14 Febbraio 2012, ore 18:11
Vino: l’enologo Lee Winston, cresce la quota di vino sfuso esportato ... Dietro all’export di vino di qualità sfuso da imbottigliare nel Paese di destinazione, non ci sono solo motivazioni economiche, in grado di portare benefici sia ai produttori che agli importatori, ma anche (e soprattutto) ricadute positive sull’ambiente e sulla qualità stessa del prodotto. Se è facile capire come, eliminando il vetro e trasportando la stessa quantità di vino si riducono le emissioni di Co2 del 20%, è interessante notare che il vino sfuso risente in maniera minore dei grandi sbalzi di temperatura, che danneggiano l’imbottigliato accelerandone il processo di invecchiamento e riducendone quindi la longevità. A dirlo è una ricerca dell’enologo Lee Winston, pubblicata da “The Drink Business”, rilanciata da WineNews, che ipotizza un vero e proprio ritorno al passato, quando il vino veniva imbottigliato nel luogo in cui veniva distribuito, direttamente dall’importatore. L’imbottigliamento all’origine, in poche parole, rischia di diventare semplicemente una breve parentesi nella lunga storia del vino, almeno per i vini di fascia media, quelli che subiscono maggiormente la contrazione dei margini di guadagno. In Australia la quota di vino sfuso esportato è passata dal 10% degli anni ’90 al 60% del 2010, e la Nuova Zelanda ha visto crescere dal 4 al 30% la quota di Sauvignon Blanc sfuso nell’arco di pochissimi anni. Ma se fino al 1948 persino il pregiatissimo Bordeaux di Chàteau Margaux lasciava il castello, per i mercati esteri, sfuso, è impensabile che i fine wines di oggi possano percorrere una strada del genere. La dicitura “mis en bouteille au chàteau”, comparsa per la prima volta sulle bottiglie del Barone Philippe de Rotschild negli anni ’20, è nata infatti dalla necessità di garantire alti standard qualitativi e contrastare il rischio di adulterazione, una necessità che oggi è più forte che mai, tanto che l’imbottigliamento nel territorio di produzione è, per molte delle denominazioni più importanti del Vecchio Mondo, prevista dal disciplinare. Al contrario, per i vini di fascia media e di fascia bassa, la vendita sfusa rappresenterebbe una scelta di buon senso, soprattutto sotto l’aspetto qualitativo: come detto, il vino in bottiglia soffre maggiormente gli sbalzi termici, che a volte compromettono anche le chiusure delle bottiglie. C’è poi da tenere in considerazione il fatto che più tardi si imbottiglia, più tardi il vino inizia ad invecchiare e, del resto, imbottigliare direttamente a destinazione permette una maggiore flessibilità nella scelta e nella possibilità di cambiamento del packaging, anche rispetto a mercati in continuo e veloce cambiamento. C’è poi l’aspetto ambientale, da tenere sempre in considerazione: in Gran Bretagna ad esempio cambierebbe radicalmente il rapporto tra vetro verde prodotto e riciclato, ma l’aspetto più importante è quello della riduzione di Co2 prodotta. Certo, tanti produttori ancora non si fidano della bontà dei flexitank, i contenitori da migliaia di litri che, al contrario di quanto si possa immaginare, sono assolutamente sicuri dal punto di vista igienico, tanto da garantire un controllo sulla qualità del vino tra il momento della partenza e quello dell’arrivo, addirittura superiore all’imbottigliato. Il ritorno ad un passato in cui il vino si spediva sfuso e si imbottigliava nei mercati in cui veniva consumato, sembra davvero dietro l’angolo, per ragioni economiche, ambientali e qualitative. E alla fine, la storia potrebbe raccontare l’imbottigliamento all’origine come una moda passeggera di una parte del XX secolo.
