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Il Meglio dell'Edicola

28 Luglio 2017, ore 17:42

Corriere della Sera
Il borgo rinato con il Brunello … Castiglion del Bosco a 14 anni dall’arrivo di Massimo Ferragamo: “Nel nuovo vino ci siamo noi”... Massimo Ferragamo stava guardando un anfiteatro di boschi dalla bellezza selvaggia contrapposti a vigne ordinate. Come un personaggio di Vassilij Grossman ha capito che “sarebbe bastato unire il suo passato a quell’istante per carpire il segreto della vita e vedere ciò che non è dato di vedere: i meandri del suo stesso cuore, là dove si decide il destino”. È stato in quel paesaggio fermo al 1500 che il figlio del “calzolaio delle dive” Salvatore Ferragamo ha scelto di diventare vignaiolo. E ha comprato Castiglion del Bosco, duemila ettari di foresta con 62 di vigne, a Montalcino. Era il 2003. Quattordici anni dopo la linea della fortuna di questo luogo è stata ridisegnata. L’azienda cupa che, per un guizzo bizzarro del caso, la moglie, Chiara Miari Fulcis, ex campionessa di sci, aveva visitato 20 anni prima del marito, ora risplende grazie al vino. Il Brunello ha cambiato la sorte di Castiglion del Bosco. Da borgo dimenticato a cantina super votata, con un resort di 23 suites e 20 casali trasformati in ville per turisti. Qui, nel campo di golf a 19 buche (chi completa il percorso vince un Brunello, 60 mila euro la tassa d’ingresso per i soci), ha giocato due volte la scorsa primavera Barack Obama. Qui Paul McCartney si è fatto prestare la chitarra da un cameriere e ha suonato con lui sotto le stelle, mentre Gwyneth Paltrow, premio Oscar di Shakespeare in Love, dopo la scuola di cucina, preparava i pici Simonetta, governante dell’hotel gestito dal gruppo Rosewood. “Il posto da cui è iniziata l’avventura a Montalcino racconta Massimo Ferragamo è Capanna: da un piccolo casale si vedono le vigne di Sangiovese inerpicarsi fino a 450 metri. Mia moglie diceva che avrei potuto comprarmi le bottiglie migliori del mondo e godermi una bella cantina senza diventare vignaiolo, ma io avevo già scelto”. Gli enologi Cecilia Leoneschi e Beppe Caviola si occupano dei vini. La cantina è quasi per intero sottoterra, 200 mila le bottiglie l’anno. Oltre al Rosso e al Brunello, due cm dalla zona di Capanna, Campo del Drago (una bottiglia del 2006 è stata venduta all’asta per beneficenza a 35 mila dollari) e Millecento (anno di costruzione del castello di Castiglion del Bosco, che svetta sulla tenuta con la chiesa affrescata dal Lorenzetti). Il Millecento 2011, in vendita quest’anno, è di un’eleganza avvolgente. “Questo Brunello è il nostro traguardo raggiunto dice Leoneschi - una riserva che contiene una parte di ognuno di noi” .Massimo Ferragamo, come la madre Wanda Meretti che lavora ancora a 95 anni, controlla tutto. Anche la Member’s cellar. È simile al caveau di una banca, una stanza circolare, tra divani e tappeti. “In ogni scomparto spiega Ferragamo - i soci del club custodiscono i loro vini”. Cinesi, turchi, argentini, francesi, arrivano qui a stappare le loro bottiglie o se le fanno spedire a casa. Massimo, uno dei sei figli di Salvatore, è il “Ferragamo d’America”, vive e lavora a New York. “Mio padre emigrò nel 1914 negli Stati Uniti. Aveva lo dollari in tasca, ritornò 13 anni dopo in prima classe, portando le forme dei piedi usate per le sue clienti, Greta Garbo, Elisabetta d’Inghilterra, Brigitte Bardot. E della moglie di Gregory Peck, per lei inventò i tacchi a spillo. Morì nel 1960 a 62 anni. Io ne avevo 3. E da adulto sono volato nella sua America”. Per poi tornare e, in un istante, decidere il destino davanti alle colline di Castiglion del Bosco.
Autore: Luciano Ferraro


27 Luglio 2017, ore 17:51

Italia Oggi
Vino, allergeni in etichetta … Vademecum delle politiche agricole... Nell’etichettatura dei prodotti vinicoli deve essere riportata l’indicazione obbligatoria degli allergeni che riguardano oltre i solfiti anche il latte, i prodotti a base di latte, le uova e i prodotti a base di uova, con le menzioni e con i pittogrammi relativi. I pittogrammi possono essere utilizzati facoltativamente e in aggiunta alle menzioni obbligatorie. È quanto si legge nel vademecum del 26 luglio 2017 elaborato dalle politiche agricole in vista della campagna vitivinicola 2017 - 2018. L’obbligo di etichettatura degli allergeni concernenti derivati dal latte o delle uova è escluso nei vini per i quali gli ingredienti potenzialmente allergenici non sono stati utilizzati durante l’elaborazione degli stessi o la presenza di allergeni non può essere rilevata nel prodotto finale, secondo i metodi raccomandati e pubblicati dall’organizzazione internazionale della vigna e del vino. I funzionari delle politiche agricole inoltre si soffermano sugli stabilimenti industriali detentori e utilizzatori di vinacce destinate ad usi industriali diversi dalla distillazione. Confermando l’obbligo di presentare un’apposita comunicazione all’ufficio territoriale, valida per una campagna vitivinicola. La predetta comunicazione deve pervenire antecedentemente alla prima introduzione di vinaccia e contenere l’indicazione dell’indirizzo dello stabilimento di detenzione delle vinacce e la quantità complessiva che si prevede di introdurre nel corso della campagna vitivinicola di riferimento. Il trasporto di prodotti vitivinicoli sottoposti ad accisa, in regime di sospensione, è scortato dalla copia stampata del documento e - AD (emesso, in formato elettronico) o di un altro documento commerciale recante il codice Arc attribuito dal sistema telematico doganale. Nella circolazione nazionale, non vi è obbligo di emissione dell’e - AD, pertanto tale movimentazione potrà avvenire con la scorta del documento di accompagnamento vitivinicolo.
Autore: Cinzia De Stefanis


