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Il Meglio dell'Edicola

28 Giugno 2017, ore 18:29

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Bandol d’eccezione,il degli abissi invecchiato a 40 metri sotto mare … Nelle profondità del Mediterraneo a Saint - Mandrier - sur - Mer, in Francia c’è un vino speciale: 120 bottiglie di Bandol (bianco, rosso e rosé) sono state messe a invecchiare per un anno a 40 metri sotto il mare, al largo della Costa Azzurra. L’idea nasce da Jerome Vincent, direttore della scuola sub che recupera antiche anfore e bottiglie sui fondali. Esperimento riuscito: il vino è ottimo ma il costo dell’operazione è eccessivo.


28 Giugno 2017, ore 18:26

Italia Oggi
Vino, registri web ancora al palo … Il direttore Agea, Papa Pagliardini, svela performance e sofferenze nell’erogazione degli aiuti... Neppure un terzo delle imprese obbligate è in regola... Nonostante la proroga di un mese, in scadenza al 30 giugno 2017, neppure un terzo delle aziende vinicole obbligate alla tenuta del registro telematico del vino detiene un proprio registro online. Eppure quasi tutte le imprese obbligate (17 mila su 19 mila complessive) si sono iscritte al Sian e sono già abilitate alla loro tenuta. Lo svela a ItaliaOggi Gabriele Papa Pagliardini, direttore dell’Agea, l’Agenzia nazionale per le erogazioni in agricoltura, che annuncia: “Una volta che il sistema sarà in porto l’Italia potrà contare su un sistema di etichettatura e tracciabilità telematica dei vini, alternativo a quello delle fascette e molto più spendibile in termini commerciali sui mercati internazionali”. Con ItaliaOggi Papa Pagliardini fa anche il punto sulle performance del sistema da lui gestito, sviscerandone anche le criticità. Quindi, conferma: “Agecontrol spa sarà incorporata in Agea”.
Domanda. Avete annunciato il superamento del 75% di domande grafiche fissato dai regolamenti Ue entro il termine di presentazione della domanda unica Pac. E che Agea e Arcea, l’ente pagatore della regione Calabria, hanno raggiunto il 78% per un totale di 4,700 mln di ettari. Questo cosa comporterà?
Risposta. Stiamo cambiando il modo con cui si presentano le domande. Fino al 2017 le istanze venivano presentate con modalità alfanumerica. Che significa un’elencazione delle particelle catastali (in proprietà o conduzione) con le diverse modalità di utilizzo colturale. Adesso la modalità è grafica: l’agricoltore disegna la sua azienda come fosse un poligono, come se stesse facendo la piantina della casa. In base alla piantina si ha la geografia dei diversi aiuti a cui l’agricoltore ha diritto. Poi, c’è un secondo obiettivo: aver risparmiato all’Italia una correzione finanziaria, proporzionale alla quota di mancato raggiungimento degli obiettivi nel passaggio da modalità alfanumerica a grafica. Questo passaggio, per il 2017, era fissato al 75% delle domande e, nel 2018, sarà al 100% del cambiamento del sistema.
D. Nei giorni scorsi ha annunciato che, a partire da ottobre di quest’anno, Agea erogherà gli anticipi Pac 2017. E che sul Psr 2015 entro luglio avrete le procedure per gestire il 98% delle domande, mentre a settembre potrete trattare il 97% delle 153 mila domande del Psr 2016. Perché questi ritardi su più annualità?
R. Siamo nella fase di avvio della nuova programmazione comunitaria, 2014/2020 partita in ritardo già dalla Commissione Ue, che ha predisposto gli atti regolamentari in tempi non compatibili per far partire la programmazione di spesa dal 2014. Così, si è dovuto rivedere in sede Ue il quadro finanziario pluriennale, per spostare le risorse di competenza del 2014 negli anni residui. Va anche detto che la fase di avvio di ogni programmazione, di norma, sconta ritardi. Anche per motivi comprensibili: tutti i Psr, in Italia sono uno per regione, sono stati approvati entro dicembre 2015. E solo alcuni avevano attivato le misure a superficie per il 2015, credo fossero otto regioni gestite da Agea. Le altre sono partite dal 2016.
D. Sì, ma non basta.
R. C’è anche un problema legato al cambiamento delle norme Ue. Le regole d’istruttoria delle domande di sostegno, prima, e di pagamento, poi, erano conosciute al momento del via libera ai programmi. Oggi, invece, queste sono in parte nei programmi (quelle strategiche) e in parte nei bandi (quelle attuative). Così, per predisporre i programmi informatici di pagamento, Agea ha dovuto attendere l’emanazione dei bandi regionali.
D. E poi?
R. E poi si sono aggiunti altri tre aggravi di procedure. In primis, l’obbligo per l’organismo pagatore di certificare le modalità e i sistemi di controllo delle misure stabilite dalle regioni. Poi, sino al 31/12/2015, Agea è stata totalmente impegnata a evitare il disimpegno dei fondi Pac della precedente programmazione di spesa, la 2007/2013. Infine, si è dovuta dare priorità nei pagamenti delle misure Pac rivolte alle aree terremotate.
D. Finita qui?
R. In verità no, ci sono state anche le procedure concorsuali che hanno interessato due delle software house impegnate nella produzione e gestione del sistema informativo necessario a eseguire i pagamenti. Per questo, il recupero dei ritardi sui pagamenti delle domande Psr maturate è un risultato importante, frutto di un piano di rientro che ho richiesto e ottenuto dal Sin Rti. Tenga conto che sui Psr sono state presentate 190 mila domande totali per il 2015/16.
D. Sì, ma in Italia vengono presentate circa un mln di domande uniche di pagamento. L’equivalente del numero di domande gestite da Francia, Germania, Regno Unito, Portogallo, Paesi Bassi, Danimarca e Belgio. Perché in Italia se ne fanno così tante?
R. Basta un dato per capire: in Francia ci sono 450 mila aziende con estensione media di 30 - 35 ettari, mentre in Italia ce ne sono un milione con una estensione media di 10 ettari. Più aziende, più domande uniche. Inoltre, la morfologia del territorio e la diversificazione produttiva che esiste in Italia non esiste altrove. Una domanda in Italia contiene anche cinque - sei tipologie diverse di produzione.
D. Allora, facciamo un riassunto della situazione pagamenti.
R. Per le misure a superficie il 98% delle domande del 2015 vedrà l’istruttoria completata entro luglio 2017. Le 150 mila domande del 2016, invece, vedranno il completamento delle istruttorie per settembre. Per le assicurazioni, abbiamo aperto il 2015 e il 2016 e contiamo di ultimare i pagamenti di queste due annualità entro fine dicembre 2017.
D. Senta, però. Ciclicamente si sollevano polemiche nelle procedure di pagamento Agea; oltre ai problemi reali ci sono anche proteste strumentali, figlie delle campagne elettorali?
R. Posso dire che sui territori è piuttosto difficile spiegare le difficoltà tecniche di cui abbiamo parlato, sia da parte della classe politica sia da parte delle organizzazioni professionali. I ritardi del sistema ci sono e li stiamo recuperando, ma Agea è sempre colpevole per definizione, essendo l’ultimo anello del processo di erogazione delle risorse pubbliche e scontando tutto quello che sta a monte. Per esempio, i ritardi nella fase di istruttoria da parte delle regioni. Vede: il punto di caduta è quando l’agricoltore viene pagato. Tutto ciò che sta a monte, agli occhi degli agricoltori, non conta.
D. Il sistema Agea - Sin è chiamato alla gestione dei nuovi registri vinicoli telematici, per cui è stata concessa una proroga. Come procede il sistema e a quando il passaggio definitivo?
R. Ad oggi abbiamo circa 19 mila aziende obbligate alla tenuta del registro telematico; di queste circa 17 mila si sono iscritte al Sian e sono abilitate alla tenuta. E tra queste più di 6.000 tengono già i registri. La proroga al 30 giugno però è stata stabilita dal Mipaaf. E questa non dipende da Agea, come non dipende neppure un’ulteriore proroga Al momento, va detto, non ci sono sanzioni, ma è consentita una coabitazione tra registri telematici e cartacei.
D. Ma perché dovrebbe essere conveniente per il sistema vino passare all’online?
R. La tenuta del sistema telematico non introduce nuovi obblighi, ma agevola le imprese nell’osservanza di obblighi che già esistono, solo in forma dematerializzata. Una volta completato il processo, le produzioni risulteranno garantite con certezza da una filiera interamente tracciata online. E questo darà molta forza in fase di commercializzazione delle produzioni sui mercati internazionali. Tanto è vero che il Mipaaf, disponendo di tutte queste info telematiche, sta lavorando a un sistema di certificazione alternativo a quello delle fascette, che potrà essere più forte dal punto di vista della tracciabilità. In quanto conterà su dati validati dal sistema Agea coi registri online e sui controlli Icqrf
D. Una bozza di dlgs inviata dal Mipaaf al vaglio delle regioni prevede la definitiva incorporazione in Agea di Agecontrol. Che ne pensa?
R È prevista dalla legge delega, il Collegato agricolo (n. 154/2016, art. 15), all’esito di una procedura di selezione. È una soluzione che razionalizza il sistema dei controlli e concede ad Agea la possibilità di rafforzare la sua struttura amministrativa. Negli ultimi nove anni Agea ha subito un taglio di risorse dallo stato di 100 mln di euro. Cento persone sono sparite dalla pianta organica.
D. Capitolo assegnazione del bando di gestione e sviluppo del Sistema informativo agricolo nazionale. Quante le gare e quante le offerte presentate?
R. La vecchia gara era un lotto unico, per 9 anni di appalto. Stavolta ci sono 4 gare differenti, con 4 importi differenti, per 4 tipologie di servizi differenti, a garanzia di una pluralità di offerte sui diversi servizi. In totale, su tutti e quattro i lotti sono state presentate 12 offerte. Abbiamo richiesto a Consip un’anticipazione dei tempi di conclusione delle procedure di affidamento definitivo delle gare, ad oggi stimata per gennaio 2018.
Autore: Luigi Chiarello


