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Aggiornato al 19 Giugno 2013 ore 18:18

Il Meglio dell'Edicola

19 Giugno 2013, ore 09:53

ITALIA OGGI
Nel cibo la rivoluzione non russa ... Il sorpasso nei primi tre mesi del 2013. in grande crescita spumanti (+467%) e formaggi ... Nella partita dell’export in Russia l’Italia supera la Francia, ribaltando, con una crescita del 6,25% nei primi tre mesi del 2013, la classifica che a fine 2012 ci vedeva dietro i transalpini con 9 miliardi di euro di esportazioni contro 10. In particolare sono cresciute le vendite agroalimentari (÷ 33% a oltre 100 milioni di euro) con punte deI 467% per gli spumanti (valore complessivo 17 milioni di euro) e del 43% per formaggi e latticini (8,3 milioni). Ma ottime sono state anche le performance delle paste alimentari (+29% a 12,2 milioni), dei vini imbottigliati (+25% a 26 milioni), caffè e te (+21% a 10,2 milioni), panetteria e pasticceria (+17% a 8,2 milioni). Il punto è stato fatto a Parma durante “Russia Business incubator”, organizzato da Gea e Italia del Gusto. “La Russia rappresenta un mercato concrete e non solo un’ipotesi futura per il food italiano. Il valore delle nostre esportazioni agroalimentari supera i 620 milioni di euro: quasi il doppio di quelle verso la Cina”, ha commentato il presidente di Gea, Luigi Consiglio. E l’entrata della Russia nel Wto prevede una fase di normalizzazione di dazi e tariffe che migliorerà le cose. Ma attenzione: “Esistono ancora molte barriere sanitarie e burocratiche che le aziende debbono ben conoscere per affrontarle nel modo più efficace”, avverte Alberto Volpe, direttore di Italia del Gusto. Le complesse e restrittive norme dell’Unione doganale tra Federazione Russa, Bielorussia e Kazakistan infatti rendono fondamentale l’adeguatezza degli impianti produttivi alle regole per ottenere l’autorizzazione ad esportare in quest’area. Anche perciò è strategica la “Task force italo-russa per le piccole e medie imprese”, una forma di accompagnamento statale che si basa sulla profonda conoscenza dileggi e territorio ed opera per aprire alle aziende italiane le porte delle “Mille russie” di cui si compone l’immenso Paese e in cui sta crescendo una classe media pronta ad accentuare i consumi. “Da piatta che era in passato la società russa si sta velocemente stratificando. Il ceto popolare pesa per il 60%, ma la middle class arriva al 25% e quella dei ricchi al 10%. È soprattutto a queste due fasce che si rivolgono le campagne pubblicitarie”, confermano Fabrizio Caprara, presidente di Saatchi & Saatchi Italia ed Elena Samodurova, capo dipartimento della società di ricerche russa Ok Consumer Panel Services. E i conti tornano: “Dal 2003 al 2012 il valore dell’interscambio commerciale dell’Italia col resto del mondo è stato del 105%, quello con la Russia del 134,5%”, ha ricordato Antonella Maria, del ministero dello Sviluppo economico, sottolineando come questo trend sia proseguito nel primo trimestre 2013, con un incremento del 14,5%.
Autore: Vanni Cornero



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19 Giugno 2013, ore 09:53

ITALIA OGGI
Vini calabresi, la scommessa è Euvite ... Cinque Imprenditori del vino per promuovere un’intera regione, la Calabria. E il progetto Euvite, primo modello per il Sud di associazione tra produttori, per il recupero dei vitigni autoctoni del territorio calabrese al quale è stata legata la voglia di far conoscere al mondo che esiste anche la Calabria. Con i suoi vini da uve Gaglioppo, Pecorello e Magliocco, mare, la montagna, con paesaggi unici ed emozionanti. Insomma, i vini delle aziende agricole di Euvite, circa 500 ettari in tutte per una produzione di 3,5 milioni di bottiglie, come elemento di comunicazione e di promozione a tutto tondo. “Euvite è la risposta a chi ha sempre sostenuto che in Calabria non sono possibili le associazioni”, spiega Nicodemo Librandi presidente di Euvite e titolare di una azienda agricola nella zona di Cirò dove ha avviato una sperimentazione con molti vitigni autoctoni. “Vogliamo far ca pire che la Calabria è terra da vino, abbiamo scelto una azienda per ogni provincia., e che. ci sono degli ottimi prodotti che reggono il confronto con i grandi vini italiani e francesi. Purtroppo fino a oggi il vino di Calabria non è percepito dal mercato come prodotto di qualità”. Ma la Calabria non è solo enologia, ci sono anche eccellenze gastronomiche legate a un territorio variegato e unico. “La mia idea è quella di legare il progettò Euvite anche ad altre realtà, dare vita ad una strada dei vini e dei sapori di tutta la Calabria”, conclude Librandi Euvite nasce tre anni fa e coinvolge cinque aziende private Oltre a Librandi, capofila storico con 232 ettari vitati a Cirò Marina, ne fanno parte Statti, Lamezia, azienda filiera chiusa con produzione di olio, latte, clementine e vino, poderi Marini, collocata nella piana di Sibad, l’azienda agricola Serracavallo nella valle del fiume Crati azienda vinicola Malaspina condotta da quattro donne, 9 ettari nella zona di Reggio Calabria con coltivazione in condizioni eroiche su terrazzamenti e senza irrigazione. Ritto inizia circa venti anni fa quando Nicodemo Librandi decise di avere una mappa degli autoctoni che rischiavano di sparire della Calabria, ma che ne avevano caratterizzato la cultura per secoli, Nel corso degli anni, a mettere ordine in un groviglio di nomi, vitigni e varietà sono intervenuti i tecnici e i ricercatori del Cnr di Torino, di Enosis Meraviglia e dell’Istituto di San Michele all’Adige. Alla fine è nato il primo rione selezionato di Gaglioppo, unico esempio in Calabria di vitigno selezionato e tra i pochi in Italia. La Calabria ha oggi 13 Igt e 9 Doc distribuiti su poco più di 3 mila ettari vitali.


