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Il Meglio dell'Edicola

29 Marzo 2017, ore 15:39

Corriere della Sera
La guida del Corriere torna in edicola con una novit: la classifica delle 100 bottiglie che meglio raccontano il territorio In questi anni di crisi, una cosa almeno va bene: il vino italiano ha battuto ogni record storico desportazione, la voce pi importante dellexport agroalimentare. Brindiamo dunque nei lieti calici. La parola una delle pi spremute e spesso si dimentica che il vino cultura, tradizione, rito. Ogni vino la sua terra, la sua storia, il suo clima ma anche gli abitanti della campagna, i prodotti che gli nascono attorno. Il vino segno di unidentit che nasce dal rispetto delle variet, linguaggio, cerimonia: il suo miracolo sta proprio nellatto del ricordare, del legarsi a una radice. La verit che cerchiamo nel vino soltanto la nostra verit. Limportanza del contesto... Da anni, Luciano Ferraro, caporedattore del Corriere della Sera e curatore del blog DiVini e il sommelier Luca Gardini raccontano storie di vini e di vignaioli. Questanno il loro prezioso libro dedicato a I migliori 100 vini e vignaioli dItalia 2017 (Edizioni del Corriere della Sera). Non facile raccontare il vino, ma Ferraro e Gardini non sono mai venuti meno a un insegnamento di Luigi Veronelli. Dietro ogni bottiglia c una vita, ci sono passione e dedizione, ci sono anni e anni di sacrifici per ottenere un prodotto speciale e altrettanti di sforzi e tormenti per farsi conoscere. C una parte del libro, molto interessante, dedicata alla storia della vite e ai principali vitigni coltivati in Italia. Infatti, una delle nozioni chiave della cultura del vino quella di terroir: un grande vino va giudicato per le sue caratteristiche individuali ma soprattutto nel suo insieme, come espressione di un preciso territorio. Il vino la sua terra, la sua storia, il suo clima ma anche gli abitanti, le case, i prodotti che gli nascono attorno. Nel terroir, nellambiente di coltivazione, il vitigno esalta le sue propriet genetiche in modo ottimale. Questo il pregio principale del libro: pi che il vino si tenta di individuare la coscienza del vino. Poi i gusti sono gusti: sfogliandolo ho trovato vini che conosco e apprezzo e non ne ho trovati altri che, a mio modesto parere, meriterebbero leccellenza. Ma, ripeto, limportanza dei migliori cento sta nel considerare il vino come segno di civilt, giusto per ripetere il celebre Sonetto al vino di Jorge Luis Borges: Vino, insegnami come vedere / la mia storia / quasi fosse gi fatta / cenere di memoria. Scrivono gli autori: Negli ultimi 10 anni i grandi vini italiani hanno abbandonato lapparenza fatta di potenza e di concentrazione. I vini macho, pieni di vigore ma tendenti ad assomigliarsi anche per compiacere il gusto dominante, appartengono al passato. Sono emerse tendenze diverse, come la pratica biodinamica o gli orange wines. Ma di sicuro un dato comune la reazione ai vini muscolosi in favore di vini pi bevibili e pi autentici. proprio lautenticit, dei vignaioli e delle storie e dei loro vini, che vogliamo raccontare. Storie, evoluzioni, longevit. Per la prima volta la guida, oltre alla consueta carrellata di vignaioli (28 i nuovi ingressi) offre una classifica di 100 vini, comprese le pi recenti uscite della primavera 2017, scelti proprio con il criterio dellautenticit e della bevibilit. In difesa delle cose preziose... Vino, insegnami come vedere la mia storia... Quando sfoglio un buon libro enoico, mi torna in mente la rilettura biblica che Mario Brelich ha fatto dellinvenzione del vino da parte di No: Il miracolo del vino sta proprio nellatto del ricordarsi. In quella camera mantenuta sempre a temperatura costante e illuminata dalla stessa luce che la superficie della nostra coscienza, con la divina epifania del vino sembra si aprano improvvisamente nuove finestre, entrino e si spandano profumi nuovi e da tempo esiliati, e fasci di luce daltissima potenza irrompano negli angoli pi remoti, rendendo visibili cose completamente dimenticate (da II navigatore del diluvio). Se lintento de I migliori 100 vini e vignaioli dItalia 2017, peraltro del tutto condivisibile, quello di raccontare cosa c dietro al bicchiere, lanima e il cuore dei vignaioli, vorrei ripetere un appello lanciato anni fa, ma del tutto inascoltato. Per il rispetto che si deve alla bottiglia, i camerieri degli chef stellati (ma anche no) devono smettere di rabboccare di continuo il bicchiere. Lo fanno per venderti una bottiglia in pi? Mi pare poco elegante. Tocca al commensale versarsi da bere: secondo le sue esigenze, nel rispetto della sacralit del gesto. E poi, per nessuna ragione al mondo, si deve versare vino su vino. Ogni bottiglia unica, diversa dalle altre. Questo ci suggerisce il libro di Ferraro e Gardini. Questo andrebbe fatto, in difesa delle cose preziose.
Autore: Aldo Grasso


28 Marzo 2017, ore 15:52

La Repubblica
Dalla pasta al caff, nasce lUnione del food tricolore Roma. Viene presentata oggi a Milano lUnione italiana food, nata dalla fusione tra Aidepi e Aiipa. Presidente Paolo Barilla, che spiega cos lobiettivo dellUnione: Ci che unisce le aziende associate una comune cultura alimentare, pur nel rispetto delle diverse identit aziendali e merceologiche. I nostri valori sono gli stessi che il consumatore cerca nel cibo: alimenti eccellenti per qualit e sicurezza. Aggiunge il vicepresidente Marco Lavazza: Lindustria alimentare italiana naturalmente portata verso un comportamento etico, grazie alle profonde tradizioni che ci appartengono e che vengono attualizzate nei sistemi pi moderni.
Autore: Cristina Nadotti


28 Marzo 2017, ore 15:48

La Repubblica
Europa, sorpresa ai fornelli gli italiani sono i pi sbrigativi Superati dagli inglesi, francesi e tedeschi per il tempo impiegato in cucina Ma primi per attenzione alletichetta e gusto della compagnia. I dati Doxa... Roma. Ci sono un italiano, un inglese, un tedesco e un francese e si scopre che le differenze tra di loro, se si parla di rapporto con il cibo, non sono pi tante. Fine della possibile barzelletta, inizio di una illuminante ricerca internazionale, condotta da Doxa per lUnione italiana food, capace di cancellare gli stereotipi che vorrebbero distanze siderali tra quel che mettono nel piatto gli italiani e gli inglesi, o tra il tempo passato ai fornelli dai francesi gourmand e dai tedeschi consumatori di crauti e salsicce. Lindagine stata condotta su un campione rappresentativo di 2.800 adulti dai 18 ai 64 anni e ha messo a confronto il rapporto con il cibo degli italiani rispetto ai consumatori di Francia, Germania e Regno Unito, i tre Paesi che da soli assorbono il 36 per cento del nostro export alimentare. Le differenze tra tradizioni gastronomiche tanto diverse sembrano essere quasi annullate, cos che nel tempo complessivamente dedicato allalimentazione, la quota destinata alla preparazione simile per inglesi (45 per cento), tedeschi (44 per cento) e francesi (47 per cento) ed scomparsa la massaia nostrana costretta a spignattare per tutta la famiglia (34 per cento per gli italiani). Questi dati non mi sorprendono - commenta Roberta Sassatelli, docente di sociologia dei consumi alla Statale di Milano - Se le stesse domande fossero state poste alla fine degli anni 80 avremmo avuto risultati molto diversi, ma le culture alimentari si stanno uniformando per effetto del mercato comune e di una mutata cultura di genere. Noi italiani ci siamo avvicinati al Nord Europa per la percentuale di donne lavoratrici, mentre inglesi, francesi e tedeschi hanno mutuato da noi labitudine al cibo come socializzazione. Luniformit di cui parla la sociologa Sassatelli evidente nel tempo dedicato al fare la spesa nei quattro Paesi (dal 30 al 27 per cento) e in quello trascorso a tavola con gli amici (21 per cento nel Regno Unito, il valore pi basso, 28 per cento per italiani e francesi, 24 per i tedeschi ), mentre degno di nota limpegno degli italiani per informarsi su ci che mangiano. I risultati di questo impegno si incrociano con la soddisfazione: francesi e tedeschi sono spesso molto soddisfatti di come mangiano, ma gli italiani nel 75 per cento lo sono abbastanza e la cucina inglese conferma le sue pecche con quell1 per cento di insoddisfatti. Le differenze in alcune voci, come il tempo dedicato alla spesa, spiega lesperta - dipendono dalla distribuzione. Inoltre, il minor tempo passato in cucina corrisponde in Italia alla disponibilit di semilavorati come formaggi e prodotti freschi di qualit. Le risposte alla domanda Cosa il cibo per te? sono abbastanza uniformi, ma confermano la nostra attenzione alla qualit, tanto che il valore pi basso dellItalia in ogni voce comunque pi alto degli altri. Se si avvicinano le percentuali tra quanti ritengono il cibo un piacere, gli italiani si distinguono per attenzione alla sicurezza alimentare e allaccesso al cibo garantito per tutti. Tutte le voci - osserva Sassatelli - confermano che per noi il cibo ha valore etico e politico, litaliano mangia con la pancia e con la testa. Cos, anche se riduce i tempi per la preparazione dei pasti impiega di pi a leggere etichette, libri o informarsi su Internet e porta comunque in tavola prodotto di qualit.
Autore: Cristina Nadotti