28 Giugno 2017, ore 18:26

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Il miracolo di Pietro Monti la Barbera d’Alba 2014 … Coraggio, tenacia, orgoglio. E un indiscutibile talento di vigneron. È la storia di Pietro Monti, giovane enologo piemontese non vedente a causa di un terribile incidente d’auto di alcuni anni fa. Con passione (e l’aiuto della famiglia) Pietro è anima - mente - cuore dell’azienda agricola Roccasanta a Perletto di Cuneo, nel cuore delle Langhe. Terra di grandi vini, Barolo in primis, ma anche di bianchi longevi e freschi base Chardonnay, di Barbere che stupiscono per l’equilibrio, e (prossimamente) di bollicine Alta Langa Docg. Vigneti terrazzati tutti di proprietà, esposti a levante, quindi con i tipici muri a secco delle colline di Langa. La cantina fa parte (con solo altre 3 aziende) del presidio Slow Food del Dolcetto dei Terrazzamenti della Valle Bormida. Pietro non vuole stupire, lo stile dei suoi vini è sobrio, elegante, mai muscolare. Bella sintesi tra tecnologie all’avanguardia e tradizioni vinicole della zona. La produzione è di circa 30mila bottiglie all’anno tra Barbere, Dolcetto, Chardonnay, Nebbiolo e il pregiato Barolo. In cantiere c’è una bollicina Alta Langa (30 mesi sui lieviti) 100% Pinot Nero, che verrà pronta in Autunno. La Barbera d’Alba superiore 2014 è un bicchiere di intensità e bevibilità. Bella frutta rossa al naso, morbido velluto al gusto. Affinata 6 mesi in acciaio, 12 mesi in tonneau da 500 litri e non meno di 6 mesi in bottiglia. Produzione numerata di circa 2.000 bottiglie/anno. In e - commerce ed enoteca a 12,50 euro. Barbera d’Alba Superiore 2014, Roccasanta.
Autore: Lorenzo Frassoldati


