotti del mangiare& bere italiano saliranno su di un palcoscenico capace di esaltarne valore ed immagine e di costruirne la domanda. E tuttavia serve un “progetto per il futuro”. Nella situazione di mercato attuale i più fragili sono i produttori artigiani che costituiscono la stragrande maggioranza delle micro e piccole imprese italiane. Occorrono progetti atti a proteggere e valorizzare il lavoro degli artigiani. Da un anno la discussione s’è accesa attorno al marchio Made in Italy che vuol dire una cosa mentre il contenuto ne svela spesso un’altra. È una contraddizione impossibile da eliminare avendo, le aziende che hanno delocalizzato, meritoriamente contribuito all’affermazione del Made in Italy sui mercati internazionali. Per gli artigiani potrebbe servire di più mettere in cantiere un nuovo progetto: ottenere che il prodotto interamente realizzato in Italia abbia la facoltà (non l’obbligo) di essere contraddistinto da un logo, da un simbolo fatto realizzare dal più bravo dei designer italiani, da affiancare oppure no al Made in Italy. Che comporti l’assunzione da parte del produttore dell’impegno (autocertificazione) di svolgere le fasi di lavorazione interamente in Italia, con totalità di materia prima di provenienza italiana soltanto per l’agroalimentare. Il progetto andrà sostenuto da una campagna di informazione atta ad istruire il consumatore sul significato del simbolo. Nel progetto vanno coinvolti non soltanto gli artigiani, ma anche le associazioni sindacali e quelle degli esercizi commerciali: l’interesse di proteggere il lavoro eseguito in Italia coinvolge tutti.
Angelo Gaja.

 

04-09-2010
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LIBERO
Le sensazioni del sommelier ... Quel rosso cupo con le note profonde delle canzoni di Mina... Quando arrivai in Italia, ormai tanti anni fa, la mia conoscenza della lingua italiana era praticamente nulla, avendo studiato il castellano e confondendo il verbo essere con l’avere come se nulla fosse! La mia compagna ideale nel bel paese per il primo anno, dopo le ore di classe, fu Suor Virginia con il suo righello di legno, l’enorme dentiera e ore e ore a fare analisi logica e grammaticale, allora mi sembrava un incubo, ora la ringrazio in silenzio. Unico escamotage per superare quegli esercizi così lunghi e ripetitivi, era imparare l’italiano ascoltando anche tanta musica nella “bella lingua”. Gli artisti che mi avevano consigliato per i loro testi furono Battisti e Mina. Ancora oggi quando ascolto le loro canzoni, penso a quel periodo in cui ragionavo e sognavo solo in spagnolo e parlavo in italiano con l’accento di Belen Rodriguez. Poi dopo anni arrivò l’interesse per i vini di questo meraviglioso paese e fra questi ad un certo punto mi imbattei in lui: il Sagrantino di Montefalco Docg. Di questo vino sapevo veramente poco. Che era umbro, che veniva da una zona che era quella di Montefalco e di pochi comuni limitrofi e che era un rosso di grande capacità di invecchiamento, intorno ai 15/20 anni. Una sera con gli amici mentre ero in mezzo agli scatoloni per l’ennesimo trasloco, aprii una bottiglia di Sagrantino di Montefalco 25 anni di Caprai, l’avevo tenuta nello scatolone delle cose preziose: Non toccare, su questa scatola c’è un anatema! E mentre imbastivo un pranzo arrangiato fra tutto quel caos, ecco che il sottofondo musicale si irradia con il timbro inconfondibile di Mina e il suo “Uomo per me”. Mai canzone fu più azzeccata per un vino. “...È forte con me, e da uomo sa dir parole d’amor, ma ciò che amo in lui è il ragazzo che nasconde in sé... è sicuro di sé... da uomo son già i progetti che ha e i sogni che fa...”. E si, perché il Sagrantino è proprio così, forte, impenetrabile, complesso, sanguigno, maschio, potente, anche se invecchia rimane vivo, e con un animo young. Riconosciamo la mora di rovo, prugna, cuoio, tanta frutta rossa matura, spezie e un finale vanigliato, vellutato e unico. So già dove mi porterà e che sensazioni mi regalerà, anche se si presenta con questa scorza ruvida tutta umbra. Da allora primeggia sempre fra le bottiglie della mia cantina. Grazie Mina, ora so che: “... Mai nessuno saprà separarlo da me, ogni giorno saprò con lui restar...”.
Autore: Adua Villa