27 Marzo 2017, ore 15:29

Corriere Fiorentino
Il futuro del vino toscano Bolgheri superstar. E gli altri? Le nostre etichette promosse dallo studio di Wine Lister, lagenzia di rating del settore Supertuscan in vetta alle classifiche, ma le denominazioni storiche restano indietro Ella Lister: La previsione di una crescita imponente, con qualche gap da colmare... C solo il vino della Borgogna pi buono di quello toscano, che il pi popolare dopo Bordeaux e sta crescendo anche da un punto di vista economico trainato dai Supertuscan. A dirlo lultimo studio di Wine Lister pubblicato venerd e dedicato alla Toscana, per la quale si prevede una crescita imponente. Wine Lister una sorta di agenzia di rating, una Moodys del vino specializzata nellelaborazione di dati qualitativi, economici e di marketing legati allenologia mondiale, oltre che nella classifica delle etichette per qualit e longevit. La nostra analisi - spiega Ella Lister, cofondatrice e Ceo di Wine Lister - conferma la forza dei fondamentali della Toscana e fornisce nuove informazioni sul suo crescente gradimento. Abbiamo identificato le aree dove i produttori registrano buoni risultati e quelle dove c ancora un gap da coprire con le zone di maggiore tradizione. La ricerca si apre con landamento della Toscana negli ultimi sei anni, paragonando i cinque top brand con i concorrenti diretti: a confronto i cinque premier cru classe di Bordeaux, i cinque cru del Domaine de la Romane Conti in Borgogna e, per la Toscana, Tignanello, Masseto, Sassicaia, Solaia e Ornellaia. Negli ultimi sei anni la nostra regione cresciuta del 32%. Crescono di pi per tutti gli altri: pi 35% il Piemonte e pi 40% la California, con la Borgogna inavvicinabile e che fa segnare una straordinaria performance quasi raddoppiando il valore delle quotazioni dei suoi cinque cru. Se per si prendono in esame gli ultimi due anni la Toscana il fanalino di coda, 11 Piemonte cresce persino pi della Borgogna, seguito da California e Bordeaux. Perch allora gli esperti di Wine Lister parlano di una crescita toscana? A mantenere alte le aspettative dei vini della regione la popolarit. La Toscana una regione sotto esposta spiega un commerciante inglese leader nella distribuzione. La crescita della popolarit dei top brand toscani era alla pari con quella delle altre regioni fino a sei mesi fa, con solo Bordeaux una spanna sotto. Poi ha registrato unimpennata di crescita seguita solo dal Piemonte: da ottobre a oggi la popolarit dei vini toscani cresciuta il 9% in pi di quella di Piemonte e Borgogna, il 30% pi della California e il 50% pi di Bordeaux. I vini toscani vanno bene anche dal punto di vista della qualit, che Wine Lister misura su una scala che parte da una fascia media di 400 punti fino a quelle forte da 750 e fortissima da 750 a mille. Per questo calcolo lagenzia inglese ha preso in considerazione i 50 top brand toscani. Il risultato appunto lodevole in termini di qualit con i nostri vini secondi soltanto alla Borgogna, con un punteggio complessivo di 883. In termini di brand la lista dei 5o fa scendere il vino toscano al quarto posto. Segno questo - spiega la ricerca - che a trainare limmagine sono soprattutto i 5 top brand, quelli a seguire sono meno forti. Bordeaux e Borgogna insomma arrivano sul mercato con molti pi marchi importanti rispetto a noi. Dopo il confronto globale, la ricerca mette a confronto Bolgheri, i Supertuscan, Montalcino e il Chianti classico, che nella media seguono questordine. A trainare Bolgheri alla guida delle denominazioni toscane ci sono i gi citati brand e il prezzo me-i dio a bottiglia pi alto di tutta la regione con 97 euro. Lo studio dice chiaramente che gran parte della popolarit internazionale della Toscana merito del rilancio che Bolgheri, ma anche i Supertuscan, hanno dato al vino toscano. Le denominazioni storiche, infatti, arrivano dopo. In un mese su WineSearcher.com Bolgheri viene ricercato oltre 12 mila volte, Chianti classico meno di duemila. Per il Brunello di Montalcino il miglior vino toscano in termini economici e il Chianti classico segna unimportante rivincita risultando quello di riferimento per la qualit, con un punteggio sulla scala di Wine Lister di 935. Tra i limiti segnalati dalle 35 pagine di analisi ci sarebbe lo scarso dinamismo delle denominazioni storiche che, rispetto alla Francia, non riuscirebbero ad affondare il colpo sul mercato per una mancata classificazione sul modello appunto di Bordeaux o della Borgogna, capace di cementare le conoscenze di collezionisti e appassionati. Nello specifico delle singole etichette, la classifica toscana a top 25 di Wine Lister vede tre Bolgheri ai primi tre posti. Nellordine Ornellaia precede Sassicaia e Masseto. Seguono sempre in ordine: Tignanello, Soldera con il Case Basse (ormai Igt e non pi Brunello) e Solaia, mentre chiudono la top ten Le Pergole Torte di Montevertine, Fontodi col Flaccianello della Neve, Biondi Santi con la riserva di Brunello di Montalcino e Guado al Tasso. Seguono sempre in ordine: Cepparello, Sammarco, Biondi Santi (base), Messorio, il Tenuta Nuova di Casanova di Neri, Poggio di Sotto, Valdicava, Vigna dAlceo, Percarlo, il Chianti classico Vigna del Sorbo, LApparita del Castello di Ama, Redigaffi di Tua Rita, il Valdicava base, Fuligni e Oreno. Per trovare una Docg insomma bisogna arrivare al nono posto, per trovare un Chianti classico al ventesimo. Panano domina la Toscana continentale grazie ai Di Napoli Rampolla (Sammarco e Alceo) e ai vini di Giovanni Manetti (Fontodi). Tuttavia, viene fatto notare sullo studio, tra Ornellaia e Oreno della Tenuta Setteponti, cio primo e ultimo, ci sono 133 punti di ranking di differenza, mentre nella stessa top 25 di Bordeaux ce ne sono appena 63. Esistono cio ampi margini di crescita sotto i top brand di riferimento. Nella classifica disaggregata per qualit emergono: Soldera, Pergole Torte, Percarlo, Alceo, Fuligni, mentre a chiudere la top 20 troviamo Lupicaia, il brunello Biondi Santi, Sassicaia, Tignanello e Avignonesi Capannelle 50&50. Da segnalare poi i buzz brand, vini con forte crescita, alta popolarit, considerati prestigiosi o di tendenza, con Giusto di Notri di Tua Rita primo Supertuscan, Messorio delle Macchiole tra i Bolgheri e Biondi Santi leader delle denominazioni. Il quadro completo ci ha convinto - conclude Ella Lister - che la Toscana ha un roseo futuro davanti. Il mercato dei grandi vini confida in una crescita imponente nei prossimi anni, nonostante i suoi principali produttori siano gi considerati tra i migliori del mondo.
Autore: AldoFiordelli


27 Marzo 2017, ore 15:29

Corriere Fiorentino
Il futuro del vino toscano Bolgheri superstar. E gli altri? Le nostre etichette promosse dallo studio di Wine Lister, lagenzia di rating del settore Supertuscan in vetta alle classifiche, ma le denominazioni storiche restano indietro Ella Lister: La previsione di una crescita imponente, con qualche gap da colmare... C solo il vino della Borgogna pi buono di quello toscano, che il pi popolare dopo Bordeaux e sta crescendo anche da un punto di vista economico trainato dai Supertuscan. A dirlo lultimo studio di Wine Lister pubblicato venerd e dedicato alla Toscana, per la quale si prevede una crescita imponente. Wine Lister una sorta di agenzia di rating, una Moodys del vino specializzata nellelaborazione di dati qualitativi, economici e di marketing legati allenologia mondiale, oltre che nella classifica delle etichette per qualit e longevit. La nostra analisi - spiega Ella Lister, cofondatrice e Ceo di Wine Lister - conferma la forza dei fondamentali della Toscana e fornisce nuove informazioni sul suo crescente gradimento. Abbiamo identificato le aree dove i produttori registrano buoni risultati e quelle dove c ancora un gap da coprire con le zone di maggiore tradizione. La ricerca si apre con landamento della Toscana negli ultimi sei anni, paragonando i cinque top brand con i concorrenti diretti: a confronto i cinque premier cru classe di Bordeaux, i cinque cru del Domaine de la Romane Conti in Borgogna e, per la Toscana, Tignanello, Masseto, Sassicaia, Solaia e Ornellaia. Negli ultimi sei anni la nostra regione cresciuta del 32%. Crescono di pi per tutti gli altri: pi 35% il Piemonte e pi 40% la California, con la Borgogna inavvicinabile e che fa segnare una straordinaria performance quasi raddoppiando il valore delle quotazioni dei suoi cinque cru. Se per si prendono in esame gli ultimi due anni la Toscana il fanalino di coda, 11 Piemonte cresce persino pi della Borgogna, seguito da California e Bordeaux. Perch allora gli esperti di Wine Lister parlano di una crescita toscana? A mantenere alte le aspettative dei vini della regione la popolarit. La Toscana una regione sotto esposta spiega un commerciante inglese leader nella distribuzione. La crescita della popolarit dei top brand toscani era alla pari con quella delle altre regioni fino a sei mesi fa, con solo Bordeaux una spanna sotto. Poi ha registrato unimpennata di crescita seguita solo dal Piemonte: da ottobre a oggi la popolarit dei vini toscani cresciuta il 9% in pi di quella di Piemonte e Borgogna, il 30% pi della California e il 50% pi di Bordeaux. I vini toscani vanno bene anche dal punto di vista della qualit, che Wine Lister misura su una scala che parte da una fascia media di 400 punti fino a quelle forte da 750 e fortissima da 750 a mille. Per questo calcolo lagenzia inglese ha preso in considerazione i 50 top brand toscani. Il risultato appunto lodevole in termini di qualit con i nostri vini secondi soltanto alla Borgogna, con un punteggio complessivo di 883. In termini di brand la lista dei 5o fa scendere il vino toscano al quarto posto. Segno questo - spiega la ricerca - che a trainare limmagine sono soprattutto i 5 top brand, quelli a seguire sono meno forti. Bordeaux e Borgogna insomma arrivano sul mercato con molti pi marchi importanti rispetto a noi. Dopo il confronto globale, la ricerca mette a confronto Bolgheri, i Supertuscan, Montalcino e il Chianti classico, che nella media seguono questordine. A trainare Bolgheri alla guida delle denominazioni toscane ci sono i gi citati brand e il prezzo me-i dio a bottiglia pi alto di tutta la regione con 97 euro. Lo studio dice chiaramente che gran parte della popolarit internazionale della Toscana merito del rilancio che Bolgheri, ma anche i Supertuscan, hanno dato al vino toscano. Le denominazioni storiche, infatti, arrivano dopo. In un mese su WineSearcher.com Bolgheri viene ricercato oltre 12 mila volte, Chianti classico meno di duemila. Per il Brunello di Montalcino il miglior vino toscano in termini economici e il Chianti classico segna unimportante rivincita risultando quello di riferimento per la qualit, con un punteggio sulla scala di Wine Lister di 935. Tra i limiti segnalati dalle 35 pagine di analisi ci sarebbe lo scarso dinamismo delle denominazioni storiche che, rispetto alla Francia, non riuscirebbero ad affondare il colpo sul mercato per una mancata classificazione sul modello appunto di Bordeaux o della Borgogna, capace di cementare le conoscenze di collezionisti e appassionati. Nello specifico delle singole etichette, la classifica toscana a top 25 di Wine Lister vede tre Bolgheri ai primi tre posti. Nellordine Ornellaia precede Sassicaia e Masseto. Seguono sempre in ordine: Tignanello, Soldera con il Case Basse (ormai Igt e non pi Brunello) e Solaia, mentre chiudono la top ten Le Pergole Torte di Montevertine, Fontodi col Flaccianello della Neve, Biondi Santi con la riserva di Brunello di Montalcino e Guado al Tasso. Seguono sempre in ordine: Cepparello, Sammarco, Biondi Santi (base), Messorio, il Tenuta Nuova di Casanova di Neri, Poggio di Sotto, Valdicava, Vigna dAlceo, Percarlo, il Chianti classico Vigna del Sorbo, LApparita del Castello di Ama, Redigaffi di Tua Rita, il Valdicava base, Fuligni e Oreno. Per trovare una Docg insomma bisogna arrivare al nono posto, per trovare un Chianti classico al ventesimo. Panano domina la Toscana continentale grazie ai Di Napoli Rampolla (Sammarco e Alceo) e ai vini di Giovanni Manetti (Fontodi). Tuttavia, viene fatto notare sullo studio, tra Ornellaia e Oreno della Tenuta Setteponti, cio primo e ultimo, ci sono 133 punti di ranking di differenza, mentre nella stessa top 25 di Bordeaux ce ne sono appena 63. Esistono cio ampi margini di crescita sotto i top brand di riferimento. Nella classifica disaggregata per qualit emergono: Soldera, Pergole Torte, Percarlo, Alceo, Fuligni, mentre a chiudere la top 20 troviamo Lupicaia, il brunello Biondi Santi, Sassicaia, Tignanello e Avignonesi Capannelle 50&50. Da segnalare poi i buzz brand, vini con forte crescita, alta popolarit, considerati prestigiosi o di tendenza, con Giusto di Notri di Tua Rita primo Supertuscan, Messorio delle Macchiole tra i Bolgheri e Biondi Santi leader delle denominazioni. Il quadro completo ci ha convinto - conclude Ella Lister - che la Toscana ha un roseo futuro davanti. Il mercato dei grandi vini confida in una crescita imponente nei prossimi anni, nonostante i suoi principali produttori siano gi considerati tra i migliori del mondo.
Autore: AldoFiordelli