26 Luglio 2017, ore 10:48

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Non solo grandi rossi: Ornellaia si veste di bianco … Ornellaia, la celebre azienda di Bolgheri di proprietà della famiglia Frescobaldi, è famosa per i vini rossi ma, in estate, anche i suoi bianchi sono perfetti in abbinamento ad alcuni piatti tipici della Costa Toscana come, per esempio, gli straccetti con le triglie oppure l’astice in guazzetto con pomodorino fresco. In particolare, Ornellaia Bianco è un blend di Sauvignon Blanc e Viognier, frutto di tre piccoli vigneti che hanno dimostrato la loro capacità ai esprimere il carattere unico di Ornellaia. “Ornellaia Bianco - commenta Axel Heinz, direttore e Winemaker di Ornellaia, - nasce dalla volontà della Tenuta di tradurre le eccezionali dotazioni dei suoi terroir non solo con i vini rossi ma anche con un grande vino bianco. Proveniente da vigneti esposti a nord su terreni sabbiosi e argillosi della zona di Bellana, il 2014 riflette le condizioni fresche dell’annata. Il colore è giallo paglierino, all’olfatto si sviluppano sentori di frutta esotica, con una spiccata mineralità e note vanigliate”. Le previsioni per la vendemmia 2017 sono ottime. “In Ornellaia, nell’area di Bolgheri, la siccità ha sempre coinciso con grandi annate, vedi la 1998, 2006, 2011 e 2012 - dice ancora Heinz - in quanto i nostri terreni alluvionali hanno una profondità atta a conservare l’acqua necessaria ai vigneti donandogli la qualità per arrivare alla vendemmia in perfette condizioni. Questa è un’annata precoce e pensiamo di iniziare verso il 20 agosto con i bianchi e ai primi di settembre con i rossi. Dipende dal tempo tra oggi e il 15 agosto, cioè se ci saranno piogge oppure no”.


26 Luglio 2017, ore 10:48

Italia Oggi
Ambasciatori del vino italiano … Una figura professionale per diffondere la conoscenza dei vini italiani all’estero. È l’obiettivo del master universitario di primo livello “Vini italiani e mercati mondiali”, organizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna in collaborazione con l’Università di Pisa, l’Università per Stranieri di Siena e l’Associazione Italiana Sommelier (Ais), giunto ora alla sua terza edizione. Questo master, rivolto a laureati di primo livello in viticoltura ed enologia, in discipline agrarie e alimentari, economiche, di comunicazione e di marketing ma a cui possono presentare domanda anche i laureati di discipline attenti al settore, prevede 400 ore di formazione in aula durante il weekend da novembre 2017 e giugno 2018. “L’export del vino rappresenta un fattore di assoluta importanza per il settore enologico nazionale con positive ripercussioni su altri aspetti collegati”, ha detto il direttore Pietro Tonutti, sostenendo “la necessità di formare figure professionali in grado di accompagnare, gestire e implementare questo processo in stretta sinergia con il mondo produttivo”.


26 Luglio 2017, ore 10:48

Italia Oggi
La Ribolla, un bianco nobile, espresso dal terreno di n’ama friabile del territorio selvaggio che sta a cavallo fra l’Italia e la Slovenia … Sergio Stevanato capo di una multinazionale del vetro, ha scoperto l’enologia di punta... Per capire chi è il cavalier Sergio Stevanato, a capo di una multinazionale di vetro con sede a Piombino Dese (Padova), bisogna andare nel giardini dei Flinstones a Dolegna del Collio. Il nome del giardino è inventato e la località non esiste, ma nella frazione Scriò, dove il cavaliere ha creato l’azienda agricola Stella, c’è uno spazio aperto fra i vigneti, i prati e il bosco, con tre grandi tavoli di pietra antica che hanno un significato profondo, se pensi che su questi terreni di marne calcaree un tempo abitava il mare. E a lui piace invitare lì i suoi amici, dopo aver fatto un giro fra i crinali delle colline, dove ci sono i vigneti, ad anfiteatro che danno origine ai suoi vini: la Ribolla, il Friulano e una Malvasia, oltre a due brut che stanno piacendo molto: una Ribolla Pas Dosè e l’apice del Brut Tanni, da uve 100% chardonnay, la cui cuvée sta 48 mesi a contatto coi lieviti. Finissimo, elegante. L’enologo che segue l’azienda è un personaggio, Alberto Faggiani, che ha visto crescere le aziende famose di questa area del Collio. Ma la nuova avventura è per lui un motivo di rimessa in moto delle sue conoscenze, tant’è che lo spumante gli ha aperto nuovi scenari. Mi colpisce l’eleganza della Ribolla, la nota di basilico, ma poi la mineralità. E quando glielo dico, lui risponde: “È la “ponca””, ossia il terreno di marna friabile e selvaggio di questo affascinante territorio, che sta a cavallo fra l’Italia e la Slovenia. Nel sogno del Cavaliere c’è anche un vino rosso, che forse presto vedrà la luce, ovviamente con uve autoctone, che qui sono il pignolo e il refosco. Angelo Boneschi, che dà una mano alla parte commerciale dell’azienda, l’ho conosciuto come food scout. Quindi come un uomo che sprizza passione quando incontra qualcosa di buono, fosse un salame o un vino. E lui ha ispirato un libro “Sette soste sulla strada della passione” dedicato a sette personaggi che Luigi Veronelli avrebbe definito “Angeli Matti”. Uno di questi è Sergio Stevanato, di cui l’autore Valerio Bergamini dice “Quando pensa al suo vino fa esattamente il contrario di quello che fa quando è seduto alla sua scrivania: aspetta... Perché fare il vino è come cercare l’acqua pura, si va alla fonte... La sua vigna è su uno dei punti più alti del Collio... L’intero progetto che lui ha in mente parte proprio dalla delimitazione di un perfetto quadro ambientale in cui è importante anche la cornice”. Ora, sono tanti gli imprenditori che, in questi ultimi vent’anni, si sono cimentati col vino. Più o meno con risultati soddisfacenti. C’è chi paga l’enologo di grido, che alla fine gli fa un vino sartoriale, talvolta senza anima. E chi si impasta, vuole capire e magari dire la sua. E così anche i figli Marco e Franco, che ho conosciuto, e che sono al lavoro con lui. Il cavalier Stevanato guarda il mondo del vino dalla finestra, anche se talvolta scende, e io l’ho incontrato a Vinitaly, dopo gli assaggi di altre cantine. Un giorno mi ha detto che il mondo del vino gli sta insegnando molto, perché è difficilissimo vendere una bottiglia. E il suo sogno è di portarlo in Giappone: ha tutte le carte in regola per arrivarci, anche se spesso bisogna pagare lo scotto di fare la fila dietro le griffe celebri riconosciute a livello internazionale. Ma ci arriverà. Però mi ha colpito leggere questa storia di 10 anni della Tenuta Stella: un enologo che si rimette in gioco, un territorio che viene ridisegnato da quei filari perfetti, un Friuli del vino che parla di eleganza, di finezza, di autenticità del vitigno, dopo le ubriacature tecnologiche del passato, che hanno penalizzato una leadership naturale di questa regione per i vini bianchi. I vini del cavalier Stevanato sono l’esaltazione della purezza del vitigno, perché anche la sua inclinazione gastronomica è semplice: ama la soppressa, la sua pizzeria preferita è quella di Lello Ravagnan della pizzeria Grigoris di Mestre, la pasticceria del cuore è a San Giorgio delle Pertiche dove Lucca Canterin fa dei lievitati spaziali con le farine del Mulino Quaglia macinate a pietra. Tutti questi si sono ritrovati a Golosaria Padova, a fine maggio. E mi ha commosso (proprio come qualcosa che si muove) vedere che la qualità si incontra, si impasta, diventa storia. Una nuova storia italiana.
Autore: Paolo Massobrio