14 Febbraio 2012, ore 16:12
Vino: WineNews, cresce la quota di vino sfuso esportato ... Dietro all’export di vino di qualità sfuso da imbottigliare nel paese di destinazione, non ci sono solo motivazioni economiche, in grado di portare benefici sia ai produttori che agli importatori, ma anche (e soprattutto) ricadute positive sull’ambiente e sulla qualità stessa del prodotto. Se è facile capire come, eliminando il vetro e trasportando la stessa quantità di vino si riducono le emissioni di Co2 del 20%, è interessante notare che il vino sfuso risente in maniera minore dei grandi sbalzi di temperatura, che danneggiano l’imbottigliato accelerandone il processo di invecchiamento e riducendone quindi la longevità. A dirlo è una ricerca dell’enologo Lee Winston, pubblicata da “The Drink Business”, rilanciata da WineNews, che ipotizza un vero e proprio ritorno al passato, quando il vino veniva imbottigliato nel luogo in cui veniva distribuito, direttamente dall’importatore. L’imbottigliamento all’origine, in poche parole, rischia di diventare semplicemente una breve parentesi nella lunga storia del vino, almeno per i vini di fascia media, quelli che subiscono maggiormente la contrazione dei margini di guadagno. In Australia la quota di vino sfuso esportato è passata dal 10% degli anni ’90 al 60% del 2010, e la Nuova Zelanda ha visto crescere dal 4 al 30% la quota di Sauvignon Blanc sfuso nell’arco di pochissimi anni. Ma se fino al 1948 persino il pregiatissimo Bordeaux di Chateau Margaux lasciava il castello, per i mercati esteri, sfuso, è impensabile che i fine wines di oggi possano percorrere una strada del genere. La dicitura “mis en bouteille au chteau”, comparsa per la prima volta sulle bottiglie del Barone Philippe de Rotschild negli anni ’20, è nata infatti dalla necessità di garantire alti standard qualitativi e contrastare il rischio di adulterazione, una necessità che oggi è più forte che mai, tanto che l’imbottigliamento nel territorio di produzione è, per molte delle denominazioni più importanti del Vecchio Mondo, prevista dal disciplinare. Al contrario, per i vini di fascia media e di fascia bassa, la vendita sfusa rappresenterebbe una scelta di buon senso, soprattutto sotto l’aspetto qualitativo: come detto, il vino in bottiglia soffre maggiormente gli sbalzi termici, che a volte compromettono anche le chiusure delle bottiglie. C’è poi da tenere in considerazione il fatto che più tardi si imbottiglia, più tardi il vino inizia ad invecchiare e, del resto, imbottigliare direttamente a destinazione permette una maggiore flessibilità nella scelta e nella possibilità di cambiamento del packaging, anche rispetto a mercati in continuo e veloce cambiamento.
14 Febbraio 2012, ore 12:21
San Valentino si festeggia a tavola ... La festa degli innamorati tra cene, fughe ed happy hour. Il must per il menù casalingo è avere il maggiordomo “in affitto” per la serata ... Cene a lume di candele al ristorante ma anche in casa, fughe romantiche ma anche happy hour per innamorati, coni in regalo a chi si scambia un bacio in gelateria, corsi di cucina amatoriale per due e di abbinamento con i vini e perfino tavole imbandite per due tra gli squali dell'Acquario di Genova. Si festeggerà così San Valentino, secondo WineNews, ottima occasione per stappare grandi vini. Niente tartufo, ostriche e caviale ma gli innamorati, secondo 7 chef stellati su 10, per l'Osservatorio Polli Cooking Lab, sceglieranno piatti tradizionali che danno l'idea di casa e intimità, fatta eccezione per i cibi afrodisiaci, carciofi, pomodori, fragole, cioccolata, ai quali certo non si rinuncia. Nei calici più Prosecco che Champagne, mentre i più "passionali" andranno su rossi e bianchi con meno bollicine. Per chi punta ad una cena casalinga, causa anche il maltempo, sul web si trovano consigli per ricette, si acquistano vini anche all'ultimo minuto e, in caso di emergenza, si può ordinare direttamente una cena per due (a prezzi slow si trovano anche in gdo). Due, però, sono i must del San Valentino 2012 da festeggiare a casa, il maggiordomo a domicilio per 24 ore dell'Associazione italiana maggiordomi e lo Champagne Perrier-Jout da acquistare online con bouquet di fiori Interflora. Le fughe romantiche nei territori del vino, restano come sempre un grande classico. Tra letti di rose, menu afrodisiaci e le immancabili fragole e Champagne in camera, sono molti i pacchetti ad hoc per innamorati proposti dal Nord al Sud.