27 Giugno 2017, ore 17:46

Italia Oggi
Nestlé, ecco Loeb … L’investitore Usa rileva l’1,25% per 3,1 mld euro... Vuole più utili. Il titolo a +4%... Daniel Loeb ha messo a segno, con il suo hedge fund Third Point, la sua più grande operazione di ingresso nel capitale di un gruppo quotato. E, per farlo, ha scelto Nestlè, di cui ha rilevato una quota dell’1,25% per un valore di 3,5 miliardi di dollari (3,1 mld euro). Come d’abitudine, l’hedge fund farà pressioni sul management del colosso svizzero affinché acceleri la crescita del business, iniziando dalla vendita di asset non core, come il 23% del gruppo della cosmetica L’Oreal. Ma ha già precisato che, a differenza delle altre situazioni, adotterà un approccio collaborativo. Third Point punta l’indice soprattutto contro la performance non soddisfacente di titolo, utile per azione e dividendo di Nestlé negli ultimi anni rispetto alla media di settore in Europa e negli Stati Uniti. In febbraio il gruppo elvetico aveva rivisto al ribasso i target di crescita delle vendite dopo avere mancato l’obiettivo per il quarto anno di fila. Recentemente il nuovo a.d. Mark Schneider ha annunciato che sarà presa in considerazione l’ipotesi di vendere il business americano dei dolci, che arranca rispetto a quello delle rivali Hershey, Mars e Chocoladefabriken Lindt & Spruengli. Molti chiedono a gran voce anche la cessione della divisione dei cibi surgelati, che include marchi come Lean Cuisine e Stouffer, a causa del nuovo trend che vede i consumatori prediligere i cibi freschi. Proprio per questo, la scorsa settimana, Nestlè è entrata nel capitale di Freshly, la start - up dei pasti pronti salutari in abbonamento. Schneider è convinto Nestlé sia in grado di alzare i margini del 4% nei prossimi anni, con un target del 18 - 20% nel 2020. Ha preso inoltre in considerazione l’idea di vendere la quota detenuta in l’Oreal, che rappresenta il 10% della capitalizzazione del gruppo, per un valore di 25 miliardi, e di sottoscrivere nuovo debito per finanziare il riacquisto di azioni proprie. Loeb aveva giocato, anni fa, un ruolo centrale nello scuotere Yahoo dal suo torpore ed è anche ricordato per le battaglie condotte in Sotheby’s. Ultimamente ha chiesto a gran voce una suddivisione di Honeywell. Anche le rivali di Nestlé come Unilever, Danone e Reckitt Benckiser, stanno combattendo con una crescita globale debole, soprattutto nei mercati emergenti, con la volatilità valutaria, con il mutamento dei gusti dei consumatori e con il contesto di bassa inflazione, se non addirittura deflazione. Unilever, Diageo e Kraft Heinz si sono lanciati in un piano di drastico taglio dei costi. La borsa di Zurigo ha accolto con favore la notizia dell’ingresso di Daniel Loeb: Nestlé ha guadagnato il 4,32% a 85,65 franchi.


26 Giugno 2017, ore 18:17

Repubblica Affari & Finanza
Gli indici Liv - ex Fine wine hanno battuto i benchmark globali … Il 2016 è stato l’anno del rilancio per i “fine wine” di Bordeaux. Dopo anni non proprio rosei, il mercato ha iniziato a percepire una ripresa di valore nei vini bordolesi già a fine 2015.Tutti gli indici del Liv - ex hanno guadagnato lo scorso anno. Il Fine wine 100, il benchmark dell’industria, ha visto salire le quotazioni per 15 mesi consecutivi, battendo tutta una serie di altri indici globali. Sembra un paradosso, ma il mercato del vino ha ricevuto una spinta incredibile dalle vicende politiche inglesi: all’annuncio del referendum prima, con la Brexit dopo. La sterlina più debole ha spinto in alto le quotazioni, mentre la quotazione in dollari ha risentito invece in discesa. In alto è salita anche la quotazione in euro. I vini di Bordeaux sono stati quelli più premiati dalla nuova ondata bullish del mercato. Il mercato secondario, sostengono gli analisti del Liv - ex si conferma il meccanismo più efficace di determinazione del prezzo, particolarmente per le etichette più blasonate che beneficiano di una grande “liquidità”. Il mercato secondario premia in particolar modo i brand più prestigiosi, proprio per la loro fama, la riconoscibilità, valori che danno certezza anche ai consumatori poco specializzati. Uno dei motivi per cui, a detta degli analisti di Liv - ex, molte etichette sono sopravvalutate.
Autore: Paola Jadeluca


26 Giugno 2017, ore 18:16

Repubblica Affari & Finanza
Cheval des Andes, la vigna di Arnault … A Mendoza, sulle pendici della Cordigliera, il patron di Lvmh ha scovato un nuovo “terroir” dove produce vini d’eccellenza che puntano a raggiungere quotazioni top. Appena presentato il Millesimo 2013... “Appena ho assaggiato quel Malbec, mentre ero lì, ai piedi delle Ande, in un paesaggio mozzafiato, ho capito che in questo terroir potevamo realizzare il nuovo fuoriclasse della nostra scuderia”: Pierre Lurton, presidente di Cheval Blanc e di Chàteau d’Yquem, due dei vini più prestigiosi di Francia, racconta l’avventura che l’ha portato a creare in Argentina Cheval des Andes, prima e unica alleanza internazionale di Cheval Blanc. Un’alleanza basata sullo stesso vitigno, il Malbec che costituiva un tempo una delle varietà più importanti di Saint - Émilion (la cittadina medioevale vicina a Bordeaux dove ha sede Cheval Blanc) e di Pomerol, ma era stato poi decimato dalla fillossera, un parassita che a metà dell’Ottocento ha rischiato di distruggere per sempre la viticoltura europea. Trapiantato in Argentina, questo vitigno sta dando vita a grandi vini. Chàteau Cheval Blanc e Chàteau d’Yquem sono proprietà personale di Bernard Arnault, patron di Lvmh, e del barone belga Albert Frère, socio storico con il quale il re del lusso condivide anche la passione per il “bon vivre”. Nel 1998, appena acquisito Cheval Blanc, ne hanno affidato la guida a Pierre Lurton, famoso enologo, rampollo di una stirpe di produttori storici del luogo. E fin da allora Lurton ha intuito che in Argentina poteva nascere un “Premier Grand Cru del Nuovo mondo”, degno dei Premier grand cru classéA che rallegrano il palato e i bilanci di Arnault e di Frère. “Con l’annata 2013 abbiamo raggiunto finalmente l’obiettivo”, racconta Lurton sulla terrazza della nuova cantina di Cheval Blanc, un’opera dell’architetto Christian de Portzamparc, vincitore del Premio Pritzker, una sorta di Nobel dell’architettura. Una vela di cemento tra i vigneti, con una terrazza verde, basata sui principi della massima sostenibilità. Sotto, nell’atelier del vino, 5.500 metri quadrati su due livelli, tra vasche in cemento grezzo un enorme specchio rimanda una foto della tenuta La Compuertas, a Luyjàn de Cuyo, la più prestigi-sa regione viticola di Mendoza, di proprietà di Terrazzas de Los Andes: Lurton si siede in terra e l’immagine lo inquadra tra i filari annidati sui pendii scoscesi della cordigliera delle Ande, a 1000 metri d’altitudine, come in un film. Qui e nella vicina La Consulta, nella valle de Uco, più a sud, nascono gli Cheval des Andes. “La migliore incarnazione dello stile francese e dell’eccezionale terroir argentino, un vino vivace e stravagante, come una seta raffinata, un cachemire avvolgente”, racconta Lurton. È con l’arrivo, nel 2014, del nuovo Direttore tecnico Lorenzo Pasquini, romano di nascita, californiano e bordolese di formazione, che Cheval des Andes sembra aver imboccato la via definitiva verso l’impronta della casa: diminuito il legno, bilanciato l’assemblaggio tra Malbec, Merlot, Cabemet Franc, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, il 2013 è stato presentato a ristoratori, sommelier e giornalisti giunti da tutto il mondo a Bordeaux per Vinexpo, il corrispettivo del Vinitaly di Verona. Una vetrina d’eccezione per un nuovo brand che vuole rappresentare “un viaggio di ritorno alle radici del Bordeaux”, come dice Lurton. “Il 2013 è un vino al dente”, spiega Pasquini, per dire: croccante, quasi da masticare, ma fresco, balsamico, gioca tra i sentori erbacei e la frutta rossa matura, vira verso la cioccolata con note di liquirizia e spezie. Il millesimo 2013 costerà al consumatore finale 80 euro, ma l’ambizione è di creare valore aggiunto attorno a questa etichetta, per farle raggiungere nel tempo quotazioni da investimento. Un matrimonio tra nuovo e vecchio mondo destinato a irrompere negli indici di settore, molto restativi: il Liv - ex fine wine 100, il principale benchmark di riferimento, comprende le etichette top di Bordeaux, della Borgogna, alcune del Rodano, alcuni Champagne e pochissimi, selezionatissimi marchi italiani. Mentre il Liv - ex fine wine 50 traccia i movimenti di prezzo quotidiano dei vini d’eccellenza più scambiati al mondo, che sono solo Bordeaux. Questi indici sono basati a Londra, in una specie di mercato borsistico che non a caso ha sede nelle City, considerata la piazza più importante per trading dei vini. Il Liv - ex fine wine continua a battere gli indici. Liv - ex fine 50 nell’ultimo anno si è rivalutato di oltre il 20%. Il fine wine 100 del 19,52%. Dei primi venti vini nella classifica del Fine Wine 100, diciotto sono di Bordeaux e solo due sono di Borgogna. Il primo non francese è al posto 33, ed è Opus One, un californiano. Oltre ai nove italiani, solo altri sei vini sono fuori della Francia. È sul mercato secondario che le etichette di pregio acquistano valore, Sul secondario Cheval Blanc viene valutato circa il 20% in più del suo “fair value”, il prezzo base. Il vino preferito da Pierre Lurton è Cheval Blanc 1998: 12 bottiglie quotano 5.689 sterline.
Autore: Paola Jadeluca