26 Luglio 2017, ore 10:47

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Tedeschi, un pioniere della Valpolicella … Nel 1964 Lorenzo Tedeschi ebbe la felice idea di vinificare separatamente le uve del vigneto Monte Olmi per dare origine a uno dei primissimi cru della Valpolicella. Oggi Monte Olmi è il vino emblema della maison di San Pietro in Cariano. Poi arrivarono gli acquisti di altri vigneti: La Fabriseria nei primi anni 2000 e nel 2006 la tenuta Maternigo con la raggiunta totale autonomia nella produzione di uve. Poi sono arrivate la donazione delle vigne per ottimizzare la gestione agronomica e puntare alla sostenibilità ambientale. Tedeschi è uno dei nomi storici della Valpolicella classica e uno dei top - brand dei vini veronesi nel mondo. Valpolicella, Amarone e Recioto sono i classici di famiglia, costruiti sulle uve autoctone Corvina, Corvinone, Rondinella. Fare vini è passione di famiglia: il padre l’ha trasmessa ai figli Antonietta, Sabrina e Riccardo. Il successo internazionale di Amarone e Ripasso ha fatto scivolare in secondo piano il classico Valpolicella che era il vino quotidiano dei veronesi. Vino quotidiano ma non banale. Oggi Tedeschi produce due Valpolicella base, di cui uno (il Capitel Attalò) con un breve appassimento delle uve. Il Nicalò 2015 (un anno in botti di rovere) è di bella freschezza, fruttato e morbido, compagno di carni bianche e rosse. Il Lucchine 2016 è il vino di annata: fruttato e un po’ speziato, bicchiere quotidiano ma da giornate semifestive. Accompagna soppressata e Monte veronese (il formaggio della Lessinia) ma anche piatti di pesce. In enoteca il Nicalò a 12 euro, il Lucchine a 8. Capitel Nicalò 2015, Valpolicella Superiore, Tedeschi.
Autore: Lorenzo Frassoldati


26 Luglio 2017, ore 10:47

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Il prodotto biologico va a gonfie vele. Lo gradisce un consumatore su quattro … Crescono i consumi di vino biologico in Italia e cresce anche l’export sui mercati internazionali, confermando che quello del vino bio è uno dei trend per espandere la quota di mercato del vino italiano. Secondo i dati di Wine monitor Nomisma elaborata in occasione del Vino Bio Day per Ice, 1 italiano su 4 nel 2016 ha avuto almeno un’ occasione di consumo, a casa o fuori di vino biologico (nel 2015 era pari al 21% e, nel 2013, il 2%).


26 Luglio 2017, ore 10:47

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Franciacorta, eccellenza in crescita. No a interventi invasivi sul territorio meno burocrazia, rilancio del turismo … La Franciacorta, il territorio bresciano conosciuto per le “bollicine” sarà tutelato per sempre. Una “blindatura” che metterà al riparo da interventi invasivi un’area in grado di raggiungere e superare i livelli qualitativi dello champagne. Ciò grazie a un patto tra istituzioni. Come spiega l’assessore regionale Viviana Beccalossi il Piano territoriale d’area agisce dalla semplificazione normativa al rilancio del patrimonio storico, dalla promozione del turismo a percorsi di collegamento, dalla valorizzazione delle filiere produttive alla promozione dell’efficienza energetica. Il Ptra per Franciacorta coinvolge 22 Comuni di Brescia: Adro, Capriolo, Cazzago San Martino, Cellatica, Cologne, Coccaglio, Corte Franca, Erbusco, Gussago, Iseo, Monticelli Brusati, Ome, Paderno Franciacorta, Paratico, Passirano, Provaglio d’Iseo, Rodengo Saiano, Rovato, Castegnato, Ospitaletto, Palazzolo sull’Oglio, Sulzano. Di questi, 18 appartengono alla zona del Disciplinare dei vini docg “Franciacorta”.


26 Luglio 2017, ore 10:46

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Un brindisi con 25 milioni di bottiglie. Il 70% della produzione è venduto all’estero … La Marchese Antinori è uno dei grandi brand che fa conoscere l’Italia nel mondo per l’eccellenza dei vini. L’azienda comprende 2600 ettari di vigneto pregiato di cui 1541 in Toscana e Umbria, 56 in Piemonte, 350 in Puglia, 60 in Franciacorta, 618 fra Stati Uniti, Ungheria, Cile, Malta e Romania. Il fatturato è di 176 milioni e la produzione è attestata mediamente su 25 milioni di bottiglie. Il 70 per cento viene venduto all’estero.


