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Venissa. L’incredibile impresa dell’azienda Bisol sull’isola di Mazzorbo restituisce a Venezia la dorona, antico vitigno lagunare del ‘400. Tra viticoltura eroica e un vino dal fascino straordinario
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Il Meglio dell'Edicola

02-09-2010
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IL SOLE 24 ORE
Eataly fa rima con made in Italy ... Eccellenze... Prima Torino, ora New York. In mezzo Tokyo. Non è la cronaca di un raid aereo transcontinentale, ma il percorso di Eataly, tempio dell’eccellenza alimentare italiana nel mondo. La catena di Oscar Farinetti ha tutti i numeri per incantare anche Manhattan: 7mila metri quadrati dedicati ai prodotti migliori della nostra gastronomia, undici ristoranti, aree didattiche e di degustazione. E se a Torino i visitatori dell’area allestita al Lingotto sono 2 milioni e mezzo all’anno, nella capitale americana degli affari si punta ancora più in alto: tra i quattro e i sei milioni, alla ricerca di formaggi (un posto speciale è riservato al parmigiano-reggiano), salumi, carni, pasta e pizza e quant’altro si produce di buono in Italia. Michael Bloomberg, il sindaco-mastino di New York star della cerimonia d’inaugurazione è rimasto incantato da profumi e gusti d’Italia. Miglior testimonial non poteva esserci. La classe medio-alta della Grande Mela è il target di riferimento. Non solo di Eataly ma anche di made in Italy. La visione di Slow Food di Carlin Petrini produce lavoro.

 

02-09-2010
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IL SOLE 24 ORE
Garda e agriturismi respingono la crisi ... Bene la montagna, soprattutto sul fronte autonomo, ovvero quello del Trentino Alto Adige, grazie all’unione di: natura, benessere ed enogastronomia... ...Il vero must nordestino dell’estate 2010 è rappresentato però dagli agriturismi. Dal souvenir al gusto di Valpolicella alle vendemmie...
Autore: Eleonora Vallin

 

01-09-2010
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IL GIORNALE
Apre Eataly ed è già pronta a mangiarsi la Grande Mela ... Il meglio della nostra produzione gastronomica sbarca nella città simbolo degli Usa. Ed è subito grande successo... La cucina italiana a New York... Tre anni e sei città dopo l’esordio accanto al Lingotto, Eataly ha aperto a New York, che si mette così in scia a Torino, Tokyo, Milano, Bologna, Asti e Pinerolo con l’insegna più grande al mondo esclusivamente dedicata alla gola. Dal piccolo con gusto all’immensamente grande perché Manhattan cammina sempre un passo avanti al resto del mondo. Ora si aggiunge questo paradiso dell’eccellenza agroalimentare verde bianca e rossa, che sintetizza secoli di tradizioni nostrane attualizzate dal movimento dello Slow Food. Sul palco a dare i tempi della conferenza il sindaco Bloomberg, nonché il cardinale Timothy Dolan a benedire un’impresa che il primo cittadino ha elogiato perché “dà lavoro fisso a oltre 300 persone”. Poi un fiume di elogi alla nostra cucina: “So quanto si mangia bene a Milano, Roma e Torino, ma sono certo che presto NewYork sarà la città dove simangia meglio italiano al mondo”. Una splendida sfida. Esci in strada e sei sulla 23rd Street West ma, soprattutto, eri entrato da Madison Square lasciandoti il Flatiron sulla sinistra, quel grattacielo stretto stretto; ribattezzato ferro da stiro, che separa la Fifth Avenue dalla Broadway. Con l’apertura al pubblico - l’assalto alle 4 pm locali di ieri, quando in Italia erano le 22 -, i Farinetti, Oscar e suo figlio Nicola, e i loro soci, Lidia e Joe Bastianich con Mario Batali, sono passati da una decina di giorni di simulazioni tra botteghe e ristoranti, 24 punti a livello strada più la birreria sul tetto, a guidare un luogo che propone il meglio del gusto italiano, dalla pasta Barilla al caffè Lavazza e alla birra Moretti, per citare tre simboli, a microproduzioni che riservano sorprese. Farinetti/Eataly rappresenta qualcosa di unico perché tutto ha un’anima italiana ma non tutto arriva dall’Italia. C’è il made-in-Italy originale che ha senso (e che puoi) trasferire negli Stati Uniti, Parmigiano e Parma, Grana e San Daniele, pasta, riso e formaggi, i vini e le birre, il cioccolato, per il resto si procede a una sorta di adozione e di trapianto di soffio vitale. Anche se la verità fa male a chi non vuole documentarsi, da questa parte dell’Atlantico hanno anche materie prime ottime come patate, pomodori e farine. Prima di stupirci, pensiamo a cosa arrivò in Europa dopo la scoperta dell’America e da dove arrivano le semole migliori lavorate nei nostri pastifici. Il negozio (riduttivo) di New York, non ancora completo perché la microbirreria studiata da Teo Musso sul tetto è ancora in costruzione, è la somma di più botteghe, tanto che non esiste un pavimento unico ma cinque diversi. Tutto ruota attorno alla cosiddetta Piazza, lo snodo a tutto formaggi, salumi e crudo di mare, da cui si raggiungono ristoranti e scaffali. Ecco panetteria, pizzeria (Rossopomodoro) e spazio pasta; ecco poco distante la macelleria, carne La Granda allevata in Usa, con il teatro di Mario Batali alle sue spalle, chiamato “Manzo”. Due passi ed ecco la scuola di cucina di Lidia Bastianich, qualcuno in più e si entra nel mondo della pasticceria, suddivisa per regioni (e Luca Montersino propone ad esempio il veneto “Tiratisù”), e del cioccolato. L’investimento è di 25 milioni di euro (con previsioni di fatturato del primo anno tra un pessimistico 40 milioni e un ottimistico 80, con la convinzione di attestarsi a metà strada), poi discende ogni sapere come l’imperativo salutistico tanto che sono stati dimezzati i quantitativi di sale e di zucchero (“Per stare bene bisogna mangiare italiano - ha detto Bloomberg -, lì ho visto pochi ciccioni”). Con un concetto ben preciso come ricordato da Farinetti: “Aprii Toriino e parlai di orgoglio. A Tokyo invece di semplicità, qui trionfa il dubbio. La nostra specialità è cambiare idea, non amo le certezze. A New York la parola che riecheggia di più è maybe, forse”.
Autore: Paolo Marchi

 

