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Categoria: NON SOLO VINO

Roma - 10 Agosto 2017, ore 15:21

Estate, la “solita” crisi per l’ortofrutta di stagione. Prezzi irrisori riconosciuti agli agricoltori, che arrivano a decuplicare al consumo. Il commento del direttore Corriere Ortofrutticolo, Frassoldati: “crisi strutturale, se non si interviene”

Estate, la “solita” crisi per l’ortofrutta di stagioneL’ennesima estate, la “solita” crisi per l’ortofrutta di stagione. Con prezzi pressochè irrisori, quelli riconosciuti agli agricoltori, e che arrivano a decuplicare dal campo al consumatore finale, con il valore aggiunto che, evidentemente, per molti motivi, rimane quasi tutto nella catena distributiva, e poco o niente al primo anello, quello agricolo. Discorso testimoniato dai numeri forniti, a WineNews, dall’Alleanza della Cooperative, che mette insieme oltre il 60% della produzione ortofrutticola italiana.

Per un chilo di pesche, agli agricoltori viene liquidato un valore di 20-25 centesimi, mentre in gdo (media nazionale), la forbice del prezzo finale va da 1,5 a 2,5 euro al chilo. Stesso discorso vale per le susine, mentre leggermente meglio, per ora, va con le albicocche, che al produttore vengono liquidate 50-60 centesimi al chilo, e arrivano al consumatore finale i grande distribuzione tra 1,8 e 2,8 euro al chilo. Per le angurie la media di liquidazione è di 7 centesimi al chilo, con punte di 10, mentre il prezzo al consumo varia tra i 29 ed i 59 centesimi al chilo. Situazione simile per gli ortaggi: un chilo di cipolle viene liquidato sui 10 centesimi al chilo, e al consumatore costa 70-80 centesimi. E se certi interventi, come l’ulteriore ritiro di 1.500 tonnellate di pesche nettarine deciso nel tavolo ministeriale dei giorni scorsi, servono solo a dare un po’ di respiro a breve termine, il problema è che manca, di fatto, una strategia di lungo termine per un settore che, con il vino, è uno dei due principali driver dell’export agroalimentare italiano. Ne è convinto Davide Vernocchi, coordinatore del settore ortofrutticolo dell’Alleanza delle cooperative, secondo cui “è divenuta urgente l’elaborazione di una strategia complessiva che dia prospettiva al comparto in un’ottica di medio-lungo termine e che sia anche in grado di scongiurare il verificarsi sempre più ricorrente delle crisi della frutta estiva”. E ne è sicuro anche Lorenzo Frassoldati, tra i più esperti osservatori del settore, direttore di Corriere Ortofrutticolo e www.corriereortofrutticolo.it, e membro dell’Accademia dei Georgofili. “Quest’anno diamo la colpa alla stagione siccitosa, un anno parleremo di calendari sovrapposti, poi ci sarà la concorrenza della Spagna, poi la crisi della Grecia, poi non farà abbastanza caldo, poi farà freddo: la verità è che ogni anno ce n’è una per cui i prezzi dell’ortofrutta crollano per i produttori in campagna. Però, stranamente ma non casualmente, restano alti per i consumatori. Di questo crollo dei prezzi, che è vero, e i valori dell’Alleanza delle Cooperative sono realistici, bisogna chiedersi di chi è la responsabilità, chi ci guadagna, e perchè al consumo al dettaglio questa diminuzione dei prezzi non si riflette. Al mercato rionale io le ho pagate anche 3,5 al chilo delle buone nettarine”.
Il problema, secondo Frassoldati, va affrontato da più punti di vista: “dal fronte della produzione, che vede ogni anno penalizzato il frutto del proprio lavoro, e uno sul fronte della gdo, dove evidentemente c’è chi fa margine su questi prezzi così bassi alla produzione. Come se ne esce? Per me, cinicamente, non se ne esce. Le cose continueranno più o meno così, se non si interviene, ogni anno ci ritroviamo nella stessa situazione. Perchè il mondo agricolo fa fatica ad organizzarsi, fa fatica a trovare adeguate soluzioni commerciali, e la gdo, interpellata, nonostante affermi sempre di voler collaborare con il mondo della produzione, in realtà dice ai produttori: programmate le produzioni, fate più qualità e organizzatevi meglio. Se i prezzi crollano, sostanzialmente, sono problemi vostri, io continuo a fare i miei margini e continuo a vendere a 2,5 perchè ho i miei costi, le mie promozioni e così via”.