26 Luglio 2017, ore 10:46

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Sangiovese, cinquant’anni di purezza … Si celebra il simbolo della Romagna... Sangiovese, il più amato dei vini romagnoli. Nel luglio di 50 anni fa fu il primo, in terra di Romagna, ad ottenere il Doc. Lo rievochiamo con brevi sorsi di una filastrocca del poeta Aldo Spallicci: sua la bella definizione della Romagna. Soprattutto, come “isola del sentimento”. “O sanzves rumagnollche manda udor ad viòl/che sana in dò che tocai cun n’amatin in bocal... Giosta chi l’ha fat sant... (O sangiovese romagnolo che tramanda odor di viole, che sana dove tocca, con un amaretto in bocca... Giusto che l’abbiano fatto santo...). Anche la poesia come identikit di sapori e di superi. Sul perché del nome sangiovese, suggestiva - tra altre - l’ipotesi: “sanzves”, derivazione in dialetto romagnolo dal pagano “Sangue di Giove”, dal temperamento dei romagnoli veraci. Altrettanto gustosa, da tempo, è la disfida tosco - romagnola tra sulla paternità storica di questo vitigno, base determinante di importanti vini toscani. Un indizio, tra le varie ipotesi, porterebbe in Romagna: l’antica vocazione per il vino delle colline romagnole è raccontata da Plinio/Storia Naturale, libro XIV, 67: attenzione, il doc c’era già due mila anni fa, i vini migliori portavano il nome delle terre d’origine, quando pone i Cesenatia, i vini cesenati, nella hit parade dei migliori vini dell’Impero. La ricorrenza del sangiovese viene laicamente celebrata con iniziative e degustazioni a cura del Consorzio Vini di Romagna, in collaborazione anche con Tramonto Divino, presentazioni e degustazioni in tour sulla Riviera. Prossimo appuntamento a Cesenatico, il 4 agosto, in piazza Sposa dei Marinai, con il fior Jim dei vini italiani ed una menzione speciale per il compleanno sia del sangiovese, sia dell’ albana di Romagna, il cui riconoscimento come vino d’autore risale al 1987. Torniamo, infine, al dibattito tosco - romagnolo sulla paternità del sangiovese. Il termine Chiami, gran vino (di cui il sangiovese entra in purezza a farne parte) deriverebbe dall’etrusco “danti”, vale a dire figlio bastardo di casa nobile. E dunque chi sarebbe il padre? Laddove la via Emilia si snoda come una lunga tagliatella verso il mare, i romagnoli hanno pochi dubbi: il babbo del Chianti è il sangiovese romagnolo, sangue di Giove.
Autore: Gabriele Papi


26 Luglio 2017, ore 10:44

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Sere d’estate con degustazione. Tocca al Rebola e al Famoso ... Oggi ultimo appuntamento con “Sere d’estate fresche di vino”, ciclo di degustazioni di Enoteca Emilia Romagna. Tocca al Rebola e il Famoso, autoctoni romagnoli. Alle 20.45 Maurizio Manzoni, responsabile della Mostra di enoteca, guiderà la degustazione nel chiostro della Rocca Sforzesca di Dozza. Rebola è il nome che nel riminese assume il vitigno Grechetto Gentile. Il Famoso, o “Uva Rambela”, è un vitigno coltivato a Forlì, Bertinoro, Faenza, Brisighella e Bagnacavallo. Prenotazione obbligatoria (15 euro). Info: tel. 0542367700


26 Luglio 2017, ore 10:44

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Obiettivo America … America da Nord a Sud: è la nuova frontiera di Marchesi Antinori, colosso da oltre 2.600 ettari di viti e quasi 25 milioni di bottiglie per 180 milioni di euro di fatturato. Con una nuova testa di ponte per sbarcare i Cina. Proprio mentre il marchese Piero ai vertici del gruppo con la figlia Albiera - e l’ad Renzo Cotarella volano in California per studiare, sussurrano rumors ben informati, la nuova definizione della gamma di vini prodotti in Napa Valley, i siti specializzati - primo tra tutti il solito winenews.it - diffondono la notizia poi confermata dalle vie ufficiali: nel pianeta Antinori entra a pieno titolo la totalità di Haras de Pirque, azienda da un centinaio di ettari nella parte nord della Valle del Maipo, quella che viene definita “il Chianti Cileno” per la particolarità del paesaggio, con i vigneti distesi su dolci colline vicino a un bel fiume: zona particolarmente vocata alla produzione di vini, grazie a una perfetta combinazione di rilievi e influssi oceanici, aria pura e grandi spazi. E dal 2003, in effetti, Piero Antinori aveva intrapreso la collaborazione con l’azienda della famiglia di Eduardo Matte (imprenditore di successo attivo soprattutto nel campo dei cavalli da corsa), celebre per la cantina a ferro di cavallo, che ora diventa proprietà Antinori al 100%. È la terra del Carménère, vitigno in realtà di origine europea - la “vitis biturica” fu portata in epoca romana nel Médoc e dunque nella zona di Bordeaux da Durazzo, in Albania, per poi sparire tuttavia a causa della fillossera - ma che poi ha trovato in zona andina la terra di elezione: oggi proprio il Cile è il primo produttore, con quasi diecimila ettari, seguito dall’Italia (4.500) che con il Carménère realizza anche, in particolare in Veneto ma anche in Sardegna, una mezza dozzina di vini a Doc e Docg. E proprio il Carménère, in tandem con il Cabernet Sauvignon, è il protagonista di Albis, il vino di punta di Haras de Pirque, composizione inedita per un vino corposo ma elegante, equilibrato e armonico. “Oltre che un luogo bellissimo e una vera chicca nel nostro panorama, è una terra dal grande potenziale - spiega Albiera Antinori, figlia maggiore di Piero e presidente di Marchesi Antinori - nella quale abbiamo intenzione di produrre grandi vini: adesso reimpiantiamo i vigneti per elevare la qualità media, che è comunque già buona”. Le etichette complessive di Haras de Pirque tutta targata Antinori saranno ridotte a cinque, proprio per concentrare l’attenzione su vini di grande impatto. Sorge un dubbio, certo: se il Cile, per la sua politica dei prezzi, è considerato uno dei più insidiosi competitors dell’Italia, la maison non corre il rischio di concorrenze in casa? “No, anzi potremmo trovarne vantaggi - aggiunge Albiera Antinori - perché il mondo è grande e si affacciano nuovi consumatori. Il Cile, ad esempio, ha vantaggiosi accordi doganali con la Cina, e questo in prospettiva ci dà ottime percezioni”. Sensazioni che Antinori punta a potenziare in tutta la “frontiera americana”. Nel nord del continente le aziende sono tre: Antica (tutta di proprietà, oltre 200 ettari) e Stag’s Leap (58 ettari, in joint venture) in Napa Valley, California, e Col Solare, altra joint venture, gioiellino da appena 12 ettari, in Colombia Valley, zona delle Red Mountain nello stato di Washington. “Non sono - spiega Albiera -la quota maggioritaria nel nostro mondo. Ma di sicuro sono rilevanti per i mercati che interessano. E speciali per i prodotti”.
Autore: Paolo Pellegrini