 

04-09-2010
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LIBERO
Il paradosso del Sagrantino. Un mito che non sa di esserlo ... Eccessi produttivi e incapacità di gestire il successo in una terra d’incanto... Così Montefalco si specchia nel paradosso del Sagrantino... Fanno dieci anni da quando un ponderoso studio della Fondazione Agnelli (coordinato da Sabina Addamiano) decretò questo come il nuovo Eldorado della vitienologia di qualità in Italia. C’era tutto - e c’è ancora - per immaginare che questo che è il Cantico delle Creature fatto materia diventasse uno dei più esclusivi terroir del mondo. Costruito con ataviche fatiche, modernissime intuizioni, sostanziato attorno a una leadership qualitativa, d’immagine, di ricerca scientifica riassunta in una sola cantina. Si era caricata, quell’impresa, sulle spalle il territorio e lo ha portato nel mondo. Fanno dieci anni e il miracolo è svanito: Montefalco si specchia nel paradosso Sagrantino. La Fata Morgana del successo fa da viatico a questo nuovo viaggio che compio in un pezzo d’Italia raro. Per quanto si possa percorrere da Nord a Sud l’Italia è difficile trovare in un fazzoletto di colline così angusto - ché la zona di produzione del Sagrantino non va oltre i cinque comuni di Montefalco, Bevagna, Castel Ritardi, Giano dell’Umbria e Gualdo Catteneo - un concentrato simile di valori. C’è una campagna di straniante bellezza - pur insediata da lottizzazioni che la devastano alla periferia di Montefalco con nuovi insediamenti di villette a schiera, nel basso della valle con un baratto di terra di proprietà delle pubbliche Opere Pie destinata a vigne e ora appaltata all’Ikea che su venti ettari farà sorgere l’ennesimo non luogo denunciando una reale incapacità di gestione del territorio e ghettizzando ancora una volta l’agricoltura a petto del Dio cemento - ora che l’aria di cristallo settembrina la racchiude in un manto di luce ieratica, ci sono tesori d’arte, come ad esempio l’ex convento di San Francesco dove trionfa la massima gloria pittorica di Benozzo Gozzoli che pittò nell’abside della duecentesca chiesa il ciclo di vita di San Francesco d’Assisi ritraendo su di una bianca tovaglia la magica ampolla del primo Sagrantino, c’è un artigianato ancora vivo e vitale e una cornucopia di sapori che vanno da pregevolissimi salumi (come quelli di Tagliavento) a straordinari oli extravergine d’oliva dove il Moraiolo signoreggia (eccellente è quello di Luciana Cerbini prodotto a Casa Gola), c’è la presenza di borghi d’incanto come Bevagna dove il Medioevo è vivo e vero (il Mercato della Gaite che si tiene ogni giugno è l’unica vera ricostruzione filologica della vita dell’età di mezzo che si faccia in Italia) e dove le eredità romane (basta guardare il mosaico della pescheria) ancora irradiano stupore, c’è una natura che resiste nonostante le offese (e penso al Clitunno, penso all’Aiso, penso ai Monti Martani). C’è infine un paesaggio che dischiude la lirica dei luoghi. Montefalco è la “ringhiera dell’Umbria” e basta affacciarsi da quello che fu lo “Spedale” per traguardare Trevi e Spello e Foligno e Perugia e aprirsi la Culta Valle che è il cuore del cuore d’Italia: l’Umbria. E c’era (o forse c’è ancora) un concentrato d’intelligenze e di desideri d’intraprendere. Dieci anni dopo con Kazuco Ishiguro mi chiedo calandomi nei panni del vecchio maggiordomo Stevens “Cosa resta del giorno?”. Resta l’incapacità a gestire un successo annunciato e dissolto. Il Sagrantino non si vende più come una volta. I prezzi sono crollati di oltre il 70%, la produzione è fuori controllo (si potrebbero fare oggi di quel vino 33 mila ettolitri) passata in otto anni da 120 a 630 ettari vitati, il Consorzio di Tutela va incontro a continue crisi di comando. È la terra del Sagrantino paradigmatica della non politica viticola in Italia. Qui gli albi sono stati chiusi in ritardo, qui sull’onda del successo del Sagrantino maturato negli ultimi cinque anni del secolo andato si sono impiantate vigne pagando la terra prezzi insostenibili, qui sono calati alcuni dei grandi vignaioli italiani pensando che l’Eldorado ci fosse davvero. E anche i piccoli che coltivavano solo l’uva si sono messi a imbottigliare in proprio. Infilandosi in una spirale economica che ha il fiato cortissimo. Hanno fatto investimenti importanti e per sostenere i mutui hanno iscritto le vigne a Sagrantino condizione necessaria per ottenere i mutui dalle banche, ma non sufficiente per stare sul mercato. La prima spia è la disomogeneità qualitativa del