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Il Meglio dell'Edicola

04 Luglio 2017, ore 12:44

Italia Oggi
Putin boicotta la frutta europea … Come reazione all’embargo occidentale... Il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, ha deciso, con un documento firmato nei giorni scorsi, di prolungare fino al 31 dicembre 2018 l’embargo russo contro i prodotti alimentari europei. Occhio per occhio, dente per dente: è la risposta del capo del Cremlino alla Ue che il 22 giugno scorso ha prorogato le sanzioni contro la Russia per denunciare l’occupazione della Crimea. Le sanzioni della Ue hanno come bersaglio cinque banche statali russe e le compagnie petrolifere Rosneft, Transneft e Gazprom Neft. All’epoca la Russia, se l’era presa, tre anni fa, con il settore agricolo europeo. In particolare, i produttori di frutta era stati penalizzati. Allora la Russia importava 750 mila tonnellate di mele dall’Europa. Da quando è stato decretato l’embargo i produttori italiani e polacchi hanno ridotto i prezzi per paura di non riuscire a smaltire le proprie produzioni. Misura che ha messo in sofferenza il settore in Francia, secondo quanto ha riportato Le Figaro, che ha tentato di trovare nuovi sbocchi nei paesi emergenti a crescita rapida, in particolare la Cina. Le autorità russe, a loro volta, hanno cercato di stimolare le produzioni agricole locali non senza successo. Cosa che non impedisce ai produttori polacchi di proseguire la vendita di mele alla Russia, secondo quanto hanno riportato i media russi. Per aggirare l’embargo fanno passare le proprie produzioni come mele della Bielorussia, paese incastonato fra la Polonia e la Russia. Intanto, Bruxelles ha prolungato fino a giugno 2018 le misure di auto che erano state messe in campo per sostenere gli agricoltori vittime dell’embargo russo. L’insieme di questi aiuti eccezionali ammonta 70 milioni di euro.
Autore: Giovanni Galli


03 Luglio 2017, ore 12:45

Corriere della Sera
Esselunga e le altre: scaffali da riempire in Borsa … L’analisi... La notizia che gli eredi Caprotti abbiano scelto la strada della quotazione in Borsa per il futuro di Esselunga rappresenta un’importante novità per il panorama societario italiano. È emblematico che questa scelta sia fatta dagli eredi: sarebbe comunque auspicabile che in futuro non si attenda il cambio generazionale o la risoluzione di contrasti sull’eredità per intraprendere questa strada. Perché questo è comunque un segnale così importante? In questa fase sono molti i segni di risveglio dell’economia e dell’interesse dell’imprenditoria italiana nei confronti dello strumento naturale per aumentare la patrimonializzazione: la borsa. Sono sempre più numerose le realtà che si presentano a Piazza Affari per sondare le opportunità di un percorso di quotazione. Anche il ritorno di Pirelli è un segno che il vento stia cambiando. Intraprendere questa strada - così come aprirsi al private equity comporta innanzitutto un sostanziale salto della cultura aziendale. Significa infatti aprire l’azienda ad un percorso di governance adeguata ai tempi che stiamo vivendo. In primo luogo comporta di dover puntare su una struttura manageriale forte e su un percorso di trasparenza, che superi la tradizionale voglia di discrezione tipico delle aziende a controllo familiare. Patrimonializzarsi implica prima di tutto poter investire e acquisire una caratura sempre più internazionale. Insomma passare dal molo di possibili prede a soggetti protagonisti della propria crescita e sappiamo quanto la dimensione oggi sia importante. Questo processo e la conseguente crescita del mercato finanziario domestico finirà per rendere più attraente per gli investitori esteri il nostro Paese. Quindi è cruciale che cambino rapidamente le propensioni degli imprenditori: quelle dei risparmiatori stanno anch’esse modificandosi progressivamente. Non solo per i tassi bassi. C’è anche la crescente consapevolezza che investire sugli immobili, a parte la prima casa, conviene solo quando siano prospettati rendimenti accettabili. Lo spostamento del risparmio sui prodotti gestiti e lo sfondamento della soglia dei 2.000 miliardi ne sono un segno inequivocabile. Quindi - anche se il percorso è solamente all’avvio - c’è da augurarsi che Esselunga e le molte altre aziende che auspichiamo scelgano finalmente la strada della quotazione possano ottenere prezzi “lunghi” per le proprie azioni quando questo passaggio si verificherà. A beneficio di tutti i portatori d’interesse: gli attuali azionisti naturalmente, ma ancor più di quelli futuri.
Autore: Carlo Maria Pinardi


02 Luglio 2017, ore 12:52

La Stampa
C’è un Istituto a tutela del Vermouth Torino … Le regole in un decreto... Ha un nome - “Torino” - e un’“università”, nata 3 mesi fa, che lo protegge e lo (ri)lancia: il vermut ora è tutelato dall’Istituto del Vermouth di Torino, guidato dal presidente - produttore Roberto Bava. Uno degli obiettivi? “Scoprire, e tirare fuori, il tesoro nascosto”. Vuol dire che i soci - tra loro, big e artigiani assieme: Verto, Bordiga, Del Professore, Carlo Alberto, Carpano, Chazalettes, Cinzano, Giulio Cocchi, Drapò, Gancia, La Canellese, Martini&Rossi, Giovanni Speron, Vergnano e Tosti - indagheranno sulla produzione e sulla sua dimensione. Quantità e qualità. Perché si fa presto a dire vermut, ma poi nel bicchiere (e negli scaffali dei supermercati) le differenze sono tante, a volte troppe. L’istituto protegge quello che risponde alle caratteristiche indicate nel decreto 1826 del 22 marzo 2017, frutto di un percorso iniziato 20 anni fa. Ora il “vermut di Torino” sarà, tra l’altro, l’unico prodotto alimentare a portare in bottiglia la denominazione della città. “Solo cinque anni fa la strada era ancora in salita, mi sentivo un Don Chisciotte - dice Bava -: ora invece vedo vermut di Torino nei locali, negli hotel, nelle caffetterie dove dietro il bancone ci sono i barman più attenti, ma l’idea è di portarlo ovunque, anche in Autogrill”. Bava parla di “vermuttizzazione”. Il valore aggiunto del vermut, che è un pezzo di storia d’Italia (lo amava già Cavour), è la sua universalità, purché sia “di Torino”.