26 Giugno 2017, ore 17:50

Corriere della Sera
Chateau China, la nuova scommessa del mercato ... Le potenzialità del dragone non solo come consumatore ma anche come produttore di qualità sono state al centro del dibattito al Vinexpo di Bordeaux, la scorsa settimana... “Cina, il nuovo Eldorado”: è stato uno dei temi al centro di Vinexpo, la rassegna mondiale che si è tenuta a Bordeaux la scorsa settimana. Il Dragone, secondo i dati presentati da Iwsr, tra i principali centri di studio, diventerà entro il 2020 il secondo mercato per consumo di vino al mondo, subito dopo gli Usa, e superando il Regno Unito e la Francia, per un valore di vendite pari a 22 miliardi di dollari l’anno. Ma il dato più sorprendente è che, sempre secondo le previsioni presentate a Bordeaux, il Dragone sta per affermarsi come un importane produttore di vini di qualità. Nel paese esistono cantine storiche, come Changyu, a Yantay, nello Shandong, produttore quotato a Shenzen, tra i più grandi al mondo. E a Bordeux si sono celebrati i 1300 anni di storia di Yanghe Distillery, famoso brand di distillati, in particolare il Baijiu, una bomba alcolica usata in tutti i banchetti cinesi, che ora, grazie alla riscoperta dei millennials, fa registrare una ripresa delle quotazioni. Ma è con l’arrivo di enologi stranieri, soprattutto francesi, che il vino del Dragone ha cominciato a conquistare i palati e i punteggi della critica internazionale. Jancin Robinson, autorevole wine writer del Financial Times, ha definito il miglior vino di cina la riserva Tasya di Chàteau Grace Vineyard, di proprietà del tycoon indocinese C.K. Chan, che si produce nella provincia dello Shanxi, visitato e testato anche da Repubblica - Affari&Finanza. Un’etichetta e uno chàteau portati alla fama mondiale da uno dei più famosi enologi del mondo, guarda caso di Saint - Émilion, il cuore degli storici chàteaux di Francia, Gerard Colin, già direttore della Edmond & Benjamin de Rotschild Wine Co, che è venuto a mancare proprio quest’anno. The Guardian segnala in questo periodo Changyu Noble Dragon Cabernet Gernischt, di Yantai, China 2014mche si trova già sugli scaffali di Sainsbury’s a 10 sterline. È già successo con l’arte, i cinesi si sono imposti come collezionisti presenti alle maggiori aste mondiali. Poi, pian piano, sono stati gli artisti cinesi contemporanei a conquistare le vetrine e gli indici delle quotazioni internazionali. Eredi dei famosi calligrafi e acquarellisti delle dinastie storiche. Ora si stima un processo analogo nel vino. I cinesi hanno comprato tante tenute famose in Francia e in Italia. Ora vogliono promuovere i propri. La scorsa settimana le A - share, azioni della Borsa di Shanghai sono state ammesse nell’Msci Global indexes. Un’inclusione attesa da tempo, subordinata alla modernizzazione e maggiore trasparenza del mercato finanziario cinese. Le A - share peseranno all’inizio meno dell’1%, ma siamo alla grande svolta. “Se la Cina continua nel suo processo di riforme il peso potrebbe salire al 18,2% per le A - share - scrive Goldman Sachs - e al 32% per tutte la azioni della Cina. L’inclusione nel benchmark globale sosterrà la strategia della Cina di voler rimpinguare il portafoglio di capitali in entrata, e così bilanciare quelli in uscita, e di fare in modo che il mondo veda la Cina come un mercato per diversificare, come la Cina diversifica negli altri paesi”. Il vino e gli Chàteau sono già diventati un canale di diversificazione per gli stranieri. Rotschild ha costruito un suo Chàteau Lafite nello Shandong. Australiani e francesi hanno realizzato joint - venture sotto la Grande Muraglia. E come per l’Msci, il passo successivo sarà sbarcare negli indici globali del vino di qualità.
Autore: Paola Jadeluca


25 Giugno 2017, ore 17:48

L’Espresso
Bottiglia … Come mentore, citano Henry Jayer, mito di Borgogna: per far vino - diceva - servono istinto, cuore, ma pure una filosofia. La loro, applicata in un micro - vigneto ad alberello a Lappano, pendici silane, Calabria profonda, su uve locali (Gaglioppo, Greco Nero, Magliocco; 23 euro) è la biodinamica. Risultato? L’Appianum 2015, rosso insieme lineare e complesso, grezzo e sofisticato, note d’erbe e oliva fuse al più succoso dei frutti neri e a diluvi di spezie. Sorpresa vera, da godere o serbare, a piacere.
Autore: Paolini & Grignaffini