Sagrantino. Nasce questo vino di colore impenetrabile che quando è grande è quasi inarrivabile per potenza di polifenoli, per complessità d’olfatto, per immediata riconoscibilità per pienezza al palato per identità rurale conclamata da un vitigno antichissimo. Quella vite forse ha natali anatolici. Ma è arrivata sulle colline della Culta Valle per volere dei monaci. Era il Sagrantino (lo dice il nome) il vino della Messa e delle mense delle feste comandate. Se ne sono trovate tracce - sotto la chiesa di San Francesco - nelle vasche in ammattonato che i fratelli di Francesco usavano per vinificare a Montefalco e spigolando tra i vicoli di questo borgo di straniante bellezza si vedono negli orti viti prefillosseriche, sono dei monumenti vegetali di oltre due secoli. Confinato in questa enclave locale il Sagrantino ha vissuto secoli di gloria a Dio e gioia agli uomini soprattutto sottoforma di passito, tanto duro appariva il suo tannino, che bisognava domarlo col sole per apprezzarne il timbro gregoriano. Poi sul finire degli anni ’70 un manipolo di viticoltori ha deciso di provare a farlo fresco. Alla fine negli anni ’80 l’esplosione che si deve alla Arnaldo Caprai. Il Sagrantino ha sfidato i grandi rossi del mondo e spesso ha vinto. In forza del suo vigore, della sua identità. Ed ecco che accanto agli Antano, agli Adanti, agli Antonelli, ai Tabarrini, ai Caprai si sono fatti strada i primi investitori importanti come la Sai Agricola con Colpetrone. Erano gli anni in cui il Sagrantino veniva pagato qualsiasi cifra incoraggiando antiche cantine ormai dimesse come Scacciadiavoli (Pambuffetti) a ripigliare la produzione. Poi le cooperative hanno cominciato a pagare le uve a qualsiasi prezzo e contemporaneamente a svendere il prodotto finito. Primi scricchiolii, infine un caos non governato. Oggi il Sagrantino si trova da 50 euro a 5 euro, oggi il Sagrantino si trova ottimo e pessimo. L’euforia di Montefalco non ha prodotto eguale lungimiranza di governo. E torno a percorrere queste vigne ricordando la Montefalco-Eldorado. Che è un luogo magico così come lo sono le sue quattro sorelle dove davvero si poteva immaginare uno sviluppo compatibile fondato sul vino e sulla terra. Dove questo boom seguito dallo sgonfiarsi del fenomeno ha lasciato però qualcosa di buono e di fertilizzante. Sono le iniziative ricettive: a Montefalco c’è un nuovo albergo, in tutte le campagne sono sorti tra i migliori agriturismo d’Italia, si cominciano a muovere sull’asse Montefalco-Bevagna tour operator intelligenti come il neonato “Eat-Umbria Viaggi perigolosi” (dove il calembour nasconde la possibilità e il desiderio di scoperta di percorsi sensoriali) che unisce esperienza dell’arte, dei luoghi a corsi di cucina che stanno attirando di nuovo gli americani. È sorta una strada del vino del Sagrantino che è tra le più efficienti d’Italia (e lei conviene affidarsi per solcare queste terre di bello assoluto), si è dato modo ad un maestro dell’arte contemporanea come Luigi Frappi di ricoltivare l’arte dell’affresco su committenza pubblica realizzando un paesaggio onirico nel teatro di San Filippo a Montefalco (mirarlo dopo i freschi di Gozzoli è vivere un paesaggio artefatto, cioè fatto ad arte, come questo). Montefalco s’appresta alla settimana enologica. Chissà risolverà il proprio conflitto o se, com’ io mi rifletto nel cristallo liquido del Clitunno, si specchierà ancora nel suo di-vino paradosso.
Le bottiglie al top
Arnaldo Caprai 25 anni. Il massimo del Sagrantino, la bottiglia che lo ha reso celebre nel mondo. Austero e elegante. Un vino indimenticabile (euro 55).
Arnaldo Caprai Collepiano. Incantevole per le percezioni di frutto rosso, di vena leggermente balsamica. Vino da grande cucina ma anche da panino (euro 27).
Adanti Sagrantino. Una delle cantine storiche di Montefalco. Vino molto caldo, mediterraneo con un palato vellutato. Da cucina di caccia (euro 25).
Antano Colleallodole. A ltra bottiglia tradizionalissima di nerbo evidente nei tannini con olfatto complesso. Molto deciso e imponente (euro 48).
Tabarrini Colle alle Macchie. Offre visciola, mirtillo, intense venature di tabacco verde, al palato è presentissimo ma il tannino è dolce. Superlativo (euro 50).
Scacciadiavoli Sagrantino. Vino in costante progresso qualitativo. Un Sagrantino di buona finezza con lieve vena balsamica e sensazioni dolci (euro 20).
Cecchi Uno di Nove. Sagrantino che sta tra la viola e la vaniglia, di tannino ben levigato e notevole spessore gustolfattivo (euro 28).
Autore: Carlo Cambi