02 Luglio 2017, ore 12:52

L’Espresso
Bottiglia … Omaggio con dedica al padre della storiografia moderna, quel Francesco Guicciardini antenato illustre della cantina omonima. In questo caso siamo in una delle tenute, II Castello di Poppiano, con appunto il vino apicale: La Historia 2013 (25 euro), in ricordo della monumentale Historia d’Italia. E di riflesso un merlot che impressiona per la frutta scura matura al naso ma anche per il tannino e i toni tostati perfettamente integrati. Tutto è al suo posto con una giusta misura e una bella persistenza contrastata.
Autore: Paolini & Grignaffini


02 Luglio 2017, ore 12:46

La Stampa
Più ettari per crescere. Così l’Alta Langa sfida i big delle bollicine … La regione Piemonte autorizza nuove superfici... Potrebbe essere l’inno delle bollicine Alta Langa, sulle note di Renato Rascel: “Noi siamo piccoli, ma cresceremo e allora, virgola! Ce la vedremo!”. Dopo aver consolidato nome e qualità, il metodo classico Docg piemontese è pronto a creare un nuovo territorio vitivinicolo a cavallo tra Cuneese, Astigiano e Alessandrino, diventando lo spumante secco di qualità dell’intero Piemonte. Per farlo, su richiesta del Consorzio di tutela, la Regione ha appena aperto un bando che in tre anni porterà a più che raddoppiare gli ettari vitati: dagli attuali 150, si arriverà a 350 ettari nel 2019, con un aumento complessivo di 200 ettari, 100 dei quali autorizzati già per il 2017. Detto in bottiglie, e considerati i tempi di produzione, in cinque anni lo spumante Alta Langa Docg passerà dalle attuali 750mila, a oltre 4 milioni. Un numero significativo e che ha margini per una ulteriore crescita, andando a fare concorrenza alle denominazioni leader in Italia come Franciacorta, Trentodoc e Oltrepò Pavese Metodo Classico. “Siamo un piccolo consorzio che funziona bene - dice il presidente Giulio Bava -. Alta Langa è un progetto nato circa 30 anni fa per volontà di una manciata di viticoltori e sette aziende originarie e che oggi può contare 85 soci. Tutti insieme stiamo sviluppando un vino, una denominazione e un territorio: è da qui che deriva ancora oggi la nostra energia. Se piantiamo una vigna per Alta Langa è perché crediamo nella scommessa di un vino che non sarà pronto prima di sei anni e che dunque dovrà essere per forza un vino importante. La crescita e la qualità che Alta Langa oggi dimostra arrivano da lontano”. Così come è strutturato, il bando è rivolto principalmente agli agricoltori e a chi già vinifica e spumantizza metodo classico: ciò vuol dire che a breve entreranno nel Consorzio Alta Langa aziende come Contratto di Canelli, Tenuta Carretta di Piobesi d’Alba e Deltetto di Canale, mentre anche la Enrico Serafino ha espresso l’intenzione di aumentare la sua produzione di “alte” bollicine. “Inoltre, su nostro consiglio, la Regione suggerisce di, impiantare, insieme con chardonnay e pinot nero, anche il nebbiolo - spiega Bava -. Nel nostro disciplinare è infatti consentito l’uso di un 10% di uve diverse da quelle classiche base spumante e l’idea è di intensificare la sperimentazione sul grande vitigno rosso di Langa”. Ma c’è spazio sul mercato per altri milioni di bottiglie di bollicine? A giudicare da ciò che è emerso dal secondo forum nazionale sul Metodo Classico, andato in scena la scorsa settimana a Canelli, sembrerebbe proprio di sì. “In un contesto dominato dal Prosecco e dall’Asti Spumante - ha detto il presidente del Comitato Nazionale Vini, Giuseppe Martelli - gli spumanti Metodo Classico rappresentano una nicchia, visto che complessivamente non superano i 34 milioni di bottiglie. Ma è una nicchia importante e qualificata, sempre più apprezzata”. Ecco allora che i rappresentanti delle quattro denominazioni leader - Franciacorta, Trentodoc, Oltrepò Pavese e Alta Langa -, più che temere la concorrenza tra loro, hanno espresso la necessità di sancire un’alleanza per promuovere lo spumante di qualità italiano e far crescere la sua identità, soprattutto sul mercato internazionale. “La strategia per aumentare il valore deve puntare al mercato alto, soprattutto estero” ha detto Pia Berlucchi. Ma occorre allargare i confini, visto che oggi l’Italia rappresenta 1’80% delle vendite. Un aiuto potrebbe arrivare dal Vinitaly. “La Fiera veronese, con i suoi vari eventi collaterali, potrebbe essere la piazza ideale per dare spazio e visibilità a un percorso comune intrapreso dai produttori di spumante Metodo Classico italiano” ha detto il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese, intervenendo al forum di Canelli.
Autore: Roberto Fiori