18 Giugno 2013, ore 10:26

CORRIERE DELLA SERA
Vino, pasta e olio La corsa dell’export ad aprile più 12%. Nomisma: in Russia crescita del 71% ... Sono sempre più richiesti, nonostante la crisi e nonostante le esportazioni praticamente ferme. All’estero arrivano sempre più prodotti alimentari made in Italy, così come emerge dall’ultima analisi dell’Istat sull’export: +12,6% gli articoli alimentari (più bevande e tabacco) nel mese di aprile rispetto allo stesso periodo del 2012. Il che significa quasi tre volte la crescita media dell’export totale. L’esportazione infatti ad aprile è rimasta bloccata ai dati cli marzo mentre ha registrato un aumento tendenziale del 4,4%. Aumento trainato, nel dettaglio, dalle vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+29,2%), dagli articoli in pelle (+13,4%) e appunto dai prodotti alimentari. In discesa invece le importazioni sia in termini congiunturali (-0,9%) sia tendenziali (-2,6%). Con una bilancia commerciale in attivo per 1,9 miliardi di euro, in “forte” miglioramento rispetto ad aprile dello scorso anno (-0,3 miliardi). E però, nonostante sia l’aumento di vendite di articoli farmaceutici (più metalli di base e prodotti in metallo verso paesi OPEC e Stati Uniti) a spiegare quasi un terzo dell’incremento tendenziale dell’export, sono proprio i dati dell’export alimentare a colpire di più. “Non solo il comparto regge in Europa - ha fatto sapere la Cia, Confederazione italiana agricoltori - ma continuano ad aumentare le esportazioni nei nuovi mercati extra-Ue, che salgono a un ritmo del 5 per cento annuo”. “Questi numeri - ha aggiunto Coldiretti - confermano la strategicità del buon cibo italiano nel trainare la ripresa economica in una situazione in cui anche le esportazioni complessive sono risultate stagnanti”. Al dato dell’Istat poi, secondo l’associazione degli imprenditori agricoltori, va aggiunto quello dell’export dei prodotti agricoli, valutato ad aprile in aumento del 15,4%. Numeri che non convincono Federalimentari che parla invece di una crescita totale dell’export di settore del 7,2%. 11 vino, secondo Coldiretti, é il prodotto più esportato per un valore record di 4,7 miliardi (dati 2012), seguito dall’orto- frutta fresca, dalla pasta e dall’olio di oliva, i classici della dieta mediterranea. Analisi che viene confermata anche dal Winemonitor di Nomisma secondo cui il vino italiano ha registrato nel primo quadrimestre del 2013 una performance migliore della media di mercato. Con valori di export che vanno da un incremento minimo del 5,4% per il Giappone a un massimo del 71,5% in Russia, dove il mercato ha recuperato quanto perso nel 2012 a causa di un blocco burocratico.
Autore: Corinna De Cesare


17 Giugno 2013, ore 17:02

LA STAMPA
“Un milione di bottiglie all’estero” … I cugini Lunelli: in Italia siamo leader, la sfida è crescere ancora del 300% nei mercati stranieri … “Una chiara distinzione dei ruoli e il rispetto dei patti di famiglia”. Rispondono così Camilla, Alessandro, Matteo e Marcello Lunelli alla richiesta di spiegare la formula attraverso la quale i componenti di una famiglia possano convivere in armonia nella gestione dell’azienda di cui sono proprietari. Sono la terza generazione della famiglia che nel 1952 rilevò le Cantine Ferrari, un simbolo del brindisi tricolore: allora l’azienda vendeva 8.800 bottiglie, oggi sono diventate 4,2 milioni, è leader in Italia, è presente in 50 Paesi e ha portato nel perimetro del gruppo un marchio di acque minerali (Surgiva), uno di grappa (Segnana) e due tenute in Umbria e Toscana per la produzione di vini rossi. Seduti intorno al tavolo della sala riunioni nella sede alle porte di Trento - fra i vigneti che si arrampicano sulle montagne e le cantine in cui invecchiano circa 20 milioni di bottiglie di spumante metodo classico -, i cugini Lunelli raccontano come hanno declinato le due regole base. A partire dai ruoli: Camilla è responsabile di comunicazione e rapporti esterni; il fratello Alessandro segue l’ufficio tecnico; Matteo è il presidente; Marcello, l’enologo della famiglia. Quanto ai “patti di famiglia”, sono una carta costituzionale interna, con regole ben definite: porte chiuse in azienda a mariti e mogli, mentre per gli eredi che vorranno continuare la tradizione è previsto un percorso con tappe obbligate su corso di studi, conoscenza delle lingue, esperienze professionali all’estero in altri settori. Come è avvenuto per voi l’ingresso in azienda? Era stato deciso tutto con largo anticipo? Matteo: “No, non era scontato. Io, a esempio, lavoravo per una banca d’affari all’estero. Sono stati i nostri padri, anche di fronte a un mercato in evoluzione, a darci fiducia e offrirci la possibilità di raccogliere il loro testimone. L’unica eccezione è stato Marcello”. Marcello: “È vero, a 13 anni mi hanno chiesto se volevo studiare agraria. Ho accettato, mi è piaciuto e da lì ho continuato sulla strada che mi ha portato a diventare enologo”. Ma nella gestione quotidiana dell’azienda, il rapporto di parentela aiuta o limita? Camilla: “Siamo convinti che l’essere un’azienda così identificata con la famiglia sia un vantaggio competitivo. È garanzia dei valori che ci hanno fatto crescere, come la qualità e il legame con il territorio. Le regole di cui dicevamo prima, poi, ci aiutano anche nel rapporto con gli altri componenti della famiglia che sono azionisti, ma non attivi in azienda”. Matteo: “E poi, mica per questo siamo una realtà chiusa. Anzi. Abbiamo allargato il consiglio a esterni come Lino Benassi e Innocenzo Cipolletta e uno degli obiettivi è cercare di attrarre talenti in azienda, anche pensando alla sfida dei mercati esteri”. Alessandro: “Il fattore-famiglia è importante anche per la tranquillità che ci garantisce nel sostenere mosse di lungo periodo, come puntare con più decisione sull’export, ben sapendo che non ci sarà un ritorno immediato o investire sul nostro nuovo vigneto biologico, che richiederà 20 anni per dare risultati”. Crescere sui mercati stranieri è un concetto che torna spesso nei vostri discorsi. Quale traguardo vi siete posti? Matteo: “La seconda generazione dei Lunelli ha fatto di Ferrari il brindisi degli italiani. Noi vorremmo arrivare a vendere all’estero 1 milione di bottiglie all’anno rispetto alle 600 mila di oggi. Negli ultimi anni cresciamo del 20-30%. I nostri primi mercati sono Giappone e Germania, poi Usa, Svizzera, Inghilterra. La sfida per noi oggi si chiama Russia, Cina, Brasile - e perché no? - magari Nigeria”. Camilla: “Gli stranieri amano il made in Italy e noi cerchiamo sinergie con la moda, il design e l’arte, le eccellenze universalmente apprezzate. Non a caso siamo soci fondatori di Altagamma, l’associazione dei marchi più noti del made in Italy”. Per conquistare nuovi mercati, bisogna diversificare la produzione secondo i gusti degli stranieri? Alessandro: “No, è più importante avere un proprio stile, un’identità riconosciuta e farsi conoscere attraverso quella. D’altronde, non si può piacere a tutti”. Marcello: “Nel nostro mondo, innovare non vuol dire stravolgere, ma avanzare nel solco della tradizione senza cedere alle lusinghe del mercato. Non dimentichiamo la lezione dei nostri amici d’Oltralpe, con lo champagne fanno così”. L’estero cresce, ma il mercato italiano soffre la crisi dei consumi. Come si è manifestata per voi e quali interventi riterreste necessari? Matteo: “Fortunatamente le bollicine hanno retto meglio di altri vini. Sono un prodotto moderno, giovane, si abbina facilmente. Certo, è forte la crisi di un canale importante, quello di bar e ristoranti. Nel 2012 c’è stato un calo del 10%, quest’anno speriamo di chiudere in pari. Fortunatamente, abbiamo la solidità necessaria per guardare al futuro con serenità. Quanto alle contromisure, beh, sarebbe facile dire che non ci vorrebbe l’aumento dell’Iva. Ma non chiedo interventi particolari per il settore, vorrei piuttosto che l’Italia costruisse un sistema-Paese capace di sfruttare l’enorme patrimonio di bellezza per attrarre sempre più turisti da quei Paesi che saranno i grandi consumatori del futuro”. Alessandro: “Su un livello più legato al prodotto, invece, opportunità di crescita verranno dal riuscire a destagionalizzare il consumo. È qualcosa che sta già succedendo”. A proposito di prodotto. Se la scelta è quella di non creare nuovi vini, su che cosa lavorate per essere innovativi? Marcello: “Innovazione per noi vuol dire rispettare un protocollo di agricoltura sostenibile, vuol dire bandire la chimica e avere uve non solo di alta qualità, ma anche coltivate con tecniche che tutelino la salute del contadino e in vigne magari attraversate da piste ciclabili. Vigne in cui seminiamo piante erbacee le cui foglie diventeranno concime e in cui diffusori spargono feromoni che creano confusione sessuale agli insetti che attaccano la vite per impedirne la riproduzione. Un bel salto rispetto ai pesticidi”. Camilla: “È anche un discorso di responsabilità sociale verso il territorio e le famiglie della zona che ci danno le loro uve. Pensi alla nostra Doc, la Trento: è stata la prima in Italia dedicata al metodo classico. All’inizio eravamo noi, oggi siamo 40 aziende. Un sistema che cresce, con vantaggi per tutto il territorio”.
Autore: Luca Ubaldeschi