27 Marzo 2017, ore 15:26

La Repubblica
Loro della Prosecco Valley bollicine meglio dellindustria ecco i nuovi padroni del vino Fino a quattro anni fa lidea di un sorpasso del Prosecco sullo Champagne sembrava una chimera; ma lo slancio andato talmente oltre le aspettative da lasciare increduli gli stessi viticultori: a crescere di pi lo scorso anno, alla voce export, sono state le vendite in Francia: +64,4% a volumi, + 13% a prezzi. Un vero e proprio exploit con vendite pari a 63,3 mila di ettolitri su 1,974 milioni di ettolitri totali di export. Un mercato spontaneo quello francese, dove le bollicine made in Nordest poco hanno investito, quanto a promozione. Ma la corazzata Prosecco alla fine ce lha fatta a superare le bollicine francesi e, dopo aver conquistato lInghilterra e gli Usa, ha contagiato anche i menu a base di ostriche ed escargot. Con un occhio alla tutela della denominazione, inficiata da 400 imitazioni nel mondo, a partire dagli stessi veneti emigrati con le barbatelle trevigiane in Brasile fino ai connazionali piemontesi che hanno appena rilanciato, con il placet del ministero, la denominazione Asti secco. C poi il grande tema della sostenibilit ambientale delle colline candidate patrimonio Unesco e il rischio di esplosione di una bolla, contro cui si sta lavorando per la predisposizione di un contratto di filiera che regoli i prezzi delle uve. Intanto, stanno per essere messi a bando tutti i fitofarmaci: anche se il Prosecco - e deve restare - un vino democratico, la qualit in formato green deve essere il nuovo driver della crescita. Specie ora, da che in atto una virata dei vitigni sempre pi coltivati a glera, che luva del Prosecco, e si aperta la caccia agli ettari. Nella pregiata Cru del Cartizze si gi arrivati alla cifra record di 2,5 milioni.
La mappa del Prosecco... La bevanda nota fin dagli antichi romani con il nome di Puccino ma nel 600 che si afferma il nome Prosecco dal nome della localit nel Carso triestino dove si coltivava il vino bianco. Nel 1800 la produzione si sposta in collina per trovare nella pedemontana trevigiana il terroir delezione. Oggi la Doc abbraccia 9 province tra Veneto e Friuli Venezia Giulia per 3,5 milioni di ettolitri, 410 milioni di bottiglie e 2,5 miliardi di giro daffari. Esistono due docg nelle aree di Asolo e Conegliano Valdobbiadene, poi c la nicchia del Cartizze: 106 ettari di vigne di propriet di 139 famiglie. Qui gli ettari valgono pi dello Champagne - conferma Gianluca Bisol della Bisol - abbiamo raggiunto la massima di 2,5 milioni, quando un ettaro della doc Prosecco, limitato per legge, vale 150 - 200 mila euro mentre il superiore va dai 350 - 500 mila. Lo shopping va a pieno ritmo: le ultime acquisizioni sono la Canevel di Valdobbiadene da parte della Masi Agricola, la Ruggeri da parte dei tedeschi della Rmsk. La Contarini di Vazzola stata rilevata dai russi di Jsc Igristie Vina mentre sempre i tedeschi Henkell hanno acquisito la storica Mionetto.
Nuovi ettari, pi business... il 2015 lanno della svolta: nel Regno Unito le bollicine sorpassano lo Champagne e lexport, che copre l80%, vola a +23%. Negli 11 mesi del 2016 (ultimi dati consolidati) le vendite mondiali segnano +25,8%, +35,7% in Uk, +22,4% in Usa. Il prosecco come un jeans: sportivo ma di tendenza spiega Stefano Zanette, presidente del Consorzio Doc. Non serve essere intenditori, si beve ovunque e ha un costo medio di 4,5 euro a bottiglia a scaffale. La domanda traina a tal punto che il Consorzio con lok delle Regioni Veneto e Fvg incrementa di 3 mila ettari i vigneti a glera e grazie alla riserva vendemmiale si produrranno 600 mila ettolitri di doc in pi. A un prezzo base di 2 euro al litro sono 120 milioni in tasca ai produttori: il massimo consentito dal disciplinare.
Accordo di filiera... Il potenziale segue le vendite non stiamo inflazionando nulla - spiega Giancarlo Moretti Polegato, imprenditore e consigliere nella Doc del prosecco - quello che si produce si vende: abbiamo fatto un grande lavoro di posizionamento del prezzo che permette stabilit e reddito. Ora stiamo lavorando per un accordo di filiera per definire un valore delle uve per dare stabilit al prezzo. Oggi un chilo duva (che la quantit necessaria per fare una bottiglia da 0,75 di prosecco) quota 1,15 - 1,25 euro, cinque anni fa era 0,60. Ora c equilibrio e la stabilit delle uve d solidit al prezzo finale. Uk e Usa sono i mercati principali del Prosecco - dice Zanette - e la Brexit pu avere effetti sul potere di acquisto del consumatore inglese. Molto sar dato dallevoluzione degli accordi commerciali ma ci aspettiamo un rallentamento anche fisiologico. Gli Usa sono una realt in divenire, ma siamo consapevoli che il mercato non pu essere imbrigliato da regole autarchiche. Sappiamo che la nostra debolezza la concentrazione in pochi mercati - continua - , lobiettivo aggredire Cina e Est Asiatico e Russia, sperando cambino anche qui gli scenari.
La sostenibilit... Coldiretti Veneto calcola che ormai il 70% della produzione vitivinicola regionale composto da glera, pinot grigio e garganega che luva del Soave. Sono in flessione Cabernet, Merlot, Raboso, Refosco. Il progetto Prosecco stato qualcosa di importante ed innovativo - dichiara Sandro Boscaini presidente di Masi Agricola e Federvini - serve ora rigore: si deve guardare ai terreni e al valore sul mercato, senn la massificazione produce danni. Il consiglio? Continuare a pensare che non sia un progetto definito e realizzato: possiamo lavorare per valorizzare singoli territori. La nostra campagna sta cambiando radicalmente conferma Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, viticultore ed ex presidente di Confagricoltura Veneto tutti piantano vigneti che danno guadagni. Cos la terra della polenta, che sul mais era autosufficiente, oggi ne importa il 50% perch nel 2016 sono stati seminati solo la met dei campi rispetto 15 anni fa. Eppure il prosecco occupa oggi il 4% della superficie agricola utilizzabile, il 2,5% nella doc: stata una corsa ma lintensit non tale da preoccupare assicura Bisol. La sostenibilit ambientale oggi un percorso volontario ma lo scopo di arrivare alla certificazione del prodotto e territoriale dice Zanette. Sul Prosecco biologico, ancora una nicchia, stanno intanto arrivando riscontri interessanti. Il bio ha costi pi alti del 15-20% che per si ripagano in bottiglia.
Il futuro: la tutela, lunit... A chi dice che tre consorzi (una Doc e due Docg) sono troppi, Zanette risponde che in questo momento pi utile incrementare Sistema Prosecco, la societ che opera in comune e farne "una cabina di regia per la promozione, il marketing e laccoglienza turistica. Il 2018 porter, salvo sorprese, lambito logo del Patrimonio Unesco che pu triplicare i turisti in due anni. Sar un volano di sviluppo chiude Zanette. Sono coinvolti 15 comuni, 3 mila agricoltori e 5 mila ettari di vigneto che ogni anno accolgono oltre 56 mila turisti che potrebbero diventare pi di 150 mila.
Autore: Eleonora Vallin


