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Aggiornato al 16 Maggio 2012 ore 19:07

Il Meglio dell'Edicola

31 Marzo 2012, ore 16:36

ITALIA OGGI
Il vino italiano è anche biologico ... Ha un profilo salutare, tutela l’ambiente e, ora, certificato Ue ... Ha un basso impatto ambientale, ha un profilo organolettico salutare e piace ai giovani under 35: è il vino biologico italiano. Da quest’anno poi è arrivata la certificazione europea. All’ultimo Biofach, la principale fiera mondiale dell’agricoltura biologica, che si svolge ogni anno nel mese di febbraio in Germania, infatti, la commissione Ue si è presentata con una importante novità: dopo oltre due anni di accesso dibattito, che ha visto contrapposte le diverse visioni del biologico mediterraneo e nordeuropeo, è stato finalmente trovato un accordo per la definizione del regolamento Ue che norma la vinificazione secondo i principi dell’agricoltura biologica. Il regolamento Ue numero 203 è stato quindi pubblicato agli inizi di questo mese, nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 9 marzo, giusto in tempo per poter festeggiare in Italia, al Vinitaly, questo passaggio storico per il settore. Il vino biologico ha infatti rappresentato al Vinitaly una tra le principali novità della fiera, che ha addirittura dedicato un intero padiglione ai vini “biologici”. Le virgolette ancora sono d’obbligo un po’ perché la fiera veronese ha selezionato i vini in base a una autocertificazione del produttore, ma soprattutto perché la definizione di vino biologico in etichetta potrà essere utilizzata solamente a partire dal primo agosto cli quest’anno, quindi per i vini della vendemmia 2012, data nella quale il regolamento entrerà in vigore. Ancora pochi mesi di confusione per i consumatori che in questi anni si sono abituati a vedere etichette di vini “prodotti con uva biologica” (dicitura ammessa dalla vecchia regolamentazione europea) affiancate talvolta da talune altre indicazioni più o meno legate all’uso di termini come “vino naturale” o altre similari. 11 regolamento che è stato approvato, rispetto alla regolamentazione generale sul vino, vieta alcune pratiche che vengono considerate troppo impattanti come la parziale concentrazione tramite raffreddamento, l’eliminazione dell’S02 tramite processi fisici, l’elettrodialisi per la stabilizzazione tartarica del vino, la parziale dealcolizzazione e l’adozione dello scambio cationico per assicurare la stabilizzazione tartarica. Inoltre vengono previste delle restrizioni, in particolare per il trattamento termico (non oltre i 70 °C) e la filtrazione (con dimensione dei pori non inferiore a due micron). Anche le sostanze utilizzabili in cantina, si riducono notevolmente, passando dalle 68 sostanze ammesse nel convenzionale alle 44 ammesse in biologico. Il punto più dibattuto e che ha destato maggiore interesse anche da parte dei consumatori è la riduzione della quantità autorizzata di anidride solforosa, che nel regolamento approvato prevede una riduzione abbastanza importante rispetto al vino convenzionale. Il nuovo regolamento è stato presentato alcuni giorni fa, durante la kermesse veronese, nello stand del ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, in un convegno alla presenza dei dirigenti del ministero, di rappresentanti della commissione Ue e del direttore generale dell’Oiv. “Il regolamento sul vino biologico”, ha dichiarato il ministro delle politiche agricole Mario Catania, “credo possa ritenersi un primo importante passo per soddisfare le esigenze dei produttori italiani e dei consumatori. Un punto di partenza dal quale, continuando il proficuo lavoro svolto dall’amministrazione e di intesa con le organizzazioni di produttori del settore, sarà possibile effettuare in futuro le revisioni ed integrazioni che si renderanno necessarie. Finalmente è stato colmato un vuoto normativo che impediva ai produttori di vino biologico di poter utilizzare il logo europeo. Si è concluso un lungo iter, iniziato nel luglio 2009 che ha visto l’Italia giocare un ruolo da protagonista sia nel supporto scientifico alla Commissione, attraverso la realizzazione di appositi programmi di ricerca, sia nella mediazione con gli altri stati membri. Il regolamento rappresenta certamente un compromesso, ma è un risultato importante il fatto che la commissione sia venuta in- contro alle richieste avanzate dai paesi mediterranei, che sono riusciti, durante la lunga trattativa, ad esprimere posizioni comuni”. Italiani, tra l’altro, sono stati i capofila del progetto di ricerca europea Orwine, che è servito alla commissione come base scientifica su cui definire la norma, e molto attivo è stato il nostro paese sia nelle consultazioni tra le istituzioni europee che tra quelle delle associazioni di produttori europei. Certamente la norma è il risultato di un compromesso, frutto di un confronto spesso acceso tra numerosi interessi contrapposti, ma dal quale l’agricoltura biologica italiana ed anche il settore vitivinicolo non potranno che trarre giovamento. Si aprono infatti nuovi mercati interessanti per un prodotto di punta del nostro made in Italy che potrà finalmente beneficiare, come tutti gli altri prodotti dell’agroalimentare, della dicitura “biologico” corredata dall’uso dell’eurofoglia, il logo europeo che contraddistingue tutti i prodotti biologici.



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31 Marzo 2012, ore 16:35

IL SOLE 24 ORE
Lunelli: cerchiamo aziende di qualità … Siamo interessati ad altre acquisizioni. Il target che cerchiamo è un prodotto di qualità dotato di tradizione e un marchio compatibile con la filosofia del nostro gruppo che è sempre stata l’eccellenza del bere italiano”: lo ha dichiarato, il presidente delle Cantine Ferrari Matteo Lunelli. “Più che la dimensione - ha aggiunto Lunelli - è la qualità a determinare il successo del gruppo”.