01 Luglio 2017, ore 12:53

Italia Oggi
Addio export alimentare in Russia ano al 2019 … Putin proroga il bando, in risposta al blocco Ue di sei mesi... Il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato ieri il decreto che proroga l’embargo su prodotti agricoli, lattiero - caseari, carne e altri alimenti fino al 31 dicembre 2018. Un bando che, secondo Coldiretti, finora è costato al made in Italy 1 mld di euro. Il Cremlino ha già pubblicato il testo con cui blocca l’import dall’Ue. Si tratta della risposta immediata di Mosca alla decisione, assunta all’unanimità il 28 giugno scorso in Consiglio Ue, che ha prorogato fino al 31 gennaio 2018 le sanzioni economiche per la questione Ucraina su settori specifici dell’economia russa. Dunque, Mosca ha risposto al bando Ue con un anno in più di contro - embargo, rispetto ai sei mesi decisi dai 27 stati dell’Unione. Il rinnovo delle sanzioni europee segue all’aggiornamento sulla mancata attuazione degli accordi di Minsk (che dovevano realizzarsi pienamente entro il 31/12/2015); aggiornamento fatto il 22 e 23 giugno al Consiglio europeo, dal presidente francese, Ernmanuel Macron, e dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel. Le sanzioni alla Russia, va ricordato, limitano l’accesso ai mercati dei capitali primari e secondari dell’Ue a cinque grandi enti finanziari russi di proprietà dello Stato, alle loro filiali, a tre grandi società russe dell’energia e a tre della difesa. In più, vietano l’import/export di armi, limitano l’accesso russo a servizi e tecnologie sensibili Ue, vietano visti e congelano beni a cittadini e società russe e, infine, prevedono misure restrittive alla sola Crimea, per l’annessione condotta da Mosca.
Autore: Luigi Chiarello


01 Luglio 2017, ore 12:53

Italia Oggi
Un altro anno di aiuti Ue per la frutta sotto embargo … L’Ue proroga di un anno le misure eccezionali per aiutare i produttori di frutti deperibili interessati dal blocco russo alle importazioni Ue. Lo ha comunicato la commissione europea, specificando che le misure si applicheranno da oggi 1 luglio fino a fine giugno 2018. L’Ue indennizzerà ritiri dal mercato di pere e mele, prugne, agrumi e pesche e nettarine per un valore fino a 70 mln di euro in 12 paesi membri. Per l’Italia, i quantitativi massimi ammessi all’aiuto saranno 4.505 tonnellate di pere e mele, 3.910 di prugne, 850 di agrumi e 2.380 di pesche e nettarine. I produttori riceveranno un sostegno finanziato ai 100% dall’Ue per i prelievi per la distribuzione gratuita e più basso per compostaggio, mancata raccolta o “raccolta verde” (quando il frutto viene colto prima che sia maturo). Dall’inizio del blocco russo alle importazioni di prodotti alimentari europei, 7 agosto 2014, l’Ue ha erogalo in forma di aiuti straordinari 447 mln di euro per il ritiro dal mercato di 1,6 milioni di tonnellate di frutta e verdura.


01 Luglio 2017, ore 12:53

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Loazzolo, minuscolo borgo dell’alta Langa, è tuttora molto viva la memoria dei luoghi pavesiani. Lo scrittore era nato a Santo Stefano Belbo, la sua casa natale c’è ancora, come pure la casa dell’amico Muto Scaglione, quasi un rustico Virgilio che lo guidava tra le vigne e per i sentieri della Gaminella, “collina come un pianeta”, descritta ne “La luna e i falò”. La stessa collina che si staglia di fronte a Loazzolo, ove le pendenze si fanno aspre, occupate da intricata boscaglia (il “forteto”, appunto) alternata ai noccioleti. Qui la viticoltura è sempre stata eroica, su terrazzamenti in pietra strappati ai dirupi, e si usava far appassire su graticci di canne i grappoli migliori del profumato Moscato locale per ricavarne un vino straordinario, concentrato come ambrosia. Così faceva Maséin, nonno di Giancarlo Scaglione. Il quale, incoraggiato da Veronelli e dall’amico Giacomo Bologna, decide nel 1985 di riprendere l’antica produzione, diventando caposcuola di quella che è stata definita la più piccola denominazione regionale con le più basse rese. La vendemmia, protratta fino a novembre, permette di raccogliere uve stramature, parzialmente botritizzate, ulteriormente appassite per un paio di mesi e poi fatte fermentare in barrique di Allier, dove il vino resta per 24 mesi. In preziosa veste oro zecchino, a ruota di pavone dispiega arancia e cedro canditi, albicocca secca, cotognata, marzapane, zenzero, vaniglia, miele di corbezzolo e caramella d’orzo. Palato ampio ed elegante, sontuoso e avvolgente, rinfrancato da freschezza continua, senza cedimenti. Un grande vino da meditazione.
Autore: Franco Ricci


30 Giugno 2017, ore 18:09

Il Venerdì di Repubblica
La bottiglia … Piccola e virtuosa questa azienda agricola nata negli anni 90 per mano di Marco Biancardi. Abitava a Bordighera, ma a Perinaldo c’era una vecchia casa di famiglia che ha cominciato a recuperare, sistemando ulivi e piante aromatiche su terreni trascurati da decenni. Timo, lavanda, rosmarino venivano trasformati in olii essenziali. Nel 2005, mettendo insieme microscopici pezzi di terra, si dedica al trapianto della vigna, circa un ettaro. Dal 2009 gestisce, in comune di San Biagio della Cima. una vigna storica, 90 anni d’età, con viti che definisce “sculture viventi”. È un lavoro duro, muretti a secco da riparare, meccanizzazione impossibile sugli stretti terrazzamenti. La cura della terra si ispira ai princìpi steineriani. E proprio a un corso sulla biodinamica, in Alta Langa, che Marco conosce Francesca e la sposa. Anche lei faceva vino (Barbera). Oggi l’azienda produce olio da olive taggiasche, carciofi, miele e due etichette di Rossese perché due sono le vigne. Quello che presentiamo nasce ad Alpicella, 450 metri sul mare. Purezza in campagna, purezza in cantina, nel senso di assoluta pulizia. Bouquet fruttato con refoli d’erbe aromatiche e spezie, sorso schietto, saporito, fine, persistente. Nel nome c’è tutto: Rossese, Marino. Rosmarino. A Sanremo (Imperia) da Sciole, a Milano da Vinoir sui 17/19 euro.
Autore: Gianni e Paola Mura