17 Giugno 2013, ore 16:22

LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
Cuoio, Marmo e vino nel Dna toscano … La storia aiuta a conquistare i mercati … A Firenze economisti e antropologi rivelano i segreti delle filiere artigiane … Sono i genomi del marchio Toscana, filamenti del Dna di una regione, eccellenze su cui poggiano decine di migliaia di imprese, centinaia di migliaia di occupati e miliardi di curo di fatturati. Li hanno ribattezzati “Benedetti toscani”, ribaltando Malaparte e studiando quelle sei filiere con le lenti degli antropologi, molto più sofisticate di quelle degli economisti. Su cuoio, tessuto, vino, marmo, paglia e sigaro toscano la ricerca commissionata da Manifatture Sigaro Toscano del gruppo Maccaferri, ed elaborata dalla cattedra di Antropologia culturale dell’università di Firenze, sarà il fulcro del convegno di oggi a Palazzo Capponi di Firenze, con il vicepresidente nazionale di Confindustria Gaetano Maccaferri, il docente di economia e gestione delle imprese Stefano Micelli e i professori di antropologia Pietro Clemente e Elena Maria Giusti. “Le filiere si potrebbero moltiplicare - spiega il professor Pietro Clemente, coordinatore della ricerca - le abbiamo circoscritte per evidenziare il tessuto connettivo che le unisce. Il rapporto con il passato e la tradizione, il permanere di certe pratiche manuali, l’uso dell’olfatto e dell’occhio nella capacità di ordinare un prodotto. Tratti antichi che sono però la molla per conquistare i mercati, che sono capaci di piegare anche le tecnologie informatiche alla produzione artigianale. Per questo sono diventate icone internazionali e hanno dato ancora più forza a quel marchio noto in tutto il mondo che è la Toscana”. Per il professor Clemente la tesi di Granisci sulla “Toscana che si nutre solo della boria dei ricordi passati” è radicalmente contraddetta dalla forza autorigenerante delle filiere. “Saranno gli economisti a spiegare la capacità degli artigiani toscani di penetrare nei mercati internazionali - ma resta cruciale studiare come la forza, ad esempio, del vino o del cuoio, si sia tradotta anche nell’esportazione di tecnologie per tutelare l’ambiente. Oggi il distretto della concia di Santa Croce vende al mondo anche impianti che bonificano le zone produttive. Per sperare nel futuro va studiata la forza intrinseca di queste filiere, distretti che hanno superato anche anni di crisi”. Il presidente di Manifatture Sigaro Toscano, Gaetano Maccaferri, è ancora più esplicito. “Nell’immaginario degli stranieri lo stile italiano è associato all’eleganza, qualità, creatività, arte; un buon vivere che ha radici nella cultura materiale dei territori, nelle tradizioni, nei saperi tramandati tra le generazioni. Ci siamo rivolti agli antropologi per cercare di individuare in modo scientifico le origini dello stile italiano. Grazie a questa ricerca, si comprende come il profondo legame con il territorio faccia del brand una identità territoriale, con una caratteristica importante: la non replicabilità, elemento base del successo dei prodotti di alta qualità”. Maccaferri applica il concetto ai suoi sigari, a partire dallo “stortignaccolo”, una ricetta che non cambia da due secoli, fatto con tabacco Kentucky e acqua. Nato nel 1815 nelle Manifatture di Firenze il sigaro toscano è stato prodotto fino al 2004 dai Monopoli di Stato, poi è passato al colosso angloamericano Bat, per tornare in mani italiane due anni dopo. “Nel 2012 - rivela il presidente Maccaferri - grazie alla tradizione siamo arrivati a 12 milioni di sigari venduti nel mondo”.
Autore: Pino Di Blasio