30 Marzo 2012, ore 14:33

IL MONDO
Filare all’estero ... Mille operatori internazionali convocati in un borgo altoatesino per concordare esportazioni dirette. Sempre più biodinamiche ... L’appuntamento alternativo va in scena a un’ora di macchina dagli affollati padiglioni del Vinitaly. Niente confusione, parcheggi assistiti, non una carta per terra e tutto alimentato con energie rinnovabili, non si paga il biglietto ma si deve essere invitati da Alois Lageder, uno dei principali produttori dell’Alto Adige, che da qualche tempo ha deciso di aprire la sua casa e il borgo che possiede a Magrè sulla strada del vino fra Trento e Bolzano a una quarantina di colleghi. Italiani e stranieri, da Lisbona (con il Port invecchiato degli inglesi Graham’s-Symington, da due secoli proprietari di 900 ettari, che arriva ai 200 euro a bottiglia) all’Australia (Salomon Estate) e alle vicine Austria (per esempio, Tement) e Germania (Wittmann). Nomi poco conosciuti e altri importanti come Bruno Giacosa dalle terre del Barolo e del Barbaresco, Marco Felluga dal Collio, Brandolini d’Adda dalle Grave e Illy da Montalcino. In rappresentanza di tutte le zone, comprese le bollicine del Prosecco di Valdobbiadene (Nino Franco) e della Franciacorta (Cavalieri). E poi un migliaio di operatori dei settore e importatori ospiti, soprattutto del Nord America, il mercato che sta dando più soddisfazione, insieme all’Estremo Oriente, al vino italiano di qualità. Così Summa, questo il nome della manifestazione, diventa un punto di incontro amichevole ma anche concreto, destinato a un confronto sui mercati e a rinsaldare rapporti o a crearne di nuovi. A cominciare dal mark-up concesso a chi importa e distribuisce i vini all’estero, spesso al centro di polemiche per gli oneri eccessivi, talvolta una specie di tangente che supera ogni ragionevole margine, anche del 40%. Per gli Usa un gruppo di 12 aziende vinicole ha scelto la via del club, Le famiglie del vino, che prevede un magazzino a Livorno e spedizioni mirate ai distributori di ognuno degli States con un risparmio di più del 20% sul sistema tradizionale. “Così il vino può essere venduto al ristoratore o al pubblico a un prezzo più ragionevole e il prodotto viene valorizzato”, commenta Roberto Felluga, figlio di Marco, uno dei due capostipiti della dinastia friulana (l’altro è il fratello Livio, rispettivamente 85 e 97 anni) che si sono affermati parallelamente e con dimensioni simili sui mercati mondiali. “Al Vinitaly c’è troppo caos, si viene travolti dal pubblico generico e non si riesce a costruire dialoghi di affari”, spiega Roberto Felluga, alla guida di Marco Felluga e Russiz Superiore, mezza dozzina di milioni di fatturato, che sta registrando nel 2012 un buon andamento delle vendite non solo all’estero ma anche in Italia. C’è chi al momento si divide tra la kermesse di Verona e il meeting di Magrè come Andrea Costanti, alla guida della Conti Costanti, uno dei nomi storici del Brunello di Montalcino, con una tenuta di 10 ettari a 450 metri di altezza in una posizione fortunata per i venti che attenuano le ondate di caldo. E che si permette, in caso di annate sfavorevoli, come il 2002, di non produrre neanche una bottiglia di Brunello pur di garantire il legame dell’etichetta con la qualità assoluta. Chi cura personalmente i rapporti con i distributori riesce a emergere anche in mercati difficili e affollati come quello del Chianti. Piero Lanza, vitivinicoltore di terza generazione a Radda con la Fattoria Poggerino, produce 60 mila bottiglie e riesce a tenere lontana la crisi dei colleghi con le cantine piene e i prezzi dei terreni in picchiata con riserve preziose, per esempio di sangiovese in purezza, mantenendo ricavi remunerativi. Qui c’è spazio anche per gli esordienti (o quasi). Il vivaista bavarese Georg Weber, per esempio, ha scelto qualche anno fa di partire da zero, piantando le barbatelle di Cabernet sauvignon e franc, Merlot e Petit Verdot nella tenuta Monteverro a Capalbio. Si è affidato a un giovane enologo francese e ha ridotto la produzione a 25 quintali per ettaro per i bianchi e a 40 quintali per i rossi: ora raccoglie i primi frutti con vini dai profumi molto in linea con i gusti internazionali a prezzi finali sostenuti, da 29 a 109 euro la bottiglia, già con un alto punteggio della newsletter molto ascoltata nel settore Wine advocator. Negli edifici del 1500 di Lageder (famosi nella zona per le feste dionisiache e acquistati con il borgo vent’anni fa dalla Banca di Trento e Bolzano, a sua volta subentrata alla famiglia che li aveva costruiti), accanto alla cantina tutta acciaio e legno e piena di opere d’arte, hanno sempre più spazio i viticoltori naturali. Se Vinitaly apre al biologico, qui si corre sul biodinamico, sulla scia dello stesso Lageder, che sul rapporto con la natura e la filosofia steineriana (il Mondo numero 17 del 2011) ha costruito un filone che contagia i colleghi con la certificazione Demeter. La stessa che sta per arrivare sui vini di Francesco Illy, fratello di Riccardo e di Andrea (alla guida della multinazionale del caffè di Trieste) e che come industriale e designer si occupa delle macchine espresso e dei rapporti con gli artisti per le edizioni limitate e i barattoli firmati. Proprio incontrando per un contratto il pittore Sandro Chia (da sempre produttore di Brunello), Francesco Illy si è innamorato di Montalcino e ha rilevato i 14 ettari vitati del podere Le Ripi, che ora, dopo forti investimenti, si sta affermando non solo on il Brunello ma anche con un 100% Sirah riserva che ha conquistato i critici. E ha convinto i fratelli a rilevare la confinante e molto più grande tenuta Mastrojanni, una etichetta già affermata che il gruppo Illy sta lanciando in tutto il mondo.
Autore: Ettore Tamos


30 Marzo 2012, ore 14:33

IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
Ora il vino Centopassi e la Banda Biscotti Conquistano Parigi ... Nella capitale francese ha aperto Ethicando, un negozio con i prodotti delle cooperative sociali italiane che, con la qualità del cibo, sfidano le mafie e i pregiudizi ... La colomba pasquale più premiata d’Italia? La fanno detenuti del carcere di Padova. E uno dei cioccolati più buoni? È firmato Dolci Libertà e nasce nel carcere di Busto Arsizio, in Lombardia. Se poi, prima dei dolci, vi andrebbe una “pappa al pomodoro antimafia” con un bicchiere di vino della cantina Centopassi (vitigni coltivati alla memoria di Peppino Impastato sui terreni confiscati alla mafia) allora dovete venire a Parigi, al 6 di Rue de la Grange aux Belles, dalle parti del Canal Saint Martin. Dove, alla meta di marzo, la romana Ludovica Guerreri e la bresciana Caterina Avanza hanno aperto Ethicando, primo concept store francese esclusivamente dedicato ai prodotti realizzati da cooperative italiane impegnate nel sociale. li luogo e piacevole, tavolini creati da Ferro&Fuoco jail Design, pareti chiare sulle quali e scritta una frase, la missione di Ethicando. Era graffitata su un muro di Roma e dice; “Chi non vede un altro mondo è cieco”. Dice Ludovica Guerrerr “Solo un anno fa per noi italiani era duro vivere a Parigi. Esportavamo cose come il bunga bunga o le gaffe dell’ex premier. Abbiamo voluto mostrare che il nostro Paese non era soltanto quella roba li. E per una volta siamo più avanti dei francesi; loro ancora non hanno una legge che confischi terreni e ville alla criminalità”. Con Libera e il Consorzio Goel in primo piano nei loro pensieri, Ludovica e Caterina hanno iniziato a contattate le imprese sociali, a far si spedire i prodotti alimentari, ma anche cani di abbigliamento e oggetti. E sono andate a lezione da uno chef per occuparsi a tempo pie no della cucina. E per i parigini e una bella scoperta poter gustare la pappa al pomodoro di Corleone, i taralli di Libera Terra e i dolci secchi della Banda Biscotti del carcere di Verbania.
Autore: Laura Putti


30 Marzo 2012, ore 14:32

STYLE - CORRIERE DELLA SERA
Libere associazioni ... Bocca di Rosa. “L’amore sacro e l’amor profano”, quello di cui cantava Fabrizio De André, rivive nel millesimato Dom Pérignon. Eccelso champagne, l’alcol nella sua massima espressione racchiuso in un cofanetto refrigerante le cui linee si ispirano all’architettura dell’abbazia di Hautvillers (dove visse, seguendo la regola dell’“ora et labora”, il monaco che dà il nome al brand). Il prezzo? Un’“offerta” che vale il perdono di tutti i peccati: 350 euro per Rosé Vintage 2000 e Shield Box.
Autore: Giacomo Falosa


30 Marzo 2012, ore 14:32

PANORAMA
Storie di vini ... Pienamente bianco ... Gianfranco Gallo fa tutto da solo nella sua splendida azienda fondata nel 1900 a Mariano del Friuli, vicino a Gorizia. Fa tutto da solo e ha costruito alcuni dei migliori bianchi italiani, Su tutti, a mio sommesso avviso, il Dut’Un di cui ho assaggiato l’annata 2008. Un equilibrio perfetto nell’uvaggio alla pari tra Chardonnay e Sauvignon blanc che nasce dall’intriganza dei profumi e la pienezza del sapore. Segue a una incollatura il Flors di Uis 2009 (metà Malvasia istriana, il resto diviso tra Friulano e Riesling renano), anch’esso profumato e strutturato insieme: pieno, sapido, perfetto anche per accompagnare carni bianche. Anche gli altri vini che ho assaggiato sfiorano l’eccellenza e le guide principali (come già avviene per i primi due) li mettono in fila seguendo ordini diversi dipendenti dal gusto degli assaggiatori. A me amante del Sauvignon è piaciuto assai il Piere 2009 (vitigno in purezza), profumatissimo, ricavato da doni italiani prevalenti su doni francesi. L’altro Sauvignon, il Vieris, è molto equilibrato nell’aroma, mentre lo Chardonnay si segnala per il bel retrogusto. Una produzione di classe senza difetti. Complimenti.
Autore: Bruno Vespa


30 Marzo 2012, ore 14:32

L’ESPRESSO
Cuore bianco ... Appartenente a una famiglia folta e fascinosa, quella dei Moscati, il moscato bianco o “à petìts grains” è un vitigno nobile e antico. In Italia ha trovate un habitat ideale nella zona di Chambave, territorw monta no nel cuore della Valle d’Aosta che sì allunga sulla sinistra orografica della Dora Baltea fino alle porte della città di Aosta. Qui genera non solo un delizioso passito capace di competere con le migliori versioni italiane della tipologia, ma anche un bianco secco di raro fascino. Esemplare quello prodotto dalla piccola cantina La Vrille di Hervé Deguillame: il suo Muscat 2009 incanta per i sentori di muschio, agrumi e zenzero, per la succosità del palato, per la cristallina acidità e il rinfrescante finale. Da provare con i piatti veraci della cucina valdostana che la moglie Luciana Neyroz prepara con passione nel loro delizioso, ospitale agriturismo. Sui 12 euro in enoteca.
Autore: Massimo Zanichelli


