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Aggiornato al 16 Maggio 2012 ore 19:07

Il Meglio dell'Edicola

18 Marzo 2012, ore 18:34

LA REPUBBLICA
In Georgia, cercando l’anfora perduta ... Dire che la Georgia è un Paese emergente in fatto di vino, perché sta cominciando a riscuotere l’interesse dei mercati, non fa giustizia a una storia millenaria: è il più antico luogo di domesticazione della vite, qui si può dire che il vino sia stato inventato. La Georgia per anni è stato anche il polmone vinicolo dell’Unione Sovietica, con un’agricoltura ricca e ben remunerata, che poi è diventata industria abbandonando le proprie antiche tradizioni. Una volta che l’Urss si è dissolta, la viticoltura è entrata in crisi, anche per via delle guerre con l’ex madre patria. E la tradizione della vinificazione in anfora (kvevri nella lingua locale) è in via di estinzione. Ora però alcuni vignaioli si stanno opponendo a questo destino, come nelle aree di Kakheti (la zona storica dell’enologia georgiana) e di Imereti. Gli studiosi di ampelografla ci dicono che proprio qui in Georgia sopravvivono ancora una moltitudine incredibile di vitigni autoctoni, dai nomi impronunciabili, e tra questi i più importati sono tra i bianchi il rkatsitelie il mtsvane, tra i rossi sicuramente il saperavi. Le anfore, che qui sono onnipresenti, vengono interrate nel giardino delle case e, per creare un riparo, si costruiscono sopra di queste delle tettoie. Cinque cli questi produttori fanno parte della rete di Terra Madre. Dal 2009 è nato anche il Presidio Slow Food del vino in anfora georgiano, appoggiato dall’associazione italiana Autoctuve. Ma in questi ultimi anni in Georgia si sta assistendo anche a un altro fenomeno curioso: enologi e vignaioli di grande fama, italiani e francesi, stanno contribuendo alla rinascita dell’enologia tradizionale georgiana, e si stanno affermando alcuni viticoltori locali in grado di produrre ottimi vini biodinamici in anfora. Il sapore e il gusto di questi prodotti hanno la forza di risvegliare in noi memorie lontane, probabilmente perdute.
Autore: Carlo Petrini



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18 Marzo 2012, ore 18:34

CORRIERE DELLA SERA
Vino bianco o rosso, ma sempre più leggero ... Alla vigilia di Vinitaly uno studio analizza come cambia il gusto degli italiani. Uno su due beve a bassa gradazione, apprezzati gli stranieri ... Il vino tricolore bandiera da difendere, prodotto di cui andare orgogliosi. Ne sono convinti 73 consumatori su 100. Ottantotto lo definiscono trionfalmente “il migliore del mondo”. Premessa lusinghiera per il Vinitaly, che si apre domenica prossima, 25 marzo. I dati emergono da una ricerca, commissionata da VeronaFiere a Marilena Colussi, sociologa delle tendenze alimentari, in collaborazione con il CRA (Customized Research Analysis). Obiettivo:fotografare le abitudini degli italiani. D’altronde, al di là dei giudizi degli esperti, delle degustazioni tecniche, il successo di una bottiglia dipende da chi la beve e l’acquista. L’indagine (realizzata, i primi di febbraio, su un campione rappresentativo della popolazione, dai 18 anni in su) rivela che le previsioni di consumo sono quantitativamente stabili; in compenso, cresce l’immagine del vino. Per il 62 per cento dei bevitori - e tali si dichiarano 63 su 100 degli intervistati, 32 si dicono occasionali - il vino fa bene alla salute; nessuno sostiene che va evitato; 4 su 100 pensano che faccia male alla salute. Al netto degli estimatori, si registra una discreta percentuale di astemi (27 per cento), tra cui spiccano le donne (36,8) e i giovani tra i 18 e i 24 anni (55). Emerge, invece, un sostanziale pareggio tra coloro che, in prospettiva, prevedono di bere di più e di meno. Vino italiano al top, dunque. E vero, però, che negli ultimi 12 mesi quasi un terzo dei bevitori ha provato una bottiglia straniera. “Rispetto a precedenti ricerche - nota la sociologa Colussi - l’appeal dei marchi esteri è in crescita. La gente vuole sperimentare le novità, cercando gusti, sapori, emozioni. Inoltre, le etichette straniere oggi si trovano più facilmente”. Un elemento di condivisione, sia tra i bevitori che nella popolazione più in generale, riguarda la qualità: decisamente importante per 7 bevitori su io. Così come la provenienza dei vini (4 su io badano più alla certificazione che al prezzo). Anche l’informazione, il sapere, hanno notevole valenza, specie nel Nord Italia. I bevitori informati sono mediamente più giovani dei bevitori tout court (il 50 per 100 sotto i 40 anni). Ma quali sono i vini preferiti? La tendenza premia i più leggeri, bianchi e rossi in parità: li apprezza il 55 per 100 degli intervistati. Un segmento interessante della ricerca riguarda gli acquisti, con l’emergere del ruolo significativo della grande distribuzione. Il 53 per 100 di chi acquista regolarmente alimenti e bevande (70 per cento del campione) negli ultimi sei mesi almeno una volta ha comprato vino nei supermercati. Seguono gli acquisti presso i produttori (22 per 100), le enoteche (11,6), i negozi (7,2). 11 consumato- re che fa abitualmente shopping nella Gdo chiede chiarezza nell’offerta delle bottiglie esposte sugli scaffali: distinzione per tipologia, identificazione, vitigni, eccetera. Infine, i criteri di scelta: le priorità cambiano con la destinazione d’uso (vino quotidiano, da regalo, per le grandi occasioni), ma resta al primo posto il buon rapporto qualità-prezzo.
Autore: Marisa Fumagalli