01-09-2010
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IL SOLE 24 ORE
La roccaforte del gusto italiano sbanca New York ... Alimentare, Bloomberg inaugura Eataly... La battuta migliore l’ha fatta l’arcivescovo di New York Timothy Dolan, dicendo che lo spumante Ferrari “è molto meglio del vino della benedizione, con il Parmigiano il connubio è perfetto”. La gente e i giornalisti presenti all’inaugurazione di Eataly a Manhattan, all’angolo di Fifth Avenue e la 23esima, hanno riso divertiti. Al taglio di un nastro fatto di pasta (tricolore da un lato e a stelle e strisce dall’altro), con cui si è aperta ufficialmente la stagione americana del megastore del cibo italiano, oltre all’arcivescovo c’era anche il sindaco di New York Michael Bloomberg. Accanto a lui un emozionato Oscar Farinetti, inventore della formula di Eataly che vende prodotti enogastronomici di qualità e ne propone la degustazione in loco in ristoranti di qualità. Presenti, ovviamente, i partner americani del gruppo, Lidia e Joe Bastianich e lo chef Mario Batali che anche ieri non ha rinunciato al suo grembiulone da cuoco. “Buongiorno to all”, ha detto Bloomberg prima di proseguire in inglese, ma promettendo un discorsetto in italiano per la prossima volta. “I legami già stretti tra New York e l’Italia, sul fronte della moda, del design, del cibo, diventeranno ancora più intensi con l’avventura di Eataly”, ha proseguito il sindaco, sottolineando con soddisfazione l’impiego di 300 newyorchesi nello store e ricordando l’impegno profuso dal Comune: “Il New business acceleration team ha aiutato gli italiani a navigare nei meandri della burocrazia municipale, accelerando di quasi quattro mesi il taglio del nastro”. Cosa non irrilevante, considerando il fiume di turisti costantemente in arrivo nella Grande Mela: una nuova stima dichiarata dallo stesso Bloomberg parla di 47,5 milioni all’anno. Poi è toccato a Farinetti, nell’abito blu delle grandi occasioni, intervenire innanzitutto con un omaggio alla vasta delegazione piemontese (lo stesso Farinetti è di Alba e il primo store di Eataly è stato aperto a Torino), che ha partecipato con calore all’evento. Ha salutato Carlo Petrini di Slow Food, una presenza defilata la sua, ma non meno significativa nel giorno dello sbarco di Eataly a Manhattan, dove l’anno prossimo si terrà il congresso mondiale proprio di Slow Food. E poi il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, e i suoi colleghi di Alba, Bra, Barolo e Novello. Presente anche il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, che ha respirato l’atmosfera in vista dell’apertura di Eataly a Genova l’anno prossimo. Infine, a festeggiare la nascita dello store New York, costato 25 milioni di dollari, c’era anche una folta rappresentanza della catena distributiva Coop, partner di Farinetti in Eataly distribuzione. “L’amministrazione Obama investe molto nella salute degli americani, ma questi investimenti sono inutili se non si parte da un buon cibo, sano e di qualità”, ha detto Carlo Petrini al Sole 24 Ore. “Eataly risponde a questa esigenza con prezzi accessibili. E poi - ha aggiunto - apre ai farmer e ai produttori locali in un’integrazione che arricchisce. Siamo lontani dallo sciovinismo italiano”, ha concluso provocatoriamente.

Il progetto
7mila mq. La superficie. L’area del megastore si colloca al 200 della 5th Avenue e si compone di otto ristoranti monotematici per pizza, pasta, carne, verdure, pesce, salumi, ostriche, formaggi e bollicine.
25 milioni. Investimento. È lo stanziamento complessivo per Eataly di New York. Sono previsti sei milioni di visitatori l’anno. Il 70% dei prodotti in vendita sugli scaffali arriverà direttamente dall’Italia.
Autore: Eliana Di Caro

 

01-09-2010
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NAZIONE/GIORNO/CARLINO
L’elisir di lunga vita? Si nasconde nel vino... ... I ricercatori americani e il segreto della longevità... Vivere sino a mille anni? E perché no? scrive David Stipp nella sua “Pillola della Giovinezza”, che sta rapidamente scalando la graduatoria dei bestsellers americani. Abbiamo raggiunto e superato i cento anni. Ora puntiamo ai centocinquanta. Ma forse vogliamo di più. Forse vogliamo l’immortalità del corpo dopo avere riposto la nostra fede in quella dell’anima. Diamo uno sguardo indietro: se un secolo fa qualcuno ci avesse detto che oggi ci sarebbero stati tanti centenari, lo avremmo preso per visionario. E invece - come nota Jonathan Weiner in “La strana scienza dell’immortalità” - “il numero dei centenari sul nostro pianeta è più che raddoppiato decennio dopo decennio dal 1960”. E continua: invecchiare non è una costante biologica. Per esempio, alcuni organismi come l’idra e la spugna sono virtualmente immortali, mentre altri (i pipistrelli, i topi) hanno un’esistenza cortissima. Ma la differenza fra l’uomo e il mondo animale è che il primo può riportare all’indietro le lancette dell’orologio. Il secondo no, se non nei laboratori scientifici. Partendo da questo assunto, Aubrey de Grey, ricercatore anglo-americano dalla lunga barba, arriva a sostenere che il traguardo dei mille anni non è più utopia. L’invecchiamento dell’uomo - spiega a Weiner - ha le sue cause nel progressivo deterioramento delle nostre cellule e del nostro Dna. E questo deterioramento deriva da fattori interni, quali pericolosi prodotti di reazioni metaboliche, o esterni, quali l’esposizione a radiazioni e composti chimici mutagenetici. Vanno anche considerate le mutazioni ereditarie rimaste nei nostri genoma. Fatta la diagnosi, ecco la lista delle “cose mortali” che possono colpire qualsiasi essere umano: accumulazione di “spazzatura” dentro e fuori le cellule, mutazioni dannose, perdita di certe cellule cruciali e sovrapproduzione di altre, incroci progressivi di molecole nei tessuti connettivi tali da provocare rughe, indurimento di tessuti, danni ad organi importanti. “Risolviamo questi problemi e chiunque potrà vivere sino a mille anni”, è la sua conclusione. Già, è più facile dirlo che farlo. E poi quali dovrebbero essere le terapie preventive? Le ipotesi si intrecciano e si confondono. Con una certa approssimazione le si possono far ruotare attorno a coloro che esaltano il potere rigeneratore del resvetrarol. David Sinclair, ricercatore di Harvard, l’ha sperimentato sui topi con successo, riscontrando una maggiore durata della vita. Il resvetrarol - dice - è una sostanza presente anche nel vino rosso. In piccole quantità. Quante bottiglie bisognerebbe berne per averne effetti concreti? Silenzio dalla scienza. Ma da un’inchiesta pubblicata dalla rivista “Alcoholism: Clinical and Experimental Research” emerge una sorprendente realtà. Coloro che bevono, moderatamente s’intende, vivono più a lungo e meglio di coloro che non bevono. L’inchiesta è stata condotta su 2mila individui fra i 55 e i 65 anni, più uomini che donne, in un arco di 20 anni. Il 69 per cento degli astemi sono morti durante i 20 anni presi in esame, contro il 60 per cento dei forti bevitori e appena il 41 dei bevitori moderati. Il resvetrarol - aggiunge Sinclair - “attiva geni coinvolti nella risposta dell’organismo animale a stress ambientali. Alcuni di questi geni sono stati scoperti in vermi mutanti o insetti da frutta la cui vita è insolitamente lunga. Altri sono stati scoperti dai ricercatori esplorando le cause per le quali una limitata ingestione di cibo prolunga la vita e conserva vigore un po’ in tutte le specie studiate”. Ma anche in questo caso attenzione a non esagerare. Mangiare troppo poco - scrive Stipp - fa calare la massa muscolare, produce stanchezza e infertilità, deprime la psiche. Inoltre c’è un’altra sostanza in grado di combinarsi con i risultati della restrizione calorica, si chiama rapamycin, anch’essa sperimentata sui topi, anch’essa apparentemente portatrice di benefici genetici. Insomma la porta è aperta. Ma rimane l’interrogativo di fondo: siamo sicuri che con i tempi che corrono vogliamo tutti vivere sino a mille anni?
Autore: Cesare De Carlo

 

01-09-2010
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NAZIONE/GIORNO/CARLINO
Lavazza-Eataly, così l’espresso invade il cuore della Grande Mela ... L’autentico espresso made in Italy approda a New York nel Lavazza Cafè, all’interno di Eataly, situato all’incrocio tra le centralissime Fifth Avenue e Broadway. Dalle 7 alle 23 offrirà agli americani dal caffè macchiato al Bicerin piemontese, allo shakerato. “Siamo soddisfatti di questa iniziativa”, spiega il vicepresidente del Gruppo, Giuseppe Lavazza.