 

04-09-2010
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LIBERO
“Di…Vino Jazz” in Altomonte. Note, gusto e gastronomia ... Week-end in Calabria... Ad Altomonte, in provincia di Cosenza, è in corso la 7° edizione dell’evento che vede come protagonisti la musica e la gastronomia della tradizione calabrese. Il “Di… Vino Jazz” Festival! Binomio vincente quello tra cibo e jazz - proposto da Enzo Barbieri e dal direttore artistico Francesco Gallavotti - e facilissimo da raggiungere: dalla A3 Salerno-Reggio di Calabria, prendere lo svincolo per Altomonte e dopo 9 km circa si arriva in questo incantevole centro dai tratti spiccatamente medievali. Già conosciuto in epoca romana per il suo vino balbino (dal nome antico della città, Balbia), oggi è nella top list dei “Borghi più belli d’Italia” e la fama per il vino e i prodotti tipici del territorio non è mai scemata. Dal cous cous marocchino al Cirò Doc delle Cantine Greco, le degustazioni sono finalizzate alla raccolta di fondi per il progetto di solidarietà promosso da Terra Madre, “Città Slow Sun Day”. Per i gourmet e gli avventori, ecco un paio di luoghi di culto della tradizione gastronomica di Altomonte: Al Ristoro del Principe (P.za S. Maria della Consolazione, 0981 948743), Agriturismo Le Farnie (c.da S. Anna, 0981 948786), Ristorante Hotel Barbieri (via Barbieri 30, 0981 948072). Gastronomia, mostre d’arte (nel Convento dei Domenicani) e immancabilmente musica. Il tema comune è “La Passione e il Lirismo”, pensato per onorare gli anniversari di due grandi della musica jazz: il pianista Bill Evans e il chitarrista gipsy Django Reinhardt. A memento del suono di Django, stasera nella suggestiva location dell’Anfiteatro, si tiene il concerto del quintetto dei Manomanuche, una tradizione in cui la musica più autenticamente gitana assorbe gli elementi armonici del jazz americano. Mentre domani sera in piazza a dominare il palco è Dino Massa, pianista campano fortemente influenzato da Bill Evans (concerti a ingresso libero). Per ulteriori dettagli chiamare lo 0981 948804 o visitare il sito www.divinojazz.com.
Autore: Giulia Canuto

 