30 Marzo 2012, ore 14:31

STYLE - CORRIERE DELLA SERA
Arianna Occhipinti: “Da contadina a regina del bio-vino” ... Il New York Times esalta i vini biologici di questa ventinovenne imprenditrice siciliana. Rigorosa lei e la sua produzione. La vecchia casa di campagna dei genitori (increduli); cinque persone (compresa lei, una tuttofare); tra vigneti e ulivi secolari 25 ettari di terra (in partenza erano due). Per esportare il made in Italy. Alcolico ... Tutto è iniziato con una lettera a Luigi Veronelli, padre di tutti gli eno-critici. In quelle righe di Arianna Occhipinti, poco più che 20enne, c’era già il futuro della nuova donna del vino italiano. Citando le musiche di Nick Cave (No more sbail we part) e le parole del vignaiolo biodinamico Nicolas Joly, esortava “a non togliere vita a ciò che è fonte di vita... A non costruire il vino da mani poco attente e distanti”. Visione chiara, quindi: i vini siano naturali, senza interventi chimici. Una scelta di “grande etica ecologica, coraggio estetico e assoluto anticonformismo” secondo Jonathan Nossiter, il regista del film “critico” Mondovino, estimatore della “fresca eleganza” scovata nelle bottiglie Occhipinti. I più rapidi a credere nel futuro di Arianna sono stati gli americani. Al punto che in poche settimane il New York Times ha scritto due volte su di lei. Prima il critico Eric Asimov ha degustato e decretato: “Vini splendidi e multiformi”. Poi il magazine del quotidiano ha dedicato una doppia pagina alla sua cesa-cantina. Arianna ora ha 29 anni, un volto da siciliana antica, lunghi capelli neri, una voce pacata e una tenacia che ogni giorno si misura con la terra. Sveglia alle 6,30, sempre tra vigne e botti, oppure in viaggio tra Italia e Stati Uniti. Ovunque ci sia da parlare dei vini riesce a farsi largo, con le sue magliette colorate e i jeans, tra il mare delle giacche blu dei sommelier. Sembra uscita da una frase di Gesualdo Bufalino: “Dicono che qui, fra splendore e squallore non rimanga spazio per il soave; che la nostra non è terra di idillio. Dicono, ma è vero a metà” (L’isola nuda). Arianna appartiene all’altra metà. La sua storia è un colpo di spugna sullo stereotipo della campagna del Sud povera o foraggiata dagli aiuti pubblici, identica a se stessa nei decenni. Inizia in provincia di Ragusa, lontano dal finissimo barocco di Ibla e dalla conca di Scicli, “forse la più bella di tutte le città” per Elio Vittorini. Comincia a Vittoria, zona del corposo vino Cerasuolo. Arianna si è laureata in Enologia a Milano. “Ma non trovavo più stimoli durante gli studi” racconta, “poi ho incontrato vignaioli che parlavano di produzione sostenibile. Ed è cambiato tutto”, Torna in Sicilia. La casa di campagna dei genitori diventa la base. Affitta due ettari di vigne antiche che sembrano avere nel dna i ritmi dei contadini di Fontamara descritti da Ignazio Silone: “Prima veniva la semina, poi l’insellatura, poi la mietitura, poi la vendemmia. E poi? E poi da capo. Sempre la stessa canzone”. L’arrivo di Arianna nel 2004 è l’inizio di una nuova era in quei campi. Si aggira tra gli anziani contadini che lasciano fare, con sorrisi di scherno. Anche i genitori, lui architetto, lei insegnante, sono scettici: “Ma come, vai davvero a lavorare la terra?”. L’aiuta lo zio Giusto Occhipinti, quello del Cerasuolo Cos: “Avevo 22 anni, ho iniziato con il Frappato” ricorda. Altra terra, filare dopo filare, fino agli attuali 25 ettari, tra vigne e olivi, e alle 15 mila bottiglie l’anno (dai 18 ai 20 euro l’una). “Studiando la viticoltura classica” spiega, “ho capito quello che non dovevo fare: usare la chimica. Volevo conservare i profumi dell’uva. Gli additivi invece li coprono. Ho deciso da sola. Consulenti? Non ne ho: i winemaker non sanno osare”. Un importatore la nota e le apre il mercato americano. Semplice ed energica come i suoi vini, non fatica a conquistare con frasi che la descrivono meglio di ogni book promozionale: “Adoro stare in vigna, mi fa sentire libera”. L’azienda agricola che porta il suo nome è minuscola: “Siamo in cinque: tre in campagna, una in ufficio e io che mi occupo di tutto”. Con la sua micro-cantina riesce ad esportare il 70 per cento di ciò che produce: Frappato in purezza (“aspro e sanguigno, la sintesi della mia Sicilia”), Siccagno Nero d’Avola (“profumo che sa di vino in tutti i sensi”) e il blend di Nero d’Avola e Frappato che si chiama SP68 (“come la nostra provinciale, antica strada del vino”). Un successo che Veronelhi forse aveva previsto nella forza della passione di quella lettera.
Autore: Luciano Ferraro


30 Marzo 2012, ore 14:30

CORRIERE DELLA SERA
Cinzia: vini, turismo e “solidarietà” L’ambasciatrice veneta delle bollicine ... Cinzia Canzian è la riprova che si può essere innovativi anche in settori super-tradizionali (e un po’ dominati dall’uomo) come il vino. Non che sia facile: “Io li chiamo marchi d’intesa Save the word”, racconta Cinzia che su Twitter ha l’account le vigne di alice, il marchio di vini che ha fondato con Pier Francesca Bonicelli. Idee solidali di mercato. Sembra una contraddizione ma è un modo per fare sistema in un territorio. Esempio: quando Io scorso anno un’alluvione ha colpito Vittorio Veneto, dove Cinzia è nata nel ‘65, colpendo duramente le attività commerciali, lei ha acquistato i libri semidistrutti della libreria per bambini “Il treno di Bogotà” per trasformarli in borsette gioiello. Il ricavato finanzierà un altro progetto. “Tutto sommato il settore del vino non sta soffrendo e dunque può dare una mano agli altri settori. E un modo per dare vita a un circolo virtuoso e promuovere un territorio” racconta. D’altra parte Cinzia ha già dato larga prova di caparbi età costruttiva diventando dal nulla una delle ambasciatrici delle bollicine. “La mia passione sarebbe stata l’architettura, all’università ho studiato lettere con indirizzo artistico. Ma avevo necessità di lavorare e dunque sono entrata subito nel mondo del vino, partendo dall’imbottigliamento fino agli uffici e allo sviluppo dell’accoglienza in cantina per Bellenda”, azienda con la quale poi si è legata mani e piedi visto che ha sposato Umberto Cosmo, figlio del fondatore. Ha viaggiato in Scozia e California, studiando il turismo enologico, arte che ha importato a Conegliano anche con il Relais Alice e una presenza massiccia sui social network. “All’inizio quando non c’erano ancora queste possibilità per i clienti di Bellenda avevo una sorta di blog ante-litteram, la newsletter Prosit”. Vecchi lavori, nuove modalità. Anche se a contare, alla fine, sono sempre le idee.
Autore: Massimo Sideri