17 Giugno 2013, ore 14:49

LA STAMPA
I vignaioli alla ricerca di “nuovi mercati” al Vinexpo di Bordeau … La prima volta che sono andato a Pechino per cercare di vendere delle bottiglie di Bordeaux, ho fatto cinque giorni di anticamera nella sala d’attesa di un funzionario. Oggi il mercato cinese per noi vale oltre 14 milioni di euro”. A parlare è Bertrand Carles, “négociant” tra i più noti di Francia con la società Ginestet. Carles parla davanti a una bottiglia di Armagnac datata 1900, durante uno dei mille “fuori salone” che rendono il Vinexpo di Bordeaux inaugurato ieri non solo il più importante evento al mondo dedicato al vino, ma anche in assoluto il più mondano. Ma quel che stupisce non tanto è l’annata da favola dell’acquavite, quanto l’anno a cui risale il suo viaggio in Cina: il 1983. Trent’anni fa, quando il Barolo e il Brunello non avevano ancora neppure vissuto il boom negli Stati Uniti. Per capire perché oltre 400 produttori italiani fino a giovedì siano i vignaioli alla ricerca di “nuovi mercati” al Vinexpo di Bordeaux schierati qui a Bordeaux con le loro bottiglie, bisogna partire da qui. Dopo i padroni di casa, siamo i più numerosi. Dal “Piemonte Land of Perfection” alla “Puglia Best Wine”, pare che quest’anno tutti abbiano scelto di investire nel Vinexpo: riuniti in consorzi o con stand privati, con molto entusiasmo e altrettante aspettative. Se il mercato interno continua a stagnare, meglio rivolgere lo sguardo (e le bottiglie) ai nuovi mercati. “Siamo un po’ tutti qui a recuperare il tempo perduto” dice Antonio Rallo, nella doppia veste di titolare di Donnafugata e di presidente di Assovini Sicilia. I siciliani sono tra quelli che più credono nel gioco di squadra regionale, tant’è che si sono presentati all’appuntamento con oltre trenta aziende sotto un’unica insegna. Anche il nome Toscana campeggia più di Chianti o Brunello, mentre tra i piemontesi spicca l’Accademia del Barolo, che si è portata dietro anche il sommelier Luca Gardini per far scoprire i segreti del nebbiolo a importatori e professionisti giunti da ogni dove. “Siamo riusciti a mettere il Barolo al centro del Vinexpo - dice il presidente Gianni Gagliardo -. Scopo dell’Accademia è proprio quello di far conoscere il nostro vino ai nuovi mercati”. Un’espressione, “nuovi mercati”, che un po’ tutti usano pensando alla Cina. Ma non solo. “Gli operatori asiatici sono senza dubbio i più ambiti, ma essere a Bordeaux è importante per chiunque ha l’ambizione di essere presente con le proprie bottiglie nei luoghi top come le isole caraibiche, i resort di lusso degli Stati Uniti o gli esclusivi luoghi di vacanza” spiega Cesare Benvenuto della cantina albese Pio Cesare. Angelo Gaja, nel suo stand-fortino con le figlie Gaia e Rossana, lo conferma: “Vinexpo aiuta a rafforzare il proprio marchio aziendale, più che a siglare nuovi contratti”. E su questo i francesi hanno ancora qualcosa da insegnarci.
Autore: Roberto Fiori


15 Giugno 2013, ore 17:29

IL SOLE 24 ORE
Lunedì l’evento di IL a Firenze … Moda e vino, due eccellenze made in Italy, si sposano lunedì a Firenze, dalle 19, quando verrà presentato in anteprima a Palazzo Antinori lo Speciale Pitti del nuovo numero di IL, il magazine maschile del Sole 24 Ore, dedicato alla città di Firenze come centro fondante della moderna creatività italiana e dell’eccellenza della manifattura italiana nella moda maschile. Il servizio di moda di IL è stato infatti ambientato nelle avveniristiche Cantine Antinori, nascoste nelle colline del Chianti. Le immagini realizzate diventano una mostra a Palazzo Antinori fino a sabato 22 giugno.


15 Giugno 2013, ore 17:24

IL SOLE 24 ORE
Bindocci alla guida del Consorzio … Fabrizio Bindocci è stato confermato all’unanimità alla guida del Consorzio di tutela del Brunello di Montalcino. Resterà in carica fino al 2016. Era subentrato nel 2012 al dimissionario Ezio Rivella.


14 Giugno 2013, ore 10:38

IL MONDO
Cibovino ... Merlo al fresco ... Il Raboso Fiore, bollicina rossa veneta, figlia di uno dei più antichi vitigni della regione. Il Prosecco millesimato extra dry e il Salbanello, blend di Malbech e Cabernet: allegri, sani e fragranti, i tre bestseller della cantina Paladin vincono alla grande nella bella stagione quando si predilige più freschezza, gradazioni contenute e semplicità. Ma non è questo l’unico motivo di soddisfazione per Carlo, Lucia e Roberto Paladin, i tre fratelli proprietari del polo vinicolo che ha preso le mosse ad Annone Veneto (Venezia) più di 40 armi fa e oggi comprende aziende in Veneto, Toscana e Franciacorta. C’è infatti gran fermento tra le fila del gruppo che ha appena lanciato la nuova immagine della Bosco del Merlo, azienda-giardino ai confini tra Veneto e Friuli, produttrice di quel Sauvignon Turranio (100% Sauvignon bianco) che colleziona riconoscimenti (l’ultimo al Berlinen wein trophy). Essenzialità, eleganza e struttura sono i concetti che i Paladin hanno voluto trasmettere nelle nuove etichette, classiche e moderne al tempo stesso, in linea con la qualità della produzione aziendale che comprende, tra l’altro, il rosso Vineargenti Riserva Lison Pramaggiore la cui etichetta è stata disegnata dall’artista Fabrizio Plessi. Ottimi i giudizi della critica internazionale per i Franciacorta prodotti nella cantina Castello Bonomi a Coccaglio (Brescia), ultimo satellite del gruppo. Poi il progetto Chianti classico in Toscana, con vigneti nell’area di Colle Petroso e Castelvecchi e cuore nel Borgo di Vescine, a Radda in Chianti, antico insediamento del XIII secolo, anche sede di un relais, che si è guadagnato il Best of wine tourism 2013 da parte di Great wine capitals, la rete che riunisce le nove capitali vitivinicole mondiali, tra cui Firenze.
Autore: Anna Di Martino