25 Giugno 2017, ore 17:47

Corriere della Sera
Tremlett: porto la mia arte a dialogare coi vigneti … L’intervista. Il maestro britannico del wall drawing ha dipinto le pareti di una chiesa a Coazzolo (Asti)... David Tremlett è oggi uno degli artisti più conosciuti e apprezzati per i suoi wall drawing, i disegni sui muri. Nel 2012 ne ha realizzato uno monumentale sulle pareti della Tate Britain, la sede espositiva dei maestri storici. Ma per Tremlett l’Italia è un luogo d’elezione. “È la patria della pittura - dice -. Dipingo sui muri, ma sono scultore. A Roma ho guardato Michelangelo e Raffaello con gli occhi sgranati. Per imparare qualcosa devi lasciarti stupire e saper osservare”. Tremlett con Richard Long, Hamish Fulton e Gilbert & George è un protagonista della neoavanguardia inglese. Eppure con le colline piemontesi vanta una lunga tradizione di dimestichezza. “La prima volta sono arrivato nel 1997 a Barolo. Lì ho affrescato il Castello Falletti e la Cappella di Barolo con Sol LeWitt (altro maestro del wall drawing, ndr). Ho viaggiato molto, la prima volta sono partito a piedi da Londra per l’Australia. Era un’opera d’arte. Volevo cercare la mia identità di artista. Ma qui ho trovato una semplicità che mi ha conquistato. Ho sperimentato nuovi tipi di colori, ho visto “invecchiare” i miei affreschi e ho incontrato anche il mio assistente, Ferruccio Dotta”. A Coazzolo Tremlett ha dipinto le pareti esterne della piccola e isolata chiesa sulla collina che si affaccia sul Monviso. “È un luogo ancora intatto in mezzo ai vigneti di Moscato. La geometria dei filari di vite mi ha ricordato le treccine delle donne africane e così è nato il lavoro. Ho osservato la configurazione dei vigneti, parlato con i contadini, li ho visti lavorare, ho condiviso con loro il cibo e tutti i giorni era un regalo. Tornato a casa, ho realizzato centinaia di disegni che poi ho dipinto sulla facciata e sulle pareti della chiesa. Sono le mie forme geometriche tradizionali, rettangoli, quadrati, trapezi, che formano una struttura architettonica che qui cerca un dialogo con la natura, con la tradizione e la modernità. Mi ha colpito una contadina quasi centenaria con il foulard in testa: ogni giorno saliva la collina, raccoglieva l’erba per i suoi conigli”. Gli abitanti di Coazzolo (trecento anime in tutto) hanno capito. Sono diventati a loro modo parte del progetto e Tremlett cittadino onorario del paese. Sulle indicazioni stradali per raggiungere la chiesa hanno scritto: “Progetto artistico”. Racconta Tremlett: “Ciò che mi ha più stupito di questa comunità è la generosità, la capacità di unire sapere antico e presente, senza spreco. È un atteggiamento contemporaneo, vino alla mia sensibilità: cercare di ottenere il meglio con poco”. Cos’è la qualità? “È ciò che resterà”. E la bellezza? “Ciò che non si dimentica”. Come al tempo del suo viaggio a piedi dall’Inghilterra all’Australia, David non ha smesso di cercare e di sperimentare. Per i muri della chiesa di Coazzolo ha studiato una nuova tecnica per restituire il movimento della pittura tipico dei suoi interventi, di solito realizzati con i polpastrelli delle dita e destinati a esser cancellati. “Ho usato calce e colore acrilico, le cromie sono quelle della mia palette (giallo, terra di Siena, verde scuro) in equilibrio con quelli della natura. Il soffitto dell’edificio era a capanna, poi trasformato a botte con materiali poveri. Per me è stata una sfida: all’inizio mi sembrava un sottomarino. La mia pittura è legata all’idea di esperienza, recupero, di vita e deperimento. Ha molto a che fare con la tradizione, ma anche con il cambiare dei luoghi e della tecnologia. Ci sono due tipi di wall drawing destinati a durare: quelli per le istituzioni come la Tate o le dimore degli aristocratici e quelli per le chiese”. Il progetto è nato grazie alla visionarietà di Silvano Stella, proprietario del castello di Coazzolo, e dalla sua idea di “rammendo sociale ed estetico”, per ricongiungere memoria e sapere. Stella ha cominciato convincendo un gruppo di persone ad acquistare un capannone che deturpava il paesaggio per demolirlo. “Il bello è contagioso - dice . Ci sono voluti quattro sovrintendenti e due vescovi (la chiesa è consacrata, ndr) e un anno e mezzo di burocrazia. Poi tutti si sono convinti che l’arte era contemporanea anche ai tempi dei Papi rinascimentali. Intorno alla chiesa e al lavoro di Tremlett possono nascere altre occasioni di confronto. David sta già pensando a un concerto con Ezio Bosso, di cui è amico da sempre”. Tremlett viene in Italia da più di quarant’anni. Cosa pensa della Brexit? “È la cosa più triste che potesse accadere, un errore gigantesco. Il peggio è che è stato pensato da un gruppo di politici idioti e senza cultura. Hanno detto bugie e la popolazione gli ha creduto. Per me come artista è un vero insulto”. Cosa pensa del tesoro di Damien Hirst in mostra a Venezia da Pinault? “È un kolossal hollywoodiano. Una stravaganza esagerata e ostentata di potere e ricchezza, ma solo per “alcuni” come ai tempi degli imperatori. Siamo oltre la provocazione. Ma allora anche Palazzo Butera (il palazzo che Massimo Valsecchi, compagno di strada di Tremlett, sta restaurando a proprie spese a Palermo, ndr) è una stravaganza. Neppure un oligarca russo avrebbe concepito un tale progetto di recupero del passato e della bellezza. Valsecchi e sua moglie con un’intuizione visionaria stanno riportando in vita il palazzo storico per la loro collezione di vetri, mobili e opere d’arte per aprirlo alla comunità di Palermo e alla cultura internazionale che si affaccia sul Mediterraneo. Un progetto per il futuro di tutti. Per me questa è arte”.
Autore: Rachele Ferrario