Una situazione che, evidentemente, se non si cambia, avrà delle ripercussioni a lungo termine. “Il frutteto Italia calerà. quest’anno sono andate male anche le albicocche, che negli ultimi anni hanno dato molto, con buoni prezzi, nuove varietà. Ma quest’anno tutti si son messi a fare albicocche e quindi i prezzi son crollati per legge di mercato. È difficile cambiare rotta. Non so non abbiamo neanche un catasto frutticolo aggiornato in Italia Gli spagnoli, che erano indietro rispetto a noi, oggi sono più avanti, più organizzati, ed esportano il triplo dell’Italia: noi siamo a 4,3 miliardi di euro, la Spagna a 12. Sono più organizzati, hanno grandi cooperative, fanno più squadra. Poi anche loro hanno i loro problemi, i contenziosi con la gdo, anche loro bloccano alla frontiera camion francesi o prodotti marocchini se fanno concorrenza sleale, ma sono più forti, più organizzati, hanno realtà più grandi, e ci stanno sottraendo anche i nostri mercati europei. Come quello degli agrumi, dove la Spagna è diventata n. 1. Noi, nonostante la Sicilia, la Calabria, le clementine, le arance rosse della piana di Catania che sono le più buone del mondo, siamo importatori netti di agrumi, ne importiamo più di quanti ne esportiamo, mentre una volta li davamo a tutta Europa. Questa è la situazione reale. Invece di “ubriacarsi” parlando delle nostre eccellenze, dei nostri primati, si dovrebbe parlare della scarsa competitività dell’ortofrutta italiana, delle imprese, perchè gli spagnoli sono più competitivi anche nel costo del lavoro, dell’energia e dei trasporti, che sono quelli che poi fanno la differenza, oltre alla nostra incapacità di organizzarsi e di fare funzionare le aggregazioni in Italia. E ogni anno, la frutta estiva, che è un prodotto delicato perchè è più deperibile e ha meno conservabilità, è la vittima sacrificale di questa situazione”. E, se da un lato c’è un problema strutturale, dall’altro c’è anche una questione “politica” e di programmazione che di fatto, ad oggi, manca.
“Il vino e ortofrutta sono le prime due voci dell’export agroalimentare italiano. Ma mentre il vino viene in qualche modo trattato come “figlio prodigio” dell’agroalimentare - pensiamo all’Expo con il Padiglione Vino, per esempio, anche se poi i problemi sappiamo tutti che non mancano, dai fondi Ocm e così via - l’ortofrutta sembra “figlia di un dio minore”, non gode delle stesse attenzioni. È un dato di fatto. Non c’è un piano nazionale dell’ortofrutta, e - sottolinea Frassoldati - fino a poco tempo fa, nella cabina di regia dell’export dell’agroalimentare, non c’era l’associazione degli esportatori di ortofrutta, che si chiama FruitImprese. Abbiamo un Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, che è anche vice segretario Pd. Qualcosa ha fatto, ma nei momenti importanti dell’ortofrutta italiana - sottolinea Frassoldati - non si è mai visto. Nelle grandi fiere di settore, quella di Madrid e soprattutto quella di Berlino, Fruit Logistica, che è la più grande al mondo dove ci sono tutti, dagli Usa alla Cina, gli italiani sono i primi espositori, tra 450-500 presenze, ma il Ministro non si è mai visto. Non voglio tirare la croce addosso a Martina, che fa quello che può, prima di lui abbiamo avuto 5 Ministri in 5 anni, un record, di cui alcuni francamente impresentabili. Ma è oggettivo che in questa situazione è difficile lavorare”.
Ma, forse, qualcosa si muove. “Il disastro della frutta estiva è tale, quest’anno, che finalmente - ricorda Frassoldati - si è riunito un tavolo interministeriale dell’ortofrutta, chiesto da anni in tutti i modi, un paio di giorni fa. Ebbene, sotto la direzione di Andrea Olivero, a cui di solito è delegata la competenza nell’ortofrutta, cosa si è deciso? Di chiedere più ritiri di frutta all’Europa, siamo sempre lì. La soluzione è sempre quella: ritiriamo il prodotto ad un prezzo politico, per cercare di assestare le cose. Verosimilmente, è una elemosina. E poi, nonostante l’Italia sia tra i principali produttori europei di pesche nettarine, non si capisce perchè vengono avvantaggiati altri Paesi che sono produttori meno importanti di noi, per questioni di applicazioni burocratiche di norme, regolamenti e così via. In ogni caso, i ritiri sono misure emergenziali, il ritiro di altre 1.500 tonnellate di pesche nettarine richiesto dall’Italia in relazione all’embargo russo, che è la stessa misura richiesta dall’Arefl (l’organizzazione delle regioni ortofrutticole europee, ndr).
A questo tavolo di filiera, che sarà ufficializzato il prossimo autunno (il decreto per la costituzione del Tavolo Ortofrutticolo Nazionale è stato annunciato ufficialmente dallo stesso Ministero delle Politiche Agricole), ci si dovrà confrontare e parlare non per tappare le emergenze, speriamo, ma per impostare una strategia, fare programmazione, e stilare un elenco di priorità: dal maggior sostegno all’export al problema dei costi produttivi, della logistica, dei trasporti, dai controlli alle frontiere dei prodotti di importazione alla creazione di un catasto per le produzioni frutticole. Perchè mentre per il vino sappiamo quanto è il vigneto Italia, per la frutta non sappiamo quanto è la superficie del frutteto italiano. Come si può fare programmazione? Ancora, aggiungo, da anni non vediamo una campagna di promozione per il consumo della frutta, nei ristoranti spesso la frutta neanche c’è. Insomma, c’è da fare un lavoro a 360 gradi. E non stupiamoci se quest’anno c’è l’ennesima crisi: sarà così finchè il settore, la filiera unità, non si organizzerà e non affronterà, unita, le sue priorità”.

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