14 Giugno 2013, ore 10:38

SETTE - CORRIERE DELLA SERA
I vini della settimana
Ripa 2010 - Michele Ventura Vino
La cantina è nota anche come Sopra la Ripa e si trova nello splendido borgo medievale di Sovana, che diede i natali a Ildebrando da Soana, alias Gregorio VII. Il Ripa 2010 deriva da un sapiente “blend” di uve sangiovese, merlot e cabernet sauvignon. Ha colore rubino vivo, profumi avvolgenti con note di frutti di bosco e sapore solido, caldo, pieno, ben sostenuto dall’acidità. Un ottimo rosso mediterraneo. Da bere a 16 con tagliatelle al ragù e anatra al forno.

Ottolustri 2009 - Ronc Soreli
Non costa pochissimo, è vero. Ma è un bianco che ha già quattro anni ed è prodotto con uve friulane e in piccola quantità anche riesling renano, attaccate dalla muffa nobile. Il che comporta diversi passaggi in vigna per la raccolta, manuale, con costi conseguenti. Poi il vino è davvero splendido e particolare. Colore dorato, profumi complessi di pesca, mandorla e leggeri di zafferano. Sapore pieno e corposo. Da bere a 10°, con crostacei e carni bianche.

Principal Rosé Téte de Cuvée 2011 - Colinas São Lourenço
Mi concedo una variazione sul tema e vi propongo un rosato portoghese, perché è uno dei migliori del mondo e la stagione è giusta per provarlo. Viene dalla Barriada, regione vinicola vicino a Braga. Deriva da uve pinot noir in purezza e ha colore rosa chiaro. Profumi deliziosamente fruttati con note di ribes e accenni floreali, nitide ed eleganti. li sapore è fresco, equilibrato, armonico. Servitelo a 12,con scampi, aragosta, fritture di mare e primi delicati.
Autore: Daniele Cernilli


14 Giugno 2013, ore 10:37

L’ESPRESSO
Riserva di carattere ... Re Brunello ... Acquistata nel 2002 dalla famiglia Gnudi Angelini, Altesino è uno dei nomi di riferimento del Brunello di Montalcino, e non solo perché è stata una delle prime aziende, nel ‘75, a introdurre nella denominazione il concetto di cru con l’ormai celebre Montòsoli. La qualità del lavoro della casa è visibile anche nella Riserva di Brunello: il 2006, ultima uscita in ordine di tempo, disegna un profilo assai focalizzato su1 versante del carattere (con le note più tipiche del sangiovese di queste terre: sottobosco, catrame, terra, spezie), di bel mordente sul piano tannico, con uno sviluppo gustativo che si rivela denso, gustoso, teso e di non trascurabile sapore in allungo. Evolve magnificamente con il tempo, come dimostra un 1997 recentemente bevuto fino all’ultima goccia. Sui 42 euro in enoteca.
Autore: Massimo Zanichelli


14 Giugno 2013, ore 10:37

IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
La bottiglia ... Anche nel bicchiere (l’unione) dei produttori fa la forza del sapore ... A Cortaccia è semplicemente “la cantina”. Raccoglie l’adesione di più di duecento soci viticoltori. orgogliosamente partecipi delle fortune dei suoi vini. L’etichetta recita Cantina Produttori, ma è come fosse firmata da ognuno di loro. La somma dei vigneti individuali, tramandati da generazioni, fa circa 180 ettari, dislocati tra i duecento e i novecento metri di quota. Ogni varietà vive nel suo habitat ideale, sul suolo più adatto. Quanto alla trasformazione in cantina, è affidata all’abilità di Othmar Donà, che fa vini “che sanno di Cortaccia”, quintessenza cioè di ambiente, annata, filosofia di produzione. Vini che valgono più di quel che costano, scanditi in diverse linee, Dei bianchi, consigliabili Gewùrztraminer, Muller Thurgau, Pinot bianco, Moscato secco e Sauvignon, de Trossi Schiava, Merlot, Cabernet Sauvignon e Lagrein. L’etichetta si riferisce a quest’ultimo, vendemmia 2012. Un bicchiere scuro scuro, profumato di frutti neri, sottobosco e lievi spezie, al palato è strutturato e rotondo, di aristocratica rusticità, tipico e appagante. A San Fedele Intelvi (Como) da Cantina Landi, a Monza da Meregalli sui 10 euro.
Autore: Paola Mura