24 Giugno 2017, ore 17:47

La Repubblica
I debiti ai soci e le vigne ai figli Zonin, l’imperatore di Vicenza si è trasformato in nullatenente … L’inchiesta. Per diciannove anni alla guida della Popolare, al momento ha avuto solo una sanzione gialla Consob. La banca chiede a lui e ad altri 31 dirigenti 2 miliardi. Ma l’azienda vinicola di famiglia, tra le maggiori d’Europa, adesso non è più sua... L’ultima tegola - forse anche l’unica - è la multa Consob. Gianni Zonin, per diciannove anni presidente della Banca Popolare di Vicenza fino alle dimissioni nel novembre 2015, deve pagare 370mila euro per illeciti nella vendita di azioni alla clientela, negli anni belli in cui la Popolare quotava il titolo 62,50 euro. Un valore irreale, polverizzato quando il meccanismo delle operazioni “baciate” è venuto alla luce. E quando, alla prova del mercato, le azioni sono passate di mano a 10 centesimi l’una. Ma è solo la punta dell’iceberg. Il 79enne re del vino è indagato a Vicenza per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Un’inchiesta che procede al rallentatore, paralizzata dal conflitto fra procura vicentina e ufficio del giudice per le indagini preliminari. La banca, dal canto suo, nell’aprile scorso ha presentato al tribunale di Venezia un atto di citazione di 340 pagine in cui chiede a Zonin e ad altri 31 ex dirigenti di risarcire 2 miliardi, per “una delle più eclatanti debacle finanziarie del dopoguerra. La storia di un vero e proprio intreccio, un groviglio di rapporti mai trasparenti, tra la banca e i suoi vertici e tra questi e alcuni selezionati clienti, culminato in un epilogo drammatico”. Parola di Fabrizio Viola, eletto amministratore delegato della Popolare il 6 dicembre scorso. Gianni Zonin attende l’arrivo della tempesta a Gambellara, Vicenza. Passeggia fra le vigne che un tempo erano sue, ma che dal 20 gennaio 2016 appartengono ai tre figli. Ha cominciato a intestare loro aziende e terreni negli anni Novanta, quando iniziava l’avventura in banca. Un anno e mezzo fa - a inchieste giudiziarie avviate - ha ceduto le quote residue. Oggi non ha più legami con la Zonin 1821, una delle maggiori aziende vinicole europee, che nel 2016 ha dichiarato 193 milioni di fatturato. Né nell’immobiliare proprietaria dei terreni: nove tenute in Italia, per 2 mila ettari coltivati a vite, una in Virginia negli Stati Uniti. Un patrimonio che i danneggiati potrebbero aggredire chiedendo la revocatoria dell’atto notarile con cui Zonin ha trasferito tutto ai figli. Ma dimostrare che il passaggio aveva “intento fraudolento” non è facile, visto che in azienda i tre maschi di casa hanno ruoli dirigenziali da tempo. “Zonin oggi è nullatenente” ripetono preoccupati i soci che hanno perso tutto. Non è vero, ma quasi. La casa di famiglia a Montebello Vicentino, 1175 metri quadrati di villa più servizi e parco, è intestata al figlio Michele, Gianni ha l’usufrutto. Restano sue una cappelletta ci è 74 metri a Radda di Chianti “non adibita a luogo di culto” a di 4mila metri quadrati, un vigneto di 10mila. Zonin è socio all’84,92 percento dell’immobiliare Badia, proprietaria di 25 fra appartamenti, box e magazzini a Gambellara. Altri 14 ne ha a Montebello, cinque a Torri di Quartesolo, 71 a Vicenza. Amministratore della società, e socio al 15 percento, è la moglie Silvana Zuffellato. Ed è lei unica titolare di Collina Srl, spin off di Badia a cui l’immobiliare potrebbe trasferire immobili. Altre proprietà, quindi, presto potrebbero non essere più di Zonin. La “scissione societaria asimmetrica” ( a vantaggio della sola moglie) è stata deliberata nell’ottobre scorso, ma non risulta ancora attuata. La prima volta che la magistratura si è occupata degli immobili di casa Zonin è stato nel 2001. La procura vicentina indagò sui prestiti concessi nel 1999 dalla Popolare alla Querciola Srl diretta da Silvano Zonin, uno dei sette fra fratelli e sorelle di Gianni. L’istituto avrebbe pagato affitti eccessivi, con danno per i soci. L’allora procuratore capo di Vicenza, Antonio Fojadelli, chiese l’archiviazione. Anni dopo, lasciata la magistratura, sarà nominato nel cda della Nordest Merchant, banca d’affari della Popolare. Da allora Zonin è uscito indenne da una seconda inchiesta, aperta a Vicenza nel 2008 e poi archiviata, nata da una denuncia di Adusbef per “azionisti costretti a diventare tali con metodi estorsivi, pena la mancata concessione di prestiti, mutui, fidi”. Dopo quel primo incidente con l’immobiliare del fratello, il rapporto fra banca e affari di famiglia non si è interroto. Un flusso di denaro continuo, ma via via meno corposo. La casa vinicola oggi ha prestiti dalla Popolare per 15 milioni. Altri 12,5 milioni sono stati affidati alla società che detiene i terreni. Poca cosa, va detto, rispetto al credito concesso alle aziende da Intes Mps e Unicredit. Se lo Zonin banchiere con i soldi dei soci (fra cui se stesso, titolare di azioni per 2 milioni) è stato condottiero spregiudicato, l’azienda di famiglia l’ha sempre gestita in economia. Il ventennio da banchiere ha aperto a Zonin le porte dorate del potere vero. Nel primo decennio del 2000 la Popolare ha fatto da spazzino del sistema bancario, inglobando piccoli istituti decotti, con la benedizione di Bankitalia. Intanto, l’elenco delle cariche coperte (e oggi cessate) dal viticoltore è cresciuto, fino a riempire 15 pagine del registro imprese delle Camere di commercio. Oltre alle frequentazioni sempre più prestigiose - dai governatori veneti, ai ministri, fino a Tony Blair, che trascorreva le vacanze nelle tenute toscane Zonin - per Gianni negli anni si sono liberate le poltrone utili a completare la corsa verso il cielo, senza perdere di vista il suo Veneto. Consigliere dell’Istituto centrale delle banche popolari, consigliere nella Società italiana per le imprese all’estero, presidente della vicentina Fondazione Roi. Un’epopea lunga vent’anni, in cui Zonin in banca disarcionava manager, comprava, correva. E la Popolare garantiva credito agevolato ai soci amici. Fino alla fatale campagna di ricapitalizzazione del 2013 - 2014, sostenuta costringendo all’acquisto di azioni chi entrava in filiale per chiedere prestiti. Un meccanismo al centro dell’inchiesta penale in corso. Nel frattempo, guidata dai figli, l’azienda vinicola si è rafforzata e ha aperto uffici commerciali in tutto il mondo. A Vicenza è luogo comune che Zonin “dove apriva una banca comprava una vigna”. Le date di acquisizione di banche e terreni non ricalcano perfettamente lo schema. Ma è vero che Zonin ha condotto la sua campagna parallela in alcune regioni. In Toscana, comprando come banchiere Cariprato e come viticoltore terre in Chianti. E in Sicilia, dove con una mano acquistava Banca Nuova e con l’altra investiva in vigneti. Una parabola che racconta la doppia condotta dell’uomo. Oggi i soci azzerati delle due banche incorporate in Bpvi si leccano le ferite. Intanto, negli stessi territori le aziende vinicole prosperano al riparo da chi vorrebbe chiedere conto al Gianni Zonin imprenditore dei disastri del Gianni Zonin banchiere.
Autore: Franco Vanni