 

31-08-2010
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LA REPUBBLICA
Eataly ... A New York il tempio del palato. “Educhiamo gli Usa al cibo sano”... Oggi l’inaugurazione alla presenza del sindaco Bloomberg del “villaggio per gourmand” sulla Quinta Strada. Carlo Petrini: operazione intelligente per la salute dei cittadini e in sintonia con la Green economy di Obama... “È un balzo in avanti del sistema Italia, qui battiamo anche i francesi. Loro sanno esportare il made in France, ma noi intercettiamo la nuova sensibilità americana valorizzando anche la produzione locale, il savoir faire enogastronomico italiano si esporta anche come alta cultura e come software avanzato”. Carlo Petrini è arrivato a New York alla vigilia del grande evento che oggi sarà celebrato dal sindaco Michael Bloomberg: l’inaugurazione del primo Eataly sul territorio americano. Bloomberg taglierà un “nastro” molto particolare, fatto naturalmente di pasta, di fronte al Flatiron, il grattacielo “triangolare” del 1903 che è uno dei più begli esempi di Art Déco americano. Al numero 200 sulla Quinta Strada, Eataly è pronta a diventare il Tiffany dei gioielli del palato, nel quartiere di Madison Park caro alle case editrici e agli intellettuali. Ma Oscar Farinetti, il “mago” che è all’origine di Eataly, non si accontenta di invadere il mercato più ricco del mondo puntando solo alla fascia alta, alla clientela di lusso. “You are what you eat”, il detto secondo cui siamo ciò che mangiamo, diventa “You are what you Eataly”. Accompagnato da un monito: “Prima regola: qui dentro il cliente non ha sempre ragione”. Come dire: newyorchesi, siamo venuti a salvarvi dalle vostre peggiori abitudini. Guerra al junk-food, certo, ma anche al Big Agro Business, al Franken-food degli ogm, al complesso agro-industriale più potente e più tossico del pianeta. “In fatto di mala-alimentazione - dicePetrini - gli americani hanno toccato il fondo, però adesso stanno rimbalzando in un modo prodigioso. Slow Food ha 40.000 soci negli Stati Uniti, presto 10.000 agricoltori daranno vita al movimento Terra Madre. Dalle campagne di Michelle Obama per gli orti scolastici, all’istituto di sanità che punta sulla dieta mediterranea contro l’obesità, è in atto una fantastica rivolta contro il degrado, una vera rivoluzione culturale”. Da oggi questa nuova religione del mangiare bene (e sano) ha un tempio, qui nel cuore di Manhattan. Un luogo affascinante dove scopri che esiste - come nei sogni dei bambini - la fontana del cioccolato, da cui sgorga finissimo gianduia liquido torinese; ma con una variante più fondente e più magra dell’originale. Perché una delle sfide di Eataly è “ridurre del 50% l’uso dello zucchero e del 50% l’uso del sale in quasi tutti gli alimenti”. Le regioni italiane sono “raccontate” attraverso la pasticceria, perché gli americani sappiano che il tiramisù è veneto e la panna cotta siciliana. È un po’ museo d’arte contemporanea, un po’ mega-boutique alimentare, un po’ villaggio. Nella “piazza” centrale, chiamata così perché è proprio l’incrocio dei flussi dei visitatori, agli angoli ci sono i reparti “prosciutto e bollicine” (affettati e spumanti), i formaggi delle nostre tradizioni regionali, il pane sfornato caldissimo dall’unico fornoa legna di tutta Manhattan. E un altro portento: Carlotta Zanon e Alessandro Gribaudi, laureati in legge e in marketing ma “riciclati” ad Andria, producono mozzarella fresca in 30 minuti sotto gli occhi dei consumatori. Dall’Italia Farinetti ha portato l’élite dei talenti in ogni settore: il super-pasticciere Luca Montersina; una task-force di pizzaioli napoletani. Ha riservato degli spazi per forme “contigue” di made in Italy: ci sono Bialetti e Guzzini, Alessi e Kartell, il design che ha dato forma alle nostre cucine. Lo chef dei Vip Mario Batali e la friulana Lidia Bastianich animano la libreria e la scuola con corsi di gastronomia. C’è posto perfino per un affaccio di promozione turistica: una alla volta ogni regione d’Italia avrà il suo momento di gloria qui dentro, con immagini dei luoghi più belli e soprattutto di quelle meraviglie non-esportabili della gastronomia, che gli americani dovranno andare a gustare in loco. Spazi-ristoranti, enoteca che sembra una grande biblioteca rinascimentale (i soffitti altissimi del grattacielo primo Novecento sono tappezzati di scaffali di bottiglie), tutto è pronto per accogliere un pubblico già sedotto dal Verbo italiano: l’idea che mangiare bene è la garanzia per mangiare sano. Perciò Eataly nella versione newyorchese è anche un ponte verso la Green Economy di Barack Obama e il vasto movimento dell’agricoltura “organica”. Come spiega Farinetti: “Dall’Italia portiamo l’eccellenza che merita di traversare l’Atlantico, per il resto valorizziamo la produzione locale che lo merita: dall’ortofrutta alla carne al pesce”. Tutti prodotti selezionatissimi, da piccole coltivazioni biologiche, o dal commercio equo come il caffè del Guatemala. “E le uova devono essere di galline felici”, niente campi di concentramento e tortura per animali. “Questa è un’operazione politica intelligente - commenta Petrini - perché New York ha una middle class democratica che simpatizza col movimento dei Farmers’Markets. Dietro questa iniziativa c’è una visione olistica, che vuol intervenire insieme sull’agrobusiness, sulla salute del cittadino, sulla difesa dell’ambiente”. Per il D-Day sono arrivati il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e i suoi colleghi di Bra, Barolo, Alba. A Torino Eataly fa 2,5 milioni di visitatori all’anno. Ma la città che amministra Bloomberg ha due volte gli abitanti di tutto il Piemonte: 8,4 milioni. Eataly punta a “sbancare” la Grande Mela, con 6 milioni di ingressi previsti all’anno.
Autore: Federico Rampini

 

31-08-2010
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IL SOLE 24 ORE
Vino siciliano in rotta su Gdo e mercati d’oltreoceano ... Vendemmia in riva al mare per la coop Settesoli di Agrigento... Nella Valle del Belice il 70% delle oltre 5mila famiglie è coinvolto nell’attività dell’azienda vilivinicola... L’appuntamento è per il tardo pomeriggio dell’11 settembre a Menfi in provincia di Agrigento. Ancora una volta lì, al livello del mare, va di scena la vendemmia in contrada Belice di Mare, nei vigneti di Settesoli. È una cooperativa creata nel 1958 grazie all’intuizione di 67 viticoltori (tra grandi e piccoli proprietari) alla cui guida c’è dal 1973 Diego Planeta, che oggi è il fulcro di uno sviluppo orizzontale del territorio in quella parte della Valle del Belice che si allunga nell’grigentino: basti pensare che il 70% delle oltre cinquemila famiglie del territorio è in qualche modo coinvolto nelle attività dell’azienda vitivinicola. Un territorio, noto come Terre Sicane, che nel corso degli anni è riuscito a darsi un’identità precisa in un’area che dopo il terremoto del 1968 sembrava destinata al definitivo declino: l’intesa di programma di qualche anno fa tra i comuni di Menfì, Montevago, Sambuca di Sicilia e Santa Margherita Belice (a cavallo tra le province di Caltanissetta e Trapani) è portata a modello di sviluppo locale. Fu uno sparuto gruppo di soci ad avere l’idea di trasformare queste aree impiantandovi i vigneti e oggi la coop è un’azienda con 2.377 soci di cui 1.841 conferitori e può contare su una superficie vitata di quasi 6.500 ettari di cui 5.359 in produzione: in pratica si tratta del vigneto più grande della regione, pari al 5% del totale dell’isola. Un patrimonio viticolo, quello di Settesoli, costituito da vitigni tipici della fascia mediterranea come il grecanico, l’inzolia, il nero d’avola, ma anche da vitigni introdotti solo di recente in Sicilia come il cabernet sauvignon e il merlot. La coop ha introdotto un sistema di tracciabilità e certificazione di ogni fase del ciclo produttivo nel 2003 e nel 2008 ha costruito un impianto fotovoltaico da 1.500 pannelli e una potenza di 250 Kwp. Settesoli, con i suoi 28 dipendenti fissi e 200 addetti stagionali, produce in media 20 milioni di bottiglie in tre stabilimenti - due a Menfi e uno a Santa Margherita Belice - con una a capacità di imbottigliamento di 15mila pezzi all’ora, il fatturato (l’ultimo dato utile è al 30 giugno 2009) si è attestato sui 42 milioni di cui il 38% derivante dal mercato interno e il 62% esportato in 30 paesi. Tre le etichette utilizzate per la commercializzazione delle bottiglie, ciascuna con una diversa fascia di mercato e un diverso canale distributivo. La prima viene commercializzata nei punti vendita della grande distribuzione organizzata e normal trade. La seconda etichetta della coop è la Mandrarossa: bianchi e rossi di grande qualità disponibili solo nei canali on trade, quindi esclusivamente presso enoteche, ristoranti, wine bar, gastro pub o nei negozi di gastronomia specializzata. Infine la linea Inycon i cui vini si trovano sugli scaffali della Gdo ma solo all’estero, dove l’obiettivo Settesoli è di consolidare la presenza e crescere in Usa, Canada, Cina e nella regione scandinava.
Autore: Nino Amadore