26 Luglio 2017, ore 10:43

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Aperitivi new age dal rosè al passito … I dati dell’ultimo anno parlano chiaro, l’Italia è il primo produttore al mondo di bollicine, con una quota del 20%, pari a 540 milioni di euro di vini sparkling. Al vertice dei consumi in Italia, ci sono i vini spumanti e i vini bianchi Dop, in calo gli Igp, i vini fermi e i vini da tavola, e mentre tengono i vini che dichiarano il nome del vitigno in etichetta, crescono del 7,1% i consumi degli spumanti-bollicine, con un aumento del fatturato el 9%. Vino sì, ma non solo a tavola. Il momento dell’aperitivo si conferma cruciale, quasi un inno alla gioia e al desiderio di prenderci un po di tempo per noi, gustando un buon bicchiere, con amici e colleghi. Il vino a banco, tiene la posizione in luogo dei cocktail, che pur vivono un nuovo rinascimento, e si conferma protagonista di un momento conviviale, di cui non abusare, bevendo meglio. Nella produzione italica, non mancano le etichette di pregio, e c’è l’imbarazzo della scelta. Dopo aver deciso il locale giusto, ordiniamo con attenzione il nostro bicchiere, affidiamoci all’oste, all’enotecario, al barman, quasi sempre un ottimo narratore, che ci consiglierà il miglior calice, e ci saprà raccontare il vino. Ma chiediamogli che sia del territorio e scopriremo piccoli produttori sconosciuti. Se ci verrà voglia di bollicine, potremmo ordinare il Rosè di Cantina della Volta del visionario Christian Bellei, un metodo classico con uve lambrusco, fresco, elegante, fruttato, che piacque anche al presidente francese Hollande, durante una cena, all’Osteria Francescana; oppure optiamo per il Diamant Pas Dosè di Villa di Franciacorta, Chardonnay e Pinot Nero, 6 mesi in barrique e 66 mesi sui lieviti; o ancora, lasciamoci inebriare dal Rifermentato naturale in bottiglia di Poggio alle Grazie (Castelnuovo del Garda - Verona), a base di Cortese e Garganega passita, lavorate, senza solfiti. Se viceversa amiamo i vini fermi, andremo in Alto Adige con il Seppelaia, della tenuta Eichenstein, a Marlengo (Bz), uno dei vini preferiti dal maestro Pavarotti quando era ospite al vicino hotel Romantik Oberwirt, oppure nelle Cinque Terre, dove c’è il Lop Garò, la perla enoica, di Stefano Legnanti, un vino coraggioso e “naturale”, vendemmiato tardivamente selezionando i grappoli uno a uno. Se poi fossimo estimatori di vini da meditazione, allora non rimane che assaggiare il Moncaro Tordiruta, Verdicchio Passito, (straordinario anche in beata solitudine), una delizia marchigiana somministrata in dicembre a Stoccolma, durante il dinner dei Nobel.
Autore: Luca Bonacini


26 Luglio 2017, ore 10:43

Quotidiano Nazionale/La Nazione
Prosecco tira la volata … Qualche segnale negativo dagli Stati Uniti, ma il sentiment delle principali cantine italiane nel primo semestre 2017 resta positivo (50%) e “abbastanza positivo” (50%). Partiamo dagli Usa. Nei primi cinque mesi dell’anno il nostro export vinicolo negli Usa ha fatto registrare una lieve contrazione (-1%) sia in quantità che in valore. “Un campanello di allarme - dice Lucio Caputo , presidente Italian Wine and Food Institute (Iwfi) - da non sottovalutare, dopo un costante periodo di espansione. E mentre cresce l’import complessivo degli States (10,4% in quantità e 5,4% in valore) con l’Australia , nostro principale competitor, che viaggia a doppia cifra”. Intanto le 25 realtà enologiche più importanti d’Italia per storia, immagine e per volume d’affari (1,7 miliardi di euro di fatturato complessivo), sondate da WineNews.it, uno dei siti più cliccati dagli enoappassionati si dicono soddisfatte del primo semestre 2017. “Un trend - dice Alessandro Regoli, direttore WineNews - che evidentemente è segnato ancora una volta dal successo commerciale delle bollicine del Bel Paese (con il Prosecco a fare da “battistrada”), ma che si riverbera anche sui rossi e sui bianchi tricolore (con quest’ultima tipologia decisamente in recupero di appeal)”. Per l’80% del campione sondato, infatti, le vendite nei primi sei mesi del 2017 si incrementano mediamente del 7% sul 2016, con l’export che continua “a tirare” (in alcuni casi anche + 10%). Positivo anche il mercato interno: l’87% delle aziende ritrova una crescita delle vendite entro i confini nazionali, che si attesta su un + 8%, mentre il restante 13% indica stabilità nelle transazioni. Il quadro tutto sommato resta soddisfacente. Le cantine sondate da WineNews, nella maggior parte dei casi, hanno “diversificato” le proprie vendite su un portafoglio di mercati a volte molto esteso. Grandi sforzi sul mercato americano e canadese (il trattato Ceta può dare una mano) e, in Europa, su Germania (primo mercato), Svizzera, Gran Bretagna, Nord Europa. La promozione sui mercati esteri è al centro di formule commerciali innovative. Otto big player del vino tricolore (Allegrini, Arnaldo Caprai, Feudi di San Gregorio, Fontanafredda, Frescobaldi, Masciarelli, Pianeta e Villa Sandi) hanno costituito Iswa , per condividere spazi espositivi ed eventi dedicati all’estero. E per entrare in nuovi canali di vendita come il Travel & Retail o l’E - commerce. Per le cantine italiane le fiere che contano sono tre: Vinitaly in primis, poi Prowein di Dusseldorf e Vinexpo di Bordeaux . Qualcuno ha lanciato l’idea che i tre saloni si mettano assieme per una grande manifestazione dedicata al trade negli Stati Uniti: “Potrebbe essere un’ipotesi...”, commenta Marilisa Allegrini , la lady dell’Amarone.
Autore: Lorenzo Frassoldati


