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Categoria: NON SOLO VINO

Milano - 29 Gennaio 2018, ore 17:37

Studio Deloitte: investire su consumatori e sull’eccellenza dei prodotti, trovare sinergie fra grandi imprese e piccole aziende, aumentare l’efficienza tecnologica, con l’innovazione che, in 3 anni, può valere una crescita di fatturato di 15 miliardi

L’agroalimentare è fondamentale per promuovere il made in Italy nel mondo, ma deve far fronte a cambiamenti sociali es economici in atto che coinvolgono la popolazione, l’ambiente e, sempre più, le tecnologie più avanzate. Secondo l’Osservatorio Deloitte, una delle più grandi aziende di consulenza a livello mondiale, puntare su tre punti chiave d’innovazione, minuziosamente sviluppati nel rapporto “Il settore agroalimentare - L’innovazione nei paradigmi”, può portare ad un potenziale di crescita del fatturato di 15 miliardi di euro nel prossimo triennio. Investire sulla consapevolezza del consumatore (sempre più attento ed informato e selettivo), ad esempio, può determinare una crescita del 22-25%, favorire la sinergia fra grandi aziende e piccole medie imprese per scambiare know how e sviluppare nuove prospettive può incrementare il fatturato di oltre il 36%, e infine orientarsi su beni di qualità, comunicandone i valori e offrendoli su nuovi mercati in modo efficace utilizzando anche nuovi strumenti tecnologici, consente un aumento del fatturato di oltre il 40%.
Il settore agroalimentare è in continua espansione. Secondo recenti stime di Federalimentare, ha sperimentato una nuova crescita anche nel corso del 2017 con un aumento complessivo dell’2,6% sul 2016 e un fatturato ha toccato quota 137 miliardi di euro, il migliore degli ultimi anni; in aumento anche le esportazioni (+7%), che si attestano attorno ai 40,6 miliardi di euro. Nonostante una crescita economica generale ancora debole, l’industria italiana del Food & Beverage continua a registrare numeri positivi, potendo beneficiare anche di una cultura del cibo ormai radicata nella popolazione. Anche le esportazioni sono positive: il +7% sul 2016 ha fatto raggiungere i 40,6 miliardi di euro, rappresentando un’eccezione sostanziale e dinamica per un Paese come l’Italia, che nel commercio internazionale rappresenta generalmente un grande mercato d’importazione. Il settore quindi è sano, forte e vitale, ma in contesto sempre più difficile, articolato e competitivo deve anche essere in grado di cogliere le sfide che si presentano: dallo sviluppo del biologico e della sostenibilità ambientale al miglioramento della comunicazione, dal cambiamento nelle abitudini di consumo al mantenimento delle manifatture sul territorio, dalla nuova finanza alle nuove tecnologie per controllare la catena produttiva e distributiva fino all’importante ambito dell’internazionalizzazione.
Dove intervenire, quindi, per sfruttare appieno il potenziale del Made in Italy agroalimentare e restare competitivi nel mercato globalizzato? Molteplici sono le variabili che oggi influenzano la competitività delle imprese ma la collaborazione con grandi gruppi industriali può fornire alle aziende, in particolare alle piccole e medie realtà, un’ottima opportunità di crescita e un’occasione unica per sviluppare il business, ampliando il proprio raggio d’azione. La possibilità di fare rete e di unire le forze di una o più realtà aziendali permette di mettere a fattore comune le conoscenze maturate negli anni, la tradizione e l’esperienza che l’impresa porta con sé, il know-how che ciascuna possiede. Il detto “l’unione fa la forza” può fornire la giusta chiave di lettura per essere più competitivi sul mercato, per fare arrivare il proprio messaggio in contesti più ampi e talvolta nuovi, per comunicare i propri valori, restando sempre al passo con le evoluzioni del mercato e i cambiamenti che insorgono nei gusti dei consumatori.
Agricoltura biologica, integrata e prodotti tipici: sono le leve sulle quali l’alta qualità italiana può puntare per incrementare le opportunità di crescita nei mercati internazionali, sulla scia, appunto, dei cambiamenti nello stile di vita dei consumatori. Sicurezza, genuinità, tracciabilità del prodotto, luogo di coltivazione e produzione sono diventati le parole d’ordine in un mondo, quello del biologico, del tutto nuovo per una larga fetta di consumatori che creano nuove tendenze, espressione di nicchie motivate: dai prodotti di origine controllata e protetta ai prodotti biologici, a quelli equosolidali, dal vegetarianesimo ai prodotti locali, a chilometro zero.
Il Belpaese vanta infatti la maggiore estensione e la maggiore differenziazione produttiva d’Europa nel settore biologico, con oltre un milione di ettari a fronte di circa 50.000 risorse impegnate. Questi numeri fanno dell’Italia uno dei principali produttori di alimenti biologici al mondo: basti pensare che, come riportato dalle analisi di Eurostat, le sole Italia, Spagna, Francia e Germania ospitano più del 50% delle aree europee dedicate alla coltivazione biologica.
Ulteriore punto di forza del made in Italy agroalimentare è la sua qualità (intesa non solo come bontà e genuinità, ma anche come sicurezza, salubrità e origine), diventata negli anni un fattore centrale di competitività, grazie a un patrimonio enogastronomico riconosciuto in tutto il mondo, basato su un modello di alimentazione sana ed equilibrata, ovvero la dieta mediterranea. Nell’ultimo decennio l’evoluzione degli stili alimentari e l’impegno dei produttori nel miglioramento dell’offerta hanno portato ad alzare continuamente l’asticella della qualità e della sicurezza, rendendo le aziende capaci di rispondere anche agli attacchi dovuti a scandali alimentari, quasi sempre arrivati da oltralpe. La qualità, unitamente a standard sanitari elevati, è divenuta quindi ormai un pre-requisito irrinunciabile fra gli investimenti da fare per i produttori italiani. Nella Gdo vi è una quota sempre maggiore di alimenti Doc e Docg, così com e sono in aumento i vini certificati: i prodotti a marchio vedono da tempo una predominanza di beni made in Italy, con oltre 200 alimenti Dop, Igp o Stg e più di 500 vini che possono vantare le certificazioni Docg, Doc o Igp.