 

31-08-2010
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IL SOLE 24 ORE
Da oggi Eataly apre lo store a NewYork ... Tutto pronto per l’apertura di oggi a New York di Eataly, un gigantesco store dedicato ai prodotti agroalimentari italiani di nicchia nel cuore della grande mela, sulla quinta strada. Un investimento da 25 milioni di dollari messo in campo da Oscar Farinetti per ripetere il successo di Torino e Tokio. A New York da oggi ci sono 70mila metri quadri a disposizione dei visitatori, con otto ristoranti all’interno di un percorso dedicato che si apre con il caffè. Proprio nelle ultime ora Eataly ha registrato l’adesione come partner di Caffè Vergnano, che si presenta con una caffetteria e torrefazione. Tra gli altri marchi presenti anche Venchi, storico marchio piemontese del cioccolato d’alto marchio, presente con un angolo dedicato. I progetti futuri di Farinetti per Eataly, prevedono nel marzo 2011 l’apertura a Genova per poi proseguire con Roma, Bari e, nel 2012, Milano.

 

31-08-2010
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ITALIA OGGI
Lvmh fischia la fine della crisi del lusso ... Più di un miliardo di euro di utile netto nel primo semestre... ...Orologi e gioielli hanno evidenziato un miglioramento del 145%, mentre il segmento vini e spiriti ha registrato un incremento del 35% a livello operativo...
Autore: Elisabetta Iovine

 

30-08-2010
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NAZIONE/GIORNO/CARLINO
Festa a Cormòns. E brindisi di pace ... Tra botti artistiche e specialità, cin cin con Bruno Pizzul... Una sfilata di dieci carri che rappresentano il grande valore di questa terra, l’uva che diventa allegoria, allestiti dai ragazzi delle scuole di Cormòns (Gorizia) e dei rioni, saranno l’evento clou della tre giorni organizzata dalla locale Cantina produttori e dal comune della città ai piedi delle dolci colline del Collio. “È una tradizione che continua dal 1932 - racconta il sindaco di Cormòns, Luciano Patat - ed è accompagnata dalla degustazione dei migliori vini del Collio abbinata alla gastronomia del Friuli Venezia Giulia, ma anche dei ristoranti regionali con prodotti tipici provenienti dalla città di Friesach in Carinzia, e dalla Puglia, Calabria, Campania e Sicilia”. La festa del vino a Cormòns inizia venerdì prossimo, 3 settembre alle 20,30, con il grande brindisi in piazza XXIV Maggio. Bruno Pizzu1 presenterà la 25a edizione del “Vino della Pace 2009”. Le etichette che impreziosiscono le bottiglie sono opera dei maestri d’arte Nag Arnoldi, Piero Gilardi e Piero Guccione, con i versi di Antonio Ricci, Fiorello e Federico Zucchi. Dopo la premiazione con la consegna dell’Acino d’oro al viticoltore che si è distinto nella produzione di vini di qualità e ai partecipanti del concorso internazionale di poesia “Filari in versi” (580 i componimenti pervenuti), presentati da Renzo Furlano e Sabrina Vidon, accompagnati dalle note della violinista giapponese Mariko Masuda, sul palco si esibiranno i Freakclown in “le sommelier”. Sabato la sfilata dei carri trasformerà le strade di Cormòns in una grande arena tra due ali di folla (nel 2009 sono stati più di ventimila i turisti provenienti anche da Austria, Germania e Francia, e dalla vicina Slovenia per partecipare alla festa del vino) dove ci si potrà fermare nelle numerose “isole” del centro storico con chioschi enogastronomici (da non perdere un assaggio del miele di acacia e di castagno prodotto dagli apicoltori cormonesi) e tanta musica. Dal concerto della cantautrice Giulia Daici che ha interpretato all’ultimo Sanremo “Sei nell’aria”, al rock and blues. La festa continua domenica con numerosi eventi, tra cui visite al museo civico sulla storia del territorio, e ai borghi vicini come Giassico o il monte Quarin con le rovine del castello romano. Porte aperte anche alla Cantina Produttori di Cormòns (tel. 0481 60579), dove il direttore Luigi Soini ha creato il “Vino della Pace” mettendo a dimora nel 1983 su un appezzamento di due ettari seimila vitigni di tutto il mondo dai quali si ricava il mosto. “Alla fine - spiega Soini - riusciamo a produrre secondo le stagioni sulle 7/10mila bottiglie all’anno. Parte di queste bottiglie sono il nostro omaggio a tutti i capi di Stato, ma la richiesta è in continuo aumento. Purtroppo la “tiratura” è molto limitata”. E la vendemmia 2010? “Dopo la festa dell’Uva inizierà la vendemmia dei bianchi, le cui uve sono già abbastanza mature. Pinot grigio e bianco e Chardonnay per prime e a seguire Ribolla e altre. Quest’anno contiamo di produrre 50mila quintali di uva equivalenti a circa 2,5 milioni di bottiglie. La vendemmia interessa i 500 ettari di vigneti dei duecento soci della Cantina dove sono a dimora le viti del Collio e dell’Isonzo, ripartiti equamente tra bianchi e rossi, tra questi il Pignolo, il Refosco e il Franconia. La visita dei turisti e dei cultori del buon vino? “Rimangono incantati davanti alle grandi botti, anche da diecimila litri, disegnate da artisti famosi, come Mario Ceroli”.
Autore: Marco Tavasani

 

30-08-2010
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NAZIONE/GIORNO/CARLINO
Grandi bottiglie a piccoli prezzi ... Una storia siciliana... Che bello il libretto vintage che Tasca d’Almerita ha dedicato al suo classicissimo Regaleali bianco con le foto d’antan e i testi di Mario Soldati e Luigi Veronelli... 50 anni fa, grazie anche ai consigli di Ezio Rivella, la maison siciliana fece boom in Italia e nel mondo con questa bottiglia di territorio che ha fatto la storia del vino italiano, e di quello siciliano in particolare. In anni in cui nell’isola pochi imbottigliavano e le cisterne di vino siciliano andavano a fortificare i mosti di mezza Europa, nella tenuta Regaleali, al centro dell’isola, i conti d’Almerita, prima Giuseppe poi Lucio, lanciavano la sfida della qualità e del territorio. Troppo lungo il medagliere di questo vino che è diventato una linea (c’è il rosé e il rosso nero d’Avola, tutti Igt) esportata in 64 paesi del mondo. La formula - blend di 3 grandi autoctoni siciliani: Inzolia, Grecanico e Catarratto - si ripropone di annata in annata come un “usato sicuro” in bottiglia. Intensi sentori di pesca e agrumi; al palato acidità e media struttura, freschezza e bevibilità. In enoteca circa 7 euro.
Regaleali 2009, Tasca d’Almerita
Info: www.tascadalmerita.it.
Autore: Lorenzo Frassoldati