13 Febbraio 2012, ore 16:42
San Valentino: vino & amore, tra cene, fughe ed happy hour WineNews, must per menu casalingo è avere il maggiordomo ... Cene a lume di candele al ristorante ma anche in casa, fughe romantiche ma anche happy hour per innamorati, coni in regalo a chi si scambia un bacio in gelateria, corsi di cucina amatoriale per due e di abbinamento con i vini e perfino tavole imbandite per due tra gli squali dell'Acquario di Genova. Si festeggerà così San Valentino, secondo WineNews, ottima occasione per stappare grandi vini. Niente tartufo, ostriche e caviale ma gli innamorati, secondo 7 chef stellati su 10, per l'Osservatorio Polli Cooking Lab, sceglieranno piatti tradizionali che danno l'idea di casa e intimità, fatta eccezione per i cibi afrodisiaci, carciofi, pomodori, fragole, cioccolata, ai quali certo non si rinuncia. Nei calici più Prosecco che Champagne, mentre i più “passionali” andranno su rossi e bianchi con meno bollicine. Per chi punta ad una cena casalinga, causa anche il maltempo, sul web si trovano consigli per ricette, si acquistano vini anche all'ultimo minuto e, in caso di emergenza, si può ordinare direttamente una cena per due (a prezzi slow si trovano anche in gdo). Due, però, sono i must del San Valentino 2012 da festeggiare a casa, il maggiordomo a domicilio per 24 ore dell'Associazione italiana maggiordomi e lo Champagne Perrier-Jout da acquistare online con bouquet di fiori Interflora. Le fughe romantiche nei territori del vino, restano come sempre un grande classico. Tra letti di rose, menu afrodisiaci e le immancabili fragole e Champagne in camera, sono molti i pacchetti ad hoc per innamorati proposti dal Nord al Sud.
08 Febbraio 2012, ore 15:38
Vino: ricerca WineNews, aziende dimezzate in Italia anche gli ettari vitati sono in calo, ma solo del 12% ... Arrivano, sebbene ancora come dati non definitivi, i primi risultati del Censimento Agricoltura 2011 dell’Istat, elaborati da WineNews. E l’Italia enoica dimezza il numero delle aziende vitivinicole che passano da 791.091 nel 2000 a 383.645 nel 2010 (-51,5%). In diminuzione anche l’estensione del “vigneto Italia”, che si riduce dai 717.333 ettari del 2000 ai 632.140 del 2010 (-12%). Le regioni che fanno registrare un calo più consistente della superficie vitata sono il Lazio che tra 2000 e 2010 perde il 45,7% della sua estensione vitata (da 29.533 a 16.082), la Liguria, che passa da 2.391 ettari a 1.327 (-45,1%) e la Basilicata da 8.736 a 5.508 (-40,6%). Le regioni italiane dove, invece, gli ettari coltivati a vigneto crescono a due cifre sono il Trentino Alto Adige, che passa dai 13.864 del 2000 ai 15.323 del 2011 (+12%) e il Friuli Venezia Giulia dove gli ettari salgono da 17.804 a 19.668 (+10%). Crescono leggermente anche le estensioni a vigneto della Lombardia (22.070 nel 2000 contro i 22.292 del 2010, per un +1%), mentre è sostanzialmente stabile il Veneto ( da 73.780 a 73.708) e flette davvero di poco l’estensione a vigneto della Lombardia (22.070 nel 2000 contro i 21.991 del 2010, per un -0,4%).