30 Marzo 2012, ore 14:29

L’ESPRESSO
Cantine Rock ... Da Madonna a Lady Gaga, da Sting a Bob Dylan, sono sempre di più i musicisti che investono in vigneti. E i risultati? Da applauso ... Zitta zitta, sembra esserci arrivata pure lei: Stefani Germanotta, in arte Lady Caga, aveva già fama di “wine enthusiast”, come si dice dalle sue parti. In particolare per la Francia d’élite e, patriotticamente, per i più srnart tra i vini californiani: quelli di Napa. Dove la trasgressiva dominatrice delle hit parade di mezzo mondo starebbe trattando l’acquisto di vigne e cantina, e il successivo lancio di una sua linea di etichette. In attesa del primo “Gaga Cabernet”, fanno intanto notizia le eno-avventure dell’altra regina dello spettacolo: la signora Ciccone. Quando s’è presentata a cena in un costoso ristorante dell’Upper West Side, New York, con una bottiglia di rosso nascosta nella borsa (da cui poi è scivolata nelle mani dcl solerte sommelier che l’ha servita), la scena non è passata inosservata. Qualcuno ha preso nota, e la storia è finita sui tabloid di mezzo mondo, condita da valutazioni all’aceto. Da “Che tirchia, si porta da bere da casa” a “Che ipocrita, nasconde il vino. A pochi è balenata una spiegazione diversa, e verosimile, E cioè: ogni produttore che si rispetti “deve” assaggiare il vino dei competitor, ma nessuno ama far pubblicità alla concorrenza. Men che mai se sci un testimonial del calibro siderale di Madonna, inossidabile icona mondiale del pop, e lo sanno tutti, ma anche titolare della Ciccone Vineyards, 14 acri (6 ettari) e una dozzina di vitigni coltivati a Suttons Bay, Michigan. Insomma, Madonna è tecnicamente una produttrice di vino, anche se a gestire l’azienda è, dal 1996, suo padre. Non è peraltro l’unica del suo mestiere ad avere filari e cantina in portafogli. Le vigne rock nel mondo sono un bel po’. Proprio come le rockstar che hanno deciso alla lettera di coltivare la loro passione per il vino, o in qualche caso di farne un pezzo dei loro investimenti. Prendete Dave Matthews, cantante, chitarrista e leader eponimo della Dave Matthews Band (un Grammv, super successi come “Raven”, e concerto celebration a Central Park com’è capitato solo a superstar tipo Diana Ross o Simon & Garfunkel). Per lui il vino è il terzo amore, dopo la musica e la Compagna di sempre (moglie dal 2000) Ashlev, clic lo affianca nell’avventura di rivitalizzare e far girare, dopo averla ampliata, una piccola proprietà di famiglia dalle parti di Charlottesville, in Virginia. Con la complicità di vecchi amici del posto, che reggono l’azienda quando lui è in tournée, Matthews ha messo su una fattoria rigorosamente biologica (e ben reputata) che fa ortaggi, frutta, ma soprattutto vino. Per il suo Chardonnay, Matthews (col fidato farmer Kevin Fletcher) dice di ispirarsi al “nobile” lorgogna. Ma mirano in alto anche Merlor e Meritage (un rosso battezzato negli States ma che fa il verso al mi di uve del Bordeaux). Ambiziosi, e ben valutati, anche i vini (uno Chardonnay e un Cabernet su tutti) targati Olivia Newton John. La cantante-attrice esplosa con “Grease” ha casa e vigne in Australia. La winery (creata già nel 1983, con l’amico Pat Farrar) si chiama Koala Blue, e nel tempo ha allargato il giro: oggi griffa anche un’acqua minerale e una linea di cioccolatini alla macadamia, esportati con i vini in ben 26 paesi. Più business clic passione, a prima vista, nel rapporto tra il chitarrista nino Carlos Santana e il mondo in bottiglia. Un accordo col braccio californiano di Mumm (storico marchio di Champagne) ha dato vita dapprima alla produzione (in Napa Valley) di un lussuoso Santana I)vx e poi di un Santana Brut dal prezzo decisamente più popolare: entrambi, ovviamente, spumanti, Business, si diceva: ma dal retrogusto buonista, visto che parte dei redditi da bolle Santana finiscono alla Carlos Milagro Foundation, onlus che smista aiuti all’infanzia di mezzo mondo, America Latina in primis. Produce in Arizona, con impegno diretto, Maynard James Keenan, voce dei Tool, west coast hand (Los Angeles) nata heavy metal ma evoluta poi verso una raffinata miscela di “progressive” e performance visual “art-rock”. La Caduceus Cellars di Keenan punta su rossi da varietà bordolesi (Cabcrnet Frane, Merlor, Cabernet Sauvignon) e spagnole (Tempranillo, Guarnacha), ma ha anche in catalogo un italianissimo Sangiovese e Syrah. La passione per il vino dei rocker ha contagiato anche qualche manager. Quello dei Doobie Brothers, il navigato Bruce Cohn, non solo possiede una winery californiana (vigne anche in Russian River Valley, location tra le più quotate), ma ci organizza anche uno show annuale, il Winery Fali Festival, dove oltre al suo gruppo sono passate glorie della scena rock Usa come i Lynyrd Skynyrd, Leon Russeli, Jim Messina, Carlos Reyes. Al vino è approdato è un tlirt recente - anche il mitico cx Police Sting: in Itaha, a Figline Valdarno dove nell’acquisita proprietà Il Palagio produce e firma anche olio, miele, verdure, tutto biologico e acquistabile nello shop della tenuta, Aperta a giugno scorso agli enocritici di mezzo mondo convenuti a Firenze per il battesimo di “DiVino Tuscany” (manifestazione ideata dal potente critico James Suckling, già al “Wine Specrator”), con Sting e sua moglie Trudie nel ruolo di affabili anfitrioni di un picnic a base di porchetta e Chianti della casa. Un successone, Replica già fissata a fine maggio. Parla italiano, anzi siculo, anche il vino di Mick Hucknall: l’ex cantante dei Simply Red ha scelto l’Etna (location ambitissima per clima, qualità del suolo e per essere una sorta di parco ancestrale della biodiversità in vigna) e si è affidato al guru dell’enologia locale, Salvo Foti, per produrre da sole uve indigene (Nero d’Avola, Nerello, Carricante, Grecanico) bottiglie dall’ammiccante etichetta li Cantante. Sempre italiano, ma marchigiano (Numana, Conero) è il vino di Boh Dylan, prodotto in joint venture con Antonio Terni, viticultore rinomato (Fattoria Le Terrazze) e collezionista stegatato di tutto ciò che riguarda “Mr. Tambourine” e la sua epopea. Terni è riuscito a materializzare un sogno facendo recapitare una sua bottiglia a Dylan e ricevendone in cambio la proposta di “far qualcosa insieme”. Sono nati così il Planet Waves e il Visions of J. (Johanna, nel titolo esteso di una hit di Dylan), taglio di Montepulciano e Merlot il primo. cento per cento Montepulciano d’Abruzzo il secondo. Alla “wine mania” delle rockstar sbarcate da noi, fa eco alla grande quella dei colleghi italiani. Gianna Nannini, oltre a hit a raffica produce anche Chianti, da 75 ettari di azienda, con enologo famoso: i suoi vini hanno nomi suggestivi, Chiostro di Venere, Rosso di Clausura, e l’aurocitazione di Baccano. Decisamente estroso (Stronzetto dell’Etna) e perfettamente in tono con il suo carattere, il nome che aveva scelto Lucio Dalla per il vino che il cantautore scomparso di recente produceva in Sicilia an7itutto per il piacere di dividerlo con gli amici più cari. Ron, anche lui vinificatore, ha puntato invece su Fracent’anni, titolo del suo pezzo più fortunato, per l’etichetta del rosso e del bianco fatti in Oltrepò pavese. E Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, spreme invece buon rosso da tavola da uve allevare nella “tana” di Cortona. Il legame tra universo rock e mondo del gusto è insomma sempre più intrecciato, come ribadiscono anche inziative “laterali” al vino, tipo Alex Kapranos dei Franz Ferdinand che firma un libro di ricette, o Mohy, patron di un ristorante vegetariano. E rende. Lo testimoniano alcune iniziative smaccatamente speculative avvitate sull’ambo rock & wine, come le quattro etichette dedicate dalla Werbure Estate, casa vinicola australiana, agli Acdc e in cui sono astutamente mescolati titoli di hit della heavy band australiana e nomi di vitigni (Back In Black Shiraz, You Shook Me All Night I ong Moscato, Highway To Hell Cabernet Sauvignon, I lells Bells Sauvignon Blanc). O, negli Stati Uniti, la furbata su licenza di una società nata apposta a Mendocino, Wines that rock vini anonimi comprati in zona (niente che somigli neppur lontanamente a un Latour o a un nostro Monfortino) che Vengono poi “vestiti” (e smerciati ai fan) come Pink Floyd The Dark Side of the Moon Cabernet, Rolling Stones Forty Licks Merlot, e persino Woodstock Chardonnay. In arriso c’è anche un Grateful Dead da vitigno imprecisato, e altro ancora. Solo cuore, e non calcolo, invece, alla base della scelta dcl produttore toscano Domenico Tancredi: nell’etichetta dcl suo “Chianti Rock”, da Sangiovese dei colli fiorentini, si celebra solo la reunion tra due passioni della vita: la vigna e la musica. E si sente.
Autore: Antonio Paolini