 

29-08-2010
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IL SOLE 24 ORE
Vigne a redditività crescente ... Terreni. Le quotazioni degli investitori... Da Valdobbiadene alle Langhe volano i prezzi degli appezzamenti di prestigio, ora scoperti anche dai fondi pensione... La terra non tradisce mai, dice un vecchio detto langarolo. “Dovessi vendere la vigna oggi, sono sicuro che riprenderei tutti i soldi investiti finora”, afferma l’ex industriale Amabile Drocco che, dopo un’intera carriera nella meccanica industriale, ha scelto di investire tutti i risparmi in una cantina delle Langhe. A pensarla come lui oggi sono numerosi imprenditori o professionisti che hanno deciso di acquistare un vigneto o una piccola tenuta. Per passione sicuramente, ma soprattutto per garantire redditività al proprio investimento. Le quotazioni dei vigneti, infatti, continuano a crescere e se la zona è esclusiva il valore del terreno può schizzare fino alle stelle. L’ultima indagine dell’Inea sul mercato fondiario mette in evidenza un incremento medio del 13% dal 2004 al 2009, confrontando i valori dei terreni vitivinicoli (o delle intere aziende) per i quali è stata registrata una significativa attività di compravendita. Per un vigneto Docg Chianti Classico le quotazioni sono salite del 75% e per un Docg di Valdobbiadene del 55 per cento. Nella zona del Prosecco, ad esempio, si trattano appezzamenti per un valore tra i 340 e i 516mila euro a ettaro. Nelle zone dei grandi vini italiani, i prezzi 2009 registrati dall’Inea - e anticipati dal Sole 24 Ore - non mostrano affatto segni di flessione, nonostante le contrazioni registrate nel comparto agricolo. Per alcuni analisti i terreni su cui crescono vini pregiati sono investimenti sicuri come l’oro, beni rifugio che offrono rendimenti elevati, quasi come quelli immobiliari, ma senza subire i riflessi della crisi internazionale, come accade invece per il mattone. “Le transazioni restano comunque poche, ma si sta manifestando una particolare domanda interessata agli asset immobiliari vinicoli in uno scenario di investimento a 3 o a 5 anni”, afferma Edoardo Narduzzi, presidente di Synchronya ed esperto di wine economy. Investire in vigna, dunque, nonostante il calo dei prezzi delle uve, continua ad essere un ottimo affare, “a patto di avere capitali consistenti e di scegliere territori con un’immagine consolidata”, aggiunge Narduzzi. Il mercato, infatti, come riporta il sito internet specializzato Winenews, si sta orientando sempre più sulla qualità con un aumento significativo per le etichette dei grandi vini: pari al 51% per le Docg, mentre i vini comuni sono scesi del 9,2 per cento. “L’acquisto di un vigneto è un buon investimento alternativo - precisa l’esperto di wine economy - specialmente nei momenti di crisi perché ha una capacità di tenuta superiore ad altri asset. Sono fisicamente scarsi, cioè fisicamente determinati, e quindi il loro valore tende a conservarsi e quando cresce la domanda, a parità d’offerta, addirittura a crescere. Il loro prezzo, infine, è correlato solo in parte con la capacità produttiva della vigna: in alcune zone di prestigio hanno ormai un valore da “real estate”, cioè immobiliare”. Perfino alcuni fondi di investimento iniziano a credere in questo tipo di asset: grandi fondi pensione internazionali che cercano di piazzare una quota del loro patrimonio in investimenti alternativi e di lungo termine; fondi sovrani alla ricerca di investimenti qualificati e redditizi; fondi specializzati del real estate. Prima o poi, comunque, il calo della redditività delle uve - dovuto all’eccesso di offerta - arresterà l’impennata dei prezzi dei vigneti: i grandi produttori avranno la meglio e i piccoli non riusciranno a sostenere i costi. “La concentrazione delle proprietà è una direzione inevitabile”, conclude Narduzzi. Nel frattempo la vigna continua a richiamare investitori. Nelle Langhe un ettaro di vigneto a Barolo classico costa sui 150-200mila euro per ettaro, e qualora si tratti di Barolo Cru può toccare anche i 700-800mila euro. Le quotazioni più alte, secondo i dati Inea 2009, si incontrano sulle colline senesi di Montalcino (340-420mila euro per ettaro), dove la spesa necessaria per un investimento nella zona del Brunello parte di solito dai 4 milioni di euro, considerato che la tenuta deve avere almeno 8-10 ettari di vigneto per essere efficiente. Svettano anche i prezzi nel Trevigiano: qui il riconoscimento della Doc interregionale del Prosecco ha provocato un innalzamento delle quotazioni su un’area molto ampia, anche se i picchi oltre i 500mila euro per ettaro si registrano solo nella Docg di Conegliano e Valdobbiadene.
Il listino
Barolo. Nelle Langhe un ettaro di vigneto a Barolo classico costa sui 150-200mila. Se però si passa dal classico al Barolo Cru le cifre registrano un’impennata vertiginosa e per un ettaro si può arrivare a pagare tra i 700 e gli 800 mila euro.
Prosecco. Per un vigneto Docg Chianti Classico le quotazioni sono salite del 75% e per un Docg di Valdobbiadene del 55%. Così nella zona del Prosecco si trattano appezzamenti per un valore che può andare dai 340 ai 516mila a ettaro.
Brunello. Nelle colline senesi le quotazioni più alte. La spesa necessaria per un investimento nella zona del Brunello parte di solito dai 4 milioni di euro, considerando che la tenuta deve avere almeno otto o dieci ettari per essere efficiente.
Autore: Michela Finizio

 

29-08-2010
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IL SOLE 24 ORE
I nuovi protagonisti ... In enoteca... In attesa di conoscere i prodotti di questa vendemmia, ecco una selezione dei vini protagonisti nel 2011.
Al Nord spira il vento dei “vini naturali” del Friuli: Ribolla gialla, Vitovska e Oslavia di produttori quali Radikon (ma pure Gravner, Vodopivec, La Castellada, Keber). Bianchi ottenuti con macerazione sulle bucce e invecchiati.
Al centro in grande crescita un vino, il Lambrusco, per anni in crisi qualitativa ma ora in grande spolvero merito di tanti protagonisti del rilancio; la segnalazione simbolica corre ad un Lambrusco addirittura metodo classico rosso di Lini 910.
In Sicilia, il protagonista sarà il vitigno nerello mascalese del territorio etneo, ma questa uva ha iniziato la sua valorizzazione nel messinese con Faro Palari. In Sardegna è la stagione del Vermentino di Gallura.
Autore: Davide Paolini

 