08 Febbraio 2012, ore 15:23
Vino: aziende dimezzate in 10 anni, a quota 380mila in 2010 WineNews, erano 790mila nel duemila, ettari vigne in calo -12% ... Solo un’azienda vinicola su due ha resistito agli ultimi, terribili, dieci anni. I dati del censimento agricoltura 2011 dell’Istat, elaborati da WineNews, mostrano che nel 2010 erano in attività solo 383.645 aziende, il 51,5% in meno rispetto a quelle del 2000. Negli stessi anni, l’estensione delle vigne è diminuita del 12% fino a 632.140 ettari. Il calo più drastico - segnala WineNews - è stato nel Lazio, con la chiusura del 70,5% delle aziende (restano attive in 20.485 nel 2010) e un numero di ettari quasi dimezzato nel decennio (-45,7% a 16.082). Hanno sofferto anche la Liguria, che ha perso il 68% delle aziende e il 45,1% dell’estensione e la Calabria (-61% delle aziende). La Sicilia è rimasta la regione con il più alto numero di ettari coltivati (110.699 nel 2010 ettari nonostante il calo del 9,5%), seguita dalla Puglia e dal Veneto. Hanno conosciuto invece aumenti dell’estensione a due cifre il Trentino Alto Adige (+12% a 15.323 ettari) e il Friuli Venezia Giulia (+10% a 19.668 ettari). Tra le regioni a più forte vocazione vinicola, hanno limitato le perdite di estensione sotto il 10% solo la Toscana (-3% a 56.587 ettari) e l’Emilia Romagna (-73% a 55.814).
08 Febbraio 2012, ore 12:20
Istat: dimezzate le cantine in 10 anni ... Arrivano, sebbene ancora come dati non definitivi, i primi risultati del Censimento Agricoltura 2011 dell’Istat, elaborati da WineNews. Solo un’azienda vinicola su due ha resistito agli ultimi, terribili, dieci anni. I dati mostrano che nel 2010 erano in attività solo 383.645 aziende, il 51,5% in meno rispetto a quelle del 2000. Negli stessi anni, l’estensione delle vigne è diminuita del 12% fino a 632.140 ettari. Le regioni che fanno registrare un calo più consistente della superficie vitata sono il Lazio che tra 2000 e 2010 perde il 45,7% della sua estensione vitata (da 29.533 a 16.082), la Liguria, che passa da 2.391 ettari a 1.327 (-45,1%) e la Basilicata da 8.736 a 5.508 (-40,6%). Le regioni che perdono più aziende vitivinicole sono il Lazio che passa da 69.371 aziende nel 2010 a 20.485 nel 2010 (-70,5%), la Liguria che passa da 12.544 nel 2000 a 3.940 nel 2010 (-68%) e la Calabria da 34.291 a -13.390 (-61%), mentre la regione dove c’è stato un decremento minore di aziende del comparto è stata il Trentino Alto Adige: nel 2000 erano 15.325 e nel 12.729 (-16,9%). Le regioni italiane dove, invece, gli ettari coltivati a vigneto crescono a due cifre sono il Trentino Alto Adige, che passa dai 13.864 del 2000 ai 15.323 del 2011 (+12%) e il Friuli Venezia Giulia dove gli ettari salgono da 17.804 a 19.668 (+10%). Crescono leggermente anche le estensioni a vigneto della Lombardia (22.070 nel 2000 contro i 22.292 del 2010, per un +1%), mentre è sostanzialmente stabile il Veneto ( da 73.780 a 73.708) e flette davvero di poco l’estensione a vigneto della Lombardia (22.070 nel 2000 contro i 21.991 del 2010, per un -0,4%). Sempre in tema di vigneti, non sembra riuscito completamente, almeno nell’arco di una decade, il piano di diminuzione dei vigneti operato in Sicilia e che nel recente passato ha visto anche robusti interventi di estirpazione. L’isola resta ancora la regione che possiede il più alto numero di ettari coltivati a vigneto in Italia (erano 121.796 nel 2000 sono 110.699 nel 2010, con un decremento del 9,5%), seguita dalla Puglia con 96.750 nel 2010 (contro i 111.290 ettari del 2000, -13%) e dal Veneto (73.708 nel 2010). Tra le regioni a più forte vocazione vitivinicola, soltanto la Toscana riesce a perdere con una percentuale non a due cifre: 56.587 contro 58.504 (-3%), insieme ad Emilia Romagna: 55.814 nel 2010 e 60.072 nel 2000 (-7,3%).