30 Giugno 2017, ore 18:08

Corriere della Sera
I primi 40 anni di Fausto. L’inventore del Torcolato che fa correre il Nordest … La saga dei Maculan e il successo della Doc di Breganze. Il passito “irresistibile” diventa un simbolo della ripresa... Per capire come si è trasformato il Nordest bisogna stappare una bottiglia di Torcolato, il vino inventato da Fausto Maculan. Siamo a Breganze, nella provincia vicentina di Luigi Meneghello (“Libera nos a Malo”) dove “bevevano tutti, anche le donne, la questione del perché non si poneva”. L’ex terra degli schei dove cadono le banche locali, chiudono i capannoni (12 mila) ma l’agricoltura corre (+4,5% nel Veneto). Merito dei maxi distretti del vino, Prosecco e Valpolicella, ma anche dei mini, come Breganze, con una nuova generazione di produttori. E la storia della famiglia Maculan, arrivata alla quarantesima vendemmia. La festeggia con XL (Cabernet Sauvignon 2013, solo 300 magnum). E pensa alla cinquantesima, piantando Merlot Khorus e Sauvignon Rytos, resistenti alle malattie. Fausto Maculan è un ghiottone errante di 67 anni. In bilico tra euforia e noia, allenta la tensione cucinando o sparando. Accanto all’ufficio ci sono una cucina e un poligono per il fucile ad aria compressa. Una settimana “selvaggia” su un gommone, tra le rapide dell’Arizona, è la sua vacanza ideale. Ha due figlie, Angela e Maria Vittoria, laureate in Scienze agrarie, a cui ha ufficialmente passato il testimone. Ma come un grande attore, è sempre lui il protagonista. Vende il 35% all’estero, in 42 Paesi. Fattura più di 3 milioni. Una carriera sempre al posto giusto nel momento giusto. Potevi incontrarlo di notte nell’estate pop di Jesolo, a magnificare il suo vino all’enoteca La Caneva, oppure al varo dello yacht del principe Ranieri di Monaco, con 120 bottiglie in cambio di un invito. “Nasco da una famiglia di commercianti di vino”, racconta. “Vendevamo ai negozi di alimentari della provincia. Ero sveglio, a 13 anni già in giro per clienti. Studio in collegio, poi all’Enologica di Conegliano. Quando torno dico: voglio un vino vero, col tappo di sughero. Faccio licenziare l’enologo che sostiene che sono matto. Nel 1973 la prima vendemmia. Non riesco a vendere. Il primo Vinitaly, nel 1975, si chiude con soli tre ordini. Non è colpa dell’etichetta brutta, e neppure della pubblicità casalinga, col copriletto come sfondo”. Maculan capisce che deve imparare di più, assaggiare e carpire segreti. “Volo a Bordeaux, nello Champagne, in Alsazia. Vendo vini a San Francisco ed esploro le cantine della Napa Valley. Quando torno a Breganze dico la stessa frase di Gino Banali: qui è tutto da rifare. Compro i primi trattori scavalcanti, per potare e spargere i trattamenti dall’alto. Pianto diecimila ceppi per ettaro, spingo sulla maturazione delle uve”. Ondate di ricordi. “Conosco Veronelli e tutto cambia. Ne sento parlare per la prima volta da Franco Tommaso Marchi, segretario dell’Ais dal 1979. Gli racconto la mia storia, diventiamo amici, mi metto sulla sua scia”. Il primo successo arriva col Torcolato, alla fine degli anni Settanta. Burt Anderson, uno dei più famosi critici al mondo, lo consacra: “Fausto ha messo Breganze nella mappa degli amanti del vino”. E ora Monica Larner, di Wine Advocate, definisce il Torcolato “irresistibile” (e scrive che l’altro cavallo di battaglia dei Maculan, il Fratta, blend di Merlot e Cabernet Sauvignon, è “un classico senza tempo, un’icona del vino italiano”). Il Torcolato è un passito: uve Vespaiola, profumi di miele e cannella. Incredibile longevità. La 1978, seconda annata prodotta, è ancora vitale. Lo si faceva già all’inizio del Novecento. Maculan cambia formula, via la pesantezza liquorosa. Il Torcolato diventa vino da meditazione. Molti produttori seguono Fausto, la Doc Breganze decolla. Il Sauternes alla vicentina funziona, resiste alla crisi, il colore ambrato si staglia sul grigio dei capannoni chiusi. Alimenta la corsa della nuova locomotiva del Nordest che beve meno ma meglio, rispetto agli anni di Meneghello. In uno dei vagoni della locomotiva c’è la famiglia Maculan. Con due giovani donne accanto al padre.
Autore: Luciano Ferraro