29-08-2010
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IL SOLE 24 ORE
La vendemmia va a caccia di cru ... Produzione di uva disomogenea tra le regioni ma il livello della qualità è alto ovunque... Il calo del Mezzogiorno è compensato dal trend positivo di Veneto, Puglia e Piemonte mentre non segna variazioni la Toscana... Crolla la produzione di vino in Sicilia e Sardegna, arretra in Toscana. Risultati compensati però dal trend positivo di Veneto, Piemonte e Puglia che porteranno la vendemmia 2010 a ripetere il risultato quantitativo dello scorso anno (45,5 milioni di ettolitri nel 2010 contro i 45,4 dello scorso anno). Sono i principali risultati delle previsioni produttive realizzate da Assoenologi (l’associazione degli enologi ed enotecnici italiani) sulla base di una proiezione statistica effettuata sulle prime uve giunte in cantina. Stima che in media si discosta dai dati ufficiali per non più del 2 per cento. Sotto il profilo qualitativo, “la situazione è complessivamente buona con diverse punte di ottimo - spiegano ad Assoenologi - il che ci fa concludere che la vite è più forte del clima impazzito. Nonostante le bizzarrie del tempo, infatti, e a differenza di altre colture che spesso ne risultano compromesse, le chance di arrivare a firmare un ottimo millesimo ci sono tutte, se il mese di settembre trascorrerà con giornate ricche di sole, con poca pioggia ed escursioni termiche marcate fra il giorno e la notte”. Al momento infatti in cantina c’è poco più del 10% delle uve prodotte. Le prime regioni a tagliare i grappoli sono state la Sicilia, la Lombardia con la Franciacorta e la Puglia. La raccolta infatti è cominciata solo da qualche giorno e per le varietà precoci (Chardonnay, Pinot e Sauvignon). Il clou è previsto per la terza decade di settembre, mentre la vendemmia si concluderà solo a metà novembre con gli ultimi grappoli di Nebbiolo in Valtellina, di Cabernet in Alto Adige, di Aglianico in Campania e dei vitigni autoctoni sull’Etna. Altro elemento che emerge in maniera chiara dai dati è come nella produzione italiana continui un profondo restyling. Un riposizionamento legato ai trend di mercato. “Il consumo pro-capite in Italia è ormai sceso a quota 43 litri contro i 120 degli anni Settanta - spiega il direttore di Assoenologi, Giuseppe Martelli - e prevediamo che entro il 2015 scenderà sotto quota 40 litri. In questa ottica la produzione italiana che già si è dimezzata negli ultimi 30 anni, continua il proprio processo di razionalizzazione. Mentre sul fronte del mercato appare chiaro come la strada obbligata sia quella dell’export che, dopo un 2009 difficile, nei primi 5 mesi del 2010 ha ripreso a correre”. Dalle cifre infatti emerge in particolare il ridimensionamento dell’offerta soprattutto da parte della Sicilia che negli scorsi anni era cresciuta in maniera vorticosa grazie ai grandi investimenti effettuati nella ristrutturazione dei vigneti. Ma la maggior offerta (soprattutto di vini da vitigni internazionali come Chardonnay e Sirah) aveva poi mostrato qualche difficoltà ad essere assorbita dai mercati per la presenza, su quelle stesse varietà, di un’elevata concorrenza internazionale. “Per questo - aggiunge Martelli - ora i viticoltori siciliani sono i principali utilizzatori degli incentivi comunitari all’estirpazione dei vigneti (sono stati "rottamati" circa 2mila ettari) e dei premi alla vendemmia verde (ovvero il taglio della produzione effettuato operando in campo con la distruzione anticipata dei grappoli), scelta effettuata su circa 9mila ettari di vigneto. Da qui ne è derivata una minore produzione regionale per circa 1,3 milioni di ettolitri”. Fra le singole regioni, va poi rilevato il calo del 15% atteso in Sardegna, il -10% previsto in Toscana e il meno 5% dell’Emilia Romagna. Al contrario, il Veneto si conferma (con 8,5 milioni di ettolitri, più 5%), per il quarto anno consecutivo, la principale regione produttrice. Un incremento del 10% è poi previsto in Piemonte, Lombardia e Puglia, mentre del 5% in Friuli Venezia Giulia, Marche, Lazio, Abruzzo e Campania. Ma se da un lato i viticoltori dimostrano di adeguarsi alle indicazioni che vengono dal mercato, la stessa cosa non sempre si può dire sul fronte del consumo. “È incredibile notare - aggiunge il direttore di Assoenologi - come anche in una congiuntura difficile come l’attuale, in cui le famiglie riducono i consumi alimentari, al ristorante o nell’enoteca i vini continuano ad essere venduti a prezzi 5 volte superiori ai listini praticati in cantina. I prezzi all’ingrosso infatti continuano ad essere ai minimi”. Secondo Assoenologi infatti un vino Doc in cantina costa in media circa 6 euro a bottiglia, mentre fra i 3 e i 4 un vino Igt. “Con prezzi al calice che variano fra i 6 e gli otto euro - spiega Martelli - e considerando che da una bottiglia da 75 cl si ricavano 4 calici, si giunge a quotazioni che sono tra le 4 e le 5 volte superiori a quelle praticate all’origine. E sorge così il dubbio che più che l’affermarsi di stili di vita contrari all’alcol, siano le dinamiche dei prezzi a modificare i consumi penalizzando il vino made in Italy”.
Il mercato del vino
Le previsioni per il 2010.
Le strategie. Pesa il riposizionamento della Sicilia che ritorna ai vigneti autoctoni.
Nodo-prezzi. Sotto accusa la forbice: bassi all’ingrosso ed eccessivi al consumo.
Quest’anno saranno prodotti 45,5 milioni di ettolitri nel 2010 contro i 45,4 dello scorso anno. È la stima degli enologi che in media si discosta dai dati ufficiali per non più del 2%.
La classifica dei migliori.
Vini bianchi.
Denominazione: Alto Adige Trentino A. A. - Varietà di uva: Gewurztraminer - Qualità: ***** - Quantità: stabile.
Denominazione: Collio Friuli - Varietà di uva: Ribolla gialla - Qualità: **** - Quantità: +5%.
Denominazione: Fiano di Avellino Campania - Varietà di uva: Fiano - Qualità: **** - Quantità: +5%.
Denominazione: Vermentino di Gallura Sardegna - Varietà di uva: Vermentino - Qualità: **** - Quantità: -5%.
Vini rossi
Denominazione: Brunello di Montalcino Toscana - Varietà di uva: Sangiovese - Qualità: ***** - Quantità: +5%.
Denominazione: Salice salentino Puglia - Varietà di uva: Negroamaro - Qualità: ***** - Quantità: +10%.
Denominazione: Valpolicella Veneto - Varietà di uva: Corvina/Molinara - Qualità: **** - Quantità: +3/5%.
Denominazione: Barolo Piemonte - Varietà di uva: Nebbiolo - Qualità: **** - Quantità: Stabile.
Autore: Giorgio Dell’Orefice

 

29-08-2010
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LA STAMPA
La promessa di un’annata di qualità ... È partita la vendemmia, è partita con una regolarità d’altri tempi, se consideriamo che il ritardo di una decina di giorni rispetto al 2009, è solo frutto di un clima non esasperato, dal punto di vista del caldo. Quindi regolarità su tutti i fronti, in questi giorni in cui si raccolgono le uve bianche che saranno la base per i nostri brut. E a giudicare da questo primo osservatorio le prospettive sono almeno tali da pareggiare il risultato dell’eccellente vendemmia dello scorso anno. Ora, come in tutte le previsione vige la postilla “salvo complicazioni nel mese di settembre”, ma i giorni che ci aspettano, se promettono bene per più settimane, potrebbero solo migliorare la già buona qualità. C’è da essere felici? Certamente sì, nonostante i cattivi pensieri che sono passati nelle menti di qualcuno, preoccupato dell’aumento della quantità di uva a fronte di una crisi di consumi e vendite. La verità è che oggi non c’è solo un sovrappiù di vino in generale, ma anche di un certo vino che nei cosiddetti anni d’oro ha toccato prezzi da vertigine. C’è affollamento nella parte alta della piramide e a quanto pare qualcuno deve scendere. Ma credo che al piano immediatamente sotto ci siano consumatori - anche giovani - pronti a cogliere l’occasione: un vino molto più buono di un tempo, forse, si potrà acquisire a prezzi giusti, quasi ad invogliare un interesse verso un prodotto che fa parte del nostro Dna. Del resto siamo qui a parlarne per quell’inesauribile magia del vino, che con la vendemmia 2010, inevitabilmente, dovrà sancire un nuovo patto col consumatore.
Autore: Paolo Massobrio