26 Luglio 2017, ore 10:43

Quotidiano Nazionale/La Nazione
In Veneto milioni in arrivo per te nuove imprese vinicole … Nel 2017 la Regione Veneto destina un milione di euro in più del previsto al bando per gli investimenti per la trasformazione dell’uva in vino. Il totale distribuito tra le aziende agricole iscritte alla gara arriverà così a 7,1 milioni. Lo annuncia l’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan, spiegando che “l’aumento di 1.033.824 euro è stato possibile a seguito di economie di spesa in altre Regioni”. Grazie al risparmio, infatti, “il ministero per le politiche agricole ha riassegnato al Veneto una ulteriore dotazione che consentirà di ampliare il numero delle imprese destinate all’aiuto pubblico”.


25 Luglio 2017, ore 18:02

Il Sole 24 Ore
Campari cede i marchi Carolans e Irish Mist a Heaven Hill Brands … M&A. Operazione da 141,7 milioni di euro... Un assegno da 165 milioni di dollari per il 2% del volume di vendite totali. È quanto ha incassato ieri il gruppo Campari mediante la cessione di due marchi irlandesi non strategici: si tratta di Carolans e Irish Mist, che sono stati ceduti all’americana Heaven Hill Brands, tramite la vendita del 100% del capitale sociale della società interamente controllata TJ Carolan & Son Ltd. Il controvalore totale dell’operazione, pari a 141,7 milioni di euro al tasso corrente, corrisponde a un multiplo di circa 9 volte il margine di contribuzione, ovvero il margine lordo dopo le spese di pubblicità e promozioni. Nell’ambito della medesima transazione e con efficacia a partire dalla data del closing - il 1 di agosto - il Gruppo Campari e Heaven Hill Brands hanno stipulato un accordo di distribuzione esclusivo pluriennale, in base al quale Gruppo Campari continuerà a distribuire Carolans e Irish Mist nei mercati internazionali al di fuori degli Stati Uniti. Campari conta 18 impianti produttivi in tutto il mondo e una rete distributiva propria in 20 paesi. “La vendita di Carolans e Irish Mist rappresenta la più grande cessione di brand completata dal gruppo” ha detto il ceo Bob Kunze - Concewitz. “Con questo accordo, continuiamo a razionalizzare il nostro portafoglio non strategico e aumentare il focus sui marchi spirit prioritari, in particolare negli Stati Uniti, mercato chiave e principale area geografica del gruppo. Inoltre, grazie a questa cessione, possiamo accelerare ulteriormente la riduzione del nostro indebitamento finanziario”. “Dall’inizio del 2016 - ha precisato l’amministratore delegato - abbiamo ceduto attività non strategiche per un valore complessivo di circa 260 milioni”. Lo scorso anno, Carolans e Irish Mist hanno registrato vendite nette totali pari a 34 milioni di euro, pari appunto a circa il 2% delle vendite complessive del gruppo che sono state pari a 1,72 miliardi di euro, in crescita del 4,2% su base annua. Gli Stati Uniti sono il mercato principale per i due brand che furono acquisiti dal gruppo di Sesto San Giovanni nel 2010 nell’ambito dell’acquisizione di un portafoglio di brand che includeva anche Frangelico, il principale target dell’operazione. Prodotta in Irlanda, Carolans è la seconda crema di whiskey irlandese più venduta al mondo mentre Irish Mist Liqueur è il primo liquore a essere prodotto in Irlanda. Heaven Hill Brands è la maggiore società statunitense indipendente di proprietà familiare operante nel settore dei distillati alcolici, con sede principale a Bardstown nel Kentucky. Sesta per dimensione negli Stati Uniti, la società ha prodotto e sta invecchiando il secondo più grande stock di bourbon a livello mondiale.
Autore: Corrado Poggi