26 Marzo 2017, ore 15:34

LEspresso
Bottiglia ... La parte rivoluzionaria della Franciacorta a Cellatica. A Ca del Vent si parte da concetti semplici a dirsi: lasciare lavorare il terreno, intervenire il meno possibile in cantina, rispettare lannata. La siccit del 2012 trasformata in un Franciacorta tra i pi affascinanti. Ecco il Revolution Pas Oper (55 euro): il 77 per cento Chardonnay e il rimanente Pinot Nero. Un naso sontuoso, barocco, con ossidazioni controllate giocate su toni torrefatti e agrumati, in bocca esplode con finale salino e marittimo.
Autore: Paolini & Grignaffini


26 Marzo 2017, ore 15:32

Corriere della Sera
Chef stellate ( e invisibili) Caterina Ceraudo, premiata da Michelin e Veuve Clicquot: Ai fornelli divento dura per gestire lansia... Sei chef su dieci si sentono poco riconosciute nel loro lavoro. Cinque su dieci hanno difficolt a trovare finanziamenti per unattivit in proprio se non sono accompagnate da un uomo. Sette su dieci pensano di aprire un ristorante con amici o familiari per avere una rete di protezione. E perch nessun altro investitore le cerca. Dal primo studio sulla cucina di genere condotto in Italia emerge una situazione sconfortante per le donne che lavorano nellalta ristorazione. Eppure nel settore il talento femminile non manca: le chef stellate sono 45, ancora poche rispetto ai 298 uomini premiati dalla guida Michelin 2017, ma moltissime se si guarda il totale nel mondo (134). Che cosa succede? Semplice: che siamo invisibili. Isa Mazzocchi, 49 anni e una stella al La Palta, nel Piacentino, lo dice chiaro nel video di lancio del primo premio assegnato da Michelin e Veuve Clicquot alla miglior chef donna dellanno. La vincitrice, la 29enne calabrese Caterina Ceraudo, bravissima, ambiziosa e anche imprenditrice: ha risollevato il ristorante dellagriturismo di famiglia, ma per farlo ha usato lunico modo che conosce, come lei stessa racconta: In cucina mi indurisco per gestire lansia. I temi sono due: la scarsa visibilit della maggior parte delle chef donne - fanno eccezione le tristellate Nadia Santini e Annie Folde, monumenti della ristorazione nazionale, e poche altre - e la predominanza del modello maschile della gestione della cucina. La difficolt a conciliare famiglia e lavoro centra, ovviamente, tante chef non riescono a sfondare anche per questo motivo - spiega Silvana Chiesa, docente di Storia e cultura dellalimentazione alluniversit di Parma e coordinatrice dello studio -. Ma c di pi. Un modo maschile di pensare allalta cucina che arriva da lontano. Da quando, due secoli fa, i cuochi dei nobili francesi sono andati a lavorare nei ristoranti e, per marcare la differenza con le donne, hanno impostato la nuova carriera con codici militari: si sono fatti chiamare chef, cio capi, hanno indossato le divise e adottato una dura gerarchia. Per carit, va benissimo: ma devessere propria di chi la usa, non imposta come unico modello esistente. Insomma, invece di un campo costruito dagli uomini per gli uomini, in cui le donne giocano in una sorta di perenne trasferta, lalta ristorazione deve potersi aprire a nuovi modelli di leadership. Anche perch la situazione attuale grave: Molte delle chef che abbiamo intervistato (stellate e non, in tutta Italia ndr) raccontano di fornitori che nel 2017 chiedono di parlare con un uomo perch non le ritengono interlocutrici credibili - spiega Chiesa -. E anche la maggior parte delle stellate lavora in ristoranti di famiglia. Perch al di fuori di quella soluzione per loro non c mercato. Sono disuguaglianze di genere a tutti gli effetti, che si traducono in meno opportunit per le donne. E passano anche dal linguaggio: chiss perch gli chef sono descritti come visionari, creativi, innovatori mentre le colleghe interpreti della tradizione - si allarma Chiesa -. Serve una rete di donne che spinga per scardinare questo sistema. Magari il momento giusto...
Autore: Alessandro Dal Monte


26 Marzo 2017, ore 15:31

La Stampa
Un parassita immigrato pu salvare il miele italiano I fitofagi devastano gli eucaliptus, ma il loro nemico vive solo allestero... Pu sembrare un grande paradosso: il salvatore delle api un parassita molto aggressivo. Nemico giurato dellaltro insetto che in cinque anni ha devastato gli eucaliptus di tutta Italia e mandato in crisi lattivit degli alveari. Linquinamento e i pesticidi, si sapeva, stanno decimando le api ma a fare i danni maggiori sono stati alcuni animaletti che gli studiosi chiamano fitofagi. Per colpa loro sugli alberi non sbocciano pi i fiori e cos le api non sono in grado di produrre il loro nettare. Il risultato? Tra non molto rischiamo di restare senza miele. Una soluzione ci sarebbe e sarebbe addirittura naturale. Una battaglia tra insetti che salverebbe il lavoro delle api, le regine dei nostri giardini. Ma c un grande problema: Il parassita dovrebbe essere importato dallestero e poi utilizzato per la campagna in difesa degli eucaliputs - spiega il professor Ignazio Floris, docente di entomologia ed esperto di apicoltura dellUniversit di Sassari - In Italia, per, non si possono far entrare animali esotici vivi. Il salvatore delle api per il momento deve restare fuori dalla frontiera e nel frattempo nelle arnie si fa molta fatica. Il parassita che prende di mira gli eucaliptus di origine australiana si diffuso in Italia passando dalla Sicilia e nel giro di poco tempo si scatenato in tutte le regioni - racconta il professor Virgilio Caleca, docente di Entomologia allUniversit di Palermo - I danni sono stati ingenti. Oltre ai impedire la fioritura, questi fitofagi provocano un altro effetto: lasciano nelle piante una sostanza che si chiama "melata" che viene raccolta dalle api e finisce per danneggiare il miele. Le povere api, dunque, se la passano davvero molto male e gli apicoltori soffrono di conseguenza. In Italia sono circa 70 mila e gestiscono pi di un milione di alveari. Il calo della produzione stato pesante: larrivo del parassita australiano ha fatto registrare un segno meno pari allottanta per cento ma ultimamente, con qualche precauzione adottata grazie a molti studi, lattivit ha avuto un po di ripresa. Il professor Ignazio Floris fa un po di conti: Ogni alveare produce circa 35 chili di miele allanno, ma quando i fitofagi hanno scatenato il loro attacco si arrivati quasi a zero. Ora possiamo dire che si arrivati al cinquanta per cento del dato storico. La situazione ancora molto grave e per questo chiediamo di poter introdurre il parassita che ci aiuterebbe a debellare i fitofagi degli eucaliptus e a far ripartire lattivit degli alveari. Non ci dimentichiamo che le api sono animali importantissimi non solo per il miele, ma per lintero ecosistema e anche per luomo, a iniziare dallagricoltura. Eppure, gli apicoltori considerano gli agricoltori tra i loro principali nemici. Certo, fino a quando le attivit non si convertono e si rendono totalmente biologiche la convivenza sar molto difficile - dice Luigi Manias, che cura 200 alveari nella zona del Monte Arci, al centro della Sardegna - La mia azienda festeggia i 100 anni proprio nel 2017: io lho ereditata da mio nonno, il primo apicoltore dellisola. In ognuna di queste arnie vivono circa 60 mila api, ma la produzione di miele si ridotta almeno del 40 per cento. Per ricreare gli equilibri e ridurre le sofferenze alle api, ci sarebbe bisogno di un grande piano forestale, che preveda anche la reintroduzione di specie che nelle nostre campagne sono sparite. Se le api muoiono il nostro pianeta non ha molte speranze.
Autore: Nicola Pinna