18 Marzo 2012, ore 18:33

LA REPUBBLICA
I Sapori ... A la carte ... I vini degli altri ... giro del mondo in 10 bottiglie ... I numeri dell’import sono ancora piuttosto bassi. Ma ormai la curiosità verso gli altri pianeti dell’enologia si fa sempre più forte anche in un Paese, il nostro, ad alto tasso d’orgoglio vinaiolo. Lo conferma un Vinitaly 2012 particolarmente attento all’estero E che partendo dal Cile arriva in Slovenia ... A qualcuno piace straniero. Nessun razzismo enologico al contrario, per carità: semplicemente la possibilità di bere questo e quello - vini italiani e del mondo - a seconda dei momenti e delle voglie. Una curiosità che non ha mal rischiato di trasformarsi in epidemia, se è vero che a fronte degli oltre quattro miliardi di euro provenienti dall’ export, le importazioni sfiorano appena quota duecentocinquanta milioni. Ma i numeri non ingannino. La curiosità per il vino degli altri si dilata insieme all’espandersi della cultura enologica, ché si traduce in viaggi e assaggi, corsi e libri, abbinamenti gastronomici e nuovi sbocchi professionali. Una tendenza che la prossima edizione del Vinitaly, in programma dal 25 al 28 marzo, certifica nel numero crescente degli espositori esteri presenti, in rappresentanza di oltre venti nazioni. Certo, la crisi economica ha inciso non poco sulle importazioni, facendo virare le scelte vinicole dei consumatori in chiave autarchica. Sarà che il vino ci appartiene come forse solo l’olio, per una questione di Dna enogastronomico. Non si spiegherebbe altrimenti la facilità con cui continuiamo a comprare alimenti altrettanto importanti e quotidiani come la carne, senza tener minimamente conto della sua provenienza (con percentuali che sfiorano il cinquanta per cento di approvvigionamenti extra Italia). Tradire le nostre vigne è fastidioso: mangiare la bistecca europea, perfino quella extracomunitaria, ci affligge meno che acquistare del vino australiano o sloveno. Almeno nella percezione quotidiana. Perché quando la cena esce dalla routine casalinga e diventa occasione sociale, le cose cambiano, come si scopre scorrendo gli ultimi dati in arrivo dalla Francia. Non conosce soste, infatti, l’incremento delle importazioni di Champagne in Italia: quasi il sette percento in più rispetto all’ultimo anno, per un totale di quasi otto milioni di bottiglie, oltre la metà del valore totale delle importazioni. Bollicine e non solo: dal punto di vista enologico la Francia batte tutti in tema di esportazioni nel nostro Paese, grazie ai suoi super rossi, ai bianchi seducenti e al muffato più famoso del mondo (il Sauternes). Eppure, diventando consumatori adulti, stiamo imparando a cercare il piacere vinario anche lontano dalle sicurezze di Bordeaux e Borgogna. Se negli anni scorsi la curiosità spingeva gli enocultori verso produzioni assai lontane dalla nostra geografia vinicola - California,Australia, Sudamerica - oggi la passione attraversale terre carsiche per dirigersi in terra slovena, dove un mix inusuale di viticoltura d’antan e saperi avanzati ha trasformato le ruvidezze dei vini “naturali” - fermentazioni in anfora, vinificazioni lentissime, niente solforosa aggiunta - in bottiglie di struggente fascinazione, che Gino Veronelli avrebbe amato moltissimo. Se avete in programma una gita in zona veronese nei giorni del Vinitaly - che non a caso da quest’anno ospita una sezione dedicata ai vini senza chimica - spingetevi a pochi chilometri dal balcone di Giulietta, regalandovi una visita alla manifestazione “Vini veri”, che si svolgerà nello stesso weekend in quel di Cerea. Obbligatorio aggregare all’equipaggio un amico astemio.
Autore: Licia Granello


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16 Maggio 2012, ore 16:25

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