24 Luglio 2017, ore 18:02

Corriere della Sera
L’eterna lotta tra coop e grandi famiglie … È l’Enoitalia della famiglia Pizzolo l’azienda al vertice della graduatoria stilata in base al numero di bottiglie prodotte (dai 26 milioni in su) che riguarda solo aziende private. Marchio squisitamente industriale, Enoitalia porta sul mercato più di 88 milioni di bottiglie. Il secondo posto, con più di 80 milioni, vendute per quasi la totalità all’estero, tocca alla Casa vinicola Botter Carlo che conquista il podio anche nella graduatoria realizzata in funzione del peso delle esportazioni sul fatturato totale dell’azienda. A ben vedere sono diverse le aziende che trovano un posto in entrambe queste graduatorie - produzione ed esportazione - che puntano i riflettori sull’attività oltre frontiera. Qualche esempio? Fratelli Martini (78 milioni di bottiglie e un peso export sul fatturato totale dell’89,7%), Mondodelvino group (63 milioni, 87% all’estero), Ruffino ( 24,9 milioni, 93,4%), Castellani (21 milioni, 91% export), Farnese group (17,4 milioni di bottiglie, 96,7% export), Zonin 1821 (50, 2 milioni di bottiglie, 86% export). Tra i maggiori produttori di bottiglie anche Schenk Italian Wineries (più di 57 milioni), Cielo e Terra (29 milioni), Chiarli, re del Lambrusco (21), Toso (19) e Italian Wine Brands: attraverso le controllate Giordano e Provinco l’azienda di taglio industriale commercia 45 milioni di bottiglie. Tra i grandi esportatori vincono le Cantine Sgarzi Luigi, che lavorano praticamente solo all’estero (99%), seguite a un soffio da Adria vini (98,9%), braccio commerciale della coop piemontese Araldica Castelvero. Una forte proiezione all’estero caratterizza anche Pasqua vigneti e cantine (l’export rappresenta 1’88% del totale, in crescita del 18,9%), Corte Giara - Allegrini (86%), Umberto Cesari (85%), Bottega (82%) e due grandi cooperative come Mezzacorona (84%) e Cavit (80,7%). Conquista un posto anche Carpineto: azienda toscana delle famiglie Zaccheo e Sacchet, è una new entry, al novantesimo posto con 14 milioni di fatturato (88% all’estero). Nelle classifiche che registrano i maggiori incrementi del giro d’affari totale ed estero si affollano un bel numero di coop. Tra le cantine che vantano le più brillanti crescite del fatturato ben sette sono espressione del mondo cooperativo a partire dalla numero uno Cantine Vitevis, il Consorzio frutto della fusione tra le cantine Colli Vicentini, Gambellare e Val Leogra. Così come tra le aziende che hanno totalizzato gli aumenti più importanti del fatturato estero cinque sono cooperative, a cominciare dalla prima della classe Casa vinicola Bosco Malera, braccio commerciale consorzio veneto Vivo Cantine. E i privati? A correre di più sono Santa Margherita e Varvaglione vigne e vini. Sono invece sette le aziende che entrano per la prima volta in graduatoria. Oltre alla più grande Shenk Italian Wineries (l4mo posto), troviamo a quota 42 Terre d’Oltrepò, la maggiore cantina cooperativa dell’Oltrepò pavese, con un fatturato di 41,5 milioni. Da segnalare l’importante iniziativa del sistema cooperativo che quest’anno ha riportato in pista La Versa, marchio storico della spumantistica. Nello scorso febbraio, infatti, Terre d’Oltrepò ha rilevato dall’asta fallimentare indetta dal commissario Luigi Spagnolo la maggioranza (70%) di La Versa, in partnership con il consorzio trentino Cavit. L’operazione del valore di 4,2 milioni è stata realizzata attraverso Valle della Versa, una newco costituita ad hoc. Ha occupato il posto 73, con 19,3 milioni di fatturato, la Montelvini di Venegazzù, in provincia di Treviso: è stata creata 135 anni fa dalla famiglia Serena che ne è tuttora alla guida, e opera nell’area di maggior pregio del Prosecco. Novantesimo posto per la toscana Carpineto (14 milioni di fatturato), che si è già messa in evidenza nella classifica delle più forti proiezioni all’export. Ha 13 milioni e occupa il posto 96, un’altra bella realtà veneta abbracciata al Prosecco: è la Bortolomiol con sede a Valdobbiadene, fondata negli armi Quaranta da Giuliano Bortolomiol. Oggi al comando ci sono le quattro sorelle Elvira, Giuliana, Luisa e Maria Elena, che ne è anche presidente e amministratore delegato. È una cantina cooperativa la trentina Mori Colli Zugna: 600 ettari di vigneti e 680 soci opera nel cuore della Vallagarina ed è entrata in classica con 12 milioni di fatturato (posto 101). Infine Cantine 4 Valli: creata nel 1952 dalle famiglie Ferrari e Perini, ha sede a Montale (Piacenza) e lavora esclusivamente vini dei Colli Piacentini. Si presenta con poco più di 10 milioni di fatturato e figura al sesto posto nella classifica dei più brillanti incrementi del fatturato estero.
Autore: Anna Di Martino


24 Luglio 2017, ore 18:01

La Repubblica
“Si sta avvicinando il periodo della vendemmia così si rischia di bloccare la maturazione dell’uva” … “La produzione del vino? Adesso cominciamo a soffrire”, dice il presidente del Consorzio Chianti Giovanni Busi. “Si sta avvicinando il periodo della vendemmia, questo è il momento della maturazione e la siccità va a colpire il completamento del ciclo vegetativo”, aggiunge Busi. Spiegando che, se l’acqua non arriverà, i chicchi saranno più piccoli, con un contenuto acquoso inferiore: “Col serio rischio di bloccare la maturazione dell’uva”. Del resto, fa notare il presidente Busi, che le viti stanno entrando in sofferenza lo si vede dall’ingiallirsi delle foglie più vicine al cordone. E senza una adeguata disponibilità di acqua l’intera vendemmia potrebbe seriamente risentirne: “Siamo molto preoccupati”, dice Busi. Anche perché stanno rischiano grosso i nuovi reimpianti, sui quali sono stati investiti un bel po’ di soldi. “Se non arriva l’acqua siamo nei guai, finirà che le foglie si ripiegano e il ciclo vegetativo della vite si Mina, impedendo la maturazione delle uve”, dice anche Luca Silei, piccolo produttore di Chianti Classico a San Casciano Val di Pesa. “Stiamo entrando nella fase critica, solo della pioggia ci può salvare”, aggiunge il piccolo produttore. Per l’olio no: “Quest’anno il raccolto è compromesso”.
Autore: Massimo Vanni