28 Giugno 2017, ore 18:33

Il Sole 24 Ore
Illycaffè brinda a champagne … Alimentare. Accordo con la “maison” francese Taittinger per la distribuzione delle bottiglie in Italia... Nel 2016 i ricavi consolidati di gruppo salgono a 505 milioni (+5,2%)... Caffè di qualità e champagne. Un connubio inatteso tra gruppo Illy e la maison Taittinger ma che per lo champagne francese segna un cambio storico del distributore in Italia (Pescarmona importatori di Torino) dopo 60 anni e per il gruppo triestino un business di prestigio che la controllata Domori affianca alla distribuzione del Brunello di Montalcino Mastrojanni, cioccolato, the, marron glacès e confetture del gruppo. Oggi Taittinger vende in Italia 50mila bottiglie, ma ai tempi d’oro arrivava al picco di 500mila. “È un motivo di grande soddisfazione - dichiara Riccardo Illy, presidente del gruppo omonimo - che va ben oltre il valore economico dell’accordo”, stimato in 3 milioni a regime. Ma i motivi di soddisfazione per la holding della famiglia Illy fanno riferimento anche alla chiusura del bilancio 2016, il miglior di sempre: il fatturato consolidato ha varcato la soglia del mezzo miliardo, esattamente 505 milioni, con una crescita del 5,2%. A livello di conto economico riclassificato della capogruppo l’utile netto è stato di 10,56 milioni (10,4). Il polo del gusto comprende il caffè premium illycaffè (pesa per il 90% dei ricavi), il cioccolato finissimo Domori (circa +15%), i the selezionati di Dammann Frères (32 milioni, +2,3%), i marroni di Agrimontana (18,3 milioni +10%, Illy ha una partecipazione del4o%) e il Brunello e il rosso di Montalcino della cantina Mastrojanni (2 milioni). “Nel 2016 - sottolinea Illy - tutte le società hanno fatto passi in avanti, tanto che abbiamo un bilancio record. Nell’area del the, Damman ha aperto la settima boutique a Parigi, il 90% delle vendite sono a marchio proprio e genera oltre 2 milioni di utile netto. La strategia è quella di spingere su una rete propria di punti vendita, anche in licensing, e sviluppare i corner”. Nell’area del vino, Mastrojanni ha attivato il business dell’ospitalità con 7 camere, altre sono in costruzione, insieme a una piscina e un’area benessere; gli ettari della tenuta a Montalcino sono 33 (da 24) e si sta trattando per ulteriori acquisizioni. Inoltre è in costruzione un’area di vinificazione sotto la cantina. Come spiegare la stasi reddituale di illycaffè? “In realtà - risponde l’imprenditore - i ricavi sono cresciuti di 35 milioni, grazie all’accordo con United airlines che produce profitti scarni, ma i vantaggi sono che abbiamo un unico interlocutore e un unico punto di consegna. Poi i margini di illycaffè sono fermi, ma presto si sentiranno i benefici della managerializzazione”. Nel cioccolato, Domori ha generato perdite per 7,6 milioni in 4 esercizi: c’è ancora un potenziale partner italiano e uno francese? “Quello francese non c’è più - risponde Illy - con quello italiano ci siamo dati un anno di tempo. Ma per D omori prevediamo il break even nel 2018 e quindi la spinta verso un partner si affievolisce”. La posizione finanziaria netta consolidata è di 218 milioni (155 la capogruppo), siete riusciti ad allungarne la scadenza? “Certo - risponde Illy -. Abbiamo allungato una parte a 15 anni, un’altra parte ha 2 club deal a 10 anni e un terzo è ancora aperto”.
Autore: Emanuele Scarci


28 Giugno 2017, ore 18:32

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Dal Trebulus dei legionari romani agli antichi vitigni della Curia … L’azienda di Umberto Cesari, fondata nel 1965, si trova sulle colline che dominano la via Emilia. Il vigneto si estende su 90 ettari. Nel Colle del Re (380 metri sul mare), si coltiva l’Albana di Romaigna Docg “Colle del Re”; Al Parolino si coltiva il Trebbiano, l’antico “Trebulus” dei legionari romani, citato da Plinio nella sua “Storia Naturale”, nella Cà Grande si coltiva il vitigno Sangiovese di Romagna Doc, da cui proviene 1’uva più importante dell’Azienda; il podere Laurento è stato acquisito nel 1988 dalla curia di Bologna: qui sono impiantati vigneti sperimentali di Chardonnay e Pignoletto.


28 Giugno 2017, ore 18:32

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Vendemmia: alta qualità, meno produzione … La qualità del vino per la vendemmia di quest’anno sarà “decisamente buona”, anche se caldo e siccità in Italia, come sull’intero Vecchio continente, porta a prevedere una calo della produzione del 10%. Sono queste le aspettative dei produttori e degli esperti del comparto, che pur mantengono un taglio prudente vista l’importanza del mese di luglio per la vendemmia. Spiega Ruenza Santandrea, coordinatrice vino Alleanza cooperative: “Secondo i dati che abbiamo ad oggi, che possono essere influenzate da qualche cambiamento metereologico nel mese di luglio, vi sarà una buona qualità ed una minore quantità, che può essere al momento quantificata in un meno 10%”. Di fronte ai cambiamenti delle occasioni di utilizzo del bere, diventato sempre di più conviviale, il che ha portato a ricercare vini bianchi e rossi più freschi, il sistema - vino è stato in grado di offrire dei prodotti di qualità con produzioni sfaccettate che sono state ben recepite dal mercato”. Certo i problemi restano: le prime tre aziende francesi fatturano il 20% del business di Parigi, da noi solo l’8% con diseconomie che pesano sulla pane commerciale e di marketing, in quanto “il peso specifico delle imprese - spiega Ruenza Santandrea - nella competizione globale è assolutamente importante per questo serve un approccio che dia valore al “brand Italia” nel suo complesso al di là della produzione, pur importante, della singola azienda. In questo come Alleanza delle Cooperative abbiamo visto una crescita importante del vino di territorio che in modo cooperativo ha permesso a molte aziende di essere protagoniste dell’export”.