 

29-08-2010
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LA STAMPA
Via alla vendemmia. Tra i filari l’incubo della crisi del vino ... Troppe bottiglie invendute, crolla il prezzo delle uve... Dal Piemonte richiesta a Roma: “Un piano di rottamazione per 200 mila ettolitri”... Pronti con le forbici Si comincia. Non troppo presto, com’era accaduto negli ultimi anni e neppure tardi. La vendemmia 2010 si annuncia nella norma, con una resa media superiore di un buon 5% all’anno scorso il che, secondo la ricerca Ismea-Unionvini, porterà l’Italia, a produrre 47 milioni di ettolitri di vini. Continua così il testa a testa con la Francia per il titolo, non solo simbolico, di maggior produttore mondiale di uva. Si è cominciato da pochi giorni con i grappoli a bacca bianca da base spumante, che vanno raccolti quando la maturazione non è del tutto completata in modo da garantire freschezza e fragranza alle future bollicine in bottiglia. Poi si passerà ai moscati e al vermentino e infine alle rosse dai dolcetti al sangiovese, dal nero d’Avola ai nebbioli, quando l’autunno già velerà di nebbie le colline. Dalla Franciacorta in Lombardia, così come in Piemonte o in Veneto e al Sud dalla Sicilia alla Puglia il tam tam della vendemmia batte una sola notizia: “Uve buone, a volte anche ottime, ma prezzi in forte frenata e in qualche caso in caduta libera”. La crisi economica pesa sui mercati e l’etilometro con le sue paure ha fatto il resto. Ne sanno qualcosa le 19 cantine sociali del Sud Piemonte che hanno lanciato un clamoroso Sos rivolto ai politici, a cominciare dal presidente della Regione Roberto Cota. A nome delle 12 mila famiglie dei soci si chiede di intercedere a Roma affinché arrivino aiuti alla “rottamazione” di oltre 200 mila ettolitri di vini delle precedenti vendemmie, soprattutto barbera e dolcetti, ancora conservati nelle vasche. “Se non togliamo dal mercato questa massa di invenduto, lasceremo spazio alla speculazione al ribasso che sta deprimendo le quotazioni” spiega Roberto Porzio presidente della Vignaioli Piemontesi, una delle associazioni che ha organizzato per giovedì 2 settembre una protesta sulla piazza di Asti. “Per la distillazione di crisi c’erano a bilancio statale 27 milioni di euro per un contributo di 25 centesimi a litro - ricorda il deputato del Pd Massimo Fiorio - abbiamo proposto un emendamento specifico per integrare l’intervento, ma è stato bocciato”. In Langa le cose paiono andare un po’ meglio, ma non troppo. Le uve di nebbiolo dalle quali si ottengono Barolo e Barbaresco fino a qualche anno fa arrivavano a quotazioni di oltre 4 euro il chilo, oggi c’è chi indica la soglia di 1,5-2 euro come la “linea del Piave” sotto la quale non andare. “Noi, anche negli anni più euforici non abbiamo mai ecceduto sui prezzi delle bottiglie e oggi teniamo le posizioni” commenta Piero Quadrumolo, direttore delle “Terre da Vino” un colosso con sede a Barolo che raccoglie 13 cantine cooperative piemontesi. Per Quadrumolo occorre porre un freno al boom degli impianti: “Se il mercato assorbe 8-9 milioni di bottiglie di Barolo, produrne oltre 12 milioni crea un squilibrio con la tentazione a svendere”. Sempre in Piemonte è ancora aperta la delicata questione moscato, la materia prima per l’Asti spumante che, con 70 milioni di bottiglie è il vino italiano più esportato nel mondo. Le Case spumantiere hanno proposto un prezzo bloccato per tre anni a 0,96 euro al chilo e una resa da 100 quintali ettari. Assomoscato, duemila produttori di uva, guidati dal vignaiolo Giovanni Satragno, chiede almeno l’adeguamento Istat. “Abbiamo ordini internazionali sul moscato e l’Asti - assicura Lorenzo Barbero enologo del gruppo Campari, che controlla i marchi Cinzano, Riccadonna - ma non possiamo permetterci aumenti della materia prima”. L’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Sacchetto ha convocato le parti martedì per una mediazione. La soglia dell’euro al chilo pare un miraggio per molte uve del centro sud che patiscono quotazioni ancora più basse. Calerà il prezzo del vino? Non è detto. Nella filiera soprattutto quando tra produttore e consumatore si inseriscono altri soggetti guadagna più chi commercia che chi produce la materia prima. E purtroppo non accade solo per l’uva.
La resa. Crescerà del 5% rispetto all’anno scorso.
Nelle vasche. Troppo Dolcetti e Barbera.
La protesta. Il 2 settembre in piazza ad Asti.
Al consumo. Nessun beneficio per chi compra.
La filiera. Va accorciata per evitare speculazioni.
L’Europa. Da Bruxelles stop all’assistenzialismo.

Una filiera lunga, dall’acino alla bottiglia.
Per una bottiglia di vino da 0,75 litri occorre 1 kg d’uva.
Uva, le quotazioni: variano molto da zona a zona e da vitigno a vitigno. Uve da tavola: 0,20-0,50 euro al kg. Uve Igt (indicazione geografica tipica): 0,50-0,70. Doc e Docg: da 0,80 in su. Uve da passiti e vendemmia tardiva: oltre i 3.
Costi di trasformazione: minimo 100 euro a ettolitro.
La bottiglia. In vetro leggero: 0,20 euro. In vetro pesante personalizzato: 1,0 euro.
Chiusure. Tappi in silicone: 0,05-0,20 euro. Turaccioli da 0,20: 1 euro (quelli da sei cm per le riserve). Etichetta, collarino, capsula: 0,30-0,60 a bottiglia.
Iva e altre tasse: tra il 10% e il 20%.
I passaggi. Rappresentanti: 10-15%. Costi di distribuzione: 10-20%. Ricarico enoteche e grande distribuzione: 100-300%. La ristorazione in genere triplica il prezzo della bottiglia fino a 5-6 euro, raddoppia quelle attorno ai 10 euro e incrementa dal 30 al 50% le bottiglie dai 20-50 euro a salire.
Autore: Sergio Miravalle

 