13 Giugno 2013, ore 10:48

IL SOLE 24 ORE
I disoccupati riscoprono la vendemmia ... Brescia vara in Franciacorta il lavoro “a km zero“: 600 posti tra i filari riservati a chi è rimasto senza lavoro ... Fino a pochi anni fa era un modo di arrotondare la pensione o, per gli studenti, un’ottima soluzione per pagarsi libri e vacanze. Poi, in tempi più recenti, sono arrivati i pulmann di braccianti stranieri. Oggi la vendemmia stagionale può diventare un efficace tampone alle pesanti difficoltà del mercato del lavoro. L’idea è di Coldiretti Brescia, che vara contro la crisi un progetto di “lavoro a km zero“. Il progetto, frutto di un accordo tra l’associazione di categoria, la Fai Cisl territoriale e Demetra srl (società specializzata nella fornitura di servizi per l’agricoltura) prevede la possibilità, per i disoccupati senza reddito residenti un uno dei 19 comuni della Franciacorta, di trovare un’occupazione stagionale da agosto ad ottobre, durante la vendemmia. La potenzialità stimata di questo progetto pilota, che Coldiretti punta in futuro ad estendere a livello nazionale, è di 400-600 assunzioni stagionali. Questi lavoratori, pari ad una percentuale di circa il 10% dei 4 mila necessari per la stagione della vendemmia, saranno scelti tra i disoccupati residenti sul territorio franciacortino. Questo però non esclude il fatto che anche i non residenti della zona possano aderire al progetto. Le domande - spiega Coldiretti Brescia - andranno presentate ai comuni o alla stessa Coldiretti entro il 20luglio, in modo da potere avviare le pratiche di assunzione e la pianificazione dei lavori di vigneti. Lo stipendio medio per questi operai agricoli stagionali, che saranno regolarmente assunti da Demetra srl, oscillerà fra gli 800 e i 900 euro al mese. “Vogliamo e possiamo dare al Paese un segnale di solidarietà in un momento di crisi come questo - spiega Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia e di Coldiretti Brescia -. Questa intesa è anche la dimostrazione delle possibilità di fare sistema per il bene comune che può scaturire da una collaborazione sempre più stretta con il mondo agricolo. Ci aspettiamo numerose domande: si tratta di manodopera necessaria non solo per la vendemmia, ma anche per i lavori di preparazione e per la potatura“. L’agricoltura, come ha dichiarato nei giorni scorsi il presidente di Coldiretti Sergio Marini, nel corso di un incontro con il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, sta mostrando segnali di controtendenza rispetto agli altri settori, e nonostante la crisi è riuscita, negli ultimi mesi, ad ampliare la propria base occupazionale. Nel primo trimestre 2013 - spiega Coldiretti sulla base dei dati Istat - è il solo comparto che ha fatto segnare un aumento del valore aggiunto in termini congiunturali (+4,7%), accompagnato nello stesso periodo da run aumento delle assunzioni dello 0,7 per cento.
Autore: Matteo Meneghello


13 Giugno 2013, ore 10:47

PANORAMA
Storie di vini ... Cesarini Sforza è nata quarant’anni fa per confermare (Ferrari docet) che gli spumanti del Trentino possono autorevolmente competere con i blasonati colleghi della Franciacorta. Il Gruppo La Vis, che ne detiene il controllo, ha centrato l’obiettivo proponendo una gamma di spumanti che vanno bene al di là di un pur raffinato aperitivo. Si prenda il campione di casa, l’Aquila Reale riserva 2005 (Chardonnay in purezza): ha grandissimo charme ed è particolarmente adatto per chi non ama spumanti troppo secchi. Da segnalare anche l’annata precedente (2004), ancora freschissima e aristocratica. Il Tridentum, in entrambe le declinazioni che ho assaggiato, ha un eccellente rapporto tra qualità e prezzo. L’Extra brut 2005 fresco e potente ha funzionato bene sia come aperitivo sia per accompagnare un piatto di riso con il pesce. Il Tridentum 2007, che ha trascorso qualche mese di più in barrique, è sicuramente adatto ad accompagnare una pietanza marinara. Molto piacevole come passepartout il Tridentum brut rosé (Pinot nero in purezza). Si può partire con l’aperitivo e accompagnarvi pesce e carni bianche. Una gamma. insomma, senza insufficienze.
Autore: Bruno Vespa


12 Giugno 2013, ore 10:38

LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
Il Chianti Classico conquista il mondo ... L’analisi Unicredit. Il consumo supererà la produzione ... La Toscana si è confermata la sesta regione produttrice di vino con il 57% della produzione a denominazione di origine controllata caratterizzata dalla presenza di 42 etichette di cui 6 Docg e 26 Doc. Secondo i dati 2012 di Valoritalia, tra le Docg la Chianti Classico è quella che pesa maggiormente sulla produzione regionale con una quota del 26% in aumento del 3,7%. Un’analisi di UniCredit su dati Istat evidenzia inoltre che il distretto dei vini del Chianti continua a mostrare una performance positiva in termini di export in crescita dell’8,5% . Si stima che nel 2013 il consumo mondiale di vino supererà la produzione. Nonostante ciò, nel 2012 l’Italia ha riconquistato la leadership mondiale come produttore con una quota del 16,5%. “In uno scenario come quello col quale devono confrontarsi le aziende toscane - ha commentato Luca Lorenzi, regional manager di UniCredit - l’internazionalizzazione costituisce un canale fondamentale per promuovere l’eccellenza vitivinicola locale”.