23 Giugno 2017, ore 17:57

Italia Oggi
Esselunga, sarà una vera svolta … La Borsa è un bel posto per chi ha idee chiare e ha bisogno di soldi per metterle in atto... Per sistemare la successione e puntare all’espansione... Esselunga sarà quotata. Qualche giorno fa sarebbe stata respinta un’offerta del gruppo cinese “Yda Investment Group” di oltre 7 miliardi di euro. È un valore che include un marchio che è diventato, sicuramente a Milano e dintorni, un’icona: i punti fragola accumulati per andare al cinema o comprare dal catalogo, la spesa on line consegnata a casa, le figurine da dare a figli, nipotini o amici hanno prodotto un attaccamento dei clienti che non ha spiegazioni razionali e che è simile al contenuto emozionale di marchi del lusso o tecnologici. Sicuramente un caso più unico che raro, però un supermercato. Possiamo immaginare che la quotazione possa essere uno strumento in cui i soci di minoranza liquidano la loro partecipazione mentre i soci di maggioranza, Giuliana Albera e la figlia Marina Caprotti, rimangano come soci di riferimento. Non conosciamo il futuro di Esselunga, né cosa succederà in caso di quotazione, possiamo però già oggi dire cosa potrebbe essere la quotazione. Intanto potrebbe essere un’alternativa alla cessione in blocco. Il boccone è appetibilissimo sia perché gli indicatori di performance sono il meglio del mercato italiano, sia perché i milioni di clienti serviti vivono in una delle aree più ricche d’Europa. Esselunga è uno strumento non solo per fare soldi, ma anche per veicolare prodotti alla clientela. A nessuno sfugge che il valore del gruppo vada oltre l’utile netto o i dividendi e che ci possano essere ragioni strategiche che non si riducono al rendimento finanziario o economico. In questo senso il Sistema paese dovrebbe essere particolarmente attento prima di trovare tra i banchi del reparto salumeria prosciutti cinesi piuttosto che lombardi. Potrebbe essere un’occasione per il mercato azionario per mettere in vetrina una bella azienda industriale, oltre alle solite banche, non proprio un bel vedere, e utility, non il massimo del divertimento. Il mercato azionario italiano può mostrare di essere degno di ospitare belle aziende industriali medio grandi; in questo senso gli spazi sono illimitati e si può iniziare un circolo virtuoso che beneficia la finanza, l’immagine del paese e un sistema industriale che si interroga sugli sbocchi delle imprese familiari. Beneficia anche i risparmiatori che comprano azioni sapendo esattamente cosa stanno comprando e che misurano la bontà dell’investimento con la lunghezza delle code alla cassa; un po’ più facile dei bilanci bancari. La quotazione potrebbe soprattutto essere il trampolino di lancio per un’espansione del gruppo in cui la testa rimanga saldamente a Milano e in Italia. Nessuno ci dica che gli italiani non sanno fare catene di supermercati vincenti. Esselunga ha ampi spazi di crescita in Italia e ampissimi all’estero. La Borsa è un bel posto per chi ha idee industriali chiare e intelligenti e ha bisogno di finanza per metterle in atto. Il futuro da preda di Esselunga non è già scritto e la borsa può essere un bel modo per scriverne uno diverso.
Autore: Paolo Annoni


23 Giugno 2017, ore 17:57

Il Venerdì di Repubblica
La bottiglia … Molti credono che il Veneto abbia solo l’Amarone da presentare sul tappeto rosso dei grandi vini. Non è così, basterebbe una sosta a Breganze per concordare. Su terreni di origine vulcanica, i Maculan governano circa 40 ettari, parte di proprietà parte in affitto. I vitigni sono indigeni (Vespaiola, Marzemino, Recantina Moscato) e internazionali, ma allocati talmente bene e da tanto tempo da essere considerati autoctoni. Avviò l’attività nel 1947 Giovanni, poi toccò al figlio Fausto, enologo alla scuola di Conegliano. Già a 13 anni andava a visitare i clienti (ma era un autista a guidare la macchina). Una buona forchetta come lui non poteva che amare il buon viso. Così, negli anni, ha sfornato il Crosara (magnifico Merlot), il Fratta (blend bordolese), il Palazzotto (Cabernet Sauvignon), l’Altura (Pinot nero) mentre Torcolato e Acini Nobili restano tra i vini da dessert più raffinati d’Italia. E intanto ha aperto alle figlie: Maria Vittoria, laurea in viticoltura ed enologia, lo affianca in cantina e Angela, anche presidente del Seminario Veronelli, si occupa del marketing. Nostro vino della settimana Brentino: 55 per cento Merlot e 45 Cabernet Sauvignon. Rubino intenso, bouquet di ribes nero e more. è pieno e succoso di garbo e personalità, con un vantaggioso rapporto qualità - prezzo: sui 12 euro a Milano da Enoclub, a Venezia alla Bottiglieria Colonna.
Autore: Gianni e Paola Mura