24 Luglio 2017, ore 18:01

Corriere della Sera
Cantine Riunite e Caviro regine di denari … Si confermano leader tra i produttori. L’analisi dei bilanci delle principali aziende cresciute del 6,3%. Record dell’export che sale a 5,6 miliardi. Tra sorprese e conferme, si allarga il gruppo di chi fattura più di 100 milioni di euro... Più di 5,8 miliardi di fatturato, 145 mila ettari di vigne, 11.297 dipendenti, due miliardi di bottiglie. Sono i punti cardinali delle 107 maggiori aziende vitivinicole italiane protagoniste della classifica 2016. Questa speciale ed esclusiva graduatoria, realizzata sulla base dei bilanci dell’ultimo esercizio, fotografa un campione sempre più significativo dell’industria italiana del vino, che pesa per il 45,8% sul giro d’affari totale del settore, alimenta per oltre il 61% le esportazioni e si aggiudica circa il 40% delle vendite sul mercato domestico. In particolare, le aziende in graduatoria hanno chiuso l’ultimo esercizio con una crescita del loro fatturato complessivo del 6,3%, percentuale che scende al 4,66% sulle vendite Italia e sale al 7,4% per l’export. L’export definitivo, calcolato dall’Osservatorio del vino, registra infatti nel 2016 il nuovo record di 5,6 miliardi (+ 4,3%). Anche nella graduatoria 2016 convivono aziende di dimensioni e caratteristiche molto diverse: realtà squisitamente produttive e marchi di taglio industriale e commerciale. Più della metà sono aziende private (e in larga parte a controllo familiare), ma aumentano le cantine cooperative: quest’anno sono 46 e rappresentano il 44,3% del fatturato totale del campione, il 35,3% dell’export e il 57% del lavoro in Italia. Mai come quest’anno, la classifica contiene tante new entry e novità. A cominciare dal vertice, dove è aumentato il numero di aziende che vantano più di 100 milioni di fatturato. Sono ben tre le cantine che sono riuscite ad agganciare il gruppo di testa. Una si è piazzata a quota 14, con 108,3 milioni di fatturato: entra infatti per la prima volta in graduatoria la Schenk Italian Wineries, filiale del gruppo svizzero Schenk. Sede in Alto Adige, il gruppo guidato dal ceo Davide Simoni opera in varie regioni attraverso accordi con viticoltori locali e possiede cantine in Veneto e Toscana. È una delle tre aziende in classifica che fa capo a capitali stranieri assieme alla Ruffino, satellite dell’americana Constellation Brands, e all’Agricola San Felice, del gruppo tedesco Allianz. Le storie vincenti. Sono invece habitué della graduatoria le altre due cantine entrate nel club degli over 100 milioni: una è la storica casa toscana Marchesi Frescobaldi, al sedicesimo posto con 101,2 milioni; l’altra è la coop veneta La Marca vini e spumanti, specializzata nella produzione di Prosecco. Vale a dire le bollicine superstar del settore spumantistico, che nel 2°16 hanno registrato da sole un incremento dei volumi del 23,9% e un incremento del valore del 32,3 %, mettendo il turbo a tutte le cantine del Nordest che operano in questo segmento. Con i tre nuovi ospiti, la tavolata dei superbig sale quindi da 14 a 17 commensali, e tutto lascia immaginare che il prossimo anno sarà necessario aggiungere altri posti: occhio in particolare alle mosse di Ruffmo, oggi diciottesima con un fatturato che sfiora i 100 milioni, o a quelle del Mondodelvino Group, che in pochi anni ha messo insieme un giro d’affari di 97 milioni. Il vertice è dominato da due campioni assoluti del mondo cooperativo: le Cantine riunite Civ, 566 milioni di fatturato, irraggiungibili da quando hanno in pancia il Gruppo italiano vini, e la Caviro (227, 2 milioni nell’area vino e 304 di consolidato), prima filiera vitivinicola a livello mondiale, anche leader nella grande distribuzione organizzata. Si consolida al terzo posto il gruppo veneto Zonin 1821, prima realtà privata del mercato. Quarto posto per la griffe toscana Marchesi Antinori, che porta in classifica il fatturato di 192,2 milioni relativo al solo core business vino, pur disponendo di un consolidato che tocca i 218 milioni. In quinta posizione si scambiano il posto le coop trentine, eterne rivali, Cavit e Mezzacorona: quest’ultima scende in ottava posizione a causa di un bilancio basato su soli 11 mesi e quindi non raffrontabile. Sempre nell’area big si fa notare l’exploit del fatturato del gruppo Santa Margherita, cresciuto del 32,9% grazie alla forte spinta sui mercati esteri (+47,6%) a seguito, in particolare, della riorganizzazione negli Usa con l’avvio della nuova controllata a Miami e la commercializzazione diretta di tutti i brand. Molto interessanti gli incrementi realizzati da Cavit, Fratelli Martini, Casa vinicola Botter Carlo, Enoitalia, Cantina di Soave. Scendendo al di sotto del gruppo di testa, le prove di un mercato in movimento non diminuiscono, anzi. Basta guardare i numerosi progressi sopra la media, dovuti anche a ristrutturazioni interne. È per esempio il caso di Villa Sancii, al ventesimo posto con 87,7 milioni: la maison veneta della famiglia Moretti Polegato si affaccia per la prima volta in classifica, dopo aver assorbito La Gioiosa. Cresce del 18% il fatturato del Gruppo Lunelli (86 milioni): la realtà trentina guidata da una delle più note famiglie del vino italiano, proprietaria, tra l’altro, delle Cantine Ferrali, si presenta con il suo primo consolidato che comprende integralmente Bisol, brand di punta del Prosecco. Un altro exploit, dovuto a una delle più importanti operazioni dello scorso anno, è firmato Terra Moretti. La holding bresciana, di proprietà della famiglia Moretti, ha moltiplicato la sua dimensione acquistando dal gruppo Campari la Teruzzi & Puthod di San Gimignano, in Toscana, e la Sella Mosca di Alghero, in Sardegna. Crescite oltre misura sul mercato domestico sono firmate dalla toscana Tenute Piccini (57,5%), dalla veneta Corte Giara Allegrini ( +76,9%) e dalla giovane realtà pugliese Van aglione vigne & vini (+50%), solo per sottolineare le più eclatanti. Più 40% in Italia della Masi Agricola della famiglia Boscaini, (quotata in Borsa sul mercato Aim) anche grazie all’acquisto del 60% della Canavel Spumanti, brand del Valdobbiadene Prosecco superiore.
Autore: Anna Di Martino


24 Luglio 2017, ore 18:00

Il Sole 24 Ore
Champagne. Da Perrier Jouët nuovo Blanc de Blancs … Dopo una ristrutturazione durata due anni, la Maison Belle Epoque di Epernay, dimora di famiglia di Perrier - Jouèt, ha riaperto le sue porte la scorsa settimana. Un tempo residenza dei fondatori Pierre - Nicolas Perrier e Rose Adélaïde JouCt, amanti della natura e dell’arte, la Maison oggi ospita la più grande collezione privata di Art Nouveau francese, con di opere di Gallé, Guimard e Toulouse - Lautrec, tra gli altri. Durante il party per la riapertura è stato presentato il nuovo Blanc de Blancs, che abbiamo avuto l’opportunità di degustare in anteprima in occasione dell’evento L’Eden by Perrier - JouVt a Tokyo, capitale di quello che si conferma, insieme a Germania e Regno Unito, il mercato di riferimento per la maison fondata nel 1811. Lo Chef de Caves Hervé Deschamps ha selezionato un blend delle migliori uve Chardonnay (con almeno il 15% di vins de réserve) per creare uno Champagne non millesimato che interpreta il vitigno simbolo della Maison in una versione inedita giocata su freschezza e vivacità ma anche sulla consueta eleganza e delicatezza. Naso con note di agrumi, fiori di sambuco e acacia, sorso minerale e vibrante, anche grazie a un dosage che non supera gli 8 gr per litro. Questa cuvée è il secondo Blanc de Blancs creato da Deschamps dopo l’iconico Belle Epoque nel 1993 ed è la prima nuova etichetta che si aggiunge in modo permanente alla collezione negli ultimi vent’anni.
Autore: Federico De Cesare Viola


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