25 Marzo 2017, ore 18:14

D di Repubblica
Come dite Bordeaux in cinese? La Francia divisa. Non a tutti piace che un gruppo di investitori del celeste impero, vicni al Tycoon Jack Ma, stia comperando i castelli e le vigne pi blasonati del Paese... Un maledetto cavatappi! Da qualche parte in questa mega cucina ce ne dovr pur essere uno. Primo cassetto: posate e bacchette. Secondo cassetto: cialde Nespresso. Terzo cassetto: pentole e padelle. Tutte nuove, ancora nelle confezioni. Li Lijuan si gira, ruotando sui tacchi. Che sia sulla cantinetta frigo delle magnum? O nello scaffale dei calici di cristallo? Chateau Mylord appartenuto a cinque generazioni di vignaioli della regione di Bordeaux. Sembra, per, che il cavatappi i francesi se lo siano portati via nellultimo trasloco. Lagente immobiliare Li, nel 2013, ha venduto questo castello con 44 ettari di vigne annesse a Edwin Cheung, un magnate immobiliare di Hong Kong. Da allora molte cose sono cambiate. Cheung, seguendo le indicazioni di Li, fino a oggi ha investito nella propriet 12 milioni di euro. Forse manca il cavatappi, ma il castello ha una piscina coperta, un pianoforte bianco a coda (elettrico), 17 posti letto e un campo da golf. Limpianto karaoke, poi, il top di gamma, collegato direttamente a un server di Hong Kong: Non va mai spento, senn ci vogliono tre giorni per ricaricare tutti i brani, spiega. E questo s che farebbe saltare i nervi ai nuovi proprietari. Che per vengono raramente, per lo pi weekend lunghi organizzati allultimo momento. Ogni tanto, anche Jack Ma fa capolino per un giro di karaoke. Il fondatore di Alibaba il secondo uomo pi ricco della Cina - i suoi introiti sono stimati intorno ai 20,5 miliardi di dollari - e qui in Francia sostanzialmente un vicino di casa di Monsieur Cheung: il suo Chateau Sours dista appena cinque minuti dauto. Anche Ma ama il karaoke. Come tutti i cinesi del resto. Tanto quanto le buone bottiglie di Bordeaux. Negli ultimi nove anni, circa 120 castelli della regione, famosa in tutto il mondo per i suoi vini, sono stati acquistati da cinesi. Il volto pi noto certamente Ma, il Bill Gates dagli occhi a mandorla, che lo scorso anno, con una dozzina di amici e soci daffari (fondatori di aziende, speculatori o attori che hanno fatto fortuna nellimmobilare, nei parchi divertimento o nei videogiochi), ha acquistato nuove dimore o vigneti nel Sud - ovest della Francia. Quello che li lega la passione per il vino e uno spiccato senso del business. Da tempo, infatti, la Cina il paese pi importante per lexport di rossi francesi: circa il 60% dei vini europei venduti vengono dallHexagone. E di questi, il 60% bordolese. Il mercato asiatico, guidato da Hong Kong, Giappone e India, attira sempre pi grazie al crescente numero di nuovi estimatori di vini. E i cinesi non sembrano intenzionati a lasciare lintero business in mano ai francesi. Mentre, almeno per ora, le cantine italiane non rientrano nelle strategie dei tycoon dellImpero di Mezzo: anche se qualche avanguardia recentemente stata segnalata in Piemonte, Toscana, Veneto e Trentino, linteresse per le etichette, non per le aziende. E anche in termini di mercato il made in Italy indietro: con una quota del 5,6%, il Belpaese fermo al quinto posto tra i top exporter di vino in Cina. Infatti il Bordeaux resta il pi richiesto: solo nel 2015 sono state vendute circa 64 milioni di bottiglie, con un incremento del 31% rispetto al 2014. La parola stessa Bordeaux ormai sinonimo di lusso, proprio come una borsa Louis Vuitton o una Mercedes cabrio. Chi ha avuto successo, in questo modo mette in mostra il proprio gusto e la propria cultura. Un castello nel Bordeaux rappresenta il massimo degli status symbol, continua Li, un lusso oltretutto accessibile per i miei clienti. Oggi infatti, con 4 milioni di euro a Hong Kong ci si pu permettere a malapena un piccolo appartamento, mentre qui si pu acquistare uno chteau. O quantomeno un immobile degno di questo nome. Allinizio del 2016, il club dei miliardari cinesi ha anche fondato Cellar Privilge, una societ per la distribuzione di vini bordolesi in Asia. Il business si sviluppa principalmente online, su Alibaba e altre piattaforme di e - commerce, e le bottiglie vengono da 60 aziende, tra cui una quarantina di propriet dellillustre gruppo di investitori che ruota intorno a Jack Ma. E c anche letichetta Chteau Monlot, dellazienda dellattrice, regista e modella Zhao Wei. La quarantunenne star nel 2011 ha ricevuto in regalo dal marito, limprenditore Huang Youlong, questo castelluccio da 10 milioni di euro nella zona di Saint - milion. La lunga costruzione in tipica pietra color sabbia al momento un cantiere. I nuovi elementi di colore rosso, finiture intagliate e aggiunte al tetto, ricordano larchitettura dei templi cinesi. Pare che in cantina ci sar unoasi del karaoke da 200 mq. La coppia ha investito 400 milioni di dollari in Alibaba - Pictures e possiede oltre 60 ettari di vigne nel Bordeaux. Tra i nuovi investitori del vino, Zhao limperatrice. Basti pensare che fino a poco tempo fa una bottiglia di Chteau Monlot costava 11 euro, mentre oggi, che si fregia del suo autografo sulletichetta, ne costa 32 (gli esperti sottolineano che laumento non assolutamente giustificato dalla qualit). Ciononostante, allincontro annuale dellantica confraternita del vino Jurade de Saint - milion, Zhao viene accolta a braccia aperte. Quando mai potr ricapitare che un nuovo membro porti 73 milioni di fan su Weibo, il Twitter cinese? Davanti a tale evidenza, anche i vignaioli vecchia scuola chiudono volentieri un occhio. Certo, alcuni non apprezzano linteresse dei cinesi, commenta Herv Grandeau. Agli scettici, per, il presidente della Fdration Grand Vins de Bordeaux spiega che la storia dellarea si sempre intrecciata con quella degli investitori stranieri, soprattutto inglesi, belgi e tedeschi. La Fdration cura gli interessi di oltre 6 mila produttori e punta tutto sulla mediazione culturale e sugli effetti del marketing globale. Provoca Grandeau: Chi meglio dei volti noti cinesi pu rappresentare i nostri vini e la nostra terra? E, soprattutto, non sarebbe molto pi pericoloso per i vini francesi se i cinesi investissero in Cile o Argentina?. In ogni caso, a detta di Grandeau, non bisogna esagerare: nella zona, infatti, ci sono circa 8 mila aziende vinicole. Oggi, in mano cinese si trova solo il 3% dei terreni migliori. E tra questi, non c un solo Grand Cru Classe. Eppure, dice Li, questa una richiesta comune dei suoi clienti. Tutti vogliono una tenuta del calibro di Mouton Rothschild o Cheval Blanc. Io, per, i cinesi li conosco bene: alla fine si aspettano il return on investment. Quindi lei avverte sempre i clienti che unazienda vinicola non funziona come una start - up qualunque, e che facile perdere, rapidamente, molto denaro. , un expectation management, come lo definisce laffarista con gli orecchini di Chanel. Frdric Massie sa bene quanto denaro e quanta pazienza siano necessari per realizzare un grande vino: enologo e partner dello studio di consulenza legale Derencourt, specializzato in aziende vinicole. Le persone vanno e vengono, le vigne restano, recita il mantra dello studio. Massie si occupa di una ventina di clienti tra il Mdoc ed lEntre - deux - Mers in Francia oltre che in Turchia, Spagna e Portogallo. Anche Chteau Monlot e alcune tenute di cinesi sono seguiti direttamente dal consulente. Ciononostante, il modo in cui le cantine degli asiatici siano intrecciate luna con laltra dal punto di vista del business resta un segreto anche per lui. Il legame dellEquipe de Monlot - cos si chiama il gruppo che ruota intorno a Zhao e a Ma - effettivamente difficile da decifrare. Accade spesso, infatti, che le aziende non vengano acquistate da singoli, ma da gruppi di imprese o dalle loro filiali, per risparmiare sulle tasse, azzerare il gossip e tagliare i costi. LHaichang - Group, per esempio, proprietario di 23 tenute acquistate dal magnate Qu Naijie per s, la moglie, il figlio e il nipote. E il vino prodotto dai suoi 700 ettari, Monsieur Qu lo vende poi nei parchi di divertimento di sua propriet. LEquipe de Monlot, in particolare, condivide le spese per traduttori, avvocati, enologi e per i consulenti come Massie. Di questo gruppo attualmente fanno parte almeno 15 aziende, che producono vini pi o meno buoni. Allinizio, spiega Massie, i cinesi erano principalmente interessati ai castelli. Le vigne intorno pi di tanto non li infastidivano. Oggi, invece, i nuovi arrivati ispezionano con attenzione anche i vigneti pertinenti. Per me si tratta di unevoluzione positiva. Anche limmobiliarista Li Lijuan invita a un po di comprensione per i suoi connazionali. Spiega che i cinesi amano la cultura e il lifestyle francese, ma che il loro gusto e la capacit di apprezzare il vino sono ancora in fase di sviluppo. La prima volta che ho sorseggiato un rosso importante, lho trovato terribilmente acido, ricorda ridendo. La stessa cosa capita agli europei che assaggiano il t: pochissimi sono in grado, la prima volta, di apprezzare pienamente una tazza di Pu - Erh, il pi costoso del mondo, che pu arrivare a costare fino a 700 euro al chilo. Per i vini cinesi, invece, non c ancora una classificazione secondo la provenienza o limbottigliamento. Comunque, tutti oggi in Cina sanno perfettamente che Bordeaux sinonimo di qualit, precisa, e che un originale, non una copia. Queste cose le impariamo in fretta. Alla prima occhiata facile scambiare Li Lijuan per una persona superficiale: pellicciotto verde, sandalo aperto anche a dicembre, iPhone con la cover di Hello Kitty. Lei sa benissimo di venire spesso sottovalutata, ma se ne fa una ragione. La trentaduenne donna daffari si laureata in business in Francia, parla correntemente cinque lingue e oggi, tra i colleghi francesi, si costruita una solida reputazione come immobiliarista. una donna capace di mediare tra culture diverse. Lo scorso anno si sposata con il rampollo di una dinastia di produttori di vino del Bordeaux e, come sottolinea lei stessa, certo non dovr fare affidamento sulleredit del marito. Noi cinesi ricordiamo ancora molto bene cosa significa essere poveri. I miei genitori, da bambini, erano costretti a contare ogni chicco di riso. Oggi la figlia conta i castelli nel Bordeaux: nel 2016 Li ha portato a termine 12 transazioni. Questo successo dipende certamente anche dal fatto che la crisi economica non ha risparmiato le nobili dinastie del vino. Nel 2008, nella regione cerano ancora oltre mille aziende. La generazione successiva, per, vuoi per mancanza di passione, vuoi per mancanza di fondi, non sempre stata in grado di tenere in piedi le attivit. Ogni anno, di conseguenza, chiudono circa 150 imprese. I cinesi hanno liquidit a sufficienza per portare avanti questa tradizione, sostiene Li mentre si rimette in posa per il fotografo. Ed proprio lui che, al termine della chiacchierata, estrae dal cilindro un cavatappi. Li, pensierosa, versa il vino in un ampio calice. Per la verit, sussurra tra s e s, la mia unica preoccupazione che un giorno i castelli finiranno.
Autore: Simone Salden