28 Giugno 2017, ore 18:32

Italia Oggi
In Spagna nasce un nuovo vino d’alta gamma, il Macan … Prodotto nella Roja dalle famiglie Rothschild e Alvarez... All’inaugurazione della cantina, lo scorso 16 giugno, c’era anche l’ex - re, Juan Carlos... Al battesimo ufficiale c’era anche l’ex re di Spagna Juan Carlos. Un parterre de roi per un evento di grande portata nel mondo internazionale del vino: la nascita di una nuova etichetta di alta gamma, Macan, frutto dell’alleanza tra le famiglie Rothschild e Alvarez. Nel cuore della Rioja Alaves, illustre regione viticola spagnola a nord di Madrid, lo scorso 16 giugno è stato inaugurato il complesso dove questo progetto prenderà corpo. La data non è stata scelta a caso, visto che coincideva con l’inaugurazione del Salon Vinexpo, l’appuntamento che riunisce a Bordeaux il mondo del vino mondiale e che quest’anno aveva come ospite d’onore proprio la Spagna. La storia del Macan è iniziata nella discrezione più assoluta. Pablo Alvarez, proprietario di Vega Sicilia, ha cominciato a comprare vigneti tra la Cantabria e il fiume Ebro, vigneti che hanno almeno 35 anni di vita. In sette anni ci sono state non meno di 70 transazioni. Oggi la tenuta si estende per 120 ettari, con, essenzialmente, un solo vitigno, il tempranillo. Ma la sua storia ha avuto inizio al debutto del 2000, con l’incontro tra Pablo Alvarez e la baronessa Ariane de Rothschild, entrambi convinti del potenziale di questo territorio, che si fregia dell’appellazione “denominación de origen calificada”. Alvarez aveva acquisito Vega Sicilia nel 1982, facendone uno dei cru spagnoli più conosciuti del mondo. Alcuni millesimati si vendono attualmente a 250 euro la bottiglia. Inoltre possiede altri vini in Spagna (Ribera del Duero y Toro) e del Tokaj in Ungheria. Oggi la sua azienda ha un giro d’affari di 15 milioni di euro. Dal canto suo, la famiglia Rothschild, oltre alla prestigiosa partecipazione in Chàteau Lafitte, vanta proprietà nel Bordolese (Château Clarke e Château des Laurets), mentre la Edmund de Rothschild Heritage si è spinta più lontano (Nuova Zelanda, Argentina, Sud Africa). Se la partnership è nata quasi per caso, ora il suo obiettivo si riassume in una parola: redditività. “Quest’anno siamo in equilibrio. È un’ottima performance”, si rallegra la baronessa. Questo imperativo finanziario ha comportato alcune scelte obbligate. Come quella di non investire più di tanto sul progetto architettonico della bodega, la cantina. “La funzione primaria è quella di produrre vino, non di essere bella. Noi non avevamo bisogno di un luogo prestigioso o di un delirio architettonico, ma semplicemente di un complesso sobrio”, spiega Ariane de Rothschild, alludendo ai progetti delle archistar nella regione. Inoltre la bodega Benjamin de Rothschild Vega Sicilia non possiede una propria linea di imbottigliamento ma si affida, una volta all’anno, a un fornitore esterno. Infine, il direttore generale del progetto è Ignacio Calvo de Mora, un madrileno ex Kpmg a cui è stata affidata la delicata missione di rendere l’impresa vinicola remunerativa.
Autore: Andrea Brenata


28 Giugno 2017, ore 18:31

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Sardegna, tour in sette comuni dal Cannonau al Vermentino … Sono 7 i Comuni della Sardegna che ospiteranno mostre mercato del vino e degustazioni fino a settembre, nella rassegna “Territori del vino e del gusto. In viaggio alla scoperta del genius loci”. Ecco i luoghi: Baunei (30 giugno), Nuoro (7 luglio), Orosei (14 luglio), Atzara (29 luglio), Aggius (5 agosto), Sant’Antioco (26 agosto) e Cabras (15 settembre). Saranno presenti produzioni di 90 cantine sarde di tutto il territorio regionale, in collaborazione con quattro Strade del vino (Vermentino Docg, Cannonau, Sardegna Nord Ovest, Malvasia) e col Consorzio di tutela del vino Carignano del Sulcis.


28 Giugno 2017, ore 18:31

Quotidiano Nazionale/La Nazione
“Vola il turismo in bottiglia” … In cantina si fa anche turismo. E di qualità. Ma sono in diversi a non averlo capito: lo Stato, che tarda a riconoscerlo con una legge ad hoc. E qualche “attore” sul territorio, che non funziona come dovrebbe: la tirata d’orecchie è per diverse delle Strade del Vino, che non animano come sarebbe opportuno la nuova ondata dell’enoturismo, fenomeno da 14 milioni di visitatori per 5 miliardi di giro d’affari. È la foto, ma anche il grido, lanciata dalla recente convention delle Città del Vino tenuta in tre località dell’Umbria a vocazione di turismo vinicolo e gastronomico: Torgiano, Montefalco e Orvieto. Floriano Zambon, 55 anni, è il presidente dell’Associazione nazionale Città del Vino (450 associati), nonché ex sindaco dì Conegliano, terra del Prosecco.
Qual è il ruolo delle Città del Vino?
“L’associazione nacque trent’anni fa su iniziativa di alcuni comuni della Toscana e del Piemonte dopo la storia del metanolo, per ragionare sui temi del comparto. Fu la svolta anche nell’approccio del consumatore al vino che da alimento diventava bevanda e scopriva la sua vera natura, quella di poesia della tavola. E l’Associazione ha avvicinato le amministrazioni a problematiche comuni: i piani regolatori, lo scambio di pratiche, l’esigenza di conciliare la produzione con territori antropizzatii”.
Si legge anche un sostegno alla costituzione dei distretti rurali.
“Sì, se vuol dire la partecipazione di tutti, i produttori le comunità e chi le amministra. Dopo 1’alluvione di Refrontolo, tre anni fa, l’arma che ha spuntato le polemiche è l’esistenza di una filiera e di una rete comune. Dobbiamo lavorare uniti: le molecole per i trattamenti possono essere ridotte pur non puntando alla conversione biologica”.
I vantaggi dell’Associazione?
“La rete. Abbiamo messo a disposizione strumenti, esperienze come i piani regolatori, i regolamenti di polizia rurale e altri protocolli, e la partecipazione ai bandi europei. E poi tante iniziative: Calici di Ste-le con il Movimento per il Turismo del vino, la Selezione del Sindaco che è un concorso internazionale e un’occasione unica per le piccole partite. E poi l’Osservatorio sul turismo del vino”.
L’Italia crede all’Enoturismo?
“Beh, si è presa coscienza che 14 milioni di “visitatori” non sono trascurabili, e chiedono qualità del prodotto e servizi. E sono nate anche due proposte di legge”.
Quali i punti forti?
“Il riconoscimento di questo segmento di turismo, e la possibilità per le cantine di svolgere questa pratica: oggi non potrebbero vendere artigianato e prodotti gastronomici tipici del territorio. Non solo: la cantina non ha identificazione, se espone un cartello è soggetta a tasse che non dovrebbero interessare l’attività turistica”.
Non si rischiano doppioni e confusione tra Città, Strade e Movimento per il turismo del Vino?
“La legge sulle Strade risale al 1999 ma diverse c’erano già, solo che ci si è limitati a una registrazione notarile, e se ne sono istituite altre che non si muovono. I problemi non li risolvono le norme ma le teste. E i territori devono comprendere l’importanza della vendita in cantina”.
C’è qualche caso virtuoso?
“La Strada del Prosecco e Vini dei Colli Conegliano e Valdobbiadene. È avvantaggiata dal momento magico del Prosecco, ma si fa sentire: tra questa e quelle scritte solo sulla carta ce ne va. Devono essere veri strumenti di accoglienza e non solo di promozione”.
La ricettività funziona?
“Un dato: dal 2017 al 2015 la ricettività delle Città del Vino (e non sono solo alberghi) è cresciuta del 99% contro una media nazionale del 28%. La domanda è sentita, l’offerta c’è. L’enoturista vuole mettere le mani, le cantine stesse sono diventate luoghi di accoglienza tra ospitalità, mostre d’arte, conferenze e tanto altro. Impensabile, fino a pochi anni fa”.
Autore: Paolo Pellegrini