29 Marzo 2012, ore 12:26

IL SOLE 24 ORE
Verona scopre la via della Cina ... Un vento del Sud-Est asiatico soffia sul vino italiano. E il principale elemento che emerge dalla 46 edizione di Vinitaly che si è chiusa ieri a Verona. Un’edizione del tutto nuova e concentrata soprattutto sul business cui sono stati dedicati tre giorni su quattro lasciando al pubblico solo l’apertura della domenica (anziché le due giornate del passato). Una formula che se è stata accolta positivamente dalle imprese (che hanno incrementato i contatti di lavoro), d’altro canto, non ha prodotto l’atteso brusco calo nel numero dei visitatori (che sono stati 140mila contro i circa 10mila dello scorso anno). Meno pubblico quindi e più operatori professionali che solo nella giornata di lunedì hanno fatto registrare oltre 40mila ingressi. Aumentata anche la presenza di visitatori stranieri che è arrivata al 35% del totale (erano il 30% lo scorso anno). “Il dato per noi più significativo - ha detto ieri il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani - è l’ingresso dei buyer cinesi nella topten dei visitatori internazionali e il consistente recupero anche degli operatori giapponesi”. Gli acquisti cinesi di vino italiano nel 2oil sono cresciuti del 64% portando la Cina fra i primi 15 clienti di bottiglie made in Italy. Il Giappone, invece, dopo due anni di crisi negli acquisti, ha riaperto le porte al- le etichette italiane il cui export è cresciuto del 18,6 per cento. “Numeri che hanno trovato riscontro - ha aggiunto il presidente di Veronafiere, Ettore Riello - anche nella presenza di buyers asiatici a Verona. Per questo dovremo ora anche riformulare anche il nostro impegno in quei paesi. In Asia abbiamo già un accordo di partnership con la fiera di Hong Kong e stiamo ripensando anche le nostre iniziative promozionali in Giappone”. Ma fra i visitatori di Vinitaly 2012 si è assistito anche al consolidamento delle presenze da Germania, Usa e Canada e a un altro significativo ritorno: quello dei buyers francesi. “Stiamo pensando in maniera più strutturata - ha proseguito Mantovani - a iniziative promozionali da realizzare in Brasile: i consumi sono in crescita ma ma i tassi doganali penalizzano il made in Italy”. Molto positivi i commenti sul Vinitaly 2012 da parte del mondo delle imprese. “Siamo stati fra i promotori dei cambiamenti per coinvolgere di più il mondo della ristorazione - spiega il presidente della Marchesi de’ Antinori, Piero Antinori - e i numeri ci dicono che avevamo ragione. Trovo significativo poi il dato sui buyer cinesi anche perché proprio in concomitanza con Vinitaly a Hong Kong si è svolta un’importante fiera sul vino che però non ha limitato le presenze asiatiche a Verona”. “Vinitaly sta diventando una fiera più professionale - aggiunge Gianni Zonin, presidente di Casa vinicola Zonin- come gli appuntamenti di Dusseldorf, Bordeaux e Londra. Ho approvato l’idea di dedicare uno spazio, quello di Vivit, ai vini biologici. Si tratta di una nicchia in crescita. Noi stiamo pensando di dedicare agli organic wines alcuni ettari nelle tenute di Sicilia, Friuli e Toscana”. “Credo che oggi ci sia maggiore bilancia- mento fra operatori e pubblico- ha aggiunto il presidente della Masi, Sandro Boscaini - e una migliore organizzazione delle giornate. Fino allo scorso anno nel giorno di chiusura la fiera era pressoché deserta mentre oggi è vivace come nelle giornate precedenti”.
Autore: Giorgio Dell’Orefice


29 Marzo 2012, ore 12:23

IL SOLE 24 ORE
Illy ora gioca la carta del vino ... Il presidente Riccardo: “Percorso redditizio per la quarta e quinta generazione” ... Niente Borsa, ma spinta alla diversificazione dei comparti di investimento - in Italia o al massimo in Francia - per il Gruppo Illy. E dopo il tea, la cioccolata e le confetture, oggi l’attenzione è concentrata sul vino per traguardare la quarta e quinta generazione puntando su un mercato dalle grandi potenzialità. La holding della famiglia di torrefattori più conosciuta e celebrata al mondo - controllata al 100% dai quattro fratelli Francesco, Riccardo, Anna e Andrea con la madre Anna Rossi - ha rinunciato alla focalizzazione monoprodotto dal 2004. “Nel 1977, quando sono entrato in azienda, Illy vendeva caffè e tea e si rischiava di defocalizzare il marchio - riferisce Riccardo Illy, presidente del Gruppo -. Abbiamo scelto di concentrarci sul caffè e siamo cresciuti in maniera strutturale: dalle mille tonnellate di prodotto vendute nel ‘77 alle 15mila distribuite nel 2004 in più di 140 Paesi, con una riduzione drastica dell’indebitamento sceso al livello del patrimonio netto”. “Ci siamo posti il problema di avviare nuovi percorsi da trasmettere alla quarta e quinta generazione della famiglia - rilancia il presidente della holding -. Potevamo allargare sul caffè, entrando in fasce di mercato più basse con blend meno costosi, ma abbiamo scelto di mantenere una strategia di eccellenza creando un polo del gusto con prodotti che amiamo e che sono stati nella nostra storia”. Ecco allora l’ampliamento del portafoglio con acquisizioni mirate al top di gamma: il cioccolato piemontese Domori (100%), il tea parigino Damman Frères (77%), le confetture della cuneese Agrimontana (40%) e infine al primo passo nel mondo del vino, proposto da Francesco Illy, che ha condotto l’acquisto dell’azienda agricola senese Mastrojanni. A questi si aggiungono la partecipazione al 30% nella svizzera IllyCafè (ceduta da Ernesto Illy per avere il controllo a Trieste) e al 5% nella catena di gelaterie Grom. Tutte operazioni realizzate a debito, utilizzando la redditività e i dividendi del caffè per sostenere una esposizione che rimane comunque sotto controllo (in questo momento sono 45 milioni verso le banche). “Non abbiamo preclusioni di principio su possibili aperture del capitale, tanto che la finanziaria regionale Friuliaè entrata due volte in IllyCaffè con quote di partecipazione che miravano a sostenere lo sviluppo dell’azienda e non al capital gain - conferma Riccardo -. Si è valutato però un indebitamento diretto perché era ed è tutt’ora pienamente sostenibile, a fronte di tassi di interesse bassi in partenza e rimasti tali”. La fiammata dello spread nel 2011 “ha creato qualche piccola tensione, ma non tale da preoccuparci”. La Borsa, invece, sembra aliena dalla filosofia della famiglia e dunque del Gruppo: “Mio padre ha sempre sostenuto che il nostro vero padrone è il consumatore - chiarisce il presidente - e noi rimaniamo convinti che il reddito d’impresa vada a coprire i costi del futuro. Difficile condividere con azionisti esterni, che hanno un’ottica di breve periodo, scelte come la chiusura di un bilancio in perdita o con bassi dividendi per non rinunciare alla qualità del prodotto”. Una filosofia che il Gruppo - 333,8 milioni di fatturato consolidato 2010 (con Mol a 43,8 milioni e utile netto di 3) e 365 milioni di previsione 2011- ha mutuato dalla famiglia. “Stiamo sviluppando investimenti importanti su tutti i fronti e i report sulle società controllate o partecipate che ogni anno vengono presentati da un’agenzia di valutazione confermano che la scelta è stata corretta, perché il valore è cresciuto”, riferisce Illy. Dunque al di là degli utili e dei dati di bilancio, c’è una quota “virtuale” di pay-back che rimarrà a patrimonio. “Vorremmo che in io anni il tea e il cioccolato arrivassero alle dimensioni del caffè e generassero un cash flow adeguato a sostenere nuovi investimenti”, conclude Illy. E l’attenzione è concentrata sul vino: settore ad alto potenziale e dai ritorni sul lungo periodo. Il Gruppo “rimarrà concentrato sull’Italia, che ha vantaggi competitivi meccanici ed estetico-culturali, e forse sull’unico altro Paese che condivida questi vantaggi, ovvero la Francia”.
Autore: Gianbattista Marchetto