29-08-2010
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LA STAMPA
Ma il crollo dei consumi non è solo una cattiva notizia: così si salvano vite umane ... Giordano Biserni, presidente dell’Asaps, l’associazione che elabora statistiche sugli incidenti stradali, non ha dubbi: i produttori di vino saranno anche danneggiati dalle leggi in materia di guida e alcol, ma sul fronte della sicurezza il calo dei consumi è un’ottima notizia. “Capisco il punto di vista di chi deve vendere - dice - ma la realtà è che gli incidenti più gravi sono causati dall’abuso di alcolici nel 30% dei casi. I nostri dati rivelano che, per quanto riguarda gli incidenti provocati dai pirati della strada, la quota supera il 30%, e parliamo solo di quelli accertati nell’immediatezza, perché la nostra stima va oltre il 50%, considerato che molti di questi signori vengono scoperti o si costituiscono dopo alcuni giorni”. Poi c’è la casistica delle forze dell’ordine su chi subisce atti di violenza: gli autori risultano sotto l’effetto di alcol o sostanze per il 25-30% dei casi”. Del resto, aggiunge Biserni, i dati sull’effetto dei limiti all’alcol sulla sicurezza stradale parlano chiaro: dai 5.668 morti sulle strade del 2006 l’Italia è passata ai 4.731 del 2008. E i controlli con gli etilometri nello stesso periodo sono cresciuti in modo esponenziale: dai 250mila nel 2006 a 1 milione 400mila nel 2008, fino a un milione e 900mila l’anno scorso. C’è chi dice che il livello 0,5 di alcol nel sangue sia troppo basso. Biserni non ne è convinto: “Una volta abbiamo fatto una verifica a cena con l’etilometro: chi ha bevuto 250 centilitri di vino, pari a due bicchieri, è risultato ampiamente al di sotto del limite, ma anche fra quanti hanno bevuto, oltre ai due bicchieri, anche un aperitivo e un amaro, quasi nessuno superava la soglia. Segno che non è un limite così restrittivo”. E conclude: “In Italia ci lagnamo troppo: in Paesi come la Francia queste lamentele non si sentono. E da loro i controlli li fanno anche davanti ai ristoranti. Bisogna che il nostro Paese diventi adulto”.
Autore: Franco Giubilei

 

29-08-2010
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LA STAMPA
Sanna, appello ai consumatori. “A tavola storia e cultura, non abbiate paura a pagare” ... “Se i consumatori sapessero quanto lavoro, quanta storia, quanta cultura c’è in una bottiglia di vino non dovrebbero avere problemi a pagare il giusto”. Parola di Gavino Sanna, il guru della pubblicità, che dopo i decenni di successi nazionali e internazionali, è tornato a mettere radici nella sua terra, la Sardegna. Ottanta ettari di vigne e una cantina a Sant’Anna Arresi, nel sud dell’Isola, zona Sulcis, la terra dell’uva Carignano. “Un investimento, avviato quattro anni fa, che qualcuno potrebbe definire una follia senile e che invece mi sta impegnando e divertendo molto. Parlo con i contadini, mi confronto, cerco di imparare e di capire. Loro sanno molte cose più di me, io racconto loro quello che visto nel mondo, è un dialogo che ci accresce”. Sanna non vuole essere considerato il solito “cittadino” che gioca a fare il vignaiolo, una categoria che negli anni scorsi ha punteggiato la Penisola con alterne fortune. “La terra, le vigne non sono un giocattolo, vanno rispettate. Ho cercato di inserire i miei vini nella fascia media alta del mercato e mi sono inventato delle bottiglie dalla forma molto riconoscibile. Ho chiamato il mio Carignano “Buio” e il Vermentino “Opale”, il mio gioco è solo sui colori”. Dal suo studio pubblicitario milanese ha firmato campagne di promozione e spot milionari per i più svariati prodotti, ma per il vino vede una promozione soft, più basata sul passaparola e le emozioni. “I miglior testimonial sono le stesse bottiglie e il racconto che riescono a trasmettere, non userei personaggi noti per vendere il made in Italy enologico: il volto di un contadino sardo è molto più eloquente”. E sui prezzi? “C’è spazio per tutti, non amo le esagerazioni del momento. Meglio crescere a poco a poco dopo aver conquistato i propri estimatori”.
La situazione in Italia.
Produzione italiana vini e mosti. Dati in migliaia di ettolitri.
Piemonte: 2.480 (2008) - 2.858 (2009)
Valle d’Aosta: 17 (2008) - 22 (2009)
Lombardia: 1.250 (2008) - 1.277 (2009)
Trentino Alto Adige: 1.140 (2008) - 1.254 (2009)
Veneto: 8.119 (2008) - 8.174 (2009)
Friuli Venezia Giulia: 1.014 (2008) - 714 (2009)
Liguria: 71 (2008) - 83 (2009)
Emilia Romagna: 6.340 (2008) - 6.952 (2009)
Toscana: 2.800 (2008) - 2.772 (2009)
Umbria: 843 (2008) - 987 (2009)
Marche: 871 (2008) - 782 (2009)
Lazio: 1.797 (2008) - 1.527 (2009)
Abruzzo: 3.054 (2008) - 2.652 (2009)
Molise: 319 (2008) - 319 (2009)
Campania: 1.768 (2008) - 1.830 (2009)
Puglia: 6.949 (2008) - 5.920 (2009)
Basilicata: 208 (2008) - 144 (2009)
Calabria: 445 (2008) - 392 (2009)
Sicilia: 6.180 (2008) - 6.175 (2009)
Sardegna: 582 (2008) - 550 (2009).

 

29-08-2010
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LA STAMPA
“Gli aiuti non servono L’Italia investa sui nuovi mercati” ... De Castro (Ue): c’è chi produce per i contributi pubblici... Dal suo osservatorio a Bruxelles, come presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, ministro dell’Agricoltura con i governi D’Alema e Prodi, vede la situazione non drammatica, pur non sottovalutando le difficoltà.
I prezzi delle uve in discesa sono la riprova che in Europa si continua a produrre troppo vino e che continua lo squilibrio tra domanda e offerta?
“L’Europa ha un primato enologico economico e culturale da difendere. Della produzione mondiale che oscilla tra i 250 e i 300 milioni di ettolitri l’Eu rappresenta oltre il 65% e l’Italia condivide con la Francia il vertice di questa classifica. Per noi italiani il vino vale tre miliardi di euro di export ed è tra le voci più dinamiche della nostra bilancia agroalimentare. I prezzi delle uve risentono di molti fattori, a cominciare dalla debolezza della domanda interna. Chi esporta è meno in affanno”.
La richiesta di intervento pubblico con le distillazioni di crisi è però ancora una strada percorsa da molti e non solo al Sud.
“Ci sono zone e realtà dove è più difficile sradicare una certa mentalità assistenziale che induce a produrre più per i contributi pubblici che per il mercato. La Ue con la nuova Ocm vino sta chiudendo questi rubinetti. Anche la scelta di finanziare la vendemmia verde, con il taglio dei grappoli prima della maturazione per ridurre la produzione, pare essere stata poco sfruttata se non in alcune regioni come la Sicilia. Il Parlamento europeo è concorde nel favorire le produzioni che hanno mercato, vino compreso, ma noi italiani dovremmo imparare a non farci del male”.
In che senso?
“La sacrosanta lotta agli abusi dell’alcol ha coinvolto troppo il comparto del vino, che non si è saputo o voluto distinguere da quello degli altri alcolici. Sui controlli con gli etilometri c’è una certa confusione e una buona dose di esagerazione con riflessi psicologici sui comportamenti dei consumatori. Come Paese produttore dovremmo allinearci alle scelte europee, ma senza eccessi da talebani del proibizionismo”.
Si accusa la Ue di voler regolamentare tutto e troppo, anche per il vino è così?
“Ho condotto una personale battaglia contro gli eccessi delle etichettature che avrebbero imposto anche al vino la pubblicazione dei componenti organolettici trasformandolo in una sorta di medicinale. C’era chi voleva applicare bollini verdi, gialli o rossi in base alla presenza di grassi che avrebbe creato ansia ad ogni consumatore di formaggi. Penso che i consumatori debbano essere correttamente informati, non spaventati”.
Consiglierebbe ad un giovane di cercare lavoro in enologia con questi chiari di luna?
“Sì. La crescita non sarà più tumultuosa come negli anni scorsi, ma c’è ancora uno spazio immenso per il nostro vino: in Italia se si riuscirà a ridurre i passaggi nella filiera e all’estero andando a cercare consumatori suoi nuovi mercati dall’America alla Cina”.
Autore: Sergio Miravalle

 

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