08 Febbraio 2012, ore 12:11
Adnkronos top news video
07 Febbraio 2012, ore 15:40
Maltempo: WineNews, per esperti la vite supera prova gelo ... Con le temperature a picco da più parti è scattato l'allarme per i prodotti agricoli. Ad una prima analisi, la vite sembrerebbe rappresentare un'eccezione. Lo rende noto WineNews che ha chiesto conferma a due dei massimi esperti di viticoltura italiani. “Con questo freddo per le viti non ci sono problemi - spiega a WineNews Leonardo Valenti, con cattedra di viticoltura all'Università di Milano - ci vorrebbero temperature molto più rigide e costanti, nell'ordine dei -15 C, perché i vigneti cominciassero ad entrare in una pericolosa situazione. Poi, il freddo attuale è arrivato quando le attività fisiologiche della vite erano del tutto ferme. Può darsi che, per esempio in Trentino, possa verificarsi qualche criticità in più nei vigneti molto in alto, ma se le piante sono in riposo, anche in questo caso non ci saranno problemi seri”. “È molto difficile - ribadisce Attilio Scienza, uno dei massimi esperti di viticoltura in Europa - che la vite subisca dei danni con questo freddo. Ci vorrebbero temperature nell'ordine dei -15 C e prolungate nel tempo perché le piante si trovino in effettivo pericolo. Ma c'è da segnalare qualche eccezione e un consiglio: anche questo gelo può colpire le viti più deboli, cioè quelle che nella passata vendemmia hanno prodotto molto e le cui riserve di amido sono basse; ci sono poi i vitigni che fisiologicamente sono più sensibili alle basse temperature e questi potrebbero avere qualche problema. Tassativo, evidentemente, il consiglio di non potare le viti in questa situazione estrema”.
07 Febbraio 2012, ore 15:39
Maltempo: gli esperti, i vigneti non corrono pericolo con il ghiaccio i pareri degli agronomi Leonardo Valenti e di Attilio Scienza ... Ma il vigneto corre dei rischi con le perduranti gelate di questi giorni? Ad una prima analisi, la vite sembrerebbe rappresentare un'eccezione. WineNews ne ha chiesto conferma a due dei massimi esperti di viticoltura italiani, che, sostanzialmente, mandano un unanime segnale di rassicurazione. “Con questo freddo per le viti non ci sono problemi - spiega a WineNews Leonardo Valenti, con cattedra di viticoltura all'Università di Milano - ci vorrebbero temperature molto più rigidi e costanti, nell'ordine dei -15 C°, perché i vigneti cominciassero ad entrare in una pericolosa situazione. Poi, il freddo attuale e' arrivato quando le attività fisiologiche della vite erano del tutto ferme. Può darsi che, per esempio in Trentino, possa verificarsi qualche criticità in più nei vigneti molto in alto, ma se le piante sono in riposo, anche in questo caso non ci saranno problemi seri”. “È molto difficile - ribadisce Attilio Scienza, uno dei massimi esperti di viticoltura in Europa - che la vite subisca dei danni con questo freddo. Ci vorrebbero temperature nell'ordine dei -15 C° e prolungate nel tempo perché le piante si trovino in effettivo pericolo. Ma c'è da segnalare qualche eccezione e un consiglio: anche questo gelo può colpire le viti più deboli, cioè quelle che nella passata vendemmia hanno prodotto molto e le cui riserve di amido sono basse; ci sono poi i vitigni che fisiologicamente sono più sensibili alle basse temperature e questi potrebbero avere qualche problema. Tassativo, evidentemente, il consiglio di non potare le viti in questa situazione estrema”.