04-09-2010
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LIBERO
Solo la qualità totale salverà il vino italiano ... Marco Caprai punta l’indice sugli errori di programmazione. “È tempo che le cantine decidano da sole il loro futuro”... Parla il maggior produttore di Sagrantino... Mi accompagna da anni una battuta di Marco Caprai. A Verona, a Vinitaly chiuso quando si smaltiscono stanchezze, gli uscì come un aforisma: “Sono stufo, sul vino guadagnano e decidono tutti tranne quelli che lo fanno”. Me ne ricordo ora mentre ci incontriamo per l’ennesima volta nella sua bellissima cantina ai piedi di Montefalco: la Arnaldo Caprai, che porta il nome del papà di Marco, cavaliere del lavoro, il “re del corredo” e principe del cachemire. Da tempo Marco ha suonato l’allarme rosso sul Sagrantino. Inascoltato. Da un ventennio Marco Caprai è il leader indiscusso della qualità, dell’immagine, dell’export di questo frutto raro della meravigliosa terra umbra. Lo chiamano il George Clooney della vite perché ha fascino, ma a lui i panni del piacione non piacciono affatto. Anzi. Quando è nero corre a perdifiato (s’è fatto un paio di maratone di New York con cronometro lusinghiero) o si sciroppa un centinaio di vasche in piscina. “Mi serve per pensare - mi confida - e per evitare di farmi il sangue amaro. Ci abbiamo messo vent’anni per fare del Sagrantino un vino importante, riconosciuto e riconoscibile e ora stiamo in una palude”. Sarebbe il caso di affrontare il discorso delle leadership. Lui vuol tenersi lontano dalle polemiche, ma suggerisco: “Marco, non sarà ora che rimettete mano a questo territorio?”. “E lo dici a me? Sono anni che vado predicando che ci sono stati errori di programmazione: si sono fatte piantare troppe vigne, si sono fatti ricchi i pochi che hanno venduto la terra a prezzi insostenibili e si sono strozzati i vignaioli. Ti pare possibile che un territorio moltiplichi per cinque-sei volte la capacità produttiva in otto anni senza che nessuno si sia preoccupato di sapere prima se c’era un mercato?”. Sta di fatto che però ora con i venti di crisi molti, se non tutti, tornano a guardare alla Arnaldo Caprai come cantina leader del territorio. Del resto qui si è fatta la sperimentazione colturale, qui si sono prodotti alcuni eventi che hanno affermato Montefalco nel mondo (Harvest in Montefalco, la Mangialonga), qui è nata la Strada del Vino, qui sono giunti i primi riconoscimenti qualitativi d’eccellenza da parte della critica internazionale. È una leadership che sta nei fatti e nelle cose. Ma è una leadership che molti a Montefalco hanno sofferto. “E sai perché?”, sbotta Marco Caprai. “Perché del vino”, spiega, “hanno cominciato a interessarsi tutti meno quelli che lo fanno, è un settore eterodiretto. Così non si può più andare avanti. Ci sono state troppe piccole furbizie, troppe invidie meschine. Montefalco doveva diventare un sistema territoriale e doveva restare coesa”.
Detto questo che cosa occorre fare?
“Ci sono tre priorità. La prima è puntare alla massima qualità possibile e rendere omogeneo il profilo qualitativo dei vini di questo territorio. La seconda è quella di governare il territorio secondo scelte di eccellenza e con programmazioni di lungo periodo, senza né cedere all’emergenza né indulgere nella negligenza. La terza cosa è restituire alle cantine la potestà di decidere il loro destino. E bisogna - ma questo riguarda tutti i produttori italiani - ridare dignità imprenditoriale all’agricoltura. Ma ti pare possibile che noi vendiamo a prezzi cinesi con costi americani? Se non si pone la questione agricola in Italia non c’è futuro”.
Dunque Montefalco è in qualche misura paradigmatico di tutto il sistema vino?
“Sì perché qui la politica ha ridotto i produttori non a interlocutori, ma a semplici esecutori delle sue scelte. Bisogna fare piazza pulita di tutto il sottobosco che ruota attorno al vino, bisogna fare investimenti per rafforzare le reti commerciali, bisogna produrre con qualità e sincerità, bisogna fare più marketing e bisogna smetterla con le continue intermediazioni tra i produttori e il mercato, tra i produttori e i territori, tra i produttori e le scelte di governo”.
Fatto tutto questo c’è una prospettiva di ripresa?
“Fatto tutto questo ci sono le forze, le volontà, le passioni e anche la qualità necessarie a stare bene sul mercato. Ma, ripeto: o l’agricoltura torna centrale nelle scelte di programmazione oppure stiamo discutendo di niente. A Montefalco come in Italia”.
Qui a Montefalco molti spingono perché Caprai torni protagonista anche nel Consorzio. Possibile?
“Intanto ridiamo equilibrio alla produzione e ai prezzi del Sagrantino, ridiamo centralità alla viticoltura nelle scelte di governo del territorio e poi si vedrà. Quanto al Consorzio serve totale chiarezza sulla gestione passata. Azzerato il pregresso che non è stato felice si può pensare al rilancio. E certo non sarò io a tirarmi indietro. Ma a condizione che ci sia totale chiarezza di scelte e di gestione”.
Autore: Carlo Cambi

 