28 Giugno 2017, ore 18:31

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Etichette e musica d’autore nei borghi delle Marche, brindisi e concerti per le comunità colpite dal sisma ... I vini e i prodotti agroalimentari delle Marche sono partner di RisorgiMarche (www.risorgimarche.it), il Festival di solidarietà per le comunità colpite dal sisma voluto dall’artista Neri Marcorè, che prevede 13 concerti. Collaborano l’Istituto marchigiano tutela vini (Imt), il Consorzio vini piceni e l’Istituto marche di enogastronomia. Ecco il cartellone. Il 7 luglio Malika Ayane (Cingoli, MC), il giorno dopo segue Daiana Lou (Montegallo, AP) e domenica 9 toccherà a Ron (Bolognola, MC). Mercoledì 12 ad Amandola (FM) Enrico Ruggeri mentre il 20 Paola Turci sarà a Piani di Ragnolo (Fiastra/Sarnano, MC) e il 23 Bungaro a San Ginesio (Mc). Martedì 25 Samuele Bersani sarà a San Severino (MC), seguito, il 27, da Daniele Silvestri a Montefortino (FM). Domenica 30 luglio a Camerino (MC) la coppia Fiorella Mannoia - Luca Barbarossa e il 31, a Montemonaco (AP), Bunori Sas chiuderà luglio. Finale il 2 e 3 agosto con Max Gazzè (Sefro, MC) e a Visso (MC), l’unico live 2017 di Francesco De Gregori.


28 Giugno 2017, ore 18:31

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Da Castel San Pietro al Nord America … Alla vigilia della sua vendemmia numero 53, Umberto Cesari non molla. Gira il mondo, organizza eventi, meeting e tasting nella sua cantina nuova di zecca (600 botti) sulle colline di Castel San Pietro (a due passi da Bologna , ideale confine tra Emilia e Romagna), lancia raffinate campagne di comunicazione per accogliere i passeggeri in arrivo all’aeroporto del capoluogo emiliano. Non basta. Investe sui social lanciando l’Umberto Cesari Wine Club, prepara il bilancio di sostenibilità (riduzione emissioni, bilancio energetico, carbon footprint, ecc), va in Canada (dove è il secondo esportatore dall’Italia e dove il figlio Gianmaria, amministratore delegato dell’azienda, è di casa) e apre un corner di degustazione allo stadio dei Montreal Impact della famiglia Saputo, proprietaria anche del Bologna Calcio. E fra una cosa e l’altra allarga il vigneto di famiglia che adesso conta 180 ettari di proprietà e 170 in affitto, tutti tra Castel San Pietro e Imola. Solo vigneti. “Produciamo uva e facciamo vino. Punto. Non facciamo altro. Facciamo tutto in casa, abbiamo il controllo totale della filiera. Puntiamo soltanto a migliorare anno dopo anno il frutto dei nostri vigneti, attraverso ricerca e innovazioni incessanti, anche a livello tecnologico”. L’ultima novità è un selettore ottico che consente di fare il terzo passaggio di selezione delle uve per i cru aziendali, Tauleto e Liano. La collocazione geografica racconta la vocazione enoica dell’azienda Umberto Cesari: a metà tra Emilia e Romagna, ma con un piede e mezzo che parla romagnolo. Dei 4 milioni di bottiglie prodotti, sono i rossi in primo piano, quelli che lo hanno fatto diventare il primo produttore privato di Sangiovese in regione con una quota di export vicina al 90%. Però il mezzo piede che sta in provincia di Bologna, lo fa diventare bianchista. Il Liano bianco (blend chardonnay - sauvignon), dice, “mi dà grandi soddisfazioni. Poi vedo alla grande il Pignoletto, un vino dalle potenzialità enormi, la migliore alternativa al prosecco. Però andrebbe promosso in modo adeguato”. Poi ci sono i “vini iconici”, come l’Albana passita Colle del re: “un bicchiere che amo, lo servo freddo a fine pasto e tutti lo adorano. Però su anche questi vini dolci da fine pasto, dove l’Emilia Romagna può dire la sua, bisognerebbe lavorare di promozione, farli conoscere, farli apprezzare. Noi continueremo a produrli, anche se qualche volta è più la fatica del gusto...”. Una storia, quella di Umberto Cesari, cominciata negli anni Sessanta (secolo scorso). Venti ettari in collina, allora valevano poco o niente. Di boom del vino italiano manco a parlarne. Il sangiovese finiva in bottiglioni per le vacanze a buon prezzo dei turisti sulla Riviera adriatica. Solo Umberto e la moglie Giuliana a credere in un percorso di qualità. “Le uve di questi vigneti collinari erano perfette, qui il Sangiovese esprimeva qualità e territorio. Valeva la pena investirci sopra”. E allora via in America a girare per i ristoranti di Manhattan a proporre un sangiovese che non era quello toscano, ma altrettanto buono. Negli anni ’70 attiva il Liano , il primo rosso di punta, pluripremiato sangiovese - cabernet morbido ed elegante che finisce celebrato anche in un legal - thriller di Grisham, The broker. È il successo. Poi arrivano i Sangiovesi riserva, tra cui spicca il Tauleto. Nella terra dei colossi cooperativi Umberto Cesari è la mosca bianca, il privato che ha puntato sulla qualità, sulla tipicità e sui mercati esteri. E ha fatto centro. “Non è stato facile, ce l’abbiamo fatta facendo sempre innovazione e tenendo la barra dritta sui gusti del consumatore, che è il nostro solo giudice”. Tutti oggi guardano ai mercati dell’Asia per crescere... ” Giappone, Cina, Singapore per noi non sono mercati nuovi. In Cina ci siamo da 20 anni, a Singapore da 25. Il grande boom qui non c’è mai stato, però i consumi crescono, è importante esserci. I nostri rossi importanti come il Liano, le Riserve piacciono perché si sposano bene col cibo orientale. Chi l’avrebbe mai detto?”.
Autore: Lorenzo Frassoldati