07 Febbraio 2012, ore 15:38
Maltempo: WineNews, “Vigneto Italia” non corre pericoli ... Temperature a picco, costantemente sotto zero. Un inizio febbraio, è proprio il caso di dirlo, decisamente da brivido. Da più parti l'allarme che questo freddo potrebbe compromettere molti dei prodotti dell'agricoltura del Belpaese. Ma il vigneto corre dei rischi? Ad una prima analisi, la vite sembrerebbe rappresentare un'eccezione. WineNews ne ha chiesto conferma a due dei massimi esperti di viticoltura italiani, che, sostanzialmente, mandano un unanime segnale di rassicurazione. “Con questo freddo per le viti non ci sono problemi - spiega a WineNews Leonardo Valenti, con cattedra di viticoltura all'Università di Milano - ci vorrebbero temperature molto più rigidi e costanti, nell'ordine dei -15 C, perché i vigneti cominciassero ad entrare in una pericolosa situazione. Poi, il freddo attuale è arrivato quando le attività fisiologiche della vite erano del tutto ferme. Può darsi che, per esempio in Trentino, possa verificarsi qualche criticità in più nei vigneti molto in alto, ma se le piante sono in riposo, anche in questo caso non ci saranno problemi seri”. “È molto difficile - ribadisce Attilio Scienza, uno dei massimi esperti di viticoltura in Europa - che la vite subisca dei danni con questo freddo. Ci vorrebbero temperature nell'ordine dei -15 C e prolungate nel tempo perché le piante si trovino in effettivo pericolo. Ma c'è da segnalare qualche eccezione e un consiglio: anche questo gelo può colpire le viti più deboli, cioè quelle che nella passata vendemmia hanno prodotto molto e le cui riserve di amido sono basse; ci sono poi i vitigni che fisiologicamente sono più sensibili alle basse temperature e questi potrebbero avere qualche problema. Tassativo, evidentemente, il consiglio di non potare le viti in questa situazione estrema”. Un elemento sembra, senza se e senza ma, del tutto positivo e in qualche misura di grande importanza rispetto all'autunno e all'inverno, tendenzialmente siccitosi, che abbiamo fin qui vissuto. È la neve che per il vigneto è davvero un toccasana che potrebbe far già pensare ad una vendemmia almeno senza problemi idrici. “Dove è nevicato abbondantemente, dal mezzo metro in su, la neve avrà sicuramente un effetto benefico, una vera e propria risposta ideale ad un autunno ed ad un inverno tendenzialmente siccitosi - continua Valenti - il terreno infatti potrà incamerare una riserva idrica importante, con l'acqua che penetrerà i terreni con gradualità e senza sprecarsi”. “La neve è un coibente termico naturale - continua Scienza - e impedisce la discesa delle temperature sul terreno, che potrebbero incidere negativamente sulla parte più delicata della vite e cioè le radici. In più, la neve è un modo per cedere acqua in modo graduale. Se si pensa che, grosso modo, un millimetro di acqua equivale ad un centimetro di neve, stiamo parlando di una quantità d'acqua importante che il terreno assorbirà senza, per giunta, sprechi”. Ma in passato il gelo ha fatto paura al “vigneto Italia” in qualche occasione? “Storicamente l'ultima gelata che ha creato qualche difficoltà alla vite, ma soprattutto agli ulivi, è stata quella del 1985 - aggiunge il professor Scienza - Andando un po' più indietro nel tempo sono state devastanti le gelate del 1929 e del 1930, ma allora era ancora in uso la pratica dell'interramento delle viti in appositi fossi successivamente ricoperti di terra, che oggi viene ancora effettuata in Armenia, e che scongiurò il disastro totale”.
04 Febbraio 2012, ore 12:19
Sabato 4 febbraio 2012 ore 11 ... Trasmissione di Davide Paolini su “Vino in difficoltà?”. Intervista ad Alessandro Regoli, direttore di WineNews.

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