12 Giugno 2013, ore 10:38

ITALIA OGGI
I maestri del vino ... A Firenze il simposio mondiale ... primo rendez-vous mondiale del vino in Italia. Dopo Bordeaux, Napa Valley, Vienna, Perth e Oxford, toccherà a Firenze, a maggio 2014, ospitare l’ottava edizione del Simposio mondiale del vino dell’Institute of Masters of Wine (MW). Un risultato importante ottenuto grazie alla collaborazione, avviata nel 2009, con l’Istituto Grandi Marchi, considerato che a 60 anni dalla nascita, in Inghilterra, del MW, il nostro paese non è ancora rappresentato al suo interno. A spiegare a Italia- Oggi, gli obiettivi del simposio Lynne Sheriff, presidente del comitato organizzatore ed ex presidente dell’Institute of Masters ofWine. Domanda. Quali sono i principali obiettivi del Simposio e come mai questa volta è stata scelta l’Italia come sede? Risposta. Durante la mia presidenza (2010-2012) ci sono state molte discussioni all’interno del consiglio di amministrazione su questo tema. Ho fortemente creduto che di tutte le destinazioni avanzate, l’Italia fosse la più desiderabile per il suo senso di identità, tradizione e immagine. E molto importante in proposito è anche il significativo miglioramento della qualità che c’è stato nel corso degli ultimi vent’anni, in linea con l’Institute Masters ofWine che da sempre ricerca l’eccellenza e la qualità. I nostri principali obiettivi sono mettere insieme un programma interessante e vario; incoraggiare i membri del commercio mondiale del vino a partecipare alla riunione e riunire oltre 400 tra leader e opinion maker del mondo del vino a livello globale per fornire una piattaforma stimolante e interattiva per lo scambio. Noi cercheremo di creare una piattaforma perché l’Italia possa esprimersi all’estero. Penso che ci saranno molti risultati interessanti. D. Perché l’Italia ancora non è rappresentata all’interno del MW? R. L’Italia non ha ancora un Masters of Wine. Attualmente vi sono 11 studenti italiani sul programma di studio e si spera che ci sarà un MW italiano presto! Vi è ora una forte cooperazione con l’Italia grazie al supporto con i Grandi Marchi: nel. 2012 si sono tenuti corsi di perfezionamento a Tignanello e nel 2013 a Cerequio Barolo. C’è un piano per tenere altri masterclass da Masi nel 2014. D. Tra poco lei andrà in Cina e Giappone per alcune classi. Pensa che il mercato asiatico sia veramente il mercato del futuro? E l’Italia come si pone rispetto ad esso? R Vorrei attirare molti partecipanti al simposio dall’Asia e penso che questo accadrà. L’Italia ha bisogno di fare un certo lavoro nella comprensione dei mercati asiatici, tutti diversi, ma con una strategia corretta con l’Istituto Grandi Marchi si può lavorare in questo senso. Prima di tutto però ognuno deve prendersi le proprie responsabilità: le cantine hanno bisogno di promuovere se stesse, le regioni devono promuovere se stesse e il Paese ha bisogno di trasmettere un messaggio di qualità. In alcune parti della Cina, ci sono consumatori che non si rendono conto che l’Italia produce vino. L’Asia non è l’unico mercato del futuro, ce ne sono molti altri,ma è certamente una eccitante a opportunità.
Autore: Giusy Pascucci


12 Giugno 2013, ore 10:37

LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
“Gorgona” messaggio in bottiglia. Il vino dei detenuti sa di libertà ... È la prima annata creata dai carcerati, griffata Frescobaldi ... È biondo come il sole che bacia la terra, un ettaro di viti in una piccola conca ventilata che guarda il Tirreno. Nel bicchiere si sente il mare, e l’incredibile erboristeria naturale là intorno, le ginestre e i pini e il mirto e quella sabbia rossa e gentile. Sa di vita e di speranza, perché non puoi non pensare che in quel liquido biondo c’è un cocktail di drammi e voglia di riscatto. Già, si chiama “Gorgona”, è il vino dei detenuti, 2.700 bottiglie da tre quarti e 150 magnum, dentro c’è l’ansonica, l’uva spavalda e forte delle isole, e il vermentino che l’ingentilisce. Nasce da un’idea forte di Maria Grazia Giampiccolo, direttrice dell’isola- carcere che ospita 50 detenuti, e raccolta con entusiasmo da Lamberto Frescobaldi, trentesimo marchese della griffe di nobili vigneron fiorentini. Tutti selezionati, i detenuti, per lavorare nella colonia agricola: la vigna, l’allevamento (i maiali, le vacche, le pecore, le capre), l’orto, un ottimo olio da mille piante di ulivo, una specie autoctona che cresce solo qui. È il percorso degli ultimi anni di pena, storie spesso terribili, delitti anche atroci (omicidi, traffici internazionali) ma niente angosce, niente imprinting criminale “perché qui - avverte Umberto, torinese, 42 anni a giorni - lavori e occupi la mente, hai un senso, non come nelle celle dove passi ventidue ore a rimbecillirti alla tv, e la sera i corridoi esplodono di urla che non riuscirò mai a dimenticare”. Lui è tra quelli che ha rimesso in piedi la vigna, nata nel ‘99 ma poi abbandonata; ora ci lavorano Francesco, di Marsala, fisico tarchiato e possente, e Brian, trevigiano, trentenne. Sperano in un lavoro, una volta fuori, tra pochi anni, ancora giovani, “magari anche da Frescobaldi, perché no”. Lui il marchese, si commuove come ogni volta che arriva qua. E’ pieno cli idee per questa “famiglia” e questa terra, ha chiamato Alberto Marcomini, una vita ad affinare formaggi, a luglio cominceranno con Benedetto, il casaroscultore. “Progetti che chiedono l’intervento del territorio e dei privati”, anche perché c’è aria di crescita della colonia penale. Lei, la direttrice, la sa lunga: a Volterra (pure sotto la sua guida) ha inventato le “Cene galeotte”, che hanno già ‘laureato’ ristoratori e maitre tra gli ex detenuti. E i privati corrono, con Frescobaldi, pronto anche a tappare tanti piccoli “buchi”, ci sono già i primi partner per “Gorgona”, presto in enoteche selezionate a 50 euro e in tavola nei grandi ristoranti. E per l’isola di Gorgona, “un modello di carcere da esportare”.
Autore: Paolo Pellegrini


11 Giugno 2013, ore 10:20

LA NAZIONE/IL GIORNO/IL RESTO DEL CARLINO
Gorgona brinda all’ottimismo: più reclusi, più bottiglie ... Il vino prodotto dagli “ospiti” spopola. Eventuali nuovi arrivi non suscitano timori ... Anche Gorgona potrebbe rientrare in un progetto per ridurre l’affollamento nelle carceri, soprattutto in Toscana. Enrico Rossi, in questo caso, pensa soprattutto a un modello di custodia attenuata, in linea con quanto sta avvenendo nell’isola. Dove, domani, sarà presentata ufficialmente l’iniziativa considerata fiore all’occhiello per il recupero dei circa cinquanta detenuti reclusi nell’isola: “Il vino Gorgona”. Iniziativa sociale nata lo scorso agosto in collaborazione fra l’azienda Marchesi de’ Frescobaldi, che nel 1999 ha impiantato circa un ettaro di vigna nell’isola, e la direzione della casa di reclusione. Il vino è un bianco a base di vermentino e ansonica prodotto dai detenuti. E proprio in questi giorni, le bottiglie di “Gorgona” stanno arrivando nei ristoranti e nelle enoteche. Secondo l’assessore all’agricoltura, Gianni Salvadori, “quello che avviene a Gorgona dimostra che l’economia sociale non è ipotesi remota, ma un risultato concreto molto lusinghiero per la Toscana”. Ma ci sarebbero problemi, in prospettiva, se il numero dei detenuti dovesse aumentare? Salvadori risponde di no. E spiega: “La produzione di vino sull’isola aumenterà anche perché la casa di reclusione ha beneficiato del diritto di reimpianto di un ettaro prelevato dalla riserva regionale nel quadro di un programma per l’arcipelago”.