23 Giugno 2017, ore 17:56

Corriere della Sera
Il manager che inventa la birra milanese d’abbazia che sembra champagne … Oscar Severi è partito da una formula medievale “Le nostre sono bollicine (lussuose) di cereali”... Una birra - champagne. Che costa fino a 200 euro a bottiglia. Piace al campione Alessandro Del Piero e alla stilista Stella McCartney. Si chiama SoàSia, l’azienda è italiana, la Peel Ne, con base a Milano. L’ha ideata Oscar Severi, romagnolo, ex manager di L’Oreal, ora in forza a Sky. Con le sue giacche rosate e azzurre, Oscar Severi sembra uno dei protagonisti del romanzo “Libertà” di Jonathan Franzen. In una giornata qualunque, “davanti allo scattale delle birre vede le lattine che avevano decorazioni diverse, ma che contenevano tutte la stessa bevanda leggera e di scarsa qualità”. Come la famiglia del romanzo, anche Severi ha abbandonato le strade sicure (la birra industriale) e politicamente corrette (la birra di nicchia artigianale) per cercare una nuova frontiera. E ha scelto il mondo delle bollicine francesi come punto di riferimento. Una birra di lusso che sembra uscita da una vetrina di via Montenapoleone: una bottiglia scura che nella forma assomiglia a quella di un famoso Franciacorta e un’etichetta con la scritta “Luxury Beer Milano”. Se la prima idea è di seguire la scia del vino francese, la seconda è un cambiamento radicale del messaggio. La birra è, nell’immaginario del marketing, un oggetto del desiderio maschile, come i film western o la fantascienza. “Io invece ho voluto una birra aliena, versatile e femminile. Che emozioni ogni donna. Una birra che raccoglie la storia dei prodotti delle abbazie e la unisce al metodo champenoise: la fermentazione avviene nelle vasche e dura un mese, secondo la tradizione belga. Poi, come per lo champagne, l’affinamento avviene con l’introduzione del liquer de turage (lievito e zucchero). Infine le bottiglie vengono notate nelle rastrelliere, proprio come quelle delle maison francesi”. Il risultato è una birra da 7,8 gradi, color ambrato, che ha una acidità che ricorda lo champagne Cristal. Odora di pane e cerali, di nespole e lamponi, fresca e complessa, con una nota di mandorla sul finale. Con una schiuma che resta a lungo impettita nel bicchiere, anche per dieci minuti. Oscar Severi è un bocconiano con master a Chicago. Cosa gli ha fatto pensare che ci sia spazio per una birra così lussuosa? “A Chicago e poi ha Parigi - racconta — ho iniziato ad appassionarmi del vino. Tornato in Italia sono diventato sommelier. Nel 2011 ho pensato a una birra mia e ho chiesto a Franco Re, il fondatore dell’Università della birra di Azzate (Varese) di insegnarmi tutto. Quando gli ho detto che volevo produrre una birra come il Prosecco, per tutto il mondo e per tutti i tipi di clienti, mi disse solo che ero pazzo. Qualche giorno dopo ci ha ripensato, dicendomi che si poteva fare”. La prima nata è stata l’OriGinalìs, birra d’abbazia a doppio malto in stile belga, cruda e non pastorizzata, che ricorda il gusto della mela cotogna e dello zenzero. Venti euro a bottiglia, per l’aperitivo e per i pasti da pescivori. Poi l’AlaìS (donna nubile, in bretone), una birra bio, vegana e senza glutine, con un bel profumo di orzo. Infine la SoàSia, che si abbina a piatti di carne. In totale qualche migliaio di bottiglie, che già vengono esportate soprattutto ad Oriente. Dove si produce? “In Belgio, a Civitella di Romagna e nell’hinterland milanese - spiega Severi - l’aspetto più importante non è il luogo, ma la ricetta. Con Franco Re, che ci ha lasciato cinque anni fa, sono partito da quella dei benedettini del 1200, che producevano birre potenti e ricche, utili a superare i periodi di digiuno quaresimale. Così è nata la mia birra - champagne”.
Autore: Luciano Ferraro


22 Giugno 2017, ore 17:55

Corriere della Sera
Esselunga, accordo tra gli eredi i Caprotti la porteranno in Borsa … Si chiude il capitolo della successione. Da Citi 1,5 miliardi per le quote dell’immobiliare... A quasi nove mesi dalla scomparsa di Bernardo Caprotti, gli eredi del fondatore di Esselunga hanno trovato l’accordo quadro che permette di chiudere il capitolo della successione del gruppo, garantendo stabilità all’assetto societario, indispensabile per il futuro del primo gruppo italiano dei supermercati. Che, a sorpresa, prevede a termine anche la quotazione a Piazza Affari come opzione strategica. Magari attraverso un perccorso in più tappe. Protagoniste, Giuliana Albera, vedova dell’imprenditore, e la figlia Marina Sylvia, azioniste con il 70% di Esselunga, che portano a compimento un percorso iniziato a fine aprile con la nomina al vertice della società operativa, rispettivamente come presidente onorario e vice - presidente. E a conferma dell’impegno, Marina si appresta a traslocare da Londra a Milano con il marito Francesco Moncada per seguire sempre più da vicino il gruppo e i suoi 23 mila dipendenti. L’intesa, ancora coperta da grande riservatezza, pone fine a lunghi anni di dissidi familiari, è stata raggiunta dopo un round negoziale concluso nella notte tra martedì e mercoledì con la firma, che ora farà scattare la successione. Il filo rosso della soluzione in famiglia parte dalla Villata partecipazioni, la cassaforte immobiliare che contiene larga parte dei muri dei 154 store Esselunga. Primo passo, il gruppo acquisterà per contanti il 45% di Villata dai fratelli Violetta e Giuseppe Caprotti, figli del primo matrimonio del patron lombardo, grazie a un finanziamento di circa 1,5 miliardi messo a disposizione di Esselunga da parte di Citi, l’advisor impegnato a dipanare la matassa degli assetti. L’acquisto delle quote dovrebbe avvenire, secondo alcune fonti, sulla base di una valutazione del l00% di Villata superiore fino al 3o% rispetto a quelle fatte dagli investitori istituzionali prima della scomparsa di Caprotti. Venderanno una quota del 22,5% a Esselunga anche Giuliana e Marina. Il risultato? Esselunga avrà in presa diretta una partecipazione pari ai due terzi (67,5%) dell’immobiliare Villata e l’altro 32,5% resterà a Giuliana e Marina. Esselunga sarà così un gruppo integrato anche sul fronte immobiliare e riceverà i flussi costanti che provengono dagli affitti degli store. Secondo passo, Esselunga si fonderà con la cassaforte Superit, presieduta dal giurista Piergaetano Marchetti, che ora la controlla al 100%. La società manterrà un profilo patrimoniale solido, visto che il debito sarà attorno a due volte il margine operativo lordo del gruppo, pari a 661 milioni nel bilancio del 2016 e previsto in crescita quest’anno. La firma apposta ieri conclude una lunga stagione di tensioni tra i due rami familiari perché il riassetto farà scattare il completamento della successione del gruppo. I fratelli Violetta e Giuseppe si iscriveranno al libro soci di Esselunga. A loro Bernardo Caprotti aveva assegnato il 30%, l’eredità legittima. Come soci di minoranza, non saranno nel board, dovrebbero ricevere informative periodiche e poi uscire con la quotazione. L’assetto proprietario sarà coerente con le scelte di Marina e Giuliana di non vendere. Con un azionista di controllo che con il management guiderà la gestione operativa della società presieduta da Vincenzo Mariconda impegnata con 1,8 miliardi di investimenti e sfide come il rafforzamento del progetto di ecommerce. Gli eredi hanno gettato le basi anche per il futuro che contempla l’Ipo, un’offerta pubblica in iniziale alla Borsa Italiana che terrebbe a battesimo uno dei più grandi gruppi in Europa della distribuzione alimentare, di valore ancora maggiore rispetto al passato perché ora ha l’ampio controllo del business immobiliare. L’Ipo farebbe parte di un piano di medio periodo che non esclude passaggi intermedi, come la cessione di quote a un investitore come operazione ponte verso il listino di Milano, che permetterebbe comunque l’uscita di Violetta e Giuseppe. L’accordo va nella direzione di quanto indicato dal fondatore di Esselunga nel testamento: “Auspico veramente che non ci siano ulteriori contrasti e pretese. Che ognuno possa starsene in pace nei propri ambiti”. Ci hanno lavorato una ventina di avvocati. Dallo studio Grimaldi per Giuliana e Marina più Giuseppe Lombardi, a Bonelli Erede per Violetta e Roberto Casati di Cleary Gottlieb per Giuseppe. Che ora dovranno perfezionare una mole di contratti.
Autore: Daniela Polizzi


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