24 Marzo 2017, ore 18:11

Corriere della Sera
Il Vinitaly riparte: meno pubblico e pi Cina Il dg Mantovani: Una fiera a Milano? Non serve. Pi eventi fuorisalone, da Verona a Bardolino Un altro evento del vino a Milano? Non serve. Ci sono anche troppi appuntamenti del settore in Europa. Rischiamo loverbooking. Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere e gran burattinaio del Vinitaly (questanno riuscito a far tornare a Verona nomi storici, come Gancia) risponde ad Angelo Gaja, il signore del Barbaresco. Gaja aveva proposto una Biennale milanese del vino, dedicata al business, senza la folla che preme ai banchetti. Mantovani, che si prepara a spalancare i portoni del Vinitaly il 9 aprile, risponde che la vera fiera per operatori a Verona. Annuncia che il pubblico sar ancora pi sfoltito, grazie agli eventi in citt (e in provincia). E lancia un accordo fresco fresco con la Cina. Quando ne parla, ha lo stesso spirito del giovane Marco Polo raccontato nella serie di John Fusco per Netflix, quello del viaggiatore veneziano che spiega al Gran Khan: La vera dolcezza del vino un gusto, dipende da chi lassaggia. E Mantovani certo di convincere i cinesi che il vino migliore quello italiano. C una via dal Vinitaly alla Cina?
Siamo tornati marted da Chengdu. Abbiamo partecipato al Wine and Spirits Show, il fuorisalone del China Food and Drinks Fair for Wine and Spirits, arrivato alledizione numero 93 con 3.500 espositori.
Chi ci va?
Lintera Cina, dalle grandi citt e non solo, anche da Tibet e Mongolia. Nel fuorisalone al Shangri - La Hotel ci sono stati 80 mila visitatori professionali.
Quanta Italia cera?
Con Vinitaly International, 50 stand, 400 etichette. Con una certezza: al capodanno cinese, stato consumato tantissimo vino italiano, molto pi del passato.
Cosa avete portato a casa? Cosa prevede lintesa?
La presentazione di 40 vini italiani a 100 loro buyer. La presenza di 1919 a OperaWine, levento che apre il Vinitaly. Incontri con le aziende italiane. Vogliono spingere il nostro vino, per la bont del rapporto qualit - prezzo.
Vinitaly sta cambiando?
sempre pi orientato al business, lo dico anche rispondendo a Gaja. Lanno scorso, grazie agli eventi organizzati in citt, abbiamo dirottato dalla fiera 30 mila persone. Non una banalit perdere 3o mila biglietti. Questanno raddoppiamo gli spazi in citt e a Bardolino. Condividiamo con Gaja lidea che serva una fiera sempre pi riservata agli operatori.
Ma volete accogliere anche i non operatori.
Esatto, non bisogna perdere il fascino del Vinitaly come polo della passione per il vino. Piace al mercato, la nostra storia. Come lo sono le grandi degustazioni di annate lontane che organizziamo anche questanno dal 9 al 12 aprile. Non vogliamo organizzare una fiera fredda. Parlano i numeri: edizione 2016, 128 mila visitatori, tra questi 52 mila buyer 48 mila esteri; 28 mila gli appassionati, un pubblico attento che non ha provocato gli episodi spiacevoli del passato. Puntiamo comunque a diminuire ancora la presenza dei non professionisti.
Cosa offrite in pi ai professionisti del vino?
Una trasformazione digitale della fiera: 3.000 buyer saranno guidati da una app che li avvisa quando si avvicinano a uno stand dei vini del concorso 5 Star e registra la loro attivit. Cos avremo migliaia di dati a disposizione sulle tendenze di mercato.
Autore: Luciano Ferraro


24 Marzo 2017, ore 18:11

Il Venerd di Repubblica
Bel nome, Passione. Da quattro generazioni la passione che muove la famiglia Saldutti, in un territorio molto vocato: 5 ettari di vigna (due con viti ultrasettantenni). La famiglia composta da Enzo, sua moglie Maria e sua figlia Enza. stata lei a indicare una nuova strada. Ben avviata alluniversit per diventare avvocato dimpresa, ha sentito la nostalgia della terra e ci tornata. Il vino e etichettato dal 2011. Prima, conferivano le uve ad altra azienda, ma si sentivano esclusi dallatto finale. Cos sono arrivati a firmare le bottiglie, senza bisogno di un enologo: bastava la sapienza accumulata. E lantico torchio del bisnonno, le grandi botti di castagno (20 ettolitri), le barnques esauste di rovere francese. Una curiosit: il Coda di volpe a bacca bianca abbastanza noto, a bacca rossa una rarit, anzi si credeva fosse estinto. Il Volpe Rossa dice che vivo, e i Saldutti ne sono gli unici produttori: solo 250 bottiglie. Chi lha assaggiato lha definito un Taurasi al femminile. Il Taurasi, tre anni daffinamento, il vino - simbolo, ma noi torniamo al Passione. un Aglianico sincero, ricco, profondo. un annusa - mangia&bevi di frutti maturi rossi e neri, un filo diretto tra luva e il palato. Dentro c tutto lorgoglio e la sensibilit di chi lo fa. Distribuzione agli albori.


23 Marzo 2017, ore 13:27

Panorama
La guerra delle bollicine Lo spumante dolce non piace pi e, dopo lapprovazione delle nuove regole, i produttori piemontesi preparano gi per lestate il lancio dellAsti secco. In Veneto, patria del Prosecco, si teme lattacco a un mercato molto redditizio... Il tappo che salta dalla bottiglia di Prosecco sempre stato il simbolo della festa che inizia. Oggi, invece, potrebbe suonare come il primo sparo di una nuova guerra: quella tra i produttori piemontesi di Asti e quelli veneti di Prosecco. A innescare la miccia il Comitato vitivinicolo del ministero delle Politiche agricole che - dopo il via libera della Commissione tecnica - il 15 marzo ha modificato il disciplinare inserendo nuove tipologie di Asti dogc, cio quelle che hanno un minore contenuto zuccherino, nella versione secco, demi - sec ed extra secco. Ci significa che gi questestate potremmo trovare sugli scaffali dei supermercati un prosecco in versione astigiana, lAsti secco. In attesa del decreto ministeriale che chiuder liter burocratico, le schermaglie tra piemontesi e veneti sono gi iniziate. Luca Zaia, presidente di Regione Veneto, ha bollato la decisione del Comitato come inutile provocazione, rispetto alla quale i produttori veneti non faranno marcia indietro e, anzi, proseguiranno a testa bassa. Lassonanza con il nome Prosecco, dunque, rischia di diventare un boomerang e la novit potrebbe trasformarsi in una guerra tra poveri che non serve a nessuno. Il casus belli potrebbe essere innescato da un produttore di Asti secco che decida di mettere sul mercato una bottiglia con una denominazione che rievochi o emuli palesemente il Prosecco E a tentarlo nellazzardo potrebbe essere la crisi in cui versa ormai da tempo il mercato dellAsti dolce. Dopo aver conquistato i palati di tutta Europa, negli ultimi anni lo spumante astigiano dolce ha registrato infatti un calo di produzione di 25 milioni di bottiglie, una perdita stimata in 40 milioni di euro per il solo 2016. In cinque anni lexport ha perso pi del 33 per cento delle quote di mercato. Il motivo di questo declino va rintracciato nel fatto che i consumatori, soprattutto quelli pi giovani, preferiscono oggi gli spumanti secchi a quelli dolci, spiega a Panorama Giorgio Bosticco, direttore del Consorzio per la tutela dellAsti docg. Va per detto che lAsti dolce per il 75 per cento concentrato in Europa. Ci vuole dire che fuori c tutto un mondo da conquistare per questo tipo di prodotto, che rimane sempre e comunque il nostro focus. Prevediamo, infatti, di fare crescere i volumi dellAsti, secco e dolce, di 15 - 20 milioni nel medio periodo. Ma se davvero gli astigiani dovessero iniziare a imitare il Prosecco, a quel punto sarebbe guerra. Anche se alcuni produttori di Asti gi da tempo possono imbottigliare prosecco veneto. Quando il Consorzio di tutela del Prosecco nato nel 2009 per includere e proteggere i produttori dellarea tra il Veneto e il Friuli - Venezia Giulia, stata introdotta una deroga per consentire a 30 aziende fuori dal territorio consortile (tra cui alcune piemontesi) di imbottigliare il prosecco veneto. Senza, per, metterlo sul mercato con questo nome o un nome simile, spiega a Panorama Giancarlo Moretti Polegato, presidente di Villa Sandi, uno dei maggiori produttori veneti di Prosecco. Polegato, cos come molti altri produttori dellarea, fa affidamento sul buonsenso degli astigiani, confidando nel fatto che non si metteranno a far guerra ai veneti emulando il loro prodotto. Ed questo il motivo per cui, fino ad oggi, il Consorzio di tutela del Prosecco Doc, a differenza di Zaia, ha mantenuto sulla questione toni pacati e concilianti. Il parere espresso dal Comitato nazionale vini va nella direzione da noi auspicata, anche se permangono dei margini di interpretazione che, se chiariti, a nostro avviso avrebbero potuto evitare da subito eventuali contenziosi in sede giudiziaria sulluso evocativo del termine secco che comunque, a quanto ci dato a sapere, non dovrebbe comparire sul nuovo disciplinare dellAsti docg. Appare evidente che, cos stando le cose, il tutto verr lasciato alla correttezza degli imbottigliatori astigiani, stato il commento di Stefano Zanette, presidente del Consorzio Prosecco Doc, alla decisione del Comitato. Ci non vuol dire che il mondo del prosecco non abbia le armi per rispondere a un eventuale attacco da parte degli astigiani. Ma nulla accadr prima dellestate, quando i piemontesi inizieranno a mettere sul mercato i loro nuovi prodotti basati sullAsti secco. Solo allora si capir se gli astigiani avranno agito secondo buonsenso (come auspicato dai veneti) o se avranno sferrato il loro attacco frontale. A quel punto la tenzone si sposterebbe nelle aule giudiziarie E, fino a oggi, il Prosecco ha sempre vinto a mani basse i contenziosi di questo tipo in giro per il mondo, grazie al supporto di Sistema Prosecco, costituito nel 2014 da Consorzio Prosecco doc, Consorzio docg Asolo Prosecco e Consorzio Conegliano Valdobbiadene Prosecco. Il timore dei produttori veneti di Prosecco che leventuale sbarco sul mercato di un Asti secco che rievochi il Prosecco possa costituire un pericoloso precedente, con laggravante di avere origine in Italia con lavvallo delle istituzioni nazionali. La naturale conseguenza sarebbe quella di indebolire la capacit del Consorzio Prosecco doc di contrastare a livello internazionale i tanti prodotti evocativi e gli innumerevoli tentativi di emulazione. Con i nuovi prodotti non vogliamo assolutamente evocare il Prosecco veneto, ma la scritta dolce o secco sulla bottiglia imposta dallUnione europea e non deve essere inferiore ai 3 millimetri, continua Bosticco: ora, per, per differenziare lAsti secco dal dolce, la scritta del primo non pu essere troppo piccola e in questo la modifica del disciplinare ci venuta incontro. Senza dimenticare che ha anche approvato la nostra proposta di non scrivere secco sulla stessa riga di Asti, affinch non venga fatta confusione con il Prosecco veneto. Le preoccupazioni dei veneti sono alimentate anche dal fatto che gli interessi economici in gioco sono da capogiro. Nel 2016 sono state prodotte 410 milioni di bottiglie di Prosecco doc, 10 milioni di Asolo docg e 90 milioni di Conegliano - Valdobbiadene Prosecco docg. E, secondo lultimo rapporto di Intesa Sanpaolo sulleconomia dei distretti italiani, quello del prosecco di Conegliano - Valdobbiadene risultato essere il pi brillante di tutta Italia, con un fatturato salito del 9,3 per cento a 1,16 miliardi nel 2015 e un export in aumento del 14 per cento tra gennaio e settembre 2016. In generale per il Prosecco doc lexport vale il 75 per cento della produzione e i tre principali mercati sono il Regno Unito (per circa il 35 per cento dellexport) gli Usa per il 20 e la Germania per il 13. La Francia per il Prosecco diventata oggi il quarto mercato, con unimpennata del 71 per cento nellultimo anno. Per il docg, invece, lexport vale circa il 35 - 40 per cento. Il prossimo tappo che salter in aria sar, quindi, per festeggiare la pace o annunciare la guerra delle bollicine?
Autore: Francesco Colamartino