10 Giugno 2013, ore 10:03

AFFARI & FINANZA - LA REPUBBLICA
Gli chef stellati ambasciatori del turismo ... La proposta è di valorizzare i cuochi come ambasciatori del Made in Italy e promotori dell’Italia come meta turistica. In effetti mai come in questo periodo la cucina e i grandi chef sono stati all’attenzione dei media e del grande pubblico in tutto il mondo, e molti chef stellati italiani sono diventati dei veri e propri brand internazionali. Il problema è come valorizzare la loro visibilità per aumentare l’export di prodotti agroindustriali, fare crescere in quantità e qualità le produzioni, e come fare di tutto ciò un motore di sviluppo. In occasione di Festa a Vico, una manifestazione che riunisce a Vico Equense ogni anno il meglio della cucina italiana, si è discusso di tutto ciò con il sottosegretario al Turismo Simonetta Giordani. Molte le potenzialità e altrettanti i problemi, a partire dalla capacità del sistema Italia di valorizzare le sue eccellenze culinarie, dal marcato individualismo dei protagonisti e dalla dimensione delle imprese. Oggi su tre ristoranti che si aprono nelle metropoli del mondo uno è italiano. Quasi mai sono italiani lo chef e l’imprenditore.


08 Giugno 2013, ore 15:39

CORRIERE DELLA SERA
Le tre B di Guido. L’ex ragazzo ribelle della saga Folonari … “Bolgheri, Brunello e Barolo. Le cantine dopo la scissione” … Guido Folonari ha una voce educata e trattenuta, è un ex ragazzo cresciuto in una famiglia con il culto tutto bresciano dei sacrifici e del lavoro. Un culto che si scrollò di dosso volando a New York, ma che lo ha riafferrato quando è diventato un imprenditore del vino. Giacca color terra, con un taglio classico, lontano dalle mode. È del mondo della moda, invece, il ristorante scelto per la sua prima intervista, Trussardi, affacciato sulla Scala di Milano. In più di due ore racconterà genesi, fortune, scontri e ultimo capitolo di una dinasty del vino italiano, quella dei Folonari. Divisa dal 2000, dopo una rottura svelata solo ora. “Sono diventato - dice orgoglioso - uno dei tre italiani delle tre B del vino, Bolgheri, Brunello e Barolo, assieme a Antinori e Gaja”. Negli anni Sessanta i Folonari affidarono ai creativi di Armando Testa la loro visione del mondo formato Carosello. Debuttò in tv la “camminata Folonari”, un omino che seguiva un omone ripetendo i suoi passi, per finire a pranzo da lui, con Lambrusco o Barbera, che “costa solo mezzo bicchiere in più”. L’idea di qualità portò la famiglia a staccarsi dall’impresa con il proprio nome, con trascorsi settecenteschi. Concentrandosi in Toscana, dove i Folonari possedevano dall’inizio del Novecento la Ruffino, quella del Chianti nel fiasco e del Rosatello (ora il marchio Ruffino appartiene agli americani di Constellation). Tredici anni fa i Folonari (Alberto, Ambrogio, Italo, Marco e Paolo) sciolsero il patto. “Si doveva decidere a chi far guidare le aziende - racconta Guido - vennero stabilite formule astratte di valutazione di noi eredi della sesta generazione”. Il dissapore non emerse, in un comunicato si parlò di totale consenso sulla spartizione della ventina di cantine. La famiglia si divise in due. E Guido Folonari mollò tutto e tutti. “Avevo finito Giurisprudenza, pensando di emulare il nonno avvocato romano, più gioviale della parte lombarda della famiglia - spiega -. Dopo un anno sabbatico in giro per il mondo, a una festa a New York da amici italiani trovai un contatto per uno stage in una banca. Rimasi in America fino a quando mio padre Alberto, quattro anni dopo, venne a prendermi dicendo che dovevo fare il mio dovere. Il richiamo dell’etica bresciana. Mi stava stretto il lavoro da avvocato a Milano e cominciai a interessarmi di vino. Così nell’anno della rottura mi feci liquidare e girai l’Italia in cerca di una mia cantina”. La prima tappa è nelle Langhe, La Morra, Tenuta Illuminata. “Undici ettari di viti, Nebbiolo, Barbera e Dolcetto. Tutto da fare, una cascina in fondo alla valle da trasformare. Un lavoraccio, il risultato è il Barolo Tebavio, con un gusto pieno e armonico”. L’anno dopo, nel 2002, una stretta di mano sancì il passaggio di proprietà dei 60 ettari di Donna Olimpia 1898, a Bolgheri. “Il venditore era un allevatore di cavalli che mi spiegò che nell’ippica si fa così, si spartiscono le quote dei campioni sulla fiducia. Così è stato anche per quei terreni nell’area dei supertuscan”. Il vino di punta è il Millepassi, classico uvaggio di Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot: il 2009 è speziato e fresco. Poi il Brunello, nel 2003, nella Tenuta San Giorgio. “Un poggio a Sant’Antimo, una vallata pazzesca, con 10 ettari di Sangiovese, un sogno”. Il corposo Brunello Ugolforte, dedicato al brigante che guidò la rivolta di Montalcino contro Siena, è forse il migliore tra i vini di Guido Folonari. Che ha intanto aperto una società di import e distribuzione di vini e distillati, nella quale svetta lo champagne Charles Heidsieck. Vive a Milano, Guido Folonari, con la moglie Caterina e i cinque figli. Con il resto della famiglia non ci sono rancori. Lo zio Ambrogio, l’inventore di Cabreo negli anni Ottanta, guida con il figlio Giovanni uno degli spezzoni della dinastia, le Tenute Folonari, con cantine soprattutto in Toscana. “Ci vediamo alle feste e ai funerali, all’ultimo sono arrivato in ciabatte, con un piede fasciato dopo un incidente in barca a vela”, scherza Guido, un ex ragazzo di 45 anni che ha ritrovato in cantina il culto dell’impegno da cui voleva liberarsi volando a New York.
Autore: Luciano Ferraro


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