Ma l’agroalimentare non è una commodity come un’altra. Il cibo serve innanzitutto a sfamare il mondo e questo resta un obiettivo imprescindibile del settore.
Il 2050 sarà l’anno in cui, secondo le stime della Fao, il mondo rischierà di restare senza cibo. Si tratta di una sfida demografica epocale che ha già rivoluzionato il modo in cui dobbiamo pensare al cibo e apre scenari obbligati verso l’agricoltura sostenibile. Tuttavia la questione non è legata soltanto al sovrappopolamento. La sicurezza del cibo è minacciata da nuove patologie che attaccano le principali coltivazioni, dalla desertificazione e dall’erosione del suolo, dalle diverse variabili di scenario introdotte dal cambiamento climatico. L’Europa, in merito a queste problematiche, è intervenuta e interviene non solo attraverso una revisione della Politica agricola comune, ma anche tramite investimenti consistenti nella ricerca e nell’innovazione, come ad esempio l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei Big Data per rendere l’agricoltura sempre più di precisione e “intelligente”, con stili di produzione e di consumo del cibo sempre più responsabili e attenti alla salute e all’ambiente. La sfida è coinvolgere sempre di più anche le singole aziende, per minimizzarne gli sprechi e aumentarne la sostenibilità.
A proposito di investimenti tecnologici, studi recenti mostrano come il canale online stia guadagnando sempre più terreno rispetto a quello fisico, le vendite e-commerce sono in forte e costante crescita: in questo contesto, l’alimentare raggiunge nella prima metà del 2016 un aumento del 34% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente ed è anche il numero degli utenti ad aumentare. La sopravvivenza del negozio fisico sarà, quindi, strettamente legata alla capacità delle imprese di trasformare una possibile cannibalizzazione tra canali in una nuova opportunità di collaborazione, che veda fisico e online sempre più interconnessi.
Interconnessione che fa rima con globalizzazione. Per le aziende familiari, essa comporta un’integrazione tra i valori propri della dimensione locale (tradizione, legame con il territorio, rapporto con i dipendenti, responsabilità sociale ecc.) e gli effetti dell’apertura a mercati internazionali, nuovo driver per la crescita dell’export made in Italy.
Il settore agroalimentare evidenzia ormai da molti anni un continuo incremento nelle vendite: basti pensare che il decennio 2005-2015 ha segnato valori molto sopra le aspettative, con una crescita totale del 79%, arrivando a un valore di ben 36,8 miliardi di euro nel 2015. Segno ancora una volta del grande valore e dell’interesse verso i prodotti a marchio made in Italy: tra i più venduti spiccano i vini, con un valore pari a 5,4 miliardi. Seguono frutta e verdura fresche per 4,4 miliardi e, al terzo posto, la pasta, un vero e proprio evergreen, che raggiunge i 2,4 miliardi.
Appare dunque evidente la correlazione in atto tra innovazione strategica, tecnologia e nuovi modelli di business. L’innovazione tecnologica può portare con sé un incremento del livello di efficienza e il mantenimento della medesima qualità, ma con un’interessante riduzione dei costi. Oppure può garantire prestazioni migliori in funzionalità, qualità e flessibilità di utilizzo. O, ancora, consentire un’elevata personalizzazione dell’offerta sempre più mirata e attenta alle esigenze del consumatore moderno. Sapere coniugare tradizione e innovazione significa essere in grado di fare leva su tutti quegli aspetti alla base della storia e della struttura di un’azienda (ovvero l’assetto organizzativo, l’immagine e la brand reputation, il know-how, le risorse finanziarie ecc.) e allo stesso tempo avere la capacità di attivare coerentemente processi di innovazione anche radicali, che ben si integrino con la realtà interna ed esterna alla propria impresa.
Le sfide dell’innovazione per l’agroalimentare italiano partono quindi dal suo rapporto col consumatore, dal mantenimento sul territorio in collaborazione con l’esterno per affacciarsi in sinergia ai nuovi mercati, forti dell’eccellenza della qualità dei prodotti italiani. La sensazione è che il trend abbia solide basi e possa continuare nel medio-lungo periodo per diverse ragioni: innanzitutto la performance è corale, ovvero guidata sia dalle grandi imprese sia dalle Pmi; la reputazione del made in Italy nel mondo, inoltre, è enorme e il nostro Food & Beverage è universalmente riconosciuto come il più “contemporaneo”; nella maggior parte delle imprese il passaggio generazionale è avvenuto o sta avvenendo attraverso un originale modello imprenditoriale-manageriale che riesce a coniugare efficienza e visione a lungo termine; oltre il 70% del nostro export è ancora concentrato in Europa (in particolare il 63% nella Ue) e quasi il 20% in Nord America, ma oggi la domanda da Asia e Africa cresce esponenzialmente; infine, molte aziende del made in Italy hanno sviluppato un approccio marketing distintivo, che può essere applicato scientificamente sia sul mercato domestico sia su quello internazionale.

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