29 Marzo 2012, ore 12:22

IL SOLE 24 ORE
La Urciuolo entra nel Polo Campari ... Una piccola azienda irpina entra a far parte del Polo Vini del Gruppo Campari: la Fratelli Urciuolo di Forino, in provincia di Avellino, cantina nata nel 1996 nelle vicinanze del Monte Faliesi. L’azienda, con soli sette dipendenti fissi (e una decina di stagionali), vigneti che si estendono per 25 ettari e un fatturato 2011 di 800mila euro, ha siglato un accordo commerciale con il gruppo Campari, per la fornitura in esclusiva mondiale fino a 550mila bottiglie all’anno di Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Aglianico, Falanghina e Taurasi. L’accordo avrà durata quinquennale e un valore di 4 milioni. “Il Polo Vini del Gruppo Campari ha creduto in noi e nella nostra capacità di sviluppo: un riconoscimento importante per una piccola realtà come la nostra. Campari ha saputo di noi grazie al passaparola e, dopo aver visitato più volte vigna e cantina e dopo aver de- gustato il vino, ha scelto i nostri prodotti”, racconta Antonello Urciuolo, amministratore insieme al fratello Giro della Fratelli Urciuolo snc. Figli di un venditore divini e di paletti per vigne, i due fratelli Urciuolo dopo il diploma decidono di produrre vino. L’impresa cresce a piccolissimi passi. Ottiene i tre bicchieri del Gambero Rosso per tre anni, arriva a produrre nel 2011 100mila bottiglie. Poi arriva Campari. Gli assaggi e le visite, infine il verdetto. E la Urciuolo svolta. “Il gruppo Italiano famoso nel mondo aveva intenzione di arricchire la propria gamma aggiungendo vini campani che sono richiesti in Europa - aggiunge l’imprenditore irpino - piuttosto che rivolgersi ai big si è preferito cercare tra aziende piccole con prodotti di qualità”. A partire da quest’anno l’azienda dovrà fornire, secondo contratto, 150mila bottiglie e dovrà incrementale di altre cento anno dopo anno. Uno sforzo non da poco, sopratutto per l’approvvigionamento di materia prima, e perle attrezzature della cantina. A questo scopo l’azienda aveva già varato un piano di investimenti da 600 mila euro ottenendo (sulla carta) un finanziamento a valere sul Psr 2007-2013. Dopo la prima tranche di 100mila euro non è arrivato altro. In attesa, la piccola impresa, si è rivolta alle banche, ma anche qui non ha trovato facile attenzione. “Dopo una lunga gestazione il finanziamento bancario alla fine è arrivato - dice Urciuolo - ma solo dopo aver dato a garanzia l’intera struttura aziendale che, in verità, vale di più”.
Autore: Vera Viola


29 Marzo 2012, ore 12:22

IL SOLE 24 ORE
Gaja: “Va costruito più valore aggiunto” ... Non ha mai pensato di affidarsi a un’archistar per avere una cantina firmata. Non vuole ristoranti o relais sulle sue colline. E non apre le porte ai visitatori. Se arrivano in Langa possono guardare le sue vigne a rispettosa distanza, senza portarsi a casa nemmeno una bottiglia. Nessuna vendita diretta. Angelo Gaja, l’uomo che ha creato nel mondo il mito del Barolo, è fatto così. Diretto, a volte ruvido, impetuoso. Animato da grandi certezze, da cinquant’anni tira dritto per la sua strada. Concentrato sul prodotto. “La qualità si fa in vigna - ha spiegato nel corso di una degustazione durante il Vinitaly - lavorando tra i filari 1.600 ore l’anno”, in un’ottica di gestione familiare con il pieno controllo delle fasi produttive. Non pretende di insegnare niente a nessuno questo signore del vino, ma è chiaro che il modello che ha in mente è quello di un artigianato di altissima qualità. Dove non c’è posto per la finanza e le diversificazioni. “La mia famiglia vuole solo fare vino buono e continua a farlo sugli stessi terreni”. A Barbaresco, dove da venticinque anni non si è aggiunto un metro di vigna. Le uniche acquisizioni sono state effettuate in Toscana, a Bolgheri e Montalcino. Il vino italiano sembra vivere una stagione d’oro. Una bottiglia su quattro venduta nel mondo arriva dalle nostre cantine e l’export ha toccato i 4 miliardi di euro. Ma il produttore piemontese invita a “non esagerare con i peana”. Abbiamo il primato assoluto di vendite di vino all’estero, spiega, “la Francia esporta il 40% in meno dell’Italia in volumi, ma il prezzo medio delle nostre bottiglie è quasi tre volte inferiore a quello francese. Dobbiamo costruire più valore aggiunto, investire nelle aziende, nella rete commerciale, negli uomini e nelle donne che lavorano con noi, non nella finanza”. Rifuggendo da parole d’ordine ormai superate. “Sento ancora parlare in giro di “fare sistema” o “cabina di regia” - si infiamma - sono espressioni abusate che non fanno bene al mondo del vino. L’esperienza fallimentare di BuonItalia brucia ancora e il rischio dell’assistenzialismo in- fruttuoso è dietro l’angolo”. Perché spesso si pensa a come ottenere finanziamenti invece di definire una strategia efficace. Presentare insieme prodotti con identità e tradizioni tanto diverse (l’Italia ha più di 500 tra Doc, Igt e Docg) non è certo facile, ammette Gaja, ma è essenziale elaborare progetti molto dettagliati, integrando i valori della territorialità, dalla storia alla cultura alla cucina. Sabato scorso lui non era al palazzo della Ragione di Verona, dove ha mandato le figlie, ma ha apprezzato l’iniziativa di Vinitaly e Wine Spectator che hanno organizzato un grand tasting delle cento più importanti etichette italiane. “Costruire un ponte con la rivista del vino più importante del mondo - dice - forte di tre milioni di abbonati è una mossa strategica intelligente”. Soprattutto se mette in vetrina i grandi artigiani del vino.
Autore: Fernanda Roggero


29 Marzo 2012, ore 12:21

IL SOLE 24 ORE
Rivive la cantina di Ceausescu ... Tulcea, a un centinaio di chilometri dal mar Nero, sul delta del Danubio; su queste colline nel 1956 sorgeva la cantina più grande della Romania, la Sarica - la cantina statale -. Una capacità di 13 milioni di litri divino, dove al tempo di Nicolae Ceausescu lavoravano 300 operai. Tra il 1998 e il 2002 furono i residenti a continuare le produzioni, risarciti dopo la rivoluzione dalle espropriazioni comuniste con piccoli appezzamenti. Un territorio collinare, terrazzato sul Danubio, particolarmente vocato, che oggi risulta per oltre il 50% in stato di abbandono. Qui, dopo studi e micro vinificazioni, la cantina umbra Di Filippo di Cannara (Pg) - insieme ai soci Roberto Pieroni, Maura Angeli e l’enologo Andrea Pesaresi -,nell’aprile del 2008, ha deciso di investire. Il progetto prevede il recupero di2o ettari di vigna, con ceppi vecchi di oltre 50 anni, e un pia- nodi sviluppo per ulteriori otto ettari di vigna nuova che sarà impiantata ad aprile. “Stiamo recuperando le vecchie vigne - spiega Roberto Di Filippo, titolare dell’azienda insieme alla sorella Emma -; si tratta di un enorme patrimonio viticolo, con varietà bianche eleganti come la feteasca e rosse interessanti come la babeasca, lontane dal corpo e dalla complessità delle produzioni umbre”. L’azienda - 900 mila euro di fatturato e 25omila bottiglie l’anno vendute per il 50% all’estero - è tra le prime italiane che hanno deciso diinvestire su questi territori: Antinon produce varietà internazionali a Nord-Est di Bucarest. “L’investimento - prosegue Di Filippo - finora intorno ai 400mila euro, oltre all’impianto della vigna nuova finanziata da fondi europei con l20 mila euro, non è stato facile; l’uscita della produzione 2010 è slittata a causa di problemi burocratici, quindi la prima vendemmia 2011 uscirà quest’anno con la feteasca”. Le produzioni al momento sono destinate per il 70% al mercato Rumeno, mentre è in cantiere un prodotto che punta l’attenzione alle varietà tipiche locali per l’Italia e il Nord Europa. “Tutte le produzioni - sottolinea Di Filippo - sono biologiche e biodinamiche, e stiamo preferendo le lavorazioni manuali a quelle meccanizzate grazie alla disponibilità di manodopera e know how”. Tre sono gli obiettivi del piano economico: portare in pareggio il bilancio economico dell’azienda al quarto anno, arrivare a pagare gli investimenti e avere il bilancio in attivo da qui ai prossimi io anni, nel rispetto dei tempi medi dell’artigianalità.
Autore: Francesca Mencarelli


