Roma - 07 Settembre 2006, ore 12:36
Non c’è nessun allarme sulle importazioni di miele. Il mercato italiano e internazionale è tornato semplicemente ai suoi livelli standard, superata la sindrome dei residui da “antibiotici”. A dichiararlo è la Fai - Federazione Apicoltori Italiani che ha analizzato e rielaborato i dati Istat sull’import-export del miele. Ne deriva una chiara lettura di quanto sta accadendo sul nostro mercato nazionale, che tradizionalmente movimenta circa 20 milioni di chilogrammi di miele, di cui circa la metà di produzione nazionale e il resto importazione. Lo stesso identico fenomeno dell’Europa a 25 deficitaria, come l’Italia, di nettare degli dei.
Tutto nasce invece - ricorda Raffaele Cirone, Presidente della Federazione Apicoltori Italiani - dalla bufera che nell’estate del 2004 si era abbattuta, in Italia e nel resto del mondo, a causa di alcune partite di miele extra-comunitario con residui di antibiotici. Gli effetti si sono visti nel corso del 2005 che ha chiuso l’anno con un -40% di miele importato in Italia dal resto del mondo e il totale embargo da Cina e Argentina (i Paesi che davano minori garanzie di qualità del prodotto). A partire dal 2006, dopo che l’Unione europea ha effettuato le necessarie verifiche sui processi produttivi del miele proveniente dai Paesi a rischio, il mercato ha registrato timidi segnali di ripresa che al semestre appaiono ormai consolidati.
L’Italia torna così ad acquistare i tradizionali quantitativi di miele dai suoi tradizionali partner commerciali. E le cifre parlano chiaro: 6 milioni di chili importati fino a maggio del 2006 a fronte dell’analogo quantitativo del 2004. Nessun allarme dunque, ma solo segnali di ripresa nel nostro piccolo segmento di mercato. Nonostante l’Italia sia ancora in coda ai consumi pro-capite che ci vedono agli ultimi posti (con circa 400 grammi/anno) dell’Unione europea, dove la media è di 600 grammi con punte di 1.200 grammi pro-capite (Germania, Grecia). E la Cina non fa ancora paura: fornisce all’Italia un quantitativo di miele equivalente alla Turchia e di 1/3 inferiore a Bulgaria e Romania (che l’anno prossimo saranno integrate all’Unione Europea) e 30 volte meno dell’Ungheria che è il nostro principale fornitore di miele di acacia, il prediletto dai consumatori.
Tutto questo significa che i consumi di miele sono in ripresa e che il mercato italiano ha ricominciato a credere nella bontà e nella qualità di un prodotto che, grazie ad una recente legge, promossa dalla Federazione Apicoltori Italiani, obbliga alla menzione del Paese d’origine, non solo il miele italiano ma anche quello di ogni altra provenienza. Si chiama trasparenza dell’etichetta ed è curioso registrare come ad essa si sia finora opposta proprio l’Unione Europea!
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