04-09-2010
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LIBERO
L’Enologica ha fatto 31 ... Dal 17 al 19 settembre... Per la trentunesima volta Montefalco ospita la settimana enologica. Appaltata di fatto a Franco Ricci (Bibenda) quest’anno la manifestazione è ricca di incontri culturali (l’estetica del Sagrantino il 19 al mattino) del banco di assaggio che si sviluppa per i tre giorni nel chiostro di Sant’Agostino, di eventi a tema come la sfida tra il Sagrantino e i migliori rossi d’Italia (da Gaja a Mastroberardino: tutti e tre i giorni euro 15 tema) con i concerti nel chiostro di Sant’Agostino, con il trekking dei sapori lungo la Strada del vino del Sagrantino e con le visite guidate ai tesori d’arte di questa incantevole città medievale. Sono previste visite in cantina e tutti i produttori hanno organizzato degli eventi. Significativo il concerto che Antonelli San Marco ha in programma per sabato con Maurizio Mastrini (Info: 0742-379158) e le degustazioni di Colpetrone (Info: 074299827). Per informazioni sulla Settimana Enologica ci si può rivolgere alla Strada del Sagrantino (0742-378490).

 

04-09-2010
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LIBERO
Assaggiatori, ora c’è il “sensorialista” ... Secondo il Centro Studi Assaggiatori, che si occupa di analisi sensoriale ai livelli più avanzati, l’industria alimentare richiede sempre più l’opera di una nuova figura: il “sensorialista”. Per il presidente Luigi Odello “non servono un olfatto o un gusto fuori dal comune, ma bisogna essere adeguatamente addestrati e concentrati”.
Autore: WineNews

 

04-09-2010
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LIBERO
Il Solaia 2007 arriva a Bordeaux ... Un altro italiano nel ristrettissimo cerchio della “Place de Bordeaux”, storica vendita gestita dai négociant: è il Solaia 2007 Antinori, che si affianca al Masseto della Tenuta dell’Ornellaia. Il Solaia, nel 2000, primo tra gli italiani, è stato giudicato il miglior vino del mondo da “Wine Spectator”.
Autore: WineNews

 

04-09-2010
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LIBERO
Il Premio Masi va in Georgia ... Guarda alla Georgia, che ha oltre 500 varietà autoctone, l’edizione n. 29 del Premio Masi, evento culturale tra i più interessanti del mondo del vino: la Fondazione presieduta da Isabella Bossi Fedrigotti, Sandro Boscaini e dal presidente onorario Demetrio Volcic ha assegnato il riconoscimento “Civiltà del vino” al Metropolita georgiano Sergi di Necresi. È un arcivescovo di primo piano della Chiesa ortodossa, impegnato per la salvezza della viticoltura della Georgia, “culla” antica del vino nel mondo, in crisi dopo che la Russia ha deciso l’embargo sui suoi vini.
Autore: WineNews

 

04-09-2010
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LIBERO
È online il blog di “Vino e Giovani” ... Orientare i giovani ad un consumo moderato e consapevole: nasce il blog di “Vino e Giovani” (www.vinoegiovani.it/blog), la campagna di educazione alimentare e comunicazione rivolta alle nuove generazioni, a cura di Enoteca Italiana e Ministero delle Politiche Agricole, insieme al progetto europeo “WineInModeration. Art de vivre”.
Autore: WineNews

 

04-09-2010
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LIBERO
In cantina con le miss ... Dal 9 al 13 settembre, per l’elezione di Miss Italia, torna “La Cantina di Miss Italia”, uno spazio lounge nel Centro Congressi di Salsomaggiore Terme, che funzionerà come un vero e proprio wine bar, aperto tutti i giorni (fino a tarda notte). Rocca delle Macìe, famosa griffe chiantigiana, di proprietà della famiglia Zingarelli, presenterà, in una importante degustazione, tutte le sue etichette: dal Chianti Classico al Morellino di Scansano. Info: www.roccadellemacie.it.
Autore: WineNews

 

04-09-2010
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LIBERO
La vendemmia su Facebook ... Niente tecnicismi, tannini o polifenoli, ma fotografie realizzate giorno per giorno e postate con semplici commenti. Planeta, griffe del vino di Sicilia, ha scelto di raccontarela vendemmiasuFacebook. Un “Almanacco della Vendemmia”, una raccolta di emozioni per immagini e parole. Le fotografie verranno realizzate tipo backstage dai diretti protagonisti: Chiara e Francesca Planeta, Patricia Toth, enologa con la passione della fotografia, e Alessio Planeta. (Info: Planeta Winery su www.facebook.com).
Autore: WineNews

 

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