28 Marzo 2012, ore 12:43

IL SOLE 24 ORE
Agroindustria. Nel 2011 produzione in calo del 16,7% per il clima, ma le vendite all’estero bilanciano fatturato e utili ... Il vino rilancia sull’export di qualità ... Decisiva l’offerta più raffinata per conquistare quote sui mercati mondiali ... La rincorsa sulla Francia non finisce mai. Il vino italiano è ancora lontano dal benchmark del mercato mondiale. Anche se l’export nazionale aumenta più in valore che in volume. Le elaborazioni dell’organizzazione internazionale della vigna e del vino, che sono state al centro ieri di un convegno organizzato da Confagricoltura, hanno delineato il complesso contesto internazionale in cui i piccoli e i medi produttori italiani devono competere ogni giorno, miscelando (frequenti) politiche di prezzo e (rare) economie di scala. E vero che, nel 2011, le esportazioni sono aumentate in quantità del 9% e in valore del 12 per cento. Il che mostra come, poco alla volta, le politiche di brand formale e informale, praticate a livello di sistema dai consorzi o dalle singole imprese più organizzate, funzionino e convincano i consumatori di Pechino e di San Francisco, di Rio de Janeiro e di Stoccolma a pagare in media la bottiglia italiana più di quanto facessero un tempo. Ma è altrettanto vero che il prezzo medio al litro ottenuto dai francesi è di 4 euro, contro i 2,68 euro strappati dagli italiani. E vale poco ricordare come il 50% di quei 4 euro sia dovuto agli champagne. Sarebbe come sostenere l’equivalenza dell’industria meccanica italiana e di quella tedesca, se dai dati relativi alla produzione, ai fatturati aggregati e all’export venissero espunte Bmw, Daimier-Mercedes e Volkswagen. L’auto tedesca esiste. Ed esiste anche lo champagne francese, con tutto il suo fascino e la sua forza finanziaria sui mercati mondiali. Comunque sia, l’export nazionale divino vale 4,4 miliardi di euro. E la sua dinamica è positiva. Questo, a fronte di una riduzione della produzione. Nel 2011 l’Italia ha prodotto 41,5 milioni di ettolitri, con un calo rilevante: -16,7 per cento. Una flessione dovuta a una duplice ragione: il cattivo tempo e l’abbandono di 30mila ettari di vigne (l’l% del totale). Abbandono finanziato con i soldi europei, che hanno foraggiato la pratica della “estirpazione” anche in Francia (-1% delle vigne) e Spagna (-5%). La dinamica produttiva negativa accomuna Italia, Grecia (-13,6%) e Spagna (-3%). L’incremento dell’export, dunque, fa il paio con un deciso calo della capacità produttiva del settore. E, così, la capacità di piazzare i propri prodotti al di fuori del mercato domestico diventa sempre più vitale. Dunque, da questo punto di vista, appare rilevante la ripresa degli scambi mondiali, che nel 2011 sono aumentati del 7,9 per cento. Anche se l’Italia si trova ad affrontare un contesto internazionale che, negli ultimi trent’anni, è profondamente mutato. Con un cambiamento degli equilibri fra vecchio mondo e nuovo mondo. Secondo un rapporto che Nomisma presenterà oggi, fra il 1981 e 111985 i primi cinque paesi europei detenevano il 75,6% delle quote del mercato mondiale, mentre gli Stati Uniti e il cosi detto “emisfero sud” (Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Cile e Sud Africa) si fermavano all’1,6 percento. Oggi i primi cinque europei sono scesi al 61,9%, mentre gli altri sono saliti al 29,4 per cento. Per quanto questa globalizzazione abbia effetti difficili da prevedere e da governare, meno male che c’è, l’export. Perché il mercato interno italiano inizia davvero a diventare un problema. Lo sbocco nazionale assume tratti sempre più critici. Basti pensare che il consumo di vino procapite, nel nostro paese, è stato nel 2010 di 40,7 litri. La stima per il 2011, elaborata dall’organizzazione internazionale della vigna e del vino, è quella di un calo a 37,9 litri.
Autore: Paolo Bricco


28 Marzo 2012, ore 12:43

LA REPUBBLICA
Tra vigne e mimose il mare della Regina ... Devono essere i colori di un intensità che fa innamorare i pittori. O forse è il mare, che si muove lento e ti rassicura. I borghi di pescatori arroccati sulle scogliere, quel susseguirsi di baie sabbiose e una manciata di piccole isole di fronte. L’arcobaleno di fiori, i vigneti e un profumo, un tepore che sembra primavera tutto l’anno. La regina delle regine, Vittoria, si innamorò per prima della costa del Var, dove il Mediterraneo è ancora più dolce. Alla fine dell’Ottocento scelse di svernare qui, accompagnata da un’aristocrazia inglese avida di lunghe passeggiate e giardini. Cominciò la leggenda della Costa Azzurra - fu il prefetto Stéphen Liégeard a chiamarla così, nel 1887 - un nome di cui poi si appropriò ingiustamente quella parte di Riviera accanto, tra Nizza, Cannes e Monaco. Ma che importa? Nel Var preferiscono la discrezione, farsi scoprire senza fretta. Duecentocinquanta chilometri di sentiero litorale, il paradiso per chi vuole camminare o andare in bici (da Six-Fours a Saint-Raphael sono cento chilometri di pista ciclabile), respirando questa magica costa. Chi da queste parti arriva in auto - l’Italia è a solo tre ore - può, ad esempio infilare le strade strette dei vigneti e arrivare sino in fondo, in direzione del mare. I produttori locali mettono a disposizione i cosiddetti parcheggi “nature”: si lascia la macchina sotto una pineta pagando non più di otto euro al giorno, e poi la spiaggia - sabbiosa, attrezzata per un pic-nic e poco affollata, perché il “segreto” lo conoscono ancora in pochi - è proprio lì. Davanti lo spettacolo del parco nazionale marino di Port Cros, le isole della Gabinièrè, Port Cros, Levant e più in là le Porquerolles, che qui chiamano anche Isole d’Oro per via della scintillante roccia micacea. Al tramonto vale la pena sostare alla vicina casa vinicola. Bormes les Mimosas, uno dei villaggi più fioriti d’Europa, un trionfo provenzale di bouganville, tappa obbligatoria lungo la strada delle mimose, è soli cinque chilometri. Ancora più vicino il forte di Bregançon, piccolo promontorio roccioso che da più di mezzo secolo è la residenza ufficiale dei presidenti francesi. Tra baie e scogliere si arriva al Domaine du Rayol, il giardino del Mediterraneo ai piedi del massiccio dei Mori: venti ettari di natura di cui sette dedicati alla biodiversità e con piante di tutto il mondo, uno straordinario mosaico che rispetta il ciclo delle stagioni. C’è anche la possibilità di tuffarsi in acqua e fare snorkeling. La costa varoise è soprattutto Hyères les Palmiers, il villaggio medievale che fu scelto dalla regina Vittoria e che sulla collina offre la suggestiva Villa Noailles, capolavoro cubista e museo (gratuito) di arte contemporanea. Giù al mare le vecchie saline e le saline dei Pesquiers, un pezzo di storia millenaria oggi paradiso naturale con oltre duecento specie di uccelli (e ovunque, fenicotteri rosa) e quasi trecento tipi di piante. Perché questo è un piccolo paradiso, ma non fatelo sapere in giro.
Autore: Massimo Calandri