23 Marzo 2017, ore 13:26

Italia Oggi
Al vinicolo 336 milioni Per la campagna 2017/2018 del settore vitivinicolo a disposizione 336.997.000 euro. Cos ripartiti: 101.997.000 euro per la promozione sui mercati esteri, 140 mln di euro per la riconversione dei vigneti, 10 mln di euro per la vendemmia verde, 20 mln di euro per lassicurazione sul raccolto, 45 mln di euro per investimenti vari e 20 mln di euro per la distillazione sottoprodotti. col decreto del 20 marzo n. 1715 che il ministero delle politiche agricole ha operato la suddivisione delle risorse a sostegno del programma nazionale del settore vitivinicolo. LItalia ben posizionata anche in realt emergenti dal punto di vista delle importazioni di vino. infatti il primo o il secondo fornitore in quasi tutti i paesi dellEst Europa, sia comunitario che non. Spingendo lanalisi in paesi pi lontani, si evidenzia la terza posizione in Brasile, Messico, India e Corea del Sud, mentre leader in Thailandia.
Autore: Marco Ottaviano


22 Marzo 2017, ore 13:26

Italia Oggi
Pinot delle Venezie Nasce un nuovo consorzio per la tutela del Grigio Doc... In 5 anni cresciuto del 144% Nasce il Consorzio Doc Venezie, un realt per la valorizzazione e la promozione del Pinot Grigio. Il territorio interessato di 24mila gli ettari totali tra Friuli Venezia Giulia (8 mila), Trentino (3 mila) e Veneto (13.400) per una produzione di 2 milioni di ettolitri e 260 milioni di bottiglie che copre 185% della produzione nazionale e il 43% di quella mondiale. Presidente del nuovo Consorzio il veronese Albino Armarli mentre vicepresidenti sono Dario Ermacora, del Friuli Venezia Giulia, e Lorenzo Libera del Trentino. In tutto sono nove i membri del cda, tre per ogni regione. Ci sono delle aspettative enormi sulle quali ci misuriamo. Il passo che dobbiamo fare adesso come Consorzio mettere delle regole, tracciare una rotta. Quello che vogliamo, crescere, commenta Armani. Poi quando avremo dati certi sulle bottiglie, sulle uve e sul prodotto trasformato potremo fare i conti con la promozione. Per adesso teniamo ben saldo il treno sui binario, poi quando potr, correr. Elemento da non trascurare, creare una vera identit. C da creare un legame territoriale, dare unanima unitaria a tre realt diverse, a tre diversi dna. Il Pinot Grigio la quarta variet coltivata in Italia, cresciuta del 144% negli ultimi cinque anni, e proprio nel Triveneto detiene il cuore della produzione. La Doc Venezie si aggiunge a quelle gi esistenti e il vino prodotto potr continuare per libera scelta di ogni singola azienda ad avvalersi della protezione delle Doc storiche come Collio, Friuli o Grave ecc., e dellopportunit data dalla nuova denominazione. Gi a partire dalla vendemmia 2017 le uve Pinot Grigio raccolte in Veneto, Friuli e Trentino non potranno essere pi imbottigliate Igt (Indicazione geografica tipica) ma potranno essere commercializzate unicamente con la Denominazione di origine controllata Doc e la fascetta di Stato per la massima trasparenza e tracciabilit.
Autore: Andrea Settefonti


22 Marzo 2017, ore 13:25

Italia Oggi
LIstat penalizza i vini del Sud Lexport non viene imputato alla regione che produce il vino, ma a quella di sdoganamento... Le aree con la logistica pi sviluppata incassano pi fondi I dati sullexport del vino italiano non tengono conto dellorigine del prodotto ma del luogo di sdoganamento. Un criterio, quello utilizzato allIstat, che droga la reale dimensione dellexport a favore elle regioni del Nord con una Mistica pi sviluppata ed efficiente di quelle del Sud, penazzate non solo nei numeri ma nella relativa assegnazione dei fondi Ocm. In pratica, se il vino prodotto dalla Puglia viene sdoganato allestero dal Piemonte, nonostante lorigine pugliese sar conosciuta a questultimo la propensione allexport e le risorse. A seguito dellinchiesta di ItaliaOggi sulla difformit delle rilevazioni tra Istat e Agenzia delle Dogane (si veda ItaliaOggi del 15/03/2017) abbiamo sentito il senatore Dario Stefno, capogruppo in commissione agricoltura a palazzo Madama, che gi a giugno scorso, aveva sollevato il problema dellorigine. In particolare il senatore aveva rilevato come ci fosse una discrasia tra i numeri di Ismea, che rileva i dati Istat elaborati, a loro volta, dallAgenzia delle Dogane. Nellultimo report Ismea, infatti, tra il 2011 e il 2015 Trentino e Piemonte avevano avuto una propensione allexport rispettivamente del 141 e 173%, mentre Puglia e Sicilia si erano fermate al 14 e all8%. I dati, per, dimostravano come al contrario, le regioni meridionali, nello stesso periodo, avevano esportato maggiori quantitativi di vino. Di qui il paradosso: allaumento delle esportazioni del Sud, corrisponde la crescita della propensione allexport delle regioni del Nord dalla logistica pi sviluppata. Con grosso danno per i fondi Ocm vino, che vengono assegnati sulla base dei dati statistici, e buona pace degli sforzi fatti nellinternazionalizzazione da regioni come Puglia e Sicilia. Avevo proposto un tavolo tecnico al Mipaaf tra Ismea, Agenzia delle dogane e Istat per ladozione di codici di nomenclatura uniformi per recuperare il dato reale della propensione allexport di ogni regione, ma non ci sono state evoluzioni rispetto alle mie sollecitazioni, ha detto a ItaliaOggi il senatore. Il ministero non ha avvertito il dovere di agire nonostante nel report 2016 sullexport, Ismea abbia segnalato ed evidenziato la percentuale dopata dalla quale scaturiscono ricadute pesanti per gli operatori del settore. La discrasia si riproposta nei dati Istat 2016 che non riconosce ad alcuni territori la titolarit delle esportazioni. Per questo ho rivolto uninterrogazione a risposta urgente al ministro Martina, prosegue Stefno affinch provveda a sanare questo problema che procura danni incalcolabili a tutte le regioni del Mezzogiorno.
Autore: Giusy Pascucci