28 Giugno 2017, ore 18:30

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Zio Baffa, dalla Toscana l’idea trendy per i Millenials … Non solo birra. I Millenials, cioè i ragazzi di oggi nati tra la fine degli anni Novanta e dopo il Duemila, bevono vino ma in modo meno tradizionale. E ci sono aziende vinicole che che guidano il prodotto verso questi nuovi consumatori. I Millenials, infatti, sono meno fedeli al marchio, s’informano sul web, considerano il vino un elemento di lifestyle, e preferiscono una bottiglia “smart” o “pop e rock”, gergo tipico giovanile. La Castellani, storica azienda vinicola di Pisa pioniera nell’internazionalizzazione (sei tenute vinicole e 200 ettari vitati) ci ha fatto un pensierino e accanto ai vini classici ha ideato il progetto “ZioBaffa”, rivolto ai giovani. ZioBaffa è diventata l’etichetta di tre vini: un bianco (pinot grigio), un rosso (Toscano) una bollicina (Prosecco), che vogliono distinguersi per innovazione di prodotto, di marketing e di comunicazione. Sono rigorosamente biologici, confezionati con un tappo a vite in sughero riciclabile. Come testimonial la Castellani ha ingaggiato un campione di surf, il californiano Chris Del Moro.


28 Giugno 2017, ore 18:30

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Primi per quantità ma non per valore ... Diceva Luca Goldoni: “Scrivere un libro è facile. Venderlo è difficilissimo”. Ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia giusta questa riflessione come “scrivente” (i scrittori sono altri). La confermo senza alcun dubbio da quando cinque anni fa un peccato senile mi ha indotto a diventare produttore di vino, dopo essere stato per quarant’anni soltanto un wine lover: Come abbiamo visto la settimana scorsa, il vino italiano ha fatto negli ultimi trent’anni passi giganteschi. Dal 1980 al 2010 la superficie vitata è diminuita di quasi la metà. Ma la qualità è esplosa. Oggi gli ettari vitati sono 640mila. Se si pensa che la superficie media per azienda è di due ettari, si vedrà che i produttori di uva sono un numero enorme. Gli imbottigliatori sono tra i 12mila e i 15mila: ma poiché quasi tutti imbottigliano per conto terzi il numero complessivo è almeno il doppio. Abbiamo una miriade di piccolissime aziende. È infatti ridotto a qualche migliaio il numero di quelle che mettono in commercio più di centomila bottiglie. Le etichette italiane presenti sugli scaffali di tutto il mondo sono trecentomila. Con quarantacinque milioni di ettolitri siamo il primo paese produttore del mondo. È un vanto fino a un certo punto. Quel conta non è la quantità, ma il valore: qui è prima la Francia. Qui sta il nostro problema. I francesi - salvo alcune nicchie, soprattutto nei bianchi - non fanno complessivamente un vino migliore del nostro. Hanno lo Champagne, che fa grandissima immagine in tutto il mondo. Hanno soprattutto Merlot, Cabernet, Pinot Nero, Chardonnay. Poco dinanzi alla clamorosa varietà dei nostri vitigni autoctoni. Ogni regione ha le sue perle. Ma nonostante i grandi miglioramenti degli ultimi anni, siamo molto indietro rispetto ai francesi per capacità di vendita. Loro sanno fare squadra, noi no. Non troverete mai un vignaiolo francese che parla apertamente male di un collega. Da noi basta tendere l’orecchio e si sente di tutto. La nostra promozione è ancora molto parcellizzata per le difficoltà di coordinamento tra iniziative centrali e periferiche. Abbiamo tanto vino buono. Ma venderlo è molto faticoso. E farsi pagare, soprattutto in Italia, è faticosissimo.
Autore: Bruno Vespa


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