28 Marzo 2012, ore 12:42

IL SOLE 24 ORE
Strategie. La casa viticola dà valore ai marchi ... Frescobaldi punta sul brand di lusso ... Il modello è rappresentato dai grandi gruppi del lusso, come il francese Lvmh nella moda o lo svizzero Richemont negli orologi, proprietari di un ventaglio di marchi prestigiosi, tenuti però ben distinti e separati l’uno dall’altro nelle strategie di comunicazione e di valorizzazione. Proprio a quel modello guarda ora, primo nel settore vinicolo, Marchesi de’ Frescobaldi, una delle più antiche e blasonate aziende italiane (produce vino da 700 anni), 1.200 ettari di vigneti di cui 50 in Friuli-V.G. e il resto in Toscana: “Stiamo lavorando per dare valore ai nostri brand - spiega l’amministratore delegato Giovanni Geddes - in particolare Ornellaia, Luce e Frescobaldi, che hanno grandi potenzialità nella fascia alta di mercato. Il nostro obiettivo è rendere sempre più riconoscibili i marchi, perché un settore che ha potenzialità produttive in eccesso come quello del vino è destinato a una forte selezione, che privilegerà sempre di più i brand affermati, come avviene nel settore del lusso”. Al mondo del lusso, del resto, Frescobaldi si è avvicinato già nella redditività: il 2011 si è chiuso (i conti saranno approvati nei prossimi giorni) con un margine operativo lordo del 29% (era il 27,6% nel 2010), a quota 24 milioni, e un risultato operativo del 19,3% (era il 18,2%). Il fatturato consolidato ha raggiunto gli 82,8 milioni di euro, in crescita del 4% sull’anno precedente. E a crescere, caso raro nel settore del food & wine, sono stati non solo i mercati esteri ma anche quello italiano, in crisi di consumi da tempo. “Sul mercato italiano siamo cresciuti del 5% in valore - aggiunge Geddes -; grazie soprattutto alla nostra organizzazione distributiva, ma anche alla campagna promozionale diretta al consumatore finale che ha comportato un investimento di 700mila euro (altri 400mila sono stati investiti in Canada, ndr). Pure la ristorazione, che sta ancora attraversando un momento difficile, lentamente si incammina nella direzione dei marchi”. Per quest’anno, Frescobaldi ha previsto una crescita del 10% che dovrebbe portare l’azienda fiorentina - che oltre al vino conta quattro ristoranti “Frescobaldi wine & restaurant” (un quinto aprirà all’inizio di aprile a Miami) - a superare io milioni di euro. “Il 2012 è un anno difficile sul mercato interno, che ha una redditività più bassa ma resta importantissimo per la costruzione dell’immagine aziendale - spiega l’ad -. L’estero continua a marciare, soprattutto i mercati per noi classici che sono Stati Uniti, Germania, Canada e Svizzera, con l’aggiunta della Russia che ormai è un mercato emerso più che emergente”. La grande scommessa resta la Cina, anche se Geddes ricorda che per ora il vino italiano esportato in Cina è di basso prezzo. “Prima di pensare a volumi importanti, per esportare in Cina bisogna affermare il valore dei marchi - conclude Geddes -. Anche perché i cinesi il vino non lo conoscono: per loro è uno status symbol, e dunque il valore viene dal brand”. Frescobaldi, su questo terreno, si è attrezzato per tempo.
Autore: Silvia Pieraccini


28 Marzo 2012, ore 12:03

LIBERO
Un settore in controtendenza ... La carica dei professionisti di Bacco ... Da cacciatore di clienti a “wine driver”: si moltiplicano le occasioni di lavoro ... Tanti appassionati a Vinitaly, la rassegna di riferimento del vino italiano nel mondo, che si chiude oggi a Verona, dando appuntamento al 2013. Wine lovers che, forse, affascinati dall’Italia del vino, che si è messa in vetrina, raccontando di sé, nel bicchiere ma anche attraverso le voci dei suoi protagonisti, potrebbero saltare dall’altro lato della barricata e lavorarci, nel mondo di Bacco. Già, perché se è vero che la salute di un settore si vede dal suo fatturato, o magari dai risultati dell’export, un altro indicatore importante è anche quello delle ricadute occupazionali. E così, se è vero che il vino italiano sta bene, almeno da un punto di vista economico, con il mercato interno che tiene e un export che, nel 2011, ha fatto segnare il record in valore con 4,4 miliardi di euro - e con un sentiment già positivo anche per il 2012, secondo 20 aziende tra le più importanti d’Italia sondate da WineNews - mentre il dibattito sul mercato del lavoro è quanto mai nel vivo, dall’Italia di Bacco arrivano notizie incoraggianti anche sul fronte occupazione, cresciuta dell’1,7% dal 2006 ad oggi (anche se nell’ultimo anno c’è stata una piccola flessione dello 0,5%), contro un -2,5% del settore beverage nel suo complesso, e un -5,1% di tutta l’industria manifatturiera italiana. Con il vino che, tra chi è impegnato direttamente in vigna, cantina, nella distribuzione commerciale, ma anche nell’indotto, crea opportunità per 1,2 milioni di persone: lavori più classici strettamente legati alla produzione, ma anche nuovi lavori, originali e creativi, nati dalla passione per l’enologia. E solo dopo diventati vere e proprie professioni, spesso indipendenti e pronte a mettersi al servizio delle cantine in un mondo del vino che, di fronte ai tempi che cambiano, non sta a guardare, ma si reinventa.
Dati che confermano come il settore in Italia sia una voce importante anche in termini occupazionali. Tanto per chi vuol lavorare nelle aziende seguendo canali più “istituzionalizzati”, con la formazione scolastica e universitaria che crea enologi, cantinieri, viticoltori, esperti di marketing, addetti al commerciale, esperti di economia e legge, il 61% dei quali, per altro, trova lavoro entro poco tempo dalla laurea, sia per chi si lancia nella libera professione intercettando nuove tendenze: dal wine hunter a caccia di clienti top per cantine ed enoteche, al wine promoter che abbina il vino agli eventi di ogni tipo, dal wine blogger che si mette a vendere bottiglie, al social wine writer sempre connesso con gli eno-appassionati “via” social network, e al wine driver, l’autista che riporta tutti a casa dopo cene, serate in discoteca, feste e tutte le altre occasioni in cui ci si vuol concedere un bicchiere in più senza mettere a repentaglio la sicurezza propria e altrui sulle strade. Perché nel mondo di Bacco c’è posto per tutti.
Autore: WineNews


28 Marzo 2012, ore 12:03

LIBERO
Kit di sopravvivenza e web community ... Dai consumatori “outdoor”, i nuovi arrivati del vino che amano berlo in locali di tendenza e per convivialità, ai bevitori tradizionali che prediligono sempre le stesse tipologie, dagli enogastronomi che legano il vino a ogni pasto, agli intenditori emergenti, interessati al vino come prodotto culturale di cui vogliono sapere tutto: ecco l’identikit degli amanti di Bacco tracciato a Vinitaly dalla sociologa Marilena Colussi. Diversi tra loro per gusti ed abitudini, per raggiungerli l’Italia del vino mette in campo tutte le sue risorse: come l’attenzione per l’ambiente, con progetti capaci di unire mondo del vino, ricerca e istituzioni come ha detto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini (ma anche con i vini “bio”, per la prima volta, a Vinitaly con “Vivit”), ai nuovi mezzi di comunicazione come il web che ora ha anche la community dei fan del Sangiovese fotografati e taggati dalla Castello Banfi, e con vere e proprie chicce come il “kit enoico” per la fine del mondo della siciliana Duca di Salaparuta.


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nubi sparse Aglianico del Vulture:
Barile (PZ)

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sereno Alto Adige:
Bolzano (BZ)

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Appiano sulla strada del vino (BZ)

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San Casciano in Val di Pesa (FI)

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La Spezia (SP)

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rovesci isolati Cirò:
Ciro' (KR)

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sereno Colli Orientali del Friuli:
Manzano (UD)

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variabile Collio:
San Floriano del collio (GO)

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Montefiascone (VT)

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Castiglione di Sicilia (CT)

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Cormons (GO)

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Modena (MO)

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Campomarino (CB)

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Chieti (CH)

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Montepulciano (SI)

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Manduria (TA)

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16 Maggio 2012, ore 16:25

AGRICOLTURA & COMMERCIO ESTERO - LA CONFAGRICOLTURA METTE IN RISALTO LE PERFORMANCE NEGATIVE DELL'EXPORT AGRICOLO 2012: “RIPARTE IL MADE IN ITALY ... MA NON QUELLO DEL WINE & FOOD”

“Riparte il made in Italy, ma non quello agricolo: nel primo trimestre 2012 (sul 2011) l'export comp... Leggi



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