19 Marzo 2017, ore 13:24

La Stampa
Vinitaly guarda allUe Qui possiamo riscrivere la nuova politica agricola Fiera sempre pi intenzionale e digitale... Dsseldorf, Verona, Bordeaux. questo litinerario di chi ha la valigia sempre in mano e il bagagliaio pieno di bottiglie. Se cercate un produttore italiano di vino, da oggi a marted avrete molte pi probabilit di incontrarlo nella citt tedesca che con la Prowein d il via alla stagione delle grandi fiere, piuttosto che nella sua cantina. Tre settimane di pausa per fare rifornimento di etichette, e poi via di corsa a Verona, dove dal 9 al 12 aprile andr in scena il Vinitaly. Altro break un po pi lungo (cos, magari, si pu infilare una trasferta a New York o una cena a Hong Kong), poi tutti ad affilare le bottiglie in vista di Vinexpo, la fiera biennale che calamiter il mondo enologico a Bordeaux dal 18 al 21 giugno. Presentata gioved a Roma, la 51 edizione del Vinitaly punta sempre pi su internazionalizzazione, business e digital transformation. La fiera veronese - ha detto il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina - sar la capitale della nuova Politica agricola comune, occasione imperdibile per riscrivere le linee a sessantanni dai Trattati di Roma costitutivi della Comunit economica europea, con la presenza del commissario europeo per lagricoltura Phil Hogan. A Vinitaly porteremo il Testo Unico del Vino e daremo spazio alla discussione presentando il primo pacchetto attuativo. Il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese, ha annunciato il nuovo piano industriale da 94 milioni di euro di investimenti al 2020, con il quale si faranno interventi sulle infrastrutture e i servizi, ma anche progetti di crescita mirata allestero e nuove attivit con focus su Stati Uniti e Cina. Sar un Vinitaly che intende proseguire il percorso di crescita delineato in occasione del cinquantesimo anniversario - spiega il direttore di Veronafiere, Giovanni Mantovani -. Saremo ancora pi attenti ad agevolare gli incontri business nazionali e internazionali, grazie anche alla presenza di duemila buyers in pi rispetto ai 28mila accolti nel 2016, ma senza perdere il fascino di essere un grande evento di comunicazione e di richiamo per i winelovers, a cui dedichiamo Vinitaly in the City. Prima fiera del vino al mondo per superficie espositiva e per numero di operatori esteri, Vinitaly 2017 punta a offrire maggiore internazionalit e innovazione digitale. Per raggiungere questi obiettivi - spiega Mantovani - ci stiamo attrezzando anche dal punto di vista tecnologico. Infatti, questa edizione di Vinitaly inaugura un progetto pilota di digital transformation che coinvolger alcune migliaia di buyer esteri, durante il quale saranno sperimentate soluzioni 4.0 come unapp che ci consentir di capire il gradimento dei visitatori. Sul fronte dellexport, il vino italiano nel mondo continua a crescere, ma possiamo fare di pi - dice Mantovani -. Siamo leader negli Usa con una quota del 29% del mercato dei vini dimportazione, ma abbiamo margini di miglioramento sul prezzo medio, visto che negli Stati Uniti una bottiglia francese costa ancora il doppio rispetto a una bottiglia italiana. Sui mercati orientali, specie in Cina, scontiamo ancora barriere culturali e normative, oltre che la mancanza di un sistema di promozione unitario, ma stiamo crescendo e con lItalian wine channel promosso da Mise, Mipaaf, Ice e Vinitaly per la promozione del vino italiano sul mercato cinese possiamo finalmente fare la differenza.
Autore: Roberto Fiori


19 Marzo 2017, ore 13:23

LEspresso
Bottiglia ... Un vitigno tra i pi curiosi e ammiccanti, riconoscibile come pochi per via di un sentore di rosa spiccatissimo. La Lacrima di Morro dAlba he seduzioni femminili e spessore maschile nelle versioni pi ricercate. Come nel caso della Lacrima di Morro Superiore QuerciaAntica di Velenosi (13 euro): al naso la rosa, appunto, ma anche tutti i frutti scuri del sottobosco (mora, sambuco, mirtillo e ribes neri), al palato cremosit e consistenza, con note balsamiche e fiorite che si rincorrono.
Autore: Paolini & Grignaffini


18 Marzo 2017, ore 13:22

Il Sole 24 Ore
Corsa alla produzione di spumanti Vino. Sullonda dei successi di mercato (+21% lexport) sempre pi aziende puntano sulle bollitine... Asti e Brachetto si convertono al secco, cresce linteresse al Sud... Tutti pazzi per gli spumanti. Sulla scorta dellennesimo record dellexport (le vendite allestero di bollicine made in Italy nel 2016 sono cresciute del 21,4% contro il +4,3% dei vini) sono in molti a cercare ora di saltare sul carro vincente. In particolare i produttori di quelle etichette che non godono di particolare successo. E lo fanno con modifiche ai disciplinari di produzione che sono spesso il passo necessario per adeguare la produzione ai trend del mercato. Vanno ad esempio in questa direzione le recenti modifiche varate dal Comitato vini del Mipaaf per produrre una nuova tipologia sia dellAsti spumante che del Brachetto. I due spumanti pie-montesi famosi nella versione dolce hanno infatti aperto alla tipologia secca e cio con un ridotto contenuto zuccherino per avvicinarli nel gusto ad altri spumanti made in Italy. Nel caso del Brachetto inoltre, stata introdotta anche la versione tappo raso che caratterizza un vino fermo adatto a tutto pasto. Per lAsti, che tra Asti Docg e Moscato dAsti, produce 84 milioni di bottiglie la nuova versione secco che si prevede di lanciare dallestate 2017 e in almeno 20 milioni bottiglie dovrebbe rappresentare - ha detto il direttore del Consorzio, Giorgio Bosticco - unopportunit per integrare e completare lofferta orientata al corretto posizionamento e non allo sviluppo dei volumi. Allo stesso modo per Brachetto, loperazione punta a garantire nuovi sbocchi di mercato a una produzione che gi nellarco degli ultimi sei anni passata dai 5,2 milioni di bottiglie del 2011 a 3,8 milioni dello scorso anno. Unaltra area che potrebbe presto sbarcare in forza nel mondo delle bollicine quella del Pinot grigio. Unetichetta che dopo la riorganizzazione nella macro Doc delle Venezie (che comprende Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adite) ha visto nei giorni scorsi il varo del nuovo consorzio di tutela. Nel disciplinare della nuova Doc contemplata lipotesi spumantizzazione del Pinot grigio. E la sola prospettiva che una denominazione con una produzione di 300 milioni di bottiglie possa sbarcare nel mondo degli spumanti ha fatto sobbalzare pi di un produttore in particolare di Prosecco. E vero che questa possibilit contemplata dal disciplinare di produzione - spiega il segretario generale dellUnione italiana vini, Paolo Castelletti -. Tuttavia credo che, al momento, sia unipotesi remota visto che il Pinot grigio sta macinando successi sui mercati nella versione vino fermo e finch le cose andranno cos escludo che possa riconvertirsi alle bollicine. Lattenzione verso gli spumanti sta crescendo anche al Sud, in particolare in Puglia, nel Salento, dove le Cantine Due Palme negli scorsi armi con un investimento di 1,5 milioni di euro (cofnanziati dai fondi dellOcm vino) hanno realizzato un impianto di spumantizzazione. La nuova linea di produzione partita a marzo 2016 - spiega il direttore generale delle Cantine Due Palme, Assunta De Cillis -. Lidea era quella di chiudere lera delle trasmigrazioni delle nostre uve verso le autoclavi del Nord Est per essere trasformate in spumanti visto che noi non ne avevamo la possibilit. Oggi produciamo in Puglia le nostre bollicine da uve Negroamaro (le etichette Melarosa e Amaluna nelle versioni ros e bianco). In questo primo anno di attivit abbiamo prodotto 5oomila bottiglie di spumanti a marchio Cantina Due Palme a cui vanno aggiunte altre 100mila bottiglie di altri produttori locali. La domanda da tutto il Sud in crescita e il nostro forse oggi lunico impianto di spumantizzazione nel Mezzogiorno.
Autore: Giorgio DellOrefice


17 Marzo 2017, ore 13:21

Il Sole 24 Ore
Vinitaly sold out e liste di attesa per i ritardatari A Verona. Duemila nuovi buyer esteri... Tutto esaurito per la 51esima edizione di Vinitaly (a Verona dal 9 al 12 aprile): 4.120 espositori, a cui si sommano i 291 di Sol&Agrifood e i 200 di Enolitech, il salone dei macchinari del vitivinicolo. Vinitaly 2017 come leccezionale Salone del vino del 50 anniversario? Non escludo che si possa fare anche meglio - ha assicurato Gianni Bruno, brand manager di Vinitaly -. Al momento le tre manifestazioni sono sold out e c una lista di attesa di piccole imprese ritardatarie: cercheremo di sistemare tutte nel limite del possibile. Lanno scorso Vinitaly raggiunse i 100mila mq di superficie, con 130mila operatori dei quali 49mila esteri. Questanno sono gi registrati 2mila nuovi buyer. La 51esima edizione si presenta con tanti investimenti, maggiore internazionalit e un piano di digital transformation, una app dedicata a 3mila buyer selezionati che permette di capitalizzare al massimo i benefici dalla permanenza a Vinitaly. Non unoperazione di facciata - ha detto il dg di Veronafiere Giovanni Mantovani - ma il primo mattone virtuale per costruire la fiera 4.0. Vinitaly2017 - ha sottolineato il presidente Maurizio Danese - si propone con una piattaforma B2b ancora pi internazionale. A oggi, sono gi 5mila gli incontri B2b fissati per gli operatori esteri. Mantovani si soffermato anche sulla strada sopraelevata che collegher direttamente la stazione Fs alla Fiera, in 5 minuti. LAlta velocit arriver direttamente in fiera, anche grazie alle 3 corse in pi delle Frecce da Roma e Milano ha annunciato Mantovani. Oltre al Vinitaly B2b (il biglietto giornaliero costa 80 euro) ci sar anche Vinitaly and the City (7 - 11 aprile), il fuori salone dei winelover nel centro storico. Allargato da questanno, a Bardolino, sul lago di Garda. Da febbraio Veronafiere una spa, ha annunciato un maxi investimento di 94 milioni entro il 2020 oltre che un aumento di capitale (a cui potrebbe rinunciare il Comune di Verona con il suo 37% del polo fieristico mentre la Popolare di Vicenza ha ceduto la quota del 6,6% agli altri soci). Le risorse sono destinate a rafforzare le strutture del polo scaligero e a rilanciare a livello internazionale le principali manifestazione, con focus su Usa e Cina. A proposito dellevento da inserire nella settimana del vino di New York (ma anche in alcuni Stati e in Canada), Mantovani la subordina a unintesa tra i soggetti seduti al Tavolo del vino e a una divisione dei ruoli. In ogni caso rimane fermo il ruolo dellInternational Academy, quale traino della formazione del consumatore americano. Quanto al molo aggregante di Verona per la multipiattaforma in Cina, Mantovani ha ribadito che il progetto stato concordato con Ice, Mise e Mipaaf ed in uno stadio avanzato. Solo che il ritardo nella disponibilit dei fondi, i 20 milioni pubblici, hanno spostato m avanti la realizzazione. Probabile in aprile ha concluso Mantovani.
Autore